Le Parole fra Noi

LA FORMA DELL'ITALIA

di Mario Lunetta

Da La forma dell'Italia (2009)
Tavola 1, sezione 6


Necessita alla poesia questa prosaccia buiaccàra,

se non si vuole che perfino gli animali meno dotati
ci accusino
di ridicola arroganza lirica, di supponenza
stupidamente febbricitante, in un momento che,
vero ragazzi, meglio sarebbe forse chiudere la bocca
e tornare ad aprire i boccaporti
del pensiero che non gioca a nascondino
con le ombre.
Vedo qualcosa: vedo un tempo stempiato, anacronistico.
Con appena un po' d'attenzione si avverte il sussurro (discreto
e inesorabile) dei Lari imperturbati
nelle cavee profonde
di Domus Aureae distrutte prima della costruzione.
Diamanti di plastica crescono
dentro le angurie nei supermarket, le cornacchie
hanno i corni, i cavalli da tiro (disoccupati, ormai)
si atteggiano a pensatori molto, molto, molto responsabili.
Caprioleggia la terra, trafitta
dai suoi emboli. Il carnevale sarà
(una volta di più) solo una distrazione distruttiva.
C'è un "taglio" di Fontana
che m'attraversa da troppo tempo, e ha bordi
di metallo scrostato.
L'apertura degli occhi
dopo il sonno, al mattino, è la prima azione
terribile del giorno, quella che lo mette in piedi
o lo manda al tappeto k.o.
(Ti vedo dentro la stoltezza
di una sublimazione senza perché, senza come:
teleromanzo comatoso o cristallizzazione
stupenda e stupida al pari
di una mosca nell'ambra: e anche di questo - frivolezza
appassionata - è fatta la forma oscura dell'Italia,
bene non dimenticarlo).
Tra una folla di maschere
ti vedo in quanto persona,in quanto
unicum nel carnaio seriale della specie
cui ci degniamo appartenere: ma non vedo scampo
per questa penisola-ircocervo, e mi dico
che l'Italia è un paese morto, o un paese
di fantasia, in cui bisogna arrabattarsi un giorno dopo l'altro
a trovare una ragione per mantenersi in vita.
Poi forse arriveranno i cicloni,
i ciclisti, i ciclamini: e niente sarà più
come una volta, o come prima - sarà semplicemente
come sempre.
(Ché noi tutti, nessuno escluso, occhi
negli occhi, fratellini, siamo animali che vivono
di ripetizioni: e solo nell'errore
senza pentimento è il nuovo, che pure
appassisce in un istante).
Inammissibile è solo ciò che si decide
di non ammettere, non porre, non considerare:
ergo,tutto ciò che comporta fastidio, scomodità, disturbo.
Ed è qui, invece, è con questo appunto
che bisogna fare i conti, come si dice.
Naturalmente, ci s'imbarca
in un'avventura sempre avventurosa, con tutti i connessi rischi:
di clima, di malattie virali, d'incontri malandrini,
di torbidi politici e di malinconie
non facilmente definibili
- ma la vita, si sa, è fatta di questo e di qualcosa di peggio,
non è un package - è un hasard bene che vada,
un capriccio degli dei che soffrono d'insonnia: per cui, via,
diamo un taglio a tutte le paure e le fobie, e affondiamo
le mani nella merda, ché forse forse è pure
un gesto apotropaico, una mossa
che spiazza i portatori di jella
e allude, per via di olezzante metafora, alla forma
di quest'Italia cadaverica impestata, teterrima, allegrona,
ridanciana, mafiosa, affatturata, appaltata, magnacciona,
bidonista, amarcord americana impasticcata nerboruta vile: di
quest'Italia italiota, gaglioffa, svergognata, truce, idiota.
(Le rughe grige della terra, cinerine.
Rughe di ferro, rugginose - ologrammi sovradimensionati.
Bianche, le rughe della terra,
dall'alto dei cieli,
osservate con gli occhi miopi di angeli in pensione).
Corrono, corrono i miei
settantatré anni, nella loro immobilità che non transige, non transita,
non trova modo di trasmettersi come mutuo soccorso
dell'immaginario, dentro i vostri occhi, dentro
la scorza delle cose, sotto gli abiti di carta - di cartastraccia.
Li guardo, i miei settantatré anni
malvissuti (da vicino, da lontano), vecchio lupo delle stoppie, scemo
del villaggio che ha scordato il suo nome, non sa più fare
la sua firma...
(Per la fatica di pensare mi si rompono le mani,
in questa terra invasa, in questa terra invasata).
(E lo stile è l'uovo,come dicono
abbia detto Buffon, nella sua arroganza umilissima, incerto
se affrontare prima il tuorlo o il guscio, osservando
l'intelligenza stolta
delle galline).
Estrosi struzzi nelle cappelliere
fanno spallucce, o segni da fattucchiere, dentro
queste notti di metallica angoscia, senape e angostura - mentre,
volando sul Pacifico, è possibile perdersi
da un cosmo all'altro di mondi, di pensieri, di parole
annegate: a imitazione di astronauti decotti, di struzzi
da tappezzeria, che lì fanno spallucce estrose, segni
sbilenchi
da fattucchiere, o da sovrani spodestati: (e invece,
alla fine, siamo tutti figli di Shakespeare).