SPECIALE SANAVIO

LA GUERRA DI PIERO

di Francesco Muzzioli

Con Piero Sanavio abbiamo perso un narratore "autentico", capace di far sorgere mondi possibili di straordinaria vastità geografica e di costruire personaggi dotati di una sostanza umana lacerata, sfaccettata e contraddittoria. Pur non praticando stilemi sperimentali, Piero aveva una dote istintiva che lo poneva nella scia del miglior romanzo moderno (si potrebbe dire: a partire da Dostoevskij - se non fosse cha a lui erano sgraditi tutti i facili paragoni) e di una conoscenza profonda della radice del male e dell'angoscia, dell'errore e dell'erranza che ogni vita porta con sé. Tutto ciò messo sulla pagina con un ritmo serrato sia a livello della trama che a livello della lingua. Un grande stile, decisamente: ci vorrà tempo e le opportune riletture per valutare a pieno la sua incidenza nello sviluppo della narrativa italiana e non solo. Per il momento, ho ritrovato una sua dichiarazione della metà degli anni Ottanta che dimostra come, ferma restando la passione per forma romanzo e la forma racconto, l'interesse sostanziale di Sanavio fosse principalmente quello di riuscire in una forma linguaggio: perché, sostiene, «esiste una lingua corrente che non significa ciò che dice, ma che ha degli scopi puramente funzionali (politici, economici, pubblicitari). Ed esiste, di contro, una lingua letteraria che non ha il compito di mantenere alle parole il loro significato, ma di spezzare, traverso esse, i falsi significati e i luoghi comuni espressi dalla cultura e dalla società egemone».

Erano gli anni in cui l'ho conosciuto, nelle iniziative di Filippo Bettini e di Mario Lunetta. Più di recente, lo abbiamo avuto con noi nella giuria del Premio Feronia, dove Piero venne chiamato come esperto di letterature straniere, data la sua straordinaria competenza internazionale. Lo ricordo anche molto partecipe e attivo nel periodo di gestazione di una nuova rivista, che purtroppo non riuscì a venire alla luce. In queste situazioni collettive, Piero si contraddistingueva per le sue posizioni nette, molto poco diplomatiche, mai alla ricerca di ammiccanti alleanze. Si poteva non condividerli (e io, devo dire, non condividevo il rifiuto dello sperimentalismo), ma i suoi giudizi erano sempre stimolanti e chiamavano ad un confronto rigoroso.

Così come, sul piano critico, il suo recupero polemico degli autori finiti "dall'altra parte". Intendo alludere ai saggi dedicati a Pound e a Céline. Oggi l'accettazione di questi autori in odore di fascismo o di razzismo può sembrare pacifico e tuttavia per lungo tempo non lo è stato: per quelli di noi interessati a dare un giudizio politico sulla letteratura, indubbiamente è un problema che si risolve un po' sommariamente prendendo la scrittura e mettendo tra parentesi la biografia. Sebbene ci possa essere il placet dei fondatori (Engels, ad esempio, nella sua valutazione positiva di Balzac, reazionario ma grande autore) si ha comunque l'impressione di assumere un'ottica un tantino schizofrenica. Merito di Piero di avere messo la testa nella bocca del leone e di avere affrontato la questione non solo sull'opera, ma anche proprio sulla biografia. E non già per giustificare gli errori (scavando, con rara perizia e competenza culturale, fa emergere contraddizioni e sfumature; ed emerge soprattutto il clima che di quelle deviazioni è responsabile) e neppure - assolutamente - per sdoganare la parte destra, ma semmai per mostrare come l'opera si districhi e si strappi dai viluppi di una contingenza che è un campo di forze complesso. In questa volontà di affrontare proprio i "casi" più delicati, Piero ha mostrato tutta la sua indole anticonformista e il suo rifiuto del "partito preso" che si limita a giudicare secondo etichette preconfezionate. Insomma, questi libri che sono frutto di una erudizione non comune, possiedono anche e soprattutto una decisa impronta "militante". E la sua guerra Piero l'ha combattuta proprio - come diceva la vecchia citazione riportata sopra - contro i "luoghi comuni espressi dalla cultura e dalla società egemone". E contro l'ignoranza e la stupidità che avanzano, avremo bisogno di tornare a leggerlo ancora.