Corto Circuito

LA CRITICA COME PRATICA

DI RESISTENZA

di Luigi Matt

Nelle ultime settimane si discute, come avviene all'incirca una volta all'anno, dello stato attuale del romanzo italiano; lo spunto questa volta è costituito da un articolo pubblicato sull'«Espresso» da Elvira Seminara, che lamenta l'impoverimento del linguaggio letterario di oggi, dovuto principalmente all'invadente intervento degli editor, i quali tendono a livellare verso il basso la scrittura dei romanzieri per renderla il più possibile adatta a masse di lettori che alla narrativa chiedono solo un facile intrattenimento. Senza entrare nel merito delle varie posizioni, cercherò di proporre qualche riflessione in merito.

Che nell'odierna produzione narrativa si possa riconoscere un forte processo di omologazione stilistica appare innegabile. Molti dei romanzi che ottengono buoni riscontri di vendite appaiono indistinguibili tra di loro per quanto riguarda la scrittura: è evidente che molti autori ed editori si preoccupano principalmente della "storia" raccontata da un romanzo (l'unico aspetto poi valorizzato nella maggior parte delle recensioni giornalistiche), curando assai meno gli aspetti formali. Trionfa così un romanzo di tono medio, o meglio mediocre, in cui il racconto procede secondo modalità pacificamente tradizionali e la lingua non presenta alcun elemento che la distingua significativamente da quella adoperata in quotidiani e rotocalchi.

È un fenomeno che certo non sorprende, essendo perfettamente in linea con le tendenze della comunicazione e della società nel suo complesso: da molti qualsiasi elemento di complessità viene guardato con grande sospetto, come cosa da intellettuali (l'insulto più grave che oggi si possa concepire). Banalità e semplicismo vengono perseguiti scientificamente sin dalla scuola: è comune tra i pedagogisti alla moda - una genia che infesta tutto il mondo ma che in Italia ha preso spazio e potere forse maggiori che altrove - indicare come obiettivo la rimozione di ogni difficoltà: se gli studenti faticano a capire Dante o Leopardi, vuol dire che è questi ultimi sono inadeguati, ed è giunta l'ora di eliminarli dalla pratica didattica. È solo grazie alla preziosa opera di resistenza di tanti insegnanti che questo processo non è ancora arrivato a compimento.

Preso atto di questo stato di cose, va però evitata ad ogni costo, se si vuole mantenere uno sguardo lucido sulla situazione letteraria, la scorciatoia dialettica della generalizzazione: la pratica del giudizio sommario è il principale ostacolo per la comprensione di ogni fenomeno complesso. Nella massa enorme di libri che si pubblicano ogni anno sono presenti moltissime eccezioni alla regola commerciale della piattezza, che spesso però rischiano di passare sotto silenzio, trattandosi perlopiù di testi esclusi (o quanto meno marginalizzati) dai circuiti promozionali dominanti. Sarebbe un errore ignorare l'impegno di parecchi piccoli editori indipendenti, che tentano di costruire cataloghi dotati di precise identità, e dànno spazio a forme di scrittura non convenzionale. Seguendo il lavoro di Elliot, Exòrma, Fandango, Nottetempo, Nutrimenti, Tunuè (per citare solo alcuni nomi) è facile verificare che la narrativa italiana non risponde tutta a logiche di standardizzazione. Naturalmente la qualità delle opere pubblicate da quei marchi è variabile, ma quel che conta è che appare ben percepibile l'ambizione di mantenere in vita la letterarietà.

Un errore di prospettiva che si riscontra spesso nelle pur legittime doglianze sulla letteratura contemporanea è l'idealizzazione del passato. Confrontare epoche ormai storicizzate con l'attuale è sempre rischiosissimo (non solo per quanto riguarda la letteratura, naturalmente): mancando la giusta distanza il presente appare facilmente in tutti gli aspetti più negativi, mentre guardando al passato si tende soprattutto a valorizzare gli elementi positivi che poi si sono persi. Non a caso la lamentatio per la decadenza di ciò che si fa "al giorno d'oggi" emerge invariabilmente ad ogni stagione della storia dell'umanità.

Si ha a volte la sensazione, leggendo certi discorsi sull'attuale decadenza, che la narrativa di consumo sia nata da pochi anni, mentre un tempo si perseguiva solamente la più alta qualità estetica; e che quest'ultima venisse senza incertezze riconosciuta e ricercata dal pubblico. Niente di più lontano dalla verità: il lettore medio di un tempo non era più colto di quello di oggi, e non mancavano certo gli scrittori che inseguivano il facile successo. La Coscienza di Zeno, com'è notissimo, fu al principio ignorato da lettori e critici (e quando questi ultimi cominciarono a parlarne espressero per lo più giudizi molto negativi); mentre Yvelise, pubblicato nello stesso anno da Guido da Verona ottenne un ottimo riscontro di vendite, come tutti i romanzi di quell'autore che oggi potrebbe essere tenuto in considerazione solo negli studi settoriali sulla paraletteratura.

La selezione naturale operata dal tempo fa sì che si tenda a dimenticare la grande quantità di testi mediocri o scarsi prodotti anche in epoche considerate a ragione fortunatissime, falsando così la percezione. Certo, se si appronta un elenco di romanzi usciti negli anni Sessanta, impressiona la concentrazione di ottimi libri (in qualche caso capolavori): Cosmicomiche e Ti con zero, Il consiglio d'Egitto e A ciascuno il suo, Memoriale e La macchina mondiale, Una questione privata e Il partigiano Johnny, Hilarotragoedia e Nuovo commento, La tregua e Storie naturali, Rien va e Racconti impossibili, Il serpente e Salto mortale, Il maestro di Vigevano, Capriccio italiano, Il doge, Ravenna, Libera nos a malo, Fratelli d'Italia, Un'anima persa, La vita agra; e si potrebbe continuare. Si tratta senza dubbio di un decennio straordinario per la narrativa italiana; ma non bisognerebbe mancare di tenere presenti, se si vuole avere una visione più attendibile della società letteraria nel suo complesso, le centinaia di titoli di cui oggi non rimane memoria, tra i quali molti sono tipici campioni dei sottogeneri di consumo.

Una novità innegabile dei nostri tempi è costituita dall'esplosione della produzione editoriale: negli ultimi decenni la quantità di romanzi pubblicati ogni mese ammonta a varie centinaia: l'ovvia conseguenza è che risulta molto difficile individuare i buoni libri che pure continuano ad essere scritti, i quali rischiano di rimanere sommersi da un mare di mediocrità. È quindi evidente che oggi dovrebbe assumere un'importanza fondamentale, ancor più che in passato, il ruolo della critica, che sola può fornire quel servizio di mappatura ed orientamento senza il quale anche i pochi lettori forti presenti in Italia rischiano di non essere in grado di raccapezzarsi tra le troppe offerte del mercato librario.

È indubbio il fatto, tante volte lamentato, che la funzione del critico viene da più parti contestata, vista l'odierna tendenza a rifiutare qualsiasi principio di autorevolezza: basta un'occhiata a qualcuno dei siti o blog letterari che hanno uno spazio dedicato ai commenti per rendersi conto del fatto che è molto diffusa un'idea distorta e falsamente democratica di dibattito culturale, per la quale ogni opinione ha lo stesso valore: il giudizio meditato di chi legge e analizza testi letterari per professione e la prima impressione del lettore occasionale rischiano di finire mescolati nello stesso calderone. Ma ciò non può costituire un alibi per l'abbandono della pratica critica: gli immunologi non smettono di fare ricerca solo perché la rete rigurgita migliaia di sparate da autobus sui vaccini.

Più in generale, va detto la continua riproposizione del tema "crisi della critica", che troppe volte viene affrontato ripetendo pochi concetti ormai privi di qualunque potenziale conoscitivo, appare davvero stucchevole. Oltre tutto, il rimpianto per il mandato sociale su cui gli intellettuali potevano contare fino a qualche decennio fa è almeno in parte viziato dallo stesso tipo di errore di prospettiva già segnalato, che d'altronde è un'inevitabile conseguenza di tutte le manifestazioni di nostalgia. A leggere certe rievocazioni idealizzanti ci si fa l'impressione che negli anni Settanta in ogni bar di periferia si discutesse animatamente sull'ultimo articolo di Calvino, Pasolini e Sciascia: il che, essendo l'Italia degli scorsi decenni ancor meno scolarizzata di quella di oggi, non è molto credibile.

Piuttosto che interrogarsi quotidianamente sui destini della critica, converrebbe sforzarsi di praticarla al meglio delle proprie possibilità. Cercare di valorizzare libri poco visibili che meritano di essere letti, mostrare i profondi limiti di romanzucoli osannati nei giornali o nelle poche trasmissioni televisive che ospitano scrittori, offrire chiavi di lettura del presente letterario anche ai lettori non specialisti desiderosi di approfondire, che pure continuano ad esistere, sono tutti compiti che un critico può assolvere, sfruttando tutti gli spazi a disposizione, senza disdegnare quelli che offre la rete, nella ragionevole speranza di compiere un'operazione utile. Certo, un articolo letterario avrà una risonanza infinitamente minore delle sciocchezze di un qualsiasi fashion blogger; ma non è il caso di farsi scoraggiare per questo: in fondo cinquant'anni fa i lettori del «Menabò» costituivano un gruppo sparuto se confrontati con i cultori di «Grand Hotel».

I monaci medievali che passavano le giornate nello scriptorium mentre fuori il mondo andava a fuoco non si trovavano in una situazione più confortevole della nostra, né godevamo di maggiori riconoscimenti sociali: ma non hanno abdicato al loro compito, e ci hanno tramandato buona parte della cultura classica. Senza illuderci di poter cambiare la società con ogni pagina che scriviamo, ma con la fiducia che qualsiasi contributo anche minimo alla causa della razionalità e della bellezza è in sé non inutile, si spera che non vorremo essere da meno, laicamente convinti che il lavoro critico, se praticato con intelligenza, serietà ed etica, rimane un gesto culturale e politico che non bisogna abbandonare.