PER LA CRITICA

LA POESIA PER SALVARSI LA VITA Note di lettura e altri appunti

di Marco Palladini

1. Si compulsa con piacere Le professoresse meccaniche (Graphofeel, 2019, pp. 156, € 14,00) la raccolta di racconti e raccontini di Alfonso Lentini; soprattutto si apprezza il tono leggero, burlevole, mai corrivo e il registro fantastico e immaginifico che declina il tema-ambiente della scuola in modi ora bizzarri ora satirici, ora favolistici ora di taglio animalistico-metamorfico quasi come in un simil-Ovidio. I dichiarati richiami a Buzzati e Cavazzoni nulla tolgono all'originalità della ispirazione e alla felice stramberia di parecchi testi. Se la lunga esperienza d'insegnante di Lentini è la matrice prima di questo libro, la sua costruzione fantanarrativa oltrevalica, mi sembra, ogni dato autobiografico per evocare un mondo altro dove il leit-motiv del meccanico, della macchina, della macchineria mi sembra la metafora di una desoggettivazione che apre alla scrittura il varco per una invenzione sempre in chiave anti-realistica e ben nutrita di citazioni dotte. Per un esito letterario di indubbio rilievo.

2. Rifletto con un amico (lo scrittore e fotografo Remo Capone) come e se si riesca a portare avanti al presente una residuale battaglia di resilienza artistico-poetica. È l'unica cosa, gli ribadisco, che possiamo fare dal momento che la politica ha cancellato la dimensione culturale dal suo orizzonte. Di più, l'oggidiano imbarbarimento delle pratiche politiche e di governo dipende proprio da tale annichilimento e dal dominio di una comunicazione tecno-orientata che azzera i cervelli e fa dell'ignoranza eterodiretta un regime neofascio-populistico senza più freni. Il terreno di conflitto culturale, critico-culturale e quindi educativo è l'ultima risorsa per provare ad abbozzare una alternativa politica. Che le varie forze che ancora si dicono di sinistra in questo brutpaese non riescano minimamente ad intenderlo è la riprova della loro cecità ed impotenza. Di fatto sono totalmente soggiacenti e subalterne al linguaggio sistemico popul-comunicativo. Altro che Gramsci e la sua teoria dell'egemonia in vista del rovesciamento rivoluzionario della società. Siamo lontani mille miglia. Così non resta, a noi scrittori, che provare a fare i virus eteropensanti sperando di 'infettare' beneficamente qualcuno. Poi, certo, le contraddizioni globaliste, in primis tra Usa e Cina (e Russia naturalmente), sono enormi e che si possa arrivare ad un megacrash mondiale è tutt'altro che improbabile. Così, mantenere e coltivare un minimo di autonomia intellettiva è necessario per non credere alle superballe dei vari poteri e per non indulgere in illusioni 'catto-papistiche'. Io ero e resto un ostinato materialista. Nonostante i ricorrenti 'tumulti' (per riprendere la lezione di Augusto Illuminati) non vedo l'insorgere di veri soggetti antagonisti capaci di rovesciare lo stato delle cose. Il movimento Friday for Future degli studenti ecologisti al seguito di Greta Thunberg appare commendevole, ma per ora politicamente inane rispetto alle derive nichilistiche del potere. Più facile, credo, che il conglomerato dei poteri palesi e nascosti finisca a un certo punto per divorare se stesso, perché è nella dinamica endogena del potere la pulsione ad alimentare la follia autodistruttrice. L'hitlerismo docet, ma anche la parabola entropica di tanti imperi precedenti. Si potrebbe dire che basta aspettare. Ma le persone della mia generazione non hanno certo un tempo molto lungo di attesa. Però, intanto, resiliamo.

3. Dopo l'esordio nel 2015 con Pagine in corpo, il 26enne poeta romano Sacha Piersanti pubblica un nuovo rilevante libro in versi: L'uomo è verticale (Empiria, 2019, pp. 154, € 15,00). Titolo che rimanda a 'hombre vertical', una bella espressione in lingua spagnola per significare l'uomo che tiene la schiena diritta, che non si piega, che non cede né si umilia. Insomma, l'uomo pieno di dignità e di un senso vero e non retorico di sé. Tutte cose che mi è sembrato di ritrovare nel libro, ricco di schegge lirico-gnomiche e proteso ad una ricerca poetica che mira a tenere assieme, in equilibrio necessariamente precario, l'intelletto e i sentimenti. È il libro di un facitore di versi assai facondo e consapevole e non di rado, come nota Antonio Veneziani nella prefazione, ironico. La verticalità umana che inseguono i molti testi ha talora effetti linguistici barocchi, ma si mantiene sempre aperta al flusso del vivere o come mi piace dire dello 'scrivivere'. Giustamente Piersanti sottolinea che "questo libro è una domanda / senza scuse di risposta": non si possono avere risposte, ma soltanto punti di interrogazione se la poesia è, come voleva Kafka, un piccone che rompe la coltre di ghiaccio che circonda il nostro cuore. Un compito immane al quale il giovane Sacha non si sottrae quando afferma: "L'uomo è verticale, sì, ma mica scemo! // La meta non è altro / che il passo dopo il passo, / il punto da colpire / un buco pendolare: / quella da seguire / è la stella bipolare".

4. Grande studioso di cinema, critico e teorico tra i più importanti in Italia, direttore della seminale rivista "Filmcritica" da lui fondata nel 1950, regista nel 1968 del film militante La sua giornata di gloria, il più che novantenne Edoardo Bruno, ha da poco licenziato un delizioso e sofisticato libretto che, a dispetto del titolo, Confini (Empiria, 2019, pp. 64, € 12,00), è tutto uno sconfinamento, dal cinema alla filosofia, dalla critica alla letteratura, dalle memorie personali alla teoria, dai ricordi amicali a quelli universitari e culturali. Però tout se tient nel flusso di una scrittura che nei cambi repentini di direzione, mi sembra che conservi quel ritmo che, secondo Roberto Rossellini, o si ha o non si ha. È un libro di scrittura libera e liberata dai canoni accademici che però mantiene un rigore concettuale e riflessivo di sapore, in un certo senso, testamentario. Laddove si stratificano e si interfacciano gli infiniti input di una intera vita dedicata all'estetica cinematografica e alla ricerca culturale. È il libro, se posso dire, di un maestro che però non parla ex cathedra, ma come un compagno sapiente al cui logos dei lettori affratellati volentieri si affidano, traendone con piacere non pochi insegnamenti.    

Marzio Pieri

5. Il mio cordoglio e il mio dispiacere profondo per la morte, il giorno dei defunti, di Marzio Pieri, con cui ho intrattenuto per tre lustri un dialogo telematico ricco, screziato e mercuriale come era il suo temperamento di sommo studioso e di eccellentissimo critico-scrittore a 180 gradi. Anche con le sue non poche asperità polemiche Pieri è stato per me un maestro di scrittura e di pensiero critico interdisciplinare (dalla letteratura alla musica, al cinema e quant'altro) sempre curioso ed aperto all'altro da sé tanto quanto era estraneo e, di più, ostile alle logiche dell'establishment e delle consorterie varie degli accademici suoi pari. Insigne erudito, conoscitore del barocco letterario come pochi, Marzio è stato una figura unica e che apparteneva ad una civiltà culturale gloriosa che oggi mi sembra pressoché estinta. Dialogare con lui era una fonte di nutrimento permanente di vita e di intelletto e mi mancherà molto.

Nel 2015 gli feci editare per Onyx-ebook un volume digitale, Granguerre, in coincidenza con il centenario dell'ingresso in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale. Uno sfizioso libro antologico che nessun editore aveva voluto, incredibilmente, pubblicare. Mi chiese di scrivere una prefazione, ne riproduco qui la prima parte:

"Credo che nessun evento più di una guerra sappia mettere allo scoperto l'inconscio di una collettività nazionale, tanto quanto dei suoi singoli soggetti. Il turbine psico-politico ed emozionale scatenato da un avvenimento bellico coinvolge e stravolge chiunque, belligeranti e spettatori (più o meno interessati), amici e nemici, la semplice plebe e l'intellighenzia chiamata a 'prendere posizione'. Il logos suscitato da una guerra è una macrosfera verbale che contiene ogni doxa e il suo esatto contrario, è un luogos fluviale di parole insieme coatte e 'in libertà' dove rifulge e si sublima, così come affoga e collassa la cosiddetta opinione pubblica.

Basti pensare a Gli ultimi giorni dell'umanità di Karl Kraus, a quel formidabile palinsesto teatrale di tutte le voci, le chiacchiere, le mille sciocchezze che affollavano la piazza quotidiana della capitale dell'impero absburgico terremotata dalla Prima guerra mondiale, con i suoi infiniti echi di Finis Austriae. Non c'è dubbio che Kraus in quel testo abnorme e ontologicamente irrappresentabile (eppure Luca Ronconi con la sua tipica hybris, in qualche modo riuscì a metterlo in scena nel 1990), ci consegnava la sua definitiva visione non soltanto di una società a un passo dalla dissoluzione, ma più profondamente dell'uomo e del mondo visti attraverso la lente d'ingrandimento della prima 'guerra totale' dell'era moderna. Là dove l'impatto tragico e annichilente del 'grande macello' che si consumava sui campi di battaglia poteva disinvoltamente mescolarsi con i deliri, le scempiaggini, le vanità, le irresponsabilità di personaggi minimi e massimi, per un effetto acremente comico, causticamente satirico della 'vera' essenza dell'umanità, "questa specie d'allevamento di polli" (Céline dixit) incapace di essere all'altezza dei drammi epocali che esso stesso suscita.

Mutatis mutandis, mi pare che pure Marzio Pieri con Granguerre voglia trasmetterci la sua corrosiva visione dell'uomo e del mondo, assemblando un florilegio di scritti eterogenei e, non di rado, eterodossi dentro e nei dintorni della Grande Guerra, che è una squisita operazione autorale, dunque ipersoggettiva. Abbiamo qui un magistrale libro d'autore di eminente segno letterario che consegue il duplice risultato da un lato di richiamare le voci degli scrittori di un secolo fa più implicati con il tema e con il clima della guerra in tutte le sue sfaccettature. Dall'altro lato questa antologia lascia trapelare, mercè la caleidoscopica giustapposizione dei testi, lo sguardo critico di Pieri che oscilla tra la considerazione storica delle ragioni e dei sentimenti anche nobili che spinsero tanti all'interventismo, e la divertita e sardonica sottolineatura delle vacue pose, delle contraddizioni, delle nevrosi, delle lamentazioni, degli egotismi di chi si sentiva direttamente o indirettamente chiamato alla leva bellico-letteraria. È pressoché un libro quasi tutto di preziose chicche questo di Pieri, da gustare e degustare da cima a fondo...".

6. Di Michele Fianco o 'Fiankenstein' (come ridevolmente si auto-appella), è uscita una notevole auto-antologia: Un semplicissimo universo inespanso (Nino Aragno Editore, 2019, pp. 96, € 12,00). Un libro che ho letto per gran parte ad alta voce, perché i versi di Fianco si dispongono naturalmente all'oratura e la messa in voce te li fa vieppiù apprezzare, in quanto attraversati da una sorta di onda ritmico-verbale. Del resto, Michele appassionato jazzofilo lo sa molto bene quando esegue i suoi testi con carezzevole voce da crooner poetico. La musica verbale del suo libro procede per ripetizioni, assonanze, allitterazioni, digressioni e microvariazioni sempre con ironia, leggerezza e un precipuo gusto eccentrico, talora stravagante che mi si rappresenta come una filosofia di vita. Laddove la vita appare un flusso permanente di dettagli, particolari, attimi fuggenti, momenti distonici, scorci e sfumature in cui si stenta a ravvisare un senso complessivo. E l'io scrivente sembra galleggiare su questo fluxus con aria divertita e stupita, talora fingendo di sapere e di capire il segreto di questa trama di indizi ed enigmi che chiamiamo la nostra esistenza quotidiana, che non ha un perché, che è giusto un "universo inespanso" nella sua stabile instabilità. In fondo, Fianco è un poeta fumista che fa tutt'uno con una scrittura in sé derapante, disorientante epperò compatta nella sua incompiutezza e dove tutto trova, appunto, il suo appropriato ritmo espressivo.

7. Nel libro in versi di Paolo Carlucci, La terra domani(Passigli Poesia, 2019, pp. 116, € 14,50) si riscontrano un registro lirico-elegiaco e un registro lirico-civile. Come si può immaginare la mia preferenza va al secondo, laddove andando oltre i modi di una tradizione poetica nobile epperò ferma nel tempo, per me sostanzialmente anacronistica, la scrittura si dimensiona in un linguaggio del presente ricco di influssi storico-cronachistici e di input politico-esistenziali, in cui è possibile confrontarsi-rispecchiarsi. Testi come "Di nuovo l'urlo della Storia", "Suburra, today!", "La fauna del tram 8" e "Notte brava che ha sete" mi sembrano ottimi esempi di un fare poetico come atto cognitivo rispetto alle contraddizioni e alle distonie del divenire del tempo attuale. Ove nei gironi avernali della Roma in disarmo del presente si può osservare: "Solo un dio di cartone, governa qui, e benedice / gli homeless rintanati tra i cartoni, accucciati / come cani in giaciglio, sotto un cielo randagio, / nuvole e stelle, l'urtimo b&b negli Orti di Cesare".

8. Multiartista di svariate ispirazioni (dalla musica alla letteratura, all'arte visiva) Nina Maroccolo si regala una serata al Macro Asilo di Roma, dove tra le molte sue cose poetiche, mostra la serie di foto d'autore chiamata Macerazioni. 'Macerazioni' artistiche che mi hanno fatto pensare a due artisti che amo molto: Alberto Burri e Luigi Ghirri. Ciascuno con la sua poetica lavora sul corrompimento e le metamorfosi della materia - i sacchi, i cretti, le plastiche, i bitumi di Burri e i muri raschiati e screpolati di Ghirri - producendo nuove visioni. Un'arte materica che per suppurazione diventa bellezza astratta e immaginifica. Non diversamente le macerazioni di foglie e piante che realizza la Maroccolo trasformano la materia botanica in immagini inedite, sorprendenti, direi transumane pur essendo state indotte da mano umana. Non più arte come artificiale, ma arte come naturale che si rivela artistico a se stesso, in qualche modo cadaverizzando se stesso. Secondo sapevano gli antichi alchimisti la sostanza morta che rinasce a nuova vita. Mi sembra qualcosa che contiene in sé anche un insegnamento etico oltre che estetico.

9. Leggo della morte a ben 107 anni dell'andalusa Lucette Almanzor, ballerina e vedova Céline dal 1961. Una secolare quercia, sopravvissuta per 58 anni alla scomparsa dell'autore del Voyage au bout de la nuit, adamantino esempio di fedeltà coniugale anche post-mortem e sempre vigile e mai acquiescente amministratrice del grande lascito letterario del dottor Destouches. In fondo, un personaggio da romanzo. Cui si deve il titolo dell'ultimo libro, Rigodon, terminato da Céline il giorno stesso del suo decesso e pubblicato postumo da Gallimard nel 1969. Di cui ricordo il formidabile incipit: "Lo vedo che mi fa il muso Poulet... Poulet Robert condannato a morte... non parla più di me nelle sue rubriche... una volta io ero il gran questo... l'incomparabile quello... adesso appena una paroletta occasionale piuttosto sprezzante. La so la ragione, che ce le siamo dette... mi aveva rotto le scatole alla fine col suo menare il can per l'aia... è proprio sicuro che le sue convinzioni non la riportano a Dio! − Vacca no! son sicurissimo! sono del parere di Ninon de Lenclos: il buon Dio, invenzione dei preti! assolutamente antireligioso. Eccola la mia fede una volta per tutte!".

10. Il cantautore capitolino Emiliano Negro mi dà 'brevi manu' il suo recente cd Spiritus loci. Un titolo perfettamente rispecchiato nei dieci brani del disco. C'è infatti nelle sue canzoni, i cui testi nascono dalle poesie del padre Sergio, lo spirito del luogo romano-romanesco di impronta popolare, semplice (ma non sempliciotta), ironica, dolente e disincantata che riflette un'anima romana di antica tradizione che oggi nelle trasmutazioni e nei rivolgimenti del terzo millennio mi sembra via via tendente a scomparire. Da cantautore profondamente legato alla propria città, Negro usa il dialetto come una lingua nativa e paterna (direi post-trilussiana) che sola riesce a richiamare e a ricordare quest'anima antica dell'Urbe per chi ne sta perdendo la memoria: "Roma è vota e solitaria / Come me, è abbandonata / Dar popolo che va de fretta / Da 'sto popolo che nun te dà più retta / Roma granne / Roma tradita / Oggi m'hai sarvato la vita".

11. Un altro cantautore, Amedeo Morrone, partecipe anni fa del mio spettacolo (e poi video) Fratello dei cani (Pasolini e l'odore della fine), mi dona il dvd della pellicola di Nico D'Alessandria L'imperatore di Roma, un film del 1987 che non ho mai avuto modo di vedere. Un'opera da cult underground in rigoroso bianco&nero (fotografia di Roberto Romei) e di sapore in effetti post-pasoliniano. Dall'Accattone Franco Citti degli anni '50 al tossico 'caimano' Gerardo Sperandini degli anni '80 passa tutto un filo rosso (penso anche ad Amore tossico di Claudio Caligari) che racconta la deriva nichilistica e autodistruttiva di soggetti marginali che in qualche modo incarnano un'anima romana o romanota lumpenproletaria e sradicata. L'anima di soggetti sognanti e strafottenti, vanagloriosi e menefreghisti, che si arrabattano nel sottomondo del vivere sociale. Soggetti perduti in partenza e avviati a una fatale morte precoce. Mi ha colpito che il regista Nico D'Alessandria abbia conosciuto il protagonista, l'eroinomane Gerardo in un ospedale psichiatrico, dove pure lui era ricoverato. Come se si fosse verificato un intreccio di destini di 'spostati': rammentava con ironia D'Alessandria che Luciano Emmer diceva di lui: "Tu non sei un regista pazzo, sei un pazzo che fa il regista". C'è una follia endogena e creativa, ruvidamente poetica dentro e fuori questo film che ha poi generato un racconto per immagini sicuramente diverso nel rispecchiare la verità di un ostinato vivere fuori e contro ogni regola, fino alla disintegrazione finale.    

Rossella Or

12. Attrice storica dell'avanguardia teatrale delle cantine romane degli anni '70 - da Memè Perlini a Giuliano Vasilicò, da Simone Carella a Mario Prosperi - Rossella Or (nata Orecchio), ha pubblicato da poco il suo primo libro in versi: L'acqua tende alle rive (Zona, 2019, pp. 56, € 11,00). Un esordio in poesia 'attempato' che mi sembra la concrezione letteraria del suo essere vibrante, psicoemotivo soggetto poetico in scena. Ciò attraverso una scrittura appunto 'acquatica', liricamente liquida, che procede per accumulo di immagini e di disorientamenti d'anima, per acute osservazioni e per continui svisamenti di senso e di dissenso. Il surrealismo di cui parla Carlo Bordini nella postfazione, è forse la surrealtà in cui la Or vive trasognata e trasognante come una placenta autogenerata da cui fuoriescono i suoi estri creativi, i percorsi irregolari, falotici della sua voce che, soprattutto a teatro, si incidono nella memoria e fanno pensare ad un volo d'uccello che sbatte contro le pareti di una gabbia di vetro. Come dice nel testo per Carella "l'amaro del suo ricordo più pulito / ... si nascose / solo, dentro la custodia del vetraio".

13. Chiudo con un librone. In tutti i sensi. Perché Il mondo scintillante di Franco Cordelli (Theoria, 2019, € 20,00) è un volume di oltre 500 pagine. E perché è una raccolta di recensioni letterarie (per lo più pubblicate su "La Lettura" del Corriere della Sera) di ponderosa e acuminata forza critica. Se penso ai libri cordelliani di saggistica letteraria, da Partenze eroiche (1980) a La democrazia magica (1997), da La religione del romanzo (2002) a Lontano dal romanzo (2002), da L'ombra di Piovene (2011) a Un mondo antico (2019), vedo delinearsi un assai copioso e frastagliato percorso di libera critica militante che ha pochi eguali in Italia. L'unico nome, tra i viventi, che mi viene da accostargli è quello di Pietro Citati, con l'avvertenza che Citati mercé uno stile, come osservava Giovanni Raboni, eminentemente calligrafico, si occupa per lo più dei morti, dei classici, degli autori con una fama consolidata, mentre lo scrittore-critico Cordelli avido di letture a 360 gradi è stato in grado di intercettare nel corso degli anni nomi che alla gran parte degli autori nostrani credo che non dicano nulla. Chi è in grado di dire qualcosa di criticamente saliente a proposito di scrittori come Alisa Ganieva, Svetlana Velmar-Janković, Helen Humphreys, Rodolfo Fogwill, Yi Munyol, Tan Twang Eng, Ron Butlin, Olivier Rolin? Mi fermo qui per non appesantire il discorso, ma è evidente che il critico Cordelli si comporta come un cercatore d'oro che scova le sue pepite molto spesso altrove, lontano dalle mappe consuete degli ermeneuti della lettere. La chiave sta nel mirabile equilibrio che c'è in lui tra il lettore bulimico e il critico affilato, grazie ad una tattica aggirante e intertestuale di interpretazione dei romanzi mirante a far emergere il non detto, il nascosto, forse addirittura il non pensato. È uno stile concettualmente maieutico quello di Cordelli, anche quando si concede alle stilettate polemiche. Come quelle (in condominio con Enzo Di Mauro) versus Walter Siti: "è evidente che l'autore di Troppi paradisi crede di aver costruito, col suo personaggio, un mostro. In realtà, l'altro Siti è piuttosto soltanto una delle tante scimmie del consenso e dell'adattamento. I mostri, semmai, vanno cercati dietro di noi, alle nostre spalle...". Un librone Il mondo scintillante da approcciare anche trasversalmente o in modo intermittente per colmare pure tanti buchi di conoscenza e trarne sempre un sicuro profitto.