LA CRISI DELL’ITALIA

di Sergio Gentili

La crisi dell'Italia viene da lontano. Da quella economica e sociale del 2008 non si è ancora usciti. Ad essa si è sommata la crisi sanitaria del covid che ha modificato e aggravato pesantemente tutta la situazione sociale ed economica.

La stessa crisi politica, apertasi col governo Monti, non è ancora risolta. Fino ad oggi, la separazione tra istituzioni e bisogni popolari, tra politica e forze sociali non ha trovato soluzione e ricostruito canali certi e solidi di fiducia e di rappresentanza politica. Nelle fasce popolari permangono fenomeni di sfiducia e di populismo, mentre le forze liberiste e conservatrici hanno consolidato la loro presenza grazie ai loro massicci apparati mediatici, alla disponibilità di imponenti risorse finanziarie e, certo, aiutate dalla smobilitazione degli strumenti partecipativi e culturali delle forze di sinistra. Le forze liberiste non sono una falange d'acciaio, tra i gruppi economico-finanziari-mediatici ci sono diversità e rivalità importanti, ma giocano tutte nello stesso campo.

La caduta ideale e la difficoltà delle forze di sinistra e democratiche di indicare una prospettiva unitaria per il superamento dell'attuale crisi socio-sanitaria, guardando oltre la società liberista, rischia di aggravare la crisi e di consegnare il paese alle forze di destra populiste e liberiste.

I limiti di rappresentanza del lavoro e popolare del PD e dei liberaldemocratici, distanti dai luoghi e dai bisogni popolari, li hanno resi cosa altro dal paese reale, fino ad essere percepiti da larghe fasce sociali con diffidenza e avversità. Il tarlo della personalizzazione della politica, del leaderismo e del plebiscitarismo ha ridotto la politica ad una estenuante e permanente competizione elettoralistica tra gruppi d'interesse in lotta tra di loro, e ciò ha allontanato dalla partecipazione masse enormi di cittadini (vedi astensionismo e sfiducia). Le piccole e piccolissime forze di sinistra, poi, inspiegabilmente continuano a dividersi a e frammentarsi su questioni identitarie e a rappresentare minoranze da tutelare, ma non riescono ad essere collegate con le grandi forze del lavoro e popolari.

Questi limiti che caratterizzano il sistema politico da oltre un decennio, da una parte, segnalano la subalternità al credo liberista del centro-sinistra condannato così ad una arretratezza culturale e programmatica, dall'altra parte, hanno favorito la spinta populistica, che per fortuna si è distribuita tra una destra razzista (Lega e FdI) e il movimento 5Stelle che ha raccolto molto della sfiducia e della protesta di sinistra, come è avvenuto a Roma.

Dopo le elezioni politiche di due anni fa, la democrazia italiana (valori e istituzioni) ha corso il pericolo di essere travolta dalla saldatura politica dei due populismi nel governo giallo-verde. Solo l'arroganza e i calcoli politici affrettati e sbagliati di Salvini, che un anno fa ha aperto la crisi di governo chiedendo pieni poteri, ha impedito la raccapricciante saldatura dei populismi. Nonostante il pericolo in atto, ad abbattere quel governo non è stato un movimento politico di massa sociale, culturale e antirazzista,

ma la fermezza democratica e il contrattacco a difesa della Costituzione, del capo del governo Conte, dei 5Stelle, del PD e di LeU. Queste forze hanno respinto la spallata reazionaria e hanno aperto una nuova fase politica. L'imprevista e frettolosa alleanza democratica ha avuto il merito di isolare la destra (anche se la Lega mantiene un alto consenso) e di far crescere nel paese un nuovo clima di "fiduciosa diffidenza", fino all'esplodere del movimento delle Sardine e all'attivazione di nuove lotte sindacali.

Tutti sapevamo, e sappiamo, che la crisi italiana non era risolta e che, forse, si stavano ponendo le prime indispensabili condizioni politiche e sociali.

È in questo quadro che è arrivata la pandemia in Italia, in Europa e nel mondo. L'emergenza sanitaria ha evidenziato che solo lo Stato sociale e regolatore è in grado di tutelare la vita di tutti i cittadini, poveri o ricchi, mentre non lo è il libero mercato.

Il virus ha obbligato il mondo a fermarsi ed è stato investito da pesantissime conseguenze sociali ed economiche.

Ora, siamo dentro una gravissima crisi economica e sappiamo che solo la solidarietà e un nuovo ruolo dello Stato e dell'U.E, con nuove regole sociali e non di libero mercato, possono aprire la via per un generale cambiamento democratico che segni un avanzamento di civiltà, quello che papa Francesco chiede da tempo.

Questa è la sfida enorme di oggi, a cui le classi dirigenti popolari, le forze dell'impresa e dello Stato sono chiamate ad affrontare con i principi costituzionali della solidarietà, dell'uguaglianza e del rispetto della natura.

Questo passaggio è ancora da realizzare, se ne senta tutta la necessità, ma c'è qualcosa che blocca e che frena le forze del cambiamento.

Una delle cause è il permanere tra i 5stelle e il PD di diffidenze, logiche concorrenziali, punti politici e programmatici distanti (vedi vicenda MES ed elezioni regionali). Non a caso la fiducia popolare è rivolta verso il capo del governo e non verso i partiti.

E ciò, mentre la classe dirigente liberista, nel suo insieme, non da segni di schietta solidarietà, anzi se guardiamo alle recenti dichiarazioni del nuovo presidente della Confindustria Bonomi, si intravede una carica corporativa con venature populistiche e antidemocratiche.

I sindacati sono presenti, dialoganti e saldi nelle loro richieste di politiche sociali e per il lavoro, di innovazione e di espansione salariale e della domanda interna, di qualità ecologica e di diritti. Ciò che ancora rende incerto lo sbocco politico della crisi italiana, sempre in bilico tra diverse soluzioni di destra e il cambiamento democratico, è la riottosità dei 5stelle, del PD e della sinistra di imboccare la via maestra dell'incontro nel paese e nelle istituzioni. È la scelta chiara dell'unità che ancora non è stata fatta. Servirebbe un movimento unitario di massa per individuare e sostenere gli assi di fondo del cambiamento e per indicare precisi punti programmatici. Non sono sufficienti, anche se indispensabili, gli accordi di governo, che dovrebbero essere un portato dell'accordo politico generale.

Quello che manca è un accordo costruito nel paese, in un grande incontro popolare delle forze che vogliono cambiare sui grandi assi dello sviluppo sostenibile, dell'innovazione, della ricerca, dello stato sociale e della sua riforma. Viceversa, il segnale che arriva è quello della competizione e della precarietà, dei calcoli politici di parte. Ci sono questioni di indirizzo politico e culturale che i partiti dovrebbero risolvere velocemente. Il PD nel suo ultimo congresso aveva puntato alla competizione e al confronto elettorale con i 5stelle, domanda: ha cambiato impostazione, ha scelto di lavorare per l'unità, per il lavoro e lo sviluppo sostenibile o no?

I 5stelle perdono pezzi e sono sotto una forte pressione, pensano di concepirsi ancora come autosufficienti o vogliono aprirsi alla società e alle alleanze?

Le piccolissime forze di sinistra estrema pensano di fare politica per cercare d'incidere o rimanere forze identitarie e ai margini? Chi è uscito dal PD, lavora per ricostruire un grande partito di sinistra o aspetta il momento giusto per rientrare nel PD?

Le risposte a queste domande non sono semplici, eppure vanno date. Anche far finta di nulla è una risposta. Se le risposte saranno negative la sola alternativa politica credibile, che avrebbe un largo consenso elettorale, sarebbe necessariamente quella drammatica delle destre razziste o moderate conservatrici. Non ci sono altre vie. A