LA “BELLISSIMA” RADIAZIONE

Fu una "stecca" del gruppo dirigente del Pci
o un abbaglio dei compagni del "manifesto" radiati?
I tre punti della rottura. 
Il partito di Berlinguer non era un cane morto

di Aldo Pirone

La dolorosa scomparsa della compagna Rossana Rossanda ha dato luogo, com'era ovvio, a moltissimi e vividi ricordi di questa forte donna, insigne intellettuale, comunista e partigiana, combattente per la libertà e la giustizia sociale. La sua lunga vita è stata sempre ispirata ai valori del socialismo libertario e di un comunismo inteso, innanzitutto, come movimento reale volto alla liberazione umana dal bisogno, dallo sfruttamento, da ogni costrizione autoritaria.

La morte della Rossanda non poteva non produrre valutazioni e ricordi su uno dei momenti drammatici della sua vita, affrontato insieme a valenti compagni come Luigi Pintor, Lucio Magri, Valentino Parlato, Luciana Castellina, Aldo Natoli - per citare i più noti di un gruppo assai più vasto -, che fu la loro radiazione dal Pci di Berlinguer nel 1969. Avevano fondato una rivista divenuto poi giornale quotidiano "il manifesto". L'unico giornale che ancora oggi si dice orgogliosamente "quotidiano comunista".

Qualcuno, astraendosi dal contesto storico-politico di quei tempi e di quell'anno, il secondo del "biennio rosso" '68-'69, ha parlato della radiazione come di una "stecca" del gruppo dirigente del Pci, aggiungendo che Alessandro Natta - relatore al comitato Centrale nell'ottobre del '69 sul caso in questione - "chiese scusa", quando il "Pdup per il comunismo" (1973-1984) diretto da Lucio Magri, partito in parte nato da quella vicenda di separazione, decise di rientrare nel Pci dopo più di un decennio. Ora, Alessandro Natta, in verità, non solo non "chiese scusa" ma a chi si opponeva fra i dirigenti comunisti al reingresso dei fuoriusciti (l'entrata in Direzione di Magri ebbe 7 voti contrari), rispose che non si pentiva per niente di aver gestito la "bellissima radiazione", come l'ha chiamata Luciana Castellina, e che l'avrebbe rifatto, ma che ora quelle divergenze non erano più in essere, i tempi assai mutati e mutate le posizioni politiche dei "radiati". Tutto ciò rendeva naturale un loro ritorno a casa, almeno di quelli impegnati attivamente nel Pdup.

Ma, a parte questo, rimane da vedere in sede storica se la "radiazione" dei compagni del "manifesto" fu una "stecca" dei dirigenti del Pci oppure se la loro decisione di separarsi - per andare all'appuntamento rivoluzionario con una classe operaia e un movimento studentesco sulla strada della "transizione" verso il "potere" - non fu un sostanziale abbaglio. Per dare un giudizio equilibrato di quella drammatica vicenda occorre richiamare quali furono i punti su cui ci fu la separazione e il corposo contesto storico-politico in cui essa si verificò.

I tre punti della rottura

La rottura avvenne su tre questioni. La prima, il rapporto con l'Urss. Contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia il Pci aveva preso posizione e non se l'era rimangiata. L'anno dopo, nel giugno, alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti a Mosca voluta dal Pcus, anzi, la codificò. Fu proprio Berlinguer, divenuto da poco vicesegretario, che si rifiutò di firmare tre dei quattro punti della risoluzione finale voluta dai sovietici e dai loro satelliti. Ma ai compagni del "manifesto" tutto questo non bastò, loro volevano andare più a fondo nella critica del socialismo reale privo di democrazia, solo che la "democrazia" la trovavano nella rivoluzione culturale cinese scatenata da Mao dall'alto, come gli ricordò Ingrao, cioè in una lotta di potere all'interno del partito cinese. La critica del socialismo reale non era senza fondamento, ma si poteva, stando strategicamente nel campo antimperialista, rompere con l'Urss che in quel momento sosteneva con armi decisive il Vietnam, la punta avanzata e combattente schieramento antimperialista e antiamericano di allora? In un mondo segnato dai blocchi politici, ideologici e militari contrapposti? Realisticamente appare difficile una risposta positiva in sede di riflessione storica. Senza considerare, poi, che una rottura radicale con i sovietici sarebbe stata, in quel momento politico e storico, anche una rottura dentro il Pci, non solo nel gruppo dirigente ma nel corpo stesso del partito di massa la cui unità era la precondizione in quel momento per dirigere il risveglio operaio e aprirsi a quello studentesco. Sta di fatto che il cammino di approfondimento critico dell'Urss e del socialismo reale non cessò nel Pci con la fuoriuscita dei compagni del "manifesto" e andò avanti fino alla dichiarazione di Berlinguer sulla "democrazia valore universale" del '77 a Mosca, e, sempre di Berlinguer, all' "esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d'ottobre", cioè il famoso "strappo" con il Pcus dell'81, e alla delineazione di una "terza fase" del socialismo dentro cui spettava al movimento operaio europeo e occidentale (comunisti, socialisti e socialdemocratici) divenire forza propulsiva per un socialismo fondato sulla democrazia nei punti alti dello sviluppo capitalistico. Un cammino che andrebbe riesaminato criticamente in sede storica, per analizzarne contraddizioni, inerzie e ambiguità, ritardi e prudenze eccessive che non mancarono. Per esempio, non si sottopose a critica serrata, generale e non solo episodica, l'espansione geopolitica attuata dall'Urss negli anni successivi alla sconfitta americana nel Vietnam (1975-1979) che rompeva sostanzialmente con la tradizionale politica sovietica di contrappeso agli Usa. In seguito Lo stesso avvento di Gorbaciov, con le sue iniziative riformatrici interne (glasnost e perestroika) e quelle internazionali sul disarmo e la riduzione dell'arsenale nucleare, riaccese le speranze di riformabilità del socialismo reale sovietico inducendo i dirigenti del Pci a ritardare l'iniziativa per l'inveramento in Europa occidentale della "terza fase" di Berlinguer.

La seconda questione che portò alla separazione fu la rottura del nesso democrazia-socialismo che i compagni del "manifesto" chiedevano al Pci di operare in pratica, in nome di una confusa democrazia operaia e diretta, consiliare e rivoluzionaria. Una scelta che avrebbe isolato e inselvatichito il partito, mettendolo su un binario settario aperto a ogni infiltrazione estremistica anche eterodiretta. Si chiedeva al Pci di rompere con la sua storia più feconda, quella togliattiana della "democrazia progressiva" e dell'avanzata "verso il socialismo nella democrazia e nella pace" sulla base della Costituzione. E' un fatto incontrovertibile che il Pci, nonostante la separazione con il gruppo del "manifesto", non mancò in quegli anni settanta di dare il suo contributo non secondario con lotte memorabili all'allargamento della democrazia nel Paese: dalla costruzione del sindacato unitario dei consigli all'istituzione nelle scuole dei consigli di genitori, insegnanti e studenti, dalla realizzazione del sindacato nella polizia all'istituzione degli organi elettivi di rappresentanza di soldati, sottufficiali e ufficiali nelle Forze Armate alla conquista di nuovi diritti civili sociali (Statuto dei diritti dei lavoratori, divorzio, nuovo diritto di famiglia, servizio sanitario nazionale ecc.). Fu su quel terreno di grandi lotte di massa e democratiche, alle quali, a modo loro, parteciparono anche i compagni "radiati", che il Pci aprì porte e finestre alla generazione del '68 e alle sue istanze di libertà respingendo ed emarginando in pari tempo le posizioni estremistiche e sbagliate. Il movimento di rinnovamento sociale e civile generò, così, anche i nuovi istituti democratici e partecipativi ma non in contrapposizione alla democrazia delegata fondata sulla sovranità popolare e costituzionale. Naturalmente in quel grande moto progressivo e di massa, contrastato da stragi fasciste feroci, da uno spietato terrorismo "rosso", da macchinazioni e complotti antidemocratici di vario grado e natura allignante nei sottoscala del doppio stato, non mancarono ingenuità, eccessive speranze, errori di ideologismo e quant'altro che però non oscurarono il dato di fondo: un grande avanzamento democratico alla cui testa fu il Pci. Oggi quell'avanzamento ce lo rimpiangiamo tutti.

La terza questione su cui la separazione divenne irrecuperabile fu la richiesta di abolire le regola del centralismo democratico. Alla ricerca paziente della sintesi unitaria si voleva sostituire la libertà di organizzarsi in correnti e cambiare la struttura organizzativa del partito. Il gruppo del "manifesto" chiedeva di dare preminenza alle cellule e sezioni di fabbrica, mettendo in secondo piano la sezione di strada che era l'architrave del "partito nuovo", popolare e di massa, volto a conquistare l'egemonia nella società, non solo nella fabbrica e nella scuola, con un'azione molteplice di lotta. Naturalmente tutte richieste legittime, ma che non potevano essere imposte non osservando le regole dentro di cui vivevano e si identificavano con orgoglio non un gruppetto di intellettuali ma centinaia di migliaia di iscritti, militanti e dirigenti a tutti i livelli.

Il giudizio sul Pci e la verifica della storia

Sulla separazione, in definitiva, pesò il giudizio dei compagni del "manifesto" sul Pci ritenuto incapace di collegarsi al movimento rivoluzionario operaio e studentesco impegnato nella "transizione" verso la conquista del potere. Quei compagni se ne andarono perché giudicavano il partito presso'a poco un ferro vecchio, inerte, privo di energie: un soggetto non rivoluzionario mentre la rottura rivoluzionaria, cioè la "transizione", era all'ordine del giorno. Un po' lo schema del '20: situazione rivoluzionaria (occupazione delle fabbriche) e Psi non rivoluzionario. Per questo rifiutarono orgogliosamente ogni mediazione e ogni tentativo di evitare la rottura. Poi la parola passò, come avviene in questi casi, alla verifica della storia. E la verifica ci dice che mentre il Pci di Berlinguer andò avanti in quegli anni, conquistò posizioni, allargò il proprio consenso in quel mondo bipolare e in quell'arena politica dominata dalla conventio ad excludendum, la sorte dei "radiati" non fu politicamente felice. Lo fu, invece, dal punto di vista editoriale, con il loro bel giornale che, per chi è rimasto comunista, rimane una gloriosa bandiera non ammainata densa di pensiero libero e critico non superficiale. Il che significa che quel gruppo intellettuale ebbe dentro di sé una forza culturale di grande spessore in grado di lasciare un'eredità non effimera e duratura nel tempo.

Alla prima verifica elettorale, nel '72, la lista "il manifesto" prese lo 0,67%. Poi, con l'adesione al Pdup di Foa e Miniati, ex Psiup, e, sul piano elettorale, l'allargamento ai gruppuscoli "Lotta continua" e "Avanguardia operaia", tutti confluenti nella lista elettorale "Democrazia proletaria" in contrapposizione al Pci, questi compagni ottennero l'1,37% alla Camera e lo 0,25% al Senato nelle elezioni politiche del 1976. Un risultato che li confinava a essere un gruppetto politico minoritario.

Il ritorno nel partito

Racconta Luciana Castellina che a chiedere loro di ritornare nel partito fu Enrico Berlinguer, quando "un po' a sorpresa, - disse - venne ad assistere all'apertura del nostro congresso, a Milano, marzo 1984. E, ascoltata la relazione di Lucio Magri, andò da lui e gli disse: 'Ma perché non rientrate nel partito, adesso che le ragioni del dissenso sono state superate?' ". E loro accettarono. Lucio Magri giustificò il rientro con lo "spostamento a sinistra" del Pci che aveva abbandonato il "compromesso storico". Ma quando i compagni del "manifesto" uscirono dal partito il "compromesso storico" non c'era. Rientrarono perché era stato abolito il "centralismo democratico"? No. La nuova linea dell'"alternativa democratica" alludeva forse a una "transizione rivoluzionaria"? Non sembra. Solo verso l'Urss e il socialismo dell'est la critica del Pci era andata molto avanti, ma non nella direzione della valorizzazione dell'esperienza cinese auspicata dai compagni del "manifesto" nel '68-'69.

Oggi la storia è cambiata totalmente: il novecento è finito da un pezzo, è finita quella società fordista, è finito il mondo bipolare e sono finite tante altre cose. Quelle discussioni appassionate fatte a contatto con movimenti di massa che scuotevano la società, oggi non hanno più senso. Soprattutto non hanno più senso quelle divisioni da "comunisti separati" che, infatti, non ci sono, essendo venuta meno sia la materia del contendere sia i soggetti storici della contesa. Ad accomunarci tutti quanti oggi, sebbene non più in un partito o in un'area politica comunista, è la battaglia contro la destra eversiva, il neoliberismo compassionevole e la subalternità mostrata in questi anni verso di esso dalla sinistra attuale. Al centro di questa battaglia per la democrazia vi sono la difesa e l'applicazione della Costituzione che, bisogna ricordarlo, nel '68-'69 e ancora per molti anni dopo, era considerata dagli ipercritici di sinistra del Pci, compresi i compagni del "manifesto", sinonimo di "democrazia borghese". Il solo citarla in positivo appariva un tradimento della democrazia consiliare, diretta e rivoluzionaria.

Il Pci si dimostrò un partito vitale

A onore dei compagni "radiati" bisogna ricordare non solo le parole, già accennate, della compagna Castellina sulla "bellissima radiazione", ma anche quelle di Valentino Parlato di dieci anni fa. "Prima della nostra radiazione - disse Parlato - ci furono due comitati centrali. Si discusse lungamente nelle federazioni. Della questione venne investito tutto il partito. Ci fu un vero dibattito democratico. La nostra radiazione non fu certo decisa in un consiglio d'amministrazione [...] Il modo con cui venimmo radiati non fu un modo offensivo. È stato una modalità scelta da un partito organizzato, in cui vigeva il centralismo democratico, certo con punte di stalinismo, ma furono seguite determinate regole. A distanza di anni, mi pare che il Pci si sia anche un po' pentito. Insomma, non fu un modo offensivo, padronale. [...] Noi strappammo sulla storia del rapporto con l' Unione sovietica [...] E poi il Pci pubblicò un libro coi verbali dei comitati centrali che discussero della nostra radiazione".

Forse, il partito che sapeva discutere in quel modo, con pazienza e civiltà, con ordine e passione rivoluzionaria, attivando la partecipazione di decine di migliaia di iscritti e militanti che presero la parola e dissero la loro, non era un ferro vecchio.