PER LA CRITICA

LA PIEGA AMARA DELL'ARTE

di Bruno Conte

Arriva il momento (bisogna scegliere con attenzione la punta di antica tradizionale matita da appuntire, nera e incisiva) in cui, guardando un catalogo d'asta di arte contemporanea, risalendo alla quantità di rimandi ad altre opere e operazioni viste, ovvero ingerite in mente, si viene colti da un'onda di nausea che si solleva da un mare inutile.

Scarabocchi (direbbe un qualcuno al naturale, osservatore precolto non precotto, vaccinato da temuta accusa in etichetta di passatista) figure venute male, espressioniste di bassa maniera, immagini che coincidono con banalità di superficie, ritagli da supermercati identici a se stessi, fotografie di cose qualunque, azzeramenti per coltivazioni di intelligenti deserti, azioni deliranti eppure convenzionali per disperatamente sconfinare rimanendo tuttavia prese entro una melma di luoghi comuni, gigantismo di nullità, cieche produzioni in quantità industriali ripetendo insulse semplici formule.

(Ultime notizie: Gigantesco supermercato in Cina con scatole vuote di prodotti da supermercato. Agghiacciante ripetizione della ripetizione. Ennesima lattina vuota di coca cola come opera per piccolo collezionista dalla testa ad aria condizionata. Commento del documentario culturale in TV: E' giocoso, irriverente.)

Bisognerebbe superare il momento di quest'onda. Dice un autore. Continuando a coltivare la sua proposta in oggetti ritenuti autentici, emergenti dalla propria interiore piantagione come birilli mentali posti tra loro in un equilibrio che crea forme di spazio per eventi solitari nella loro presunta verità. Ma proprio questo repertorio, così ingiustamente giusto (così illusorio nel proprio vizio interiore?) viene travolto dall'onda del potere dominante.

La massa avanza, ogni cosa portando il peso del suo prezzo. Ci si guarda intorno dove tutto è arte non arte. Questi alberi somigliano ad alberi, finti in ogni tronco, ramo, foglia. (Sono soggetti di arte povera?). Corrispondono alla natura del cemento, ai profili inossidabili, alla luminosa parola al neon, concettuale ovvero semplicemente indicativa: pizza a taglio. Ogni risultato aderendo al facile convenzionale modo di fare vigente.

Esiste un appiglio entro il sollevamento di questo globale straboccare di massa, eterogeneo eppure coerentemente generico? Passate opere di riferimento si ammorbano rispondendo agli ultimi valori di mercato e vengono travolte dalla corrente. Interrogativi pallori galleggiano. Nuovi maestri, che hanno stracciatamente imitato all'ingrosso vecchi maestri, sono i veri maestri.

Qualche critica contraria sembra apparire, ma è sommersa, un po' ridicola. Mentre la critica militante pesa in attivo sul consenso entro il brodo della assuefazione. In una atmosfera di pace sonnambula, in un appagamento in cui ogni ottusa maniera ha facoltà di essere. Dalle spalle della massa, tra il pro e il contro, si forma il consenso di fondo, falsa felicità, dilagante perenne infernale natale.

Il collezionista investe in un'opera bella oltre l'apparenza, in quanto costa. Più costa e più è bella. Il piccolo collezionista cerca l'occasione, una cosa che dovrebbe costare di più e costerà ancora di più.

Facendo soldi con l'arte non si è condannati.

Il passante, tra i tanti, che non si interessa di arte (io non ci capisco niente) tira di lungo. Ci sono altre esigenze, paralleli infimi intrattenimenti, altri vizi.

L'uomo qualunque dice anche: "Questo lo so fare pure io!" (Sorridono di compatimento i notabili della cultura.) Ma è vero! Qualche giovane fannullone, dotato di faccia tosta, senza scrupoli inibitori in alcun senso, avendo in prospettiva qualche adatta relazione, può pensare: "Questo lo posso fare pure io!" Ed ecco pronto un nuovo maestro.

Riserva il futuro, nel caldo che aumenta, un ribaltamento di mentali sguardi? Ma la massa aumenta: anime anemiche alimentano in crescendo la conformità.

A questo punto è necessario riappuntire la matita. Puntarla con la punta contro la gola.