L’attesa –delusa- di una nuova Italia?

Carlo Emilio Gadda alla Grande guerra

 di Giorgio Patrizi

Carlo Emilio Gadda fu, in gioventù, interventista e fascista. Poi l'esperienza della vita e della trincea -nel primo conflitto mondiale- lo trasformarono: rifiutò il fascismo e il militarismo. Contro il primo, soprattutto contro la bieca figura di Mussolini, scrisse pagine memorabilmente derisorie. Contro il secondo, registrò la progressiva delusione dei propri ideali di patriota. Il male di vivere si accese a ridosso del male della guerra: la trincea -la terribile esperienza bellica- divenne condizione ricorrente della propria esistenza. Una vita in trincea, Lo sguardo a scrutare il nemico, l'energia recuperata nell'amore per la patria e per i sodali, per la stirpe, in un'oscillazione di umori/amori. Scriverà:

E poi nelle mie vene di bastardo è sangue ungaro e celtico, visigotico e longobardico. E poi

una congerie di modelli e una moltitudine di maestri:

e verso questi una mia 'diligenza', cioè quasi un amore.

E una 'disciplina', cioè quasi una guerra.

Gadda fu fatto prigioniero l'indomani della disfatta di Caporetto. Al ritorno dalla prigionia, nel 1919, un ufficiale della commissione di inchiesta che lo interrogò a Livorno, nel gennaio, per chiarire le circostanze della sua cattura da parte degli austriaci, redasse questo giudizio, articolato e preciso circa i tratti di Carlo Emilio, che, mi sembra inquadri bene le sue caratteristiche salienti: "In apparenza saldo e robusto...Ha una buona cultura e si interessa molto ai doveri militari...E' da ritenersi ufficiale di ottimo rendimento, se potrà rimettere i suoi nervi in perfetta calma, ora alquanto scossi per le speciali condizioni della sua famiglia". L'esperienza del servizio militare e della guerra si colloca all'interno di quel sistema psicologico complesso che, già da ora, sembra caratterizzare l'esistenza gaddiana e il suo rapporto effettuale con il mondo: ne emerge la necessità di riversare nella scrittura l'aspirazione ad una gestione della materia esistenziale, sempre oscillante tra la tensione verso la messa a prova delle proprie risorse ideali, la ribellione alla mediocrità esibita da compagni d'arme e superiori, la crescente presa di coscienza della difficoltà straziante dei rapporti familari, con la madre lontana e l'amatissimo fratello disperso.

Le prime righe, vergate nel diario, registrano subito il desiderio di Gadda di fissare una qualche traccia delle proprie esperienze nel mondo della guerra: "Edolo, 24 agosto 1915. Le note che prendo a redigere sono stese addirittura in buona copia, come vien viene, con quei mezzi lessigrafici e grammaticali e stilistici che mi avanzeranno dopo la sveglia antelucana, le istruzioni, le marce, i pasti copiosi, il vino, il caffè. Scrivo sul tavolino incomodo della mia stanza...". Una condizione ritirata, piacevolmente e "perversamente" isolata dal mondo circostante ("Quest'aria fresca mi ristora e un po' di raccoglimento mi fa piacere"), che si ribadisce nell'aspirazione ad una vita sana e attiva, difficile da conseguire, ma che sola fa intravvedere un rapporto positivo con la natura, con il mondo: "il motivo egoistico sentimentale che momentaneamente mi domina è un desiderio di raccoglimento e di durezza alpinistica, di forze fresche, di compagnia coi pochi miei amici, di nebbia e di bosco. Tanto più quindi mi sono lontani questi cariaggi, questi muli, e la mensa copiosa e chiassosa degli ufficiali. Penso raramente alla guerra, non per indifferenza, ma per timore di soffrir troppo nella preoccupazione e anche perché ne sono continuamente distratto dalla vita giornaliera.". Dai minuti problemi di una poco appassionante quotidianità, Gadda è distolto dalle allegre lettere degli amici -come Aldo Semenza, compagno di goliardie adolescenziali- che illuminano a sprazzi il grigiore quotidiano. "Se un giorno queste lettere dovessero conoscersi, potrebbero sembrare miserabili rispetto al tempo in cui furono scritte: ma in esse si esprimono solo quei sentimenti che la lontananza vieta di altrimenti manifestare, solo quelle sciocchezze che allegrano talora la nostra antica conversazione...la parte migliore dei nostri sentimenti vi è quasi estranea, come se adombrasse di venir tratta ad accompagnare cose meno alte."

Sono questi i passi iniziali di un percorso che, nell'arco di alcuni anni, porterà Gadda ad attraversare l'universo delle istituzioni militari, della guerra e della prigionia. Come ci mostrano alcune letture critiche delle scritture prodotte in questo periodo, a ridosso degli eventi bellici, l'Ingegnere si confronta con un mondo peculiare che rappresenta fedelmente lo "spirito" del tempo e della nazione. Proprio in questa natura di specifico banco di prova psicologico, sociale e morale, l'universo della guerra acquista il rilievo importantissimo di polo per un primissimo confronto tra l'adolescente cresciuto in un ambito familiare difficile ma sostanzialmente protettivo e la realtà di un paese che sembra aver abdicato a quei valori etici e civili che pure avevano improntato la formazione del giovane Carlo Emilio. "La guerra mondiale è insomma il primo e più importante banco di prova della reattività gaddiana: da un lato l'ideale patriottico del giovane interventista, dall'altro la realtà atroce e meschina delle trincee e delle retrovie, con gli uomini e i loro compromessi...L'unica possibilità di reagire, fin dalle prime pagine di questo diario, è insomma una spietata analisi della realtà che si unisca però ad un'altrettanto spietata denuncia, il realismo ma anche la rabbia". Gli italiani, per Gadda, sono "Asini, asini, buoi grassi, pezzi da grand hotel, avena, bagni, ma non guerrieri, non pensatori, non costruttori; incapaci di osservazione e d'analisi, ignoranti di cose psicologiche, inabili alla sintesi".

E' una motivazione fortemente necessitata da un senso morale alto e risentito, a partire da quel 24 agosto del '15, in cui, in un diario, registra la prima annotazione. E' l'avvio del "giornale", usando il vocabolo paludato della tradizione letteraria: genere carissimo a Gadda per la duttilità stilistica che consente, per la possibilità di alternare registri e al tempo stesso per orientare i vezzi della scrittura verso quella base reale dalla cui sollecitazione tutti i discorsi muovono e a cui infine ritornano. E proprio questa struttura "elastica" del discorso consente di descrivere, fra le pieghe dei racconti quotidiani, l'angoscia e la nevrosi che minano, fin da ora, la stabilità psicologica dello scrittore: "una grande tristezza mi domina, e nulla vale a scuoterla: l'isolamento spirituale (poiché nessuno dei miei colleghi è persona con cui possa interamente affiatarmi), la non perfetta calma de' miei nervi, la non perfetta vicenda de' miei giorni, alternati di riposo annoiato e di fatica, di notizie discrete e cattive, sono la causa principale del mio stato: poi la lontananza della famiglia comincia a farsi sentire."

Quindi, dopo aver sapidamente raccontato dei comportamenti di commilitoni che eccedono in scherzi nei suoi confronti, e averne tratteggiato ritratti feroci, l'invettiva: "Quanto è lontano questo spirito libero che ha voluto la guerra per schiacciare in aeternum il militarismo tedesco, quanto è lontano dalla sapienza e dal metodo dell'analisi, di cui il Manzoni è insigne maestro e profondo esemplificatore, che soli ci porgeranno il modo di correggere, di districare, di lenire con spirito equanime e con acutezza di vedute pratiche ed etiche i mali presenti degli uomini".

E ancora annota il 9 settembre:

Oggi avevano la galletta ammuffita: potevo infischiarmene, trattandosi di poche razioni; invece, ubbidendo al mio concetto di aiutare il mio prossimo sempre e in tutto ciò che è possibile, mi arrabattai fintanto che non ottenni dalla Sussistenza una nuova cassa di gallette. Questo mio concetto di aiuto, di cordialità, che cerco di sempre più sancire con la mia condotta, ha, oltre che un valore morale, un grande valore sociale. Certo non si deve scambiarlo con debolezza, stolta acquiescenza, perché nelle masse non mancano i birboni, i ladri, i lazzaroni....

Dunque un'esperienza di continua verifica del proprio grado di umanità e di quello altrui: in nome di quei valori sociali e morali a cui Gadda si mostra già fortemente legato. Un altro esempio di questo comportamento lo possiamo cogliere quando, il 10 settembre, Gadda registra una lite, generata dalla propria reazione alle rimostranze di un gruppo di commilitoni per la scarsità di un cibo pregiato alla mensa:

Pensando che l'anarchico Tolstoiano si lamentava di ciò, mentre altri soffre o agonizza sul fronte, dissi scherzando: "che brontoloni questi genovesi!" Non avessi mai parlato! I trenche in questi giorni passati me ne dissero di tutti i colori...mi saltarono addosso: "i genovesi sono la prima razza del mondo", ecc. tanto che io arrossii che si potessero prender sul serio le mie parole e farne del campanilismo. Oh! Eroico colonnello Negrotto, tu eri pur genovese e sai quanto amore io abbia per te e per la tua memoria di uomo che fa ciò che dice: "la morte sul campo è bella..." e una granata austriaca ti uccise...e di Genova venne l'insegnamento supremo della nostra razza, oggi abolito o dimenticato: "pensiero ed azione!"

Il passaggio si fissa come tipico della psicologia, in parte adolescenziale in parte dolorosamente adulta, del Gadda in questi anni: dalla ferita patita nell'amor proprio al richiamo all'esemplarità di uomini illustri; il bene e il male si giocano sul filo della rappresentazione dell'eroismo (di pochi) contro la becera stupidità quotidiana (dei più).

In una pagina, al 7 giugno del '16, a proposito della morte di lord Kitchener. "il formidabile organizzatore della guerra inglese", leggiamo:

fra il tumulto bavoso delle chiacchiere delle incertezze delle sciocchezze delle cecità più madornali, fra il dilagare delle ideologie diarroiche e delle speranze asinesche sui miglioramenti di un mondo tisico marcio per forze puramente ideali, la sua figura di uomo d'azione si leva nobilmente ed è una delle più splendide del nostro tempo: ed è un tragico monito ai babbei impigliati nell'insipienza, nella incapacità di condurre un'analisi che si accosti al reale, e di provenire conseguentemente ad una determinazione.

Ancora una volta figure di eroico pragmatismo stanno ad enfatizzare, per contrasto, la pochezza della moltitudine, a cui sono inopinatamente legate le sorti delle vicende quotidiane. E' l'atteggiamento che sarà alla base del minuzioso diario che segue le vicende belliche, con punte di accensione drammatica e di autentica disperazione nel raccontare i giorni della sconfitta e della deportazione. Il 24 luglio del '16:

Non nego che il sacrificio della vita sia gravissimo per tutti: che gravissimo appaia anche a me: ma l'uomo deve essere uomo e non coniglio: la paura della prima fucilata, della prima cannonata, del primo sangue, del primo morto, è una paura da tutti: ma la paura continua, incessante, logorante che fa stare Scandella e Giudici e Carrara rintanati nel buco come troje incinte, è roba che mi fa schifo. Bene: basta altrimenti passo la mattina a scriver ingiurie al mio paese, dove viceversa il coraggio e l'eroismo non mancano. Ma il disordine c'è, sempre dovunque, presso tutti: oh! se c'è, e quale orrendo, logorante, disordine! Esso è il mare dei Sargassi della nostra imbarcazione.

Ecco, il disordine: tema gaddiano per eccellenza. Quel disordine che sembra dominare come motivo conduttore tutto il Giornale, costruendo una prospettiva di tensione ascensionale che va a enfatizzarsi nelle pagine dedicate alla disfatta di Caporetto, alla deportazione e alla prigionia. E' come se la guerra si presentasse quale prova metafisica per l'umanità di quanti vi sono coinvolti e la sconfitta diventasse la circostanza emblematica in cui riconoscere la condizione umana più autentica.

Cominciano ad apparire i nemici permanenti della scrittura gaddiana, come i fornitori di scarpe, inseribili nel novero dei profittatori di guerra: via via, in un crescendo retto da una pressante retorica di invettiva, la condanna coinvolge i più potenti, i più alti gradi militari, i burocrati dell'ottuso apparato statale, i gruppi economici più potenti. E' una "condanna irrevocabile" quella gaddiana: "D'altra parte mi cresce l'odio livido, immoderato, senza fine in eterno, contro i cani assassini che hanno consegnato al nemico tanta parte della patria...contro quei cani porci con cui mi fu d'uopo litigare in treno, negli orrendi giorni del primo novembre, affinché non cantassero, mentre i tedeschi invadevano il Veneto...".

Le pagine sulla resa, dopo Caporetto, sembrano descrivere un atto di "autocondanna a morte":

"Mi assalì a tradimento...uno dei più dolorosi pensieri. Esso va e ritorna a quando a quando , dopo assenze di giorni e settimane, come un pirata contro una spiaggia...Mi pare che il disprezzo vinca la pietà, che lo sdegno superi l'amore; che nel profondo del loro pensiero i nostri cari stessi ci maledicano, nella città ardente e resistente. Questo pensiero...è così vivo e feroce che, nel turbamento al quale mi porta sono i caratteri d'una prostrazione morale. Allora muoio con lo spirito."

E, in termini ancora più espliciti, e definitivi:

"Io mi sento finito: sento di non aver fatto a bastanza per la Patria e per il mio superamento morale, e di non essere più in grado di fare. Potrei fare l'ultima buona azione della mia vita: farmi bersaglio d'una fucilata tedesca. Ma, anche qui, già dissi: non ne ho più la forza: e poi crederei di commettere, per altri rispetti, un inutile delitto."

Ed ancora, scrive il 16 maggio del '18:

"Questa del batticuore è pure una noiosa preoccupazione; non perché io ami la vita, di cui dieci anni più o meno importano poco, ma perché io amo la salute che permette di essere, anche moralmente, forti e degni; che permette di studiare e di salire le montagne...".

Questa ricerca di una "salute", che spesso viene meno e sembra poter mancare per sempre, si pone come il principale motivo di fondo dei diari gaddiani e, nell'attraversare gli ultimi mesi della prigionia, finisce per riassumere tutte le annotazioni relative non solo alla sopravvivenza all'universo concentrazionario, ma anche, soprattutto, volte a delineare le condizioni di vita in un ritorno al mondo borghese della famiglia e del lavoro. E così, mentre da un lato Carlo Emilio va disegnando i tratti che più caratterizzano la sua formazione intellettuale, dall'altro descrive lo sgomento di una impossibile riconciliazione con l'esistenza "normale", con i difficili rapporti familiari. L'impresa di una scrittura che intendeva fermare le diverse suggestioni di una vita militare vissuta come momento esemplare, si chiude come riconoscimento di una inadeguatezza esistenziale: lontano da ogni gloria, da ogni eroismo, ma anche da ogni semplice, possibile affetto

"Questo mio disgraziato diario va avanti come un asino frusto a digiuno: gli è anche che il mio spirito mi pare una barca scucita in un angolo di cattivo porto, dove la risacca sciaguatta ogni cosa".

Scrive l'ultimo dell'anno 1919 (la disillusione sembra mettere fine, definitivamente, ad una fase della vita: "Ho tralasciato le mie note, le quali non potrebbero contenere se non la storia di una inutile, monotona vita [...] le trattative di pace volgono al peggio per noi. Questa è una grande amarezza, sarebbe un dolore tremendo, se fossi ancora capace di soffrire con l'intensità di un tempo: così come son ridotto, il pensiero della patria si confonde con gli altri dolori in un risultamento di oscurità, di miseria, di fine...Lavorerò mediocremente e farò alcune altre bestialità. Sarò ancora cattivo per debolezza, ancora egoista per stanchezza, e bruto per abulia, e finirò la mia torbida vita nell'antica e odiosa palude dell'indolenza che ha avvelenato il mio crescere mutando le possibilità dell'azione in vani, sterili sogni. Non noterò più nulla."