LA COSTITUZIONE E IL LAVORO

di Paolo Ciofi

Il fondamento del lavoro definisce la democrazia italiana, e con essa i principi di uguaglianza e libertà, ben oltre il perimetro della democrazia liberale fondata sulla proprietà. Un vero e proprio passaggio d'epoca, giacché la Costituzione, in presenza delle lavoratrici e dei lavoratori politicamente organizzati, apre le porte a una civiltà più avanzata, solidale e comunitaria, che potremmo denominare socialismo di tipo nuovo rispetto ai modelli novecenteschi, quello sovietico e quello socialdemocratico.

Tuttavia, dopo il crollo del muro di Berlino e lo scioglimento del Pci, per troppo tempo le sinistre comunque configurate hanno perso le tracce della nostra Carta fondamentale, la conquista più alta degli italiani nel contrastato cammino verso la libertà e l'uguaglianza. Un vuoto culturale. E anche un evidente errore politico di chi, scegliendo di non trasformarsi in un mansueto gestore del capitale e proclamando ad alta voce di voler lottare per il comunismo, ossia per una civiltà più avanzata oltre il capitale, ha ignorato come tale processo si possa avviare nelle condizioni storico-politiche dell'Italia. Mantenendo insieme la prospettiva della trasformazione della società e la concretezza delle risposte ai problemi che travagliano la vita quotidiana delle persone.

La retorica del cambiamento, con i suoi richiami prevalentemente propagandistici, troppo spesso ha perso di vista un dato di fondo. Ovvero, che la Costituzione, andando oltre l'uguaglianza formale davanti la legge e stabilendo il principio dell'uguaglianza sostanziale, ha posto le condizioni basilari perché i lavoratori si elevino al rango di classe dirigente nella prospettiva di una civiltà più avanzata. Come risulta con chiarezza dall'articolo 3, secondo il quale «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese»,

La nostra, diversamente da quella sovietica del 1936 che prendeva atto delle radicali trasformazioni intervenute nella società e nello Stato, è una Costituzione progettuale-programmatica. «Non di previsione, ma di guida», sosteneva Palmiro Togliatti, padre costituente tra i più eminenti e unico segretario di partito tra gli estensori della Carta insieme al socialista Lelio Basso, ai democristiani Aldo Moro e Giuseppe Dossetti, e al liberale progressista Piero Calamandrei. Una Costituzione, aggiungeva il capo dei comunisti italiani, che «porti a un rinnovamento audace, profondo, di tutta la struttura della nostra società, nell'interesse del popolo e nel nome del lavoro, della libertà e della giustizia sociale».

Non una Costituzione socialista, nel senso tradizionale che allora faceva riferimento al modello sovietico o in alternativa al laburismo inglese. Bensì una Costituzione come programma per il futuro, che tracci il percorso verso un socialismo di tipo nuovo, diverso da ogni modello fino ad allora conosciuto. Il principio dell'uguaglianza sostanziale infatti, superando l'uguaglianza formale di fronte alla legge e il principio di equità nella distribuzione del reddito, comporta la necessità di intervenire nel rapporto di produzione capitalistico, e dunque nel rapporto di proprietà, se si vuole davvero garantire libertà e uguaglianza, e il pieno sviluppo della persona umana.

È quanto prevede la nostra Costituzione, che va ben oltre il compromesso socialdemocratico di stampo keynesiano, fermo alla fase distributiva della ricchezza. Assumendo il lavoro come diritto fondamentale, e costruendo sul fondamento del lavoro l'edificio dei nuovi diritti sociali al di là di quelli civili di stampo liberale, la Costituzione del 1948 indica infatti nelle diverse forme di proprietà, nonché nella funzione sociale e nel limite della medesima, una delle condizioni fondamentali per l'esercizio concreto dell'insieme dei diritti (articoli 41-43). Come pure nel principio della progressività delle imposte, necessarie per coprire le spese sociali, fissato nell'articolo 53. L'altra fondamentale e imprescindibile condizione - e non poteva essere altrimenti - è quella socio-politica, determinata dalla presenza, dalla organizzazione e dall'iniziativa dei sindacati e dei partiti delle lavoratrici e dei lavoratori (artt. 39,49). Non dimentichiamo che in Costituzione il partito è lo strumento indispensabile perché i cittadini possano «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Il lavoro, come si vede, costituisce il corpo e l'anima dell'intero impianto costituzionale. Inteso non solo come interscambio permanente tra gli esseri umani e la natura, che comporta una visione d'insieme dello sfruttamento della persona e dell'ambiente; non solo come forza produttiva dei beni materiali e immateriali e riproduttiva della vita; bensì anche come fattore costitutivo della personalità. Per cui, in una moderna visione del processo storico-politico che non contrapponga la classe all'individuo, liberazione del lavoro e libertà della persona s'intrecciano in modo inscindibile. E la valorizzazione del lavoro diventa così la base materiale e culturale dell'uguaglianza e della libertà.

Muovendo dal principio che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto» (art. 4), la Costituzione - come (non a tutti) è noto - «tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni», stabilisce la parità di diritti e di retribuzione per uomini e donne a parità di lavoro; introduce il diritto «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» sufficiente comunque ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa», nonché il diritto all'istruzione, al riposo e alla salute, alla pensione e all'assistenza sociale.

Sul fondamento del lavoro si delinea il quadro di una nuova società nella quale la proprietà, limitata e finalizzata a scopi sociali, assume configurazioni diverse: pubbliche, private, comuni. Mentre il mercato viene regolato per soddisfare esigenze umane e ambientali attraverso l'intervento pubblico e l'iniziativa dei soggetti sociali politicamente organizzati. Prende forma in tal modo, nel contesto dell'economia mista, una relazione del tutto originale, diversa dai modelli novecenteschi ad Ovest come ad Est, tra classe sociale e individuo, tra collettività e persona, tra solidarietà e personalismo, e anche tra utilità sociale e impresa, sulla quale oggi bisognerebbe lavorare. Una relazione inedita, che dà all'impianto costituzionale italiano il respiro di una grande operazione di portata strategica.

Nata dalla specificità della nostra storia nazionale, dall'abbattimento del fascismo e dalla convergenza di diverse culture, ispirate al marxismo del Pci e del Psi di quel tempo, al solidarismo cristiano della Dc, al liberalismo progressista di azionisti, repubblicani e liberali, la Carta del 1948 non cerca di resuscitare vecchi fantasmi rimestando nell'orticello nazionale. Al contrario, fissa principi e detta disposizioni di valore universale che guardano al futuro. A cominciare dall'articolo 11, che ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali. Anche l'esigenza di tutelare il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, e di garantire il diritto all'istruzione, alla salute, alla tutela della vecchiaia, ha una portata universale rivolta al futuro. Altrettanto si può dire della necessità di rimuovere gli ostacoli economici e sociali per assicurare libertà e uguaglianza, e consentire ai lavoratori di assurgere al ruolo di classe dirigente. Come si vede, emerge un orientamento che già contiene elementi di un nuovo socialismo.

A differenza dei costituzionalisti di oggi, che indagano esclusivamente sugli aspetti istituzionali prescindendo dai contenuti, come se ignorando i contenuti si possa difendere la nostra Carta fondamentale, è opportuno ricordare che un grande costituzionalista come Stefano Rodotà si è sempre impegnato perché venissero attuati i diritti sociali, cogliendo pienamente nel segno quando affermava che la Costituzione deve essere la nostra bussola. Una «bussola moderna» proprio perché, sancendo la visione complessa dell'uguaglianza sostanziale, è aperta all'affermazione di nuovi diritti, che scaturiscono dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, e dalla condizione umana del nostro tempo. È infatti del tutto evidente che per l'accesso alla conoscenza reso possibile da Internet non basta affermare il pari diritto di ciascuno in presenza di condizioni di disuguaglianza e di esclusione. Ed è altrettanto evidente, per altro verso, che se la Costituzione si fosse attuata in tutte le sue parti sarebbe stata molto più efficace la lotta al Covid.

La Costituzione è la fonte della coesione della società. Questo vuol dire che per evitare la disgregazione sociale è necessario attuare la Costituzione. Ma perché si sviluppi un movimento reale è indispensabile muovere dalla concretezza della realtà, e avere come obiettivo l'attuazione dei diritti che attengono alle condizioni di lavoro e di vita delle persone. La nostra Carta non abolisce la proprietà privata, ma la conforma in modo tale da consentire la realizzazione di finalità sociali. Di conseguenza vengono poste le basi per il superamento della tradizionale forma dello Stato liberale, non più al servizio del mercato, ma antagonista del mercato. Alla condizione che le lavoratrici e i lavoratori siano politicamente organizzati e in grado di lottare.

La grande innovazione della Carta del 1948 consiste nel rovesciamento del paradigma tradizionale del conflitto, disponendolo a vantaggio della classe lavoratrice. È del tutto falso sostenere che la Costituzione, fondando la Repubblica sul lavoro, cancella il conflitto tra le classi. Al contrario, lo riconosce, e lo tutela, come fattore costitutivo della democrazia politica e dello sviluppo sociale. Chi lotta per l'uguaglianza e la liberà, per l'attuazione piena dei diritti sociali, civili e politici, può fare leva sulla legge che regola il patto tra gli italiani. La Costituzione sta dalla sua parte, non di chi si oppone e difende l'ordine del capitale e le forze politiche che lo rappresentano. Questo è il senso di una conquista storica, che consente il passaggio a una civiltà superiore per via democratica e costituzionale. Non è un caso che in questi anni si siano ripetuti i tentativi, tutti respinti, di cambiare la Costituzione e di affossarla.

Oggi siamo però arrivati a un passaggio molto stretto, di cui peraltro non si avverte adeguata consapevolezza: può sopravvivere la Repubblica fondata sul lavoro in assenza dell'organizzazione politica del lavoro? Questo è il dilemma, dal momento che le lavoratrici e i lavoratori del nostro tempo sono stati di fatto espulsi dal sistema politico, non avendo né rappresentanza né organizzazione che consentano di incidere nella società e nello Stato. Ormai quasi metà del corpo elettorale non si riconosce nei partiti esistenti, e la crisi di fondo della democrazia rappresentativa risulta assai profonda. L'alternativa è secca e sta nelle cose: o si costituisce un'autonoma e libera organizzazione politica del lavoro in grado di lottare per l'egemonia, oppure questa Repubblica permarrà in uno stato di crisi duratura, e in definitiva verrà travolta da movimenti di stampo fascistico e nazionalistico.

Ma non basta dire lavoro. Quale lavoro? Parliamo del lavoro del nostro tempo, segnato da una rivoluzione tecnico-scientifica permanente, che con la digitalizzazione cambia senza soluzione di continuità il modo di lavorare e di vivere ben oltre il perimetro novecentesco. E che d'altra parte, sotto la pressione del capitale, si accompagna alla diffusione di forme regressive anche schiavistiche. Perciò occorre dare rappresentanza e forma politica non solo agli operai e agli impiegati in fabbrica, in ufficio e nel lavoro a domicilio, all'insieme dei lavoratori dipendenti e autonomi, ma anche ai precari e ai disoccupati, donne e giovani, italiani e stranieri. Come pure ai lavoratori cognitivi e alle infinite espressioni del lavoro indotte dalla digitalizzazione nell'industria, in agricoltura e nei servizi, nel settore pubblico e in quello privato, nonché dall'espansione del capitale in tutti i campi delle attività umane e della vita.

Si tratta di un'impresa di cui è difficile misurare la portata. Comunque assai complessa, che si può compiere a una sola condizione: restituendo alla politica il suo significato più alto - al vertice delle attività umane - di strumento per trasformare il mondo. Questo è il passaggio che non si può omettere, per la cui realizzazione è indispensabile dedicare tutte le energie, lavorando per recuperare, insieme al senso rivoluzionario della politica, il principio altrettanto rivoluzionario dell'uguaglianza sostanziale. Mettendo in campo, di conseguenza, movimenti e lotte democratiche di massa per l'attuazione della Costituzione, dei suoi principi e diritti fondamentali. Nel cui svolgimento possa crescere una nuova consapevolezza e responsabilità politica.

È una via obbligata. Non c'è altra strada per uscire dalla crisi e aprire una reale prospettiva di cambiamento. Non lottare per attuare la Costituzione, mettendo in campo tutte le forze e le alleanze possibili, sarebbe una responsabilità enorme, dal peso difficilmente sostenibile.