LA DEGUSTAZIONE DI UN BUON CAFFE' AL BAR, TRA AMICI

L'ultimo libro di narrativa di Gabriele Pedullà

di Ugo Piscopo

Fresco di stampa (e di idee) è in vetrina l'ultimo libro di narrativa di G. Pedullà, Biscotti della fortuna (Torino, Einaudi, 2020, pp. 199, € 15,00). Ne ho avuto una copia con simpatica giocosa dedica: "A Ugo, buona degustazione!". Trovo in questo dettaglio una chiave di lettura, che apre le porte al "divertissement", come dicono i francesi, per indicare un andare a zonzo spensieratamente, quasi irresponsabilmente, nel senso indicato da M. Bontempelli, in assoluta libertà di rimozioni e di rimpianti. Che, poi, se vogliamo, è la condizione fondamentale per entrare nel bosco della fantasia e della narrazione, e godersi un po'di altra aria, non inquinata come quella in cui siamo immersi quotidianamente, fresca di aromi e intrisa di una vitalità multipla e intrigata di verde, di flussi, di voci, di suoni, che filtra attraverso molteplici, misteriosi e inestricabili canali intercomunicanti. A suonare questa musica è un'orchestra altra, quella dell'invenzione e del gioco, della ludicità, direbbe un maestro di ermeneutica come H. G. Gadamer, persuaso persuasore che il motore della poesia è "das Spiel" (Warheit und Methode).

Il giovane autore del libro mangia pane e letteratura. Docente di letteratura italiana presso l'Università Roma 3, ha curato con S. Luzzatto l'Atlante della letteratura italiana (Torino, Einaudi, 2010-2012), ha tenuto corsi all'estero di tale disciplina, ma è anche un duttile, inventivo narratore, come provano, oltre a quest'ultima scintillante raccolta, due suoi libri: Lo spagnolo senza sforzo (2009) e Lame (2017), che è il romanzo della generazione dei nati negli anni Settanta del secolo scorso, portatori di una nuova sensibilità e, quindi, di una nuova relazionalità con l'esistente.

Questa ultima raccolta, Biscotti della fortuna, mette insieme un bouquet di otto racconti, che tendono, nel sottofondo, a riversarsi in romanzi brevi.

Il primo dei racconti, Quando la città dorme, che avvia la serie degli altri sette, è oggettivamente di introduzione all'aura di straniamento che avvolge l'intero libro. Tutti i personaggi e le relative situazioni da loro vissute come prove volute da un'occulta impassibile regia sono di transito, come di flussi che niente e nessuno può modificare e che vanno accettati per quelli che sono e per la funzione loro assegnata di certificazione delle fenomenologie del reale. Attraverso queste prove, i personaggi si abilitano a non sopravvalutarsi, ma a ritrovarsi con meraviglia o con riserva di giudizio sullo svolgimento degli eventi e sulle nuove prospettive che ne stanno derivando, che intanto decisamente divergono dai loro calcoli e dalle loro proiezioni verso il futuro. Il loro ruolo è di sdrammatizzare le vicende, godendole possibilmente come "biscotti della fortuna", che sono quei dolcetti secchi e vainigliati, che nei ristoranti cinesi vengono offerti in ultimo ai clienti e che stanno acquistando piena cittadinanza ormai in un mondo vario e molteplice come l'attuale, sempre più cosmopolita e sempre più complesso. Essi imparano ad essere degli utenti, senza pregiudizi e senza pretese. Così come l'autore della narrazione sa che la letteratura, per quanto voglia essere avvolgente e catturante, non può che avvolgere e catturare parole, proprio come ha insegnato G. Genette, secondo il quale "l'imitazione perfetta non è più una imitazione, è la cosa stessa ed infine la sola imitazione è quella imperfetta" (in AA. VV., L'analisi del racconto, Bompiani 1982). Di qua scaturisce un'altra decisiva conseguenza, che riguarda strettamente il lettore, che deve sì seguire il denso, magmatico, svolgimento delle vicende, ma innanzitutto rendersi conto che quella narrazione non è calata dall'alto come un grazioso dono celeste nel panierino, ma è il frutto di strategie narrative squisitamente attuali, fondate sull'ars combinatoria e su griglie concettuali espressamente manieristiche. Quali quelle che, a suo tempo, aveva rivelato A. Rimbaud, nel disoccultare i colori delle vocali. O quelle mentali assunte da P. Valéry a fondamento della poiesi letteraria.