LA PAROLA VIRALE

di Massimo Mori 

Non ho ancora avuto l'occasione di leggere il libro di Ilenia Appicciafuoco Nei sentieri della lingua virus Saggio sull'opera poetica di Marco Palladini (Novecento, Roma, 2019) autore tra i più prestigiosi e poliedrici, molto attivo nel panorama riguardante poesia, performance, teatro e critica militante, nonché già direttore della straordinaria rivista 'Le reti di Dedalus'. L'opera del nostro è cospicua. Rammento con stima e sintonia Et ego in movimento (1987), Autopia (1991) -della presentazione di questa fu realizzato un ricercato 'invito d'autore' in copie numerate come opera d'arte), Ovunque e Novunque (1995), Iperfetazioni (2009), È guasto il giorno (2015). Esemplari nella pratica performativa Litania per Emilio Villa, Poetry Music Machine e Trans Kerouac Road. Ho avuto l'opportunità e il piacere di ospitare la presentazione di varie realizzazioni di Marco sia alle storiche 'Giubbe Rosse' che nel non luogo di poesia e Tai Chi 'Area N.O.' a Firenze. Non avendo ancora letto il libro della Appicciafuoco - che compendia una tesi di laurea - mi manca lo scritto di Simona Cigliana che ne è autorevole prefatrice. Ho invece letto l'analitica rivisitazione della bibliografia di Palladini che Stefano Lanuzza ha pubblicato su Malacoda 3 a commento di Nei sentieri della lingua virus, per questi sentieri in generale mi accingo ora a procedere scostandomi dal libro di Marco.

Le riflessioni qui emergono dalle potenzialità virali della parola e della lingua nella poesia e nella narrazione. Evito accuratamente di porre attenzione al venefico impiego della parola e della lingua (qui sì ci vorrebbero oltre la mascherina ed i guanti, i tappi nelle orecchie) nella comunicazione mediatica, commerciale, pubblicitaria, politica ecc. Comunicazione che si accumula nella discarica disinformatica del condizionamento sociale. Da tale cumulo affiorano attualmente con maleolente effluvio: 'cambio di passo', 'webinar' e, appunto, 'virale'. Ahimè, si dovrebbe fare almeno una raccolta differenziata delle parole e delle poetiche stantie e patogene prima di indirizzarle ad un termovalorizzatore.

Il potere della parola -enfatizzato dal silenzio nell'oralità e dai risguardi bianchi nella pagina scritta- è ben conosciuto e dovrebbe essere impiegato con cautela, ho già scritto della 'Potenzialità pervasiva nel respiro della poesia' (in Poematica del Principio, 2020). La parola e la poesia nascono dal ritmo del respiro e "I can't breath" rantola l'uomo a cui si soffoca questa potenzialità e 'non posso respirare' sospira l'infetto dal virus ai suoi soccorritori.

I virus da sempre convivono con noi e possono essere benefici e malefici, comunque indispensabili e non razzisti. Sono una 'informazione' che altera la funzione cellulare. La cellula, nelle sue organizzazioni, specializzazioni e replicazioni è alla base degli organi degli esseri viventi. Tre componenti sono determinanti per l'esistenza: 'energia-struttura-informazione', tra loro strettamente correlati ed interdipendenti. La medicina quantistica ed olistica hanno già chiarito i rapporti e la natura di questi componenti. Nella dimensione poetica - mentre il virus è vitale o mortale - l'informazione è primaria e ineludibile. D'altra parte, i fenomeni alla base di 'energia-struttura-informazione' sono espressione d'una natura ondulatoria, vibrazionale, armonica ed alterna: come il respiro. Da questo la possibilità dell'uomo di esprimere, a livello superiore, la parola alla base dell''informazione'. Con la fonazione si attua l'oralità; quando questa diviene connotativa si esprime uno stato d'animo, una parola poetica. Secondo Paul Demeny per fare poesia si deve innanzitutto conoscere se stessi, indagare e coltivare il proprio animo. Nell'oralità e nella scrittura il 'fonema' e il 'grafema' rappresentano i mattoni (le molecole) significanti della comunicazione linguistica. La poesia si manifesta prima nella dimensione vocale, e poi in quella scritturale. Il fonema alla base della vocalizzazione, ricorda il poeta filosofo Flavio Ermini, si pone come valore prelogico e precategoriale della parola, estrinsecazione dell'unità percettiva esterna e propriocettiva interna alla base della biosemia dell'io, ed anche come fonazione prodromica all'espressione del sé. Una identità sonora.

Se Demeny, come sopra detto, definisce la poesia risultante d'un consapevole processo, si afferma d'altra parte che il poeta si deve fare veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza, e il grande scrittore Giorgio Manganelli diceva che i libri devono infettare. Non si intende qui proporre contro una parola virale, patogena, un banale vitalismo, ma la vita è luogo a procedere e Valéry e Bergson esaltano l'elan vital, lo slancio vitale, mentre all'inferno può essere sufficiente rimanervi una stagione non l'intera esistenza (Rimbaud). La trasgressione è salvifica solo nella giovinezza, come il morbillo, la varicella, l'antipolio ecc. o come l'estremismo nel Comunismo. Se non si intende proporre la poetica d'una vitalità da fitness, nel Taoismo a cui sono prossimo, non ha senso una contrapposizione tra benessere e malessere, e nemmeno tra morte e vita, ma la modalità trasformativa di gestire i due ambiti, strettamente intrecciati nell'alternante facoltà della 'procedente' natura tra virus benefici o meno. "L'uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte" chiosa Baruch Spinoza. Nel poetico film di Steven Fisher 'Stand Up Guys' (2012) Al Pacino, alla sepoltura d'un compagno di crimini, commenta "Dicono che si muore due volte, quando il respiro lascia il nostro corpo e quando una persona pronuncia per l'ultima volta il nostro nome. Poi la nostra vita sarà dimenticata come quella di tutti gli altri poveri coglioni che hanno avuto la gloria di vivere". Possiamo essere coglioni, ma ha un valore questa 'gloria'; qualcuno la chiama 'grazia', qui la invoco 'poetica' per una vita non 'disgraziata' come quella del personaggio del film, che avrebbe dovuto essere un po'- etica. La poesia, anche quella sperimentale, deve superare la fase della pura, dura e virale negazione (o della fuga solo parzialmente liberatoria verso pratiche ludiche), per ridivenire propositiva, anche con modalità eversive fino ad una 'scrittura in guerra', come quella di Mario Lunetta. Si deve ritessere una connessione forte, una produzione e rappresentazione di senso tra il presente e la storia, tra progetto, immaginazione e pandemico timore, anche se Il mondo è spietato e la vita non è elegante (Palladini). Le occupazioni farsesche (Montaigne) e performative consce a se stesse, sostengono anche da sole l'opportunità e la poematica del vivere nello scenario del mondo, ed anche quella di leggere il libro della Appicciafuoco. Qui si favoriscono infezioni rafforzanti la difesa immunitaria e si evitano infezioni letali. In ogni caso ci occupiamo della modalità di 'andare' della allure, e non ci preoccupiamo della fine della strada: questa arriva da sola. Occuparsi e non preoccuparsi è una modalità da seguire, anche portando la mascherina che, se non altro, dovrebbe limitare il parlarne fino all'estinzione, come fanno virologi e politici. E chiosa Stefano Lanuzza, nella esemplare recensione al libro Linguavirus sulla militanza poietica di Marco Palladini, che la sua è invece "... una linguavirus votata, proprio tecnicamente, a intridere demistificare destabilizzare, ma poi anche 'sanificare' in modi omeopatici l'intero discorso della poesia italiana novecentesca...". Non rimane che leggere il libro.