Cultura & Società

LA CONDIZIONE FEMMINILE

TRA CINEMA E REALTÀ

di Mara Petrosino 

Nonostante il nostro sia uno dei paesi europei in cui maggiormente persistono meccanismi di discriminazione sessuale di tipo maschilistico, insieme a oggettivi comportamenti di prevaricazione e perfino di comune violenza criminale da parte degli uomini nei riguardi delle donne, la questione del maschilismo in Italia non è ancora ritenuta un problema da affrontare e risolvere, e infatti si pone sempre ben al di fuori del dibattito politico considerato importante. Risulta anzi significativo constatare come in Italia la questione femminile sia oggi percepita, a livello di consapevolezza generale, tutt'al più come un risvolto marginale, vale a dire come una questione che, in una situazione di grandi difficoltà culturali e sociali come la nostra, ha più a che fare con un capriccio "intellettuale" che con un'urgenza reale. Tant'è vero che in Italia il femminismo a livello popolare è spesso confuso con l'elogio della donna in quanto donna, e il maschilismo (come sindrome comportamentale oltre che come concetto) è stato negli anni così assiduamente ignorato che si può parlare al riguardo di un vero e proprio analfabetismo del popolo italiano rispetto a quella forma di oppressione sociale. Molti italiani pensano addirittura che il maschilismo in Italia si possa derubricare a semplice movente psicologico di rare condotte individuali, riscontrabili in qualche isolato episodio di insofferenza verbale o di violenza fisica. Laddove, invece, ancora oggi nel nostro Paese il rapporto uomodonna risulta di fatto altamente compromesso da disparità e problematiche psicologiche che sono riconducibili, se le si guarda con attenzione, alle istanze di un antico maschilismo assai più grave e diffuso, che si rinnova trovando linfa nella cultura fascista da un lato (la quale evidentemente è ancora ben viva, anche al di là delle varie appartenenze a partiti di estrema destra) e dall'altro nella sottocultura commerciale promossa dal potere economico a ogni livello e ormai approdata perfino nelle Università italiane. «In che modo delle persone che sono state l'oggetto di un dominio efficace e produttivo possono creare da sé le condizioni della libertà?»1. E quindi in che modo in una società che per secoli e secoli è stata apertamente e legalmente maschilista una donna può emanciparsi? La risposta in generale è ricondotta troppo spesso sbrigativamente al dato per cui ogni donna, considerato che oggi legalmente non le è preclusa alcuna professione, nonché alcuna scelta di vita più in generale, dovrebbe comportarsi come ha sempre fatto l'uomo: semplicemente muovendosi con totale libertà per "ottenere ciò che desidera". Derubricare la questione tramite questa risposta significa negare implicitamente l'esistenza non solo del maschilismo attuale, ma anche di quello storico, il quale ha formato modelli culturali maschilisti che resistono ancora oggi. 

La verità è che una posizione che non sia marcatamente femminista non potrà mai cambiare in meglio la condizione della donna: la semplice rincorsa della donna verso le "posizioni di potere" e di libertà tradizionalmente maschili non sarà mai abbastanza, e anzi potrà perfino essere molto spesso deviante. Senza lo sviluppo di una coscienza di se stessa, del proprio sesso, della propria Storia in quanto donna e della propria diversità dall'uomo, la donna soffrirà sempre di una sudditanza psicologica verso quest'ultimo, poiché continuerà a vedere in lui un ideale da perseguire e ciò persisterà ad impedirle quella totale indipendenza e autonomia di pensiero e di azione necessarie per una profonda emancipazione ai fini di una reale parità. «Finché [le donne] non cercheranno di capirsi con il maggior impegno e con la maggior serietà possibile nella loro diversità dall'uomo, soprattutto esclusivamente in questa, utilizzando scrupolosamente i minimi indizi sia del loro corpo che della loro anima, non sapranno mai con quale ampiezza e con quale forza esse possano espandersi in virtù della struttura propria del loro essere, non sapranno mai quanto vasti in realtà siano i confini del loro mondo. La donna non è sempre abbastanza presente a se stessa, e appunto per questo non è ancora abbastanza donna, per lo meno non come sarebbe la sua stessa aspirazione e l'aspirazione degli uomini migliori del suo tempo.»2 La direzione indicata da Lou Andreas Salomé è sicuramente la più difficile da perseguire poiché ha nella sua sostanza l'intento di percorrere un cammino sconosciuto che conduca verso delle scoperte vere e proprie e non verso ri-scoperte appartenenti a chissà quale passato; essa però rappresenta altresì la via più profondamente rivoluzionaria e lungimirante. Al contrario, molto spesso non viene nemmeno dato inizio ad un processo di "svelamento" atto a contrapporsi efficacemente ai metodi di approccio dominanti, imposti e nati dall'uomo per l'uomo. L'attuale sistema sociale "premia" soprattutto quelle donne che si omologano perfettamente ai desideri e alle aspirazioni degli uomini, nonché alle modalità di un approccio "morbido" al mondo, tale da coniugare la mancanza di determinazione e di ambizione con lo sviluppo di una cultura che ha più il compito di allietare le orecchie dell'uomo nella conversazione che non quello di incidere concretamente sulla realtà modificandola. La partecipazione che i mass-media italiani concedono alle donne è infatti proporzionale al grado di adeguamento ai ruoli che il sistema di potere maschilista loro impone e infatti non è un caso che le più grandi intellettuali italiane, nonché le vere femministe, siano quasi totalmente escluse dagli schermi televisivi del nostro Paese. Il disagio sociale perenne di cui è vittima la donna italiana, e più generalmente occidentale, nel suo essere quotidianamente umiliata da commenti o pensieri inopportuni circa i suoi requisiti estetici, non penso sia poi molto meno avvilente di quello vissuto dalle donne nel mondo islamico. Le radici di tale disagio sono sostanzialmente le stesse, benché il contesto complessivo dei fenomeni di discriminazione su base sessuale risulti indubbiamente meno grave in Occidente che in altre parti del mondo. In Iran moltissime donne, di diversa estrazione sociale, si sottopongono a operazione chirurgica per rifarsi il naso; come sappiamo i capelli e il corpo delle donne in Iran devono sempre essere coperti e neppure intuibili sotto gli abiti, di conseguenza il volto è l'unica parte del corpo legalmente visibile a tutti. E' interessante constatare come, in un Paese così liberticida, una pesante modificazione artificiale del corpo a scopi puramente estetici non solo sia legale, ma sia perfino incoraggiata dai massmedia attraverso la promozione omologante di modelli femminili privi di personalità. Se si guarda con attenzione, però, non si tratta affatto di una contraddizione, ma della coerente politica culturale di uno stato maschilista che cerca in tutti i modi di far sentire la donna in debito con il mondo e a disagio con se stessa. Non a caso quell'operazione chirurgica è praticata solo dalle donne, le quali vivono il problema dell'aspetto estetico del loro volto un po' come la società Occidentale fa vivere alla donna il problema dell'invecchiamento. «Essere fisicamente attraenti conta molto di più nella vita di una donna che in quella di un uomo, ma la bellezza, che in lei s'identifica con la giovinezza, non regge tanto bene all'età. [...] Così per molte donne l'invecchiamento è un umiliante processo di esclusione sociale» anche perché «ciò che rende un uomo desiderabile agli occhi di una donna non è legato alla giovinezza. Invecchiare, al contrario, torna (per parecchi decenni) a vantaggio dell'uomo, perché il suo valore di amante e di marito dipende da ciò che sa fare più che dal suo aspetto. [...] Invece una donna che ha acquistato potere in una professione competitiva o nel mondo degli affari è considerata meno desiderabile. Moltissimi uomini si confessano intimiditi o sessualmente scoraggiati da lei, soprattutto perché diventa più difficile trattarla come un "oggetto" sessuale»3. Così Susan Sontag descrive la "condanna permanente" che il genere femminile sconta rispetto a quello maschile. Oggi, a distanza di cinquant'anni dal testo citato, seppur in modo forse lievemente meno accentuato, la donna continua a scontare quella condanna. Il bombardamento mass-mediale sul tema dei modelli femminili standardizzati (e avulsi da qualsiasi individualità) è fenomeno in cui l'Italia senza alcuna ombra di dubbio eccelle: non solo a confronto degli altri paesi europei, ma anche considerando tutto il resto del mondo. Lo stato psicologico depressivo e ossessivo che molte donne italiane sviluppano invecchiando fisicamente, o anche solo per il fatto di non corrispondere a determinati canoni condivisi, pur avendo quasi i tratti del tabù (poiché il dominio agisce oggi contemporaneamente da due fronti sempre più difficili da distinguere, che sono rispettivamente il potere maschile e il potere economico commerciale), è sotto gli occhi di tutti e di tutte. Se in certi paesi islamici è la legge a imporre l'emarginazione e la subordinazione della donna nella vita sociale e professionale, in Italia è soprattutto la condizione culturale generale che implica tale esclusione. La conseguenza di tutto ciò è che ancora oggi gli sguardi critici ed estetici maschili prevalgono in ogni ambito e i pochi sguardi femminili risultano spessissimo compromessi da un ricalco di prototipi maschilisti. Nel mondo cinematografico questa situazione è espressa all'ennesima potenza a livello delle modalità di gestione del potere stesso di rappresentazione, ovvero per la incoercibile tendenza del cinema a conservare la sovranità maschile nonché la subordinazione femminile, in modo quasi dittatoriale-propagandistico, davanti e dietro le quinte. Il predominio indiscusso nel cinema di qualità di registi di sesso maschile non è affatto il frutto di un'innata maggiore capacità, ma è piuttosto la triste conseguenza di una selezione sessista che avviene a monte, la quale, anche nei pochi casi in cui conceda qualcosa alla donna, lo fa solo a patto che essa sia disponibile a rispettare i "giusti" parametri di banalità e maschilismo. Per quanto riguarda poi il contenuto delle rappresentazioni cinematografiche, la situazione nella sostanza non cambia: esistono di certo molteplici personaggi femminili nei film, e un discreto numero di donne protagoniste, ma quei personaggi sono quasi sempre rigorosamente costruiti su stereotipi maschilisti talmente forti e onnipresenti che la presenza femminile ne esce devastata nel più profondo. Le donne, quindi, subiscono una perenne esclusione dagli schermi cinematografici, non tanto in senso fisico quanto piuttosto in senso psichico e culturale. Ciò si addice in modo particolare alla produzione italiana e statunitense. Nel caso del cinema italiano, sopra tutto degli ultimi decenni, la donna deve rispondere necessariamente a una serie di requisiti fisici e comportamentali che hanno il fine di rendere tutte le donne identiche e indistinguibili l'una dall'altra; lo scopo sembra quello di svilire l'immagine femminile a tal punto da non farla percepire allo spettatore nemmeno più come umana. Nel cinema statunitense odierno, invece, domina spesso e volentieri la perpetua volontà di appropriarsi della vita di donne storicamente importanti per appiattire la loro personalità ai ruoli monotematici di martire, eroina, musa ispiratrice o genio, in modo da revisionare (ovviamente a sfavore di quelle donne) la complessità e la verità della loro azione, del loro carattere e della loro lotta pubblica e personale. Tale comportamento non è tuttavia solo odierno: pensiamo soprattutto a quel cinema hollywoodiano che, nel bel mezzo delle importanti contestazioni antirazziste degli anni Cinquanta e Sessanta, decise improvvisamente di "cavalcare l'onda" con dei film che si auto-promuovevano come antirazzisti ma il cui linguaggio svelava ripetutamente una sotterranea e onnipresente ideologia razzista. Limitandoci invece al cinema d'autore italiano contemporaneo - e lasciando volontariamente da parte la stragrande maggioranza di opere spacciate come "nuovo cinema d'autore" perfino dalle Cineteche Istituzionali e invece senza ombra di dubbio mediocri nel senso più negativo del termine - nei migliori dei casi i personaggi femminili sono credibili e interessanti, ma spesso fanno solo da contorno alle vicende maschili, e talora è come se fossero "mutilati"; ovvero si tratta di personaggi che, con qualche piccolo accorgimento, potrebbero benissimo essere interpretati anche da uomini. La specificità femminile (e non intendo la riduzione di questa alle figure della madre, della figlia, della moglie e così via) non emerge mai in quanto tale. Tanto meno sono approfondite realmente e seriamente le tematiche di genere. Questa situazione, pur essendo particolarmente grave in Italia, rappresenta un limite generale che il cinema occidentale degli ultimi decenni, a mio avviso, sconta in modo significativo. La questione diventa paradossale se si fa un confronto con la produzione di un paese islamico come l'Iran, dove ci si aspetterebbe una ancor maggior oppressione culturale e dove invece, ovviamente mantenendosi ancora nell'ambito di un cinema impegnato, lo sguardo critico non soffre quasi mai l'insufficienza di una cognizione strutturata e approfondita dei rapporti uomo-donna e della situazione specifica femminile, nonché del suo punto di vista. È un confronto sufficiente, di fatto, a decretare la sconfitta della capacità (o forse volontà) autocritica occidentale in merito all'attuale condizione della donna. Leila è un film del 1996, del regista iraniano Dariush Mehrjui, le cui opere cinematografiche hanno avuto molte difficoltà di diffusione in Occidente. La protagonista (Leila Hatami) è una giovane donna che, dopo essersi sposata, scopre di essere sterile. Suo marito Reza (Alì Mosaffa) è l'unico figlio maschio della famiglia, e per questo motivo Leila subisce dalla madre di lui un'assillante opera di convincimento perché accetti l'arrivo di una seconda moglie e persuada a sua volta il marito, il quale, innamoratissimo di lei, si sta invece opponendo inflessibilmente alla volontà della madre. Leila, nonostante sia una donna assolutamente autonoma e intelligente, con il tempo si rende vittima involontaria (e a tratti inconsapevole) di un pensiero dominante che la vede colpevole, in quanto sterile, di "privare il marito della felicità che meriterebbe". Inizia così per lei un doloroso processo di lotta contro se stessa - carnefice e vittima nel medesimo tempo - che segnerà l'inizio di un'infelicità nella coppia. Leila inizia a pensare che l'unica soluzione per ovviare al malessere, che ormai sembra essere diventato inestirpabile, sia supplicare il marito di cercare una seconda moglie. L'amore che sembrava legare indissolubilmente Leila e Reza gradualmente svanisce poiché troppo ingombrante e impegnativo per assecondare le esigenze di una società atrofizzata su rigide leggi religiose che prevaricano la vita delle persone. Mehrjui mette in scena un delitto che ha come vittima sacrificale l'amore. I due protagonisti, infatti, altro non sono che soggiogati da un pensiero culturale il quale - svilendo le ragioni dei sentimenti più autentici e quindi il rapporto paritario che per principio l'amore determinerebbe tra due individui - ha il solo fine di confermare la supremazia del genere maschile rispetto a quello femminile. Ma la tendenza a far prevalere sempre e comunque le consuetudini del sistema sociale in cui si vive, rispetto alle possibilità di liberazione che l'amore offrirebbe all'individuo, è qualcosa che riguarda anche il nostro mondo cosiddetto "laico" e "liberale". In questo senso la storia narrata dal film Leila non è così lontana dalla storia di una coppia occidentale, dato che il cedimento di un rapporto sentimentale tra due individui di sesso opposto è dovuto spesso alla violenza simbolica di un medesimo sistema universale, che è quello patriarcale. Spesso, come nel film citato, alle donne non viene imposto nessun obbligo chiaro rispetto a certi doveri verso l'uomo, ma sono loro stesse che si preoccupano di non apparire in alcun modo accusabili di mancanze anche minime nei confronti del "ruolo" che la società loro impone. «Ci portiamo dietro un'eredità pesantissima. Sedimenti profondi che vengono da secoli di storia. La assorbiamo fin da bambine attraverso l'educazione, la famiglia, la scuola. Così hanno insegnato alla vittima a parlare la stesse lingua dell'aggressore.»4 La prevaricazione che si stabilisce nei rapporti amorosi è estremamente frequente e non è riconducibile soltanto a moti istintivi e astratti di dominio dell'uomo sulla donna. Anche lasciando da parte i tantissimi esempi di violenza fisica e psicologica, le coppie soffrono spessissimo di contrasti rapportabili alla disparità. Tutto ciò avviene nei più svariati modi e con minore o maggiore violenza, ma ciò non toglie che si tratti di qualcosa che determina spesso le sorti dei rapporti di coppia. Ne sapeva qualcosa Rainer Werner Fassbinder, che ha realizzato forse i film più significativi su questi argomenti negli anni Settanta. Uno su tutti è La paura mangia l'anima, del 1974, dove il matrimonio d'amore tra una donna tedesca e un marocchino di circa vent'anni più giovane di lei scatena veri e propri moti di violenza scandalizzata da parte della società, mettendo a dura prova la felicità del rapporto. Tutto ciò per quella paura che divora l'anima di tutti, dai giudicati ai giudicanti. Ma si può citare anche Martha, sempre del 1974, dove viene descritto l'amore in un rapporto di violenza fisica e psicologica da parte di un uomo su una donna, in un contesto sociale in cui la loro relazione matrimoniale non viene affatto mal giudicata dalla società e infatti, nonostante le continue prevaricazioni dell'uno sull'altra, resiste benissimo nel tempo. «Ogni volta che due persone si incontrano e stabiliscono una relazione si tratta di vedere chi domina l'altro. (...) La gente non ha imparato ad amare.»5 Forse i film di Fassbinder e Ingmar Bergman rappresentano le ultime testimonianze occidentali di un cinema che lavora in profondità sulla relazione tra violenza e amore nella società contemporanea. Per avere esempi di film che indaghino tali tematiche in un tempo a noi più vicino siamo costretti a tornare in Iran. Dieci di Abbas Kiarostami è un film del 2002 suddiviso in dieci capitoli ognuno dei quali racconta un incontro della protagonista con diverse donne e (talora) con il figlio di dieci anni circa. Il film si svolge interamente all'interno di un'automobile al cui volante troviamo la protagonista, interpretata da Mania Akbari, che instaura dei dialoghi con ognuna delle donne a cui dà un passaggio (in parte sono donne che già conosce, in parte sono sconosciute) e soprattutto si predispone all'ascolto di storie femminili diverse dalla sua. Altri momenti del film sono invece dedicati alla situazione personale della protagonista, che emerge soprattutto attraverso le discussioni con suo figlio (unica presenza maschile del film). Attraverso i dialoghi che si instaurano tra la conducente e le passeggere emergono problematiche esistenziali di genere che suscitano nello spettatore (anche occidentale) notevoli motivi di riflessione; in sostanza sono messe in rilievo le conseguenze nefaste di un'educazione maschilista sia sul comportamento di un bambino di dieci anni, sia su quello delle donne in generale (dalla prostituta alla devota sottomessa), e infine anche su quello degli uomini, i quali, pur non comparendo mai fisicamente sullo schermo, costituiscono un centro su cui ruota (troppo spesso) l'attenzione delle donne. La realtà descritta non è poi così diversa dalla nostra: esiste la prostituzione, esistono moltissimi uomini che percepiscono l'azione di pagare una donna per ottenere prestazioni sessuali come qualcosa di comprensibile e logico, esistono donne che ritengono un uomo il centro assoluto della propria esistenza (e questo il più delle volte non è affatto reciproco), esiste la discriminazione sessuale ed esiste la conseguente disparità di occupazione tra uomo e donna con il logico mancato raggiungimento di indipendenza da parte di quest'ultima. Esiste anche una richiesta sociale che pretende che la donna si assuma più responsabilità dell'uomo pur godendo di minori diritti. Queste tematiche sono trattate nel film in parte in modo esplicito e in parte in modo implicito, ma soprattutto emergono naturalmente attraverso ciò che a queste donne accade nella loro vita personale. Risulta indicativo dunque come i film iraniani che parlano di problematiche femminili possano generare un profondo senso di identificazione emotiva nelle donne occidentali. Guardando questi film riconosciamo improvvisamente una verità intima che ci appartiene e che non è in alcun modo limitata da confini geografici e politici. Questo forte rispecchiamento, infatti, non è legato alle modalità con cui la repressione si attua, certamente diverse in Iran e in Occidente, ma piuttosto alla capacità che hanno quei film di mostrare fino in fondo le logiche e gli effetti di un maschilismo che, nella sostanza, è lo stesso in tutto il mondo. Di conseguenza, le donne italiane possono trovare in certo cinema iraniano (di qualità) una presenza della loro condizione profonda assai più che nelle stereotipate o completamente irrilevanti figure femminili che il cinema italiano contemporaneo è solito proporre (compreso quello che si presume d'autore). Il pensiero democratico occidentale è ancora poco sviluppato per poter arginare realmente nelle persone i moti di prevaricazione e sopraffazione verso il più debole. Come dice Azar Nafisi, «la cultura democratica non è un monopolio dell'Occidente: appartiene a tutti quelli che lottano per lei e vi sono votati, a prescindere dalla loro provenienza. Come il totalitarismo, anche la democrazia può esistere ovunque, in Oriente e in Occidente, e non può sopravvivere senza un'immaginazione democratica. [...] La questione dei diritti umani e dell'immaginazione non è al primo posto solo in Cina, in Iran o in Arabia Saudita. Credo, come Ray Bradbury, che "Non c'è bisogno di bruciare i libri, per distruggere una cultura. Basta fare in modo che la gente smetta di leggere".»6 Se in Iran esiste la consapevolezza di vivere in un regime autoritario e si cerca di combatterlo studiando e approfondendo ciò che il governo vieta o disapprova, in Occidente la battaglia per una conquista di libertà di azione e di pensiero è sempre più marginale e velleitaria, poiché i cittadini, per il solo fatto di credere che al mondo non esistano paesi più liberali del loro, ritengono di essere liberi. Tra tutte le importanti forme di oppressione che l'Occidente ha messo in atto nei secoli (e ancora mette in atto) quella maschilista risulta essere la più spontanea e la più misconosciuta. Proprio per questo il maschilismo è oggi in Italia una forma mentis vivacissima e altamente tollerata. Non si può negare che tale atteggiamento determini conseguenze nefaste nei rapporti sentimentali fra uomo e donna, come non si può negare che tutti ne siano in qualche modo coinvolti. Oggi l'italiano medio si vanta della parità legale di diritti che il suo mondo ha concesso alla donna, e si scandalizza di fronte al velo mediorientale, ma si guarda bene dal precisare che tali conquiste sono avvenute solo a seguito di piccole e grandi lotte (individuali e collettive) la cui iniziativa è attribuibile esclusivamente alle donne, e che fino a qualche decennio fa quel velo che oggi lo scandalizza era indossato anche dalle donne italiane (pena la loro reputazione) e che oltretutto oggi la donna in Italia è passata dal velo alla radicale mercificazione del proprio corpo, socialmente approvata e incoraggiata. Gli uomini sono invece rimasti da sempre uguali a se stessi, compiaciuti e rilassati grazie all'"incorreggibile desiderio" delle donne di appagarli nelle loro aspirazioni (maschiliste) e di proteggerli dalle conseguenze del loro infantilismo prevaricatorio. Mai additati come puttani, stregoni, zitelli o isterici, ma rispettivamente come dongiovanni, poeti, uomini liberi o genii, hanno nei secoli vissuto in nome della prevaricazione e dell'irresponsabilità, trovando sempre il modo di liberarsi dalle proprie colpe e arrogandosi nel contempo il diritto di indicare la direzione che l'umanità doveva seguire. Ebbene, tale direzione è stata quella delle guerre, delle dittature dell'"uomo forte", delle violenze sui più deboli, nonché del profitto economico sulla pelle dei paesi poveri della terra. Ancora oggi, e ancora una volta soprattutto in Italia, assistiamo alla vittoria elettorale di uomini psichicamente disturbati dal loro machismo, per così dire ereditario, che promuovono le medesime antiche politiche di "onnipotente virilità" marcate da un egocentrismo che ha del patologico. L'alternativa a tali politiche (anche se potenzialmente ci sarebbe) fa fatica ad emergere e ad imporsi proprio perché gli stati occidentali, anche quando governati dalle sinistre, non hanno saputo promuovere fino in fondo una cultura alternativa, ossia una cultura che non viva sullo sfruttamento e sull'oppressione. Ma questa constatazione non è la conseguenza soltanto del capitalismo in generale, o del capitalismo finanziario odierno, è anche l'attuazione di un meccanismo di potere ultraconservatore di stampo maschilista da cui gli importanti partiti della sinistra non hanno mai concretamente e attivamente preso le distanze. Si tratta della «più antica forma di oppressione, preesistente a tutte le oppressioni basate su classe, casta e razza»7, ed è esattamente quella che la sinistra sottovaluta più di ogni altra. «La liberazione della donna è prodromo necessario per la costruzione di una società giusta - e non il contrario, come sostengono sempre i marxisti».8 Scardinare realmente la più antica forma di oppressione, quella dell'uomo sulla donna: sarebbe questa la vera mossa rivoluzionaria che costituirebbe l'inizio ad un processo di liberazione da tutte le forme di oppressione che si sono sviluppate successivamente.


1 Herbert Marcuse [L'uomo a una dimensione (1964), Einaudi, Torino 1967, p. 26] scrive queste parole non in riferimento alla repressione maschilista ma a quella razziale; si tratta in entrambi i casi di una repressione secolare verso un determinato soggetto umano. 

2 Lou Andreas Salomé, L'umano come donna (1899), Ipoc, Milano 2012, p. 53. 

3 Susan Sontag, Una condanna permanente (1972) in Interpretazioni tendenziose, Einaudi, Torino 1975, pp. 287-288.

4 Lea Melandri, Per capire la violenza bisogna interrogare l'amore, intervista a cura di Anna Spena, in "Internazionale",

5 febbraio 2016. https://www.vita.it/it/interview/2016/02/05/lea-melandri-per-capire-la-violenzabisogna-interrogare-lamore/40/ 5 Rainer Werner Fassbinder, in Rainer Werner Fassbinder (a cura di Davide Ferrario), Il Castoro, Milano 1995, p. 7

6 Azar Nafisi, Anche l'indifferenza è un tiranno, 2015. https://www.lastampa.it/2015/09/21/cultura/azar-nafisi-anchelindifferenza-un-tiranno-sconfiggetela-con-un-romanzo-JFhWElQwBQY1EEiLVg7jkL/pagina.html    

7 Susan Sontag, Le politiche del movimento di liberazione femminile (1972) in Interpretazioni tendenziose, Einaudi, Torino 1975, p. 320.

8 Ibidem.