PER LA CRITICA

L’AMARCORD DI ENZO MINARELLI E LE NARRAZIONI MEDIALI

DI GABRIELE PERRETTA

di Marco Palladini

1. Ho compulsato Lemme - Vince il vento di Enzo Minarelli (Le Lettere, 2019, pp. 226, € 14,50) finendo di leggerlo proprio in coincidenza con la celebrazione dei 60 anni di "Tutto il calcio minuto per minuto", storica trasmissione radiofonica pallonara, il cui ricordo non casualmente innerva l'ultimo capitoletto del libro. Dico non casualmente perché il brillante romanzo-memoir dell'autore emiliano si può leggere assai piacevolemente anche come enciclopedia o wikipedia di una 'bildung' infantile tra anni '50 e primi '60 del secolo scorso.

Lemme è appunto il nomignolo bambinesco di Enzo che però non sembra un piccino che si muove 'lemme lemme', semmai direi a strappi, tra momenti di torpore e di astrazione fantastica in una famiglia proletaria di metà Novecento, e scatti accelerati di vita stradaiola nel paesaggio di Cento, una cittadina di oltre trentamila anime in provincia di Ferrara, ove tuttora Minarelli vive. Dunque il suo 'amarcord' non è come quello felliniano l'evocazione di un mondo scomparso da parte di un artista e intellettuale andato a stabilirsi altrove. Semmai è la discesa alle madri e ai padri da parte di uno scrittore che non ha mai reciso le sue radici, il suo legame ombelicale con 'Zènt', il suo paese appunto.

E allora e ancora non è casuale che il vero punto di forza del libro sia sicuramente la scrittura per via di una sorta di espressivismo italo-emiliano in cui la lingua è assai spesso crivellata dal dialetto: "Pavsòn tóuset! ... Inbalzé vedet brisa che l'è un znòc! ... Zès e calzèna! ... Basta zughèr a pècinbrèguel! ... Ag ciapèva propi! ... Ti propri un ciócapjàt! ...". Ciò che gli dà un tono esclamativo e significante davvero scoppiettante, nonché un ritmo invidiabile nel ricostruire un mondo remoto, epperò evidentemente tuttora assai presente nella sua memoria, vista la quantità di minuti dettagli sia personali sia concernenti molte altre figure della sua infanzia che vengono narrati. La stessa foto di copertina in bianco e nero che vede Minarelli bambino con il grembiule da scolaro a piccoli scacchi bianchi e blu, che con la mano destra appoggia all'orecchio la cornetta di un telefono-giocattolo e con la mano sinistra stringe la statuina di un elefantino con la proboscide alzata, appare così iconica e così artificiosa che sembra quasi essere stata scattata a metà del Novecento per essere poi riutilizzata nel secolo successivo come sigla visiva di un'epoca. Enzo bambino con la frangetta tagliata corta e gli occhi scuri che guardano fisso in camera appare insieme assertivo ed interrogativo, così come mi è sembrato interrogativo e assertivo questo romanzo giustamente simboleggiato dall'elefantino della copertina, essendo il caro pachiderma l'emblema stesso della memoria che non viene meno.

Minarelli interroga, dunque, la sua memoria da elefante per schizzare ed effigiare con vigore, sagacia e ironia tanto i componenti del suo nucleo familiare, allargato anche ai nonni, quanto i suoi compagnucci di scuola e di svago, le maestre ora materne ora severe, gli allenatori di calcio, i preti ed una quantità di soggetti e soggettoni che trascorrono nella 'piccola Bologna' all'ombra della trecentesca Rocca. E in un territorio che continuamente smargina dall'abitato alla campagna, nella prospettiva esistenziale di una Italia forse minore, ma assai solida, vincolata a vive tradizioni collettive e ad un rapporto non finto o retorico con la natura. Una Italia di doviziosa e nobile cultura materiale.

Ed allora lo sfaccettato e non banalmente nostalgico, anzi in più momenti festevole 'amarcord' di Minarelli mi è parso bello anche perché la sua vicenda di bambino diventa lo specchio di una società e di un paese che erano sicuramente più felici e più carichi di speranze del tempo attuale. Una società e un paese dove soffiava il vento del cambiamento e dell'avvenire, laddove oggi il cambiamento e l'avvenire sono temuti o percepiti come una incombente minaccia. Perciò il suo amarcord diviene un agrodolce 'noi ci ricordiamo', proprio mentre al presente la memoria viene stivata nei database delle intelligenze artificiali. Così inaugurando il tempo del post-human.

2. Critico e curatore d'arte, filosofo, semiologo, 'archeologo della modernità', teorico del 'medialismo', docente universitario in Francia e in Italia, Gabriele Perretta è una figura di sapiente eclettico, direi performativo che non ha mai disdegnato di ibridare la scrittura critica con quella narrativa, facendo così della teoria dell'immagine un motore del fare letterario con esiti sicuramente singolari e originali, sino a racchiudere tutto ciò nella categoria della 'narrazione mediale'. E giusto di narrazioni mediali è composto questo suo recente libro <in.finite vie di toni> (Edizioni Affinità Elettive, 2019, pp. 140, € 16,00) arricchito dalle 'protopitture' di Rodrigo Blanco che non si pongono come banali illustrazioni dei testi scritti, ma scorrono come un parallelo testo visuale autonomo, epperò in qualche modo risonante con le narrazioni, per via di un tracciato di segni iterativi, minimali e fanés secondo un Giorgio Morandi oggidiano applicato a fantasime tra onirico e beckettiano.

Il titolo del libro perrettiano funge da perfetto avviso segnaletico: qui il dis-percorso si bilancia su uno svariare di toni diegetici che transfiniscono nel loro rimasticare paesaggi problematici dell'arte contemporanea. Passando dall'ipertrofia fotografica del Web alla messa in abisso del regno delle immagini; dalla logica museale intesa come Panopticon, strumento oppressivo di controllo sia del soggetto che dell'oggetto artistico, alle installazioni di land-art come salvifico kindergarten; dai bisticci legali-coniugali della coppia regina della performance-art Marina Abramović e Ulay, agli echi funerei e thanatofili di "Gino De Demonicis" (sic); dai paradossi di una 'libridine' sconfinata che in rete defluisce in un "wikicidio" al diluviare di un annichilente poetare che poi si risolve tutto nel "mettere in voce Molly Bloom e il suo inganno"; dalle imprese performative ascetico-montanare di un pascaliano, bizzarro ingegnere partenopeo all'errabondare da un "passage" benjaminiano all'altro ondeggiando tra Bataille e Caillois (ma non dimenticando Majakovskij).

Insomma un pot pourri o un Helzapoppin' dove i toni svarianti sono anche sfumature di colore narrativo, non di rado implementate dall'ironia napoletana dell'autore, che padroneggia perfettamente l'intero e dovizioso lessico critico anche per deformarlo e distorcerlo a fini satirici e demistificatorî. Viene così in mente il Massimo Ferretti 'ingazzarrito' quando afferma: "A questo punto i birilli di vetro da colpire e distruggere (i materiali da degradare) sono proprio i 'toni'". Ecco la natura performativa della scrittura di Perretta gli permette da serio critico e curatore d'arte di giuocare la mossa del cavallo e mettersi di lato ad osservare e destrutturare con spirito ludico tutti i luoghi comuni e i totem e tabù politonali dell'artisteria e delle arti-star del presente, forse pure quelle ragguagliate da Achille Bonito Oliva in "Autocritico automobile".

<in.finite vie di toni> si avvale, poi, di un denso e articolato saggio introduttivo in cui Angelo Shlomo Tirreno sostiene che Perretta "Ambisce all'interstizializzazione quale risposta all'aspirazione di padronanza delle pulsioni artistiche, è la traduzione dell'eterogeneità delle immagini e delle lettere: della letteratura che conflagra nel corpo erotico dell'icona mancata o mancante, così come l'orecchio di Van Gogh... Scrittura di un troppo da eccedere. La sublimazione ne fa però lo scacco. Infatti, ciascun organo in quanto significante a suo modo, in quanto significante eterogeneo, sospeso tra due bordi, deborda come zona erogena".

Quindi un narrare mediale debordante che smargina nell'oltre erotico di un manque-à-être (in senso lacaniano) che sembra concludersi nel libro perrettiano con un ripetitivo "game over" che però non termina mai. Come è nella natura ontologica del poiein artistico: una partita a flipper nello spaziotempo che ogni volta ricomincia. Effettualmente in-finita.