Per la Critica

Su "Perimetri accerchiati" di Silvana Baroni

L’IMPOSSIBILE QUADRATURA

DEL CERCHIO

di Luigi Celi

Perimetri accerchiati è titolo ossimorico, un poliedro in un cerchio, come un Mandala, una figura che allude a una coesistenza inconciliata di opposti o all'impossibile quadratura del cerchio. Ciò che non è ammissibile a livello logico/geometrico può prodursi nella sfera psichica. Noi spesso abitiamo la contraddizione e con essa coesistiamo come individui, in società e in politica. Nei racconti di Silvana Baroni il perimetro che circonda lo spazio è circondato, proprio assediato, nel cerchio, e il cerchio è a sua volta perimetrato. Il libro è diviso in tre sezioni: Perimetri da studio, Maschere prêt à porter, Geometrie solide. Due dei titoli hanno a che fare con la geometria, forse con un intento progettuale geometrico; la ragione è sempre presente nel medico, nel terapeuta, anche nello scrittore che usa "mestiere", esperienza, tecnica, misura nella composizione dei testi. Tuttavia il progetto è contraddetto dall'"ombra"..., per dirla con Jung. L'ombra è il convitato di pietra degli archetipi, delle memorie filogenetiche e ontogenetiche profonde, dei desideri e degli istinti con cui bisogna fare i conti nella vita come nella scrittura. Marx, Nietzsche, Freud hanno capito che la logica esistenziale e la vita non sono mai pure. L'"io penso" kantiano, il cogito cartesiano sono limitati dalla sensibilità, dall'economia, dal corpo, dall'appartenenza del singolo all'animalità del genere, alla storia, alla natura. La contraddizione è legge intrinseca, dinamica della complessità del reale, a cui soprattutto gli artisti, gli scrittori consapevoli sanno di non poter sfuggire. Silvana Baroni come psico-terapeuta, poeta e scrittrice ha fatto di questa consapevolezza uno dei suoi punti di forza: ciò la rende imprevedibile, le consente il gioco sguincio dell'affabulazione, che snoda e riannoda, l'uso spregiudicato, puntuto, tagliente del linguaggio in prosa e in versi, nell'aforisma fulmineo, con la corrosiva ironia; la coscienza - padre che non sapeva di essere morto - si fa speculare al pre-dominio transpsichico e intrapsichico, preconscio del linguaggio, Idra a più teste (Lacan). Consideriamo la terza sezione dei suoi racconti. In Geometrie solide, il titolo del primo racconto è Triangolare il cerchio (...e se la storia fosse stata un'altra?); il titolo del secondo racconto è Cerchiare il triangolo. Osservo che con questi due titoli - pensati a Mandala - viene come ribadito il titolo del libro, eviscerato il suo misterioso Avatar, che si manifesta e si nasconde. Mi chiedo se pur nella pluralità dei racconti, dei luoghi di osservazione, delle memorie, delle invenzioni non ce ne sia uno che tra gli altri possa assurgere a cartina di tornasole delle alchimie dell'insieme. Il più importante - non solo per la qualità della scrittura ma proprio per l'audacia e l'acutezza del pensiero - è il secondo racconto, quello in cui la psicanalista junghiana si misura con il suo fantasma maggiore, l'archetipo per eccellenza, l'alter ego: Dio... "Occhio" a sua volta scrutato, colto nel mito edenico della Genesi. Ovviamente manca ogni intento religioso di interpretare il mito; esso diviene una metastoria in archetipo, una sorta di storia metaforizzata del mondo attraverso l'allegorizzazione dei rapporti di "genere". Dio è l'"Occhio" delle rappresentazioni massoniche e deistiche (illuministe) del divino; "un occhio polifemoide, uso a controllare geometricamente e in modo paranoico come dovesse procedere il futuro" di Adamo ed Eva..., archetipi di ogni figura genitoriale. Da lì a qui, la storia dell'umanità è raccontata nello schema della relazione originaria mutata di segno, con un Super io persecutorio (Dio), un io, coscienza ipertrofica maschile (Adamo), e un inconscio tutto femminile (Eva)... "Di Eva - scrive corrosivamente - per secoli non si ebbero notizie. Il suo destino fu considerato di seconda importanza". I tre personaggi si divincolano nella ragnatela della struttura triangolare della psiche (retaggio freudiano). La fabula è orchestrata con grande maestria di rimandi colti, concettuali, linguistici e con ironia corrosiva: "Adamo, espulso dall'Eden, solo e senza riferimenti, prese ad aver dubbi non solo sulla mela, ma su ogni possibile triangolo". Quando, dopo un primo periodo di ri-innamoramento, il popolo obbliga il progenitore, padre autocrate anch'egli, a rivedere la sua posizione nei confronti del divino super-egoico, allora "Tutti i triangoli tremano. Tra i più famosi: Crono, Era, Zeus; Laio, Giocasta, Edipo; Ulisse, Penelope, Telemaco; Giuseppe, Maria, Gesù." Qui ovviamente non si entra nel merito, non si pongono, né si possono porre differenze. Si procede per "perimetri", tutti "accerchiati". Il racconto si colora di tinte femministe. Adamo si sente in colpa per aver abbandonato la sua Eva e ora la ricerca "nella speranza di raggiungere prima o poi il triangolo agognato". Divertente è notare le inedite condizioni con cui la Eva del nuovo mondo - la Eva statunitense con cui Adamo cerca di ristabilire l'antico archetipico connubio - stipuli il contratto matrimoniale. L'imprevisto è segno che l'archetipo può essere vissuto e interpretato in forme sempre nuove, tuttavia dentro soglie perimetrate, prestabilite, che non vanno confuse con le rigide convenzioni. Mutato il tempo la geometria rimane invariata e l'accerchiamento non cessa, tuttavia il tempo, a sua volta, mantiene la sua rilevanza. I termini del nuovo contratto sono: "Io faccio quello che mi pare, mentre tu fai quello che ti pare"; esso - dice causticamente l'autrice - interdice brutalmente (il contratto) mediterraneo: "Io non faccio quello che mi pare per il piacere che tu non faccia quello che ti pare". Ma Adamo "è uomo del sud" e fa fuori la sua Eva americana. Sfuggito da Alcatraz e dalla sedia elettrica, egli ritorna prima al suo Mediterraneo, poi inizia a peregrinare fuori e dentro di sé, nelle sue diverse personificazioni, maschere (prêt à porter), duplicazioni, raddoppiamenti dell'identico. Scrive Silvana a p. 93: "Mister Hyde è il suo modello interiore", quindi il modello Adamo è a sua volta modellato su un altro modello, il Doppelgänger è in Hyde alter ego del Dr. Jekyll, Adamo è sempre l'altro di se stesso. Questa interpretazione ha qualche analogia con quella del mio prosimetro L'Uno e il suo doppio, pubblicato con Bulzoni nel 1997. Per ritornare ai racconti, sembra che in nessuna di queste maschere mercuriali del Wanderer, Adamo (il maschio) possa autodeterminarsi secondo il principium individuationis junghiano. Liquido, come è liquido l'archetipo, l'Adamo in questione farà il costruttore italico, estremamente creativo, ma inventore di cose inutili; sarà povero sotto il colonnato del Bernini; viaggerà in India, dove "perderà oltre l'appetito, anche nome e cognome"; si legherà a doppio filo a quella "masochista di Arianna", per poi tagliare il filo che lo lega a lei; diventerà maratoneta a New York e, per competere e aver successo nella lotta, avrà bisogno di assumere "venti caffè al giorno corretti col Mistrà, anabolizzanti e anfetamine"... "Infine, infoiato dalla cocaina, non potrà che fuggire dai policemen della Grande Mela... per avventurarsi, su un'agile canoa, verso l'isola di Crusoe alla ricerca di una piccola mela coltivata biologicamente". È chiaro qui il recupero a spirale - interno al racconto - del mito edenico, sempre visto secondo la rappresentazione popolare che "il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male" sia una mela.

Non ripercorriamo tutte le maschere, le personificazioni, le duplicazioni di Adamo; per l'autrice, l'Adamo di oggi vive "defilato", "palestrato", "disoccupato", "ci prende per i muscoli del naso", mentre Eva "lavora e prolifica, e da sola porta avanti il numero due"...

Non posso non ritornare al mio assunto. Questo è racconto cardine della raccolta che se pur policentrica, dislocata nei ricordi, anche professionali, nei bozzetti relazionali di una umanità conflittuale, polimorfa, irretita nella desolazione delle follie individuali e collettive, conserva una sua unitaria aspirazione ad una meno devastata, meno "accerchiata" e pur fluida forma di sociale coesistenza... Per concludere, recupero una mia mail, inviata all'Autrice il 13 marzo, a lettura ancora non ultimata, che esprime in anticipo - credo, con acribia - la mia valutazione complessiva.

Cara Silvana, sto leggendo con molto piacere e interesse i tuoi racconti realistici e pungenti. Leggerti è esplorare un territorio di confine - reso gradevolissimo per il modo in cui crei e maneggi il linguaggio - luogo-non-luogo dove abita una umanità deprivata, spezzata nell'anima e nei rapporti sociali. Certo è una umanità oggettivata in una anamnesis dipinta, in una interpretazione di memorie, in appunti quasi diaristici di crude esperienze... Una realtà ri-vissuta letterariamente, artisticamente disegnata, abbozzata, come nei tuoi disegni in bianco e nero, a linee d'anima frante, quelle pure dei tuoi incontri di terapeuta, delle tue esperienze di medico, di psichiatra. Rappresenti un luogo, in atopia, che può sembrare perfino onirico, un contenitore dove la realtà collima con il sogno e dove i sogni possono far sorridere oppure inquietare, quasi incubi. Il libro mi suscita delle immagini. Su un crinale scosceso sta allestito un palcoscenico in bilico, in altalena, entrano in scena i personaggi dei racconti e tu stai sempre lì, con loro, come se fossi tu a sognarli, anche nei ricordi. I gesti e le parole sono equivalenti, sono linguaggio. Si oscilla tra la concretezza dei corpi e l'immaterialità redenta e dannata, angelicata e demonica degli archetipi e delle anime. Su quel crinale, dove non si distingue il pieno e il vuoto, la malattia dalla finzione - i nevrotici e gli psicotici recitano la loro sofferenza, la teatralizzano - anche noi che leggiamo stiamo tra la terraferma e l'abisso... Su questo teatro, a pendolo, pericolante, tu rimani ironica, disincantata, apparentemente in equilibrio - credo - mirabilmente padrona di te stessa... così lieve ed elegante nella scrittura!