CULTURA & SOCIETA'

La Certosa di Trisulti di Collepardo affidata alla fondazione Dignitatis Humanae Institute

SOVRANISMO FASCISMO, INQUIETANTI ANALOGIE

di Giorgio Mele

The Movement ha raccolto adesioni in mezza Europa: da Viktor Orban a Matteo Salvini, da Marine Le Pen ad Heinz-Christian Strache della FPÖ austriaca, da Nigel Farage dell'Ukip britannica a Geert Wilders dell'olandese Partito per la Libertà (PVV), da Alice Weidel di Alternative Für Deutschland, a Giorgia Meloni.

Tra le tante e confuse notizie di queste settimane e mesi mi ha colpito quella relativa al fatto che il Mibac, il Ministero del Beni Culturali ha affidato per 100.000 euro all'anno la grandiosa Certosa di Trisulti di Collepardo, monumento nazionale con una biblioteca di 25000 volumi, alla fondazione Dignitatis Humanae Institute, fondata da Benjamin Harnwell persona molto vicina a Steve Bannon. Che fu l'ex capo della campagna elettorale di Trump. Harnwell in accordo con Bannon, ha dichiarato di voler costituire a Trisulti l'Accademia del Sovranismo, una scuola in grado di formare "i nuovi alfieri" del populismo e di forgiare "i nuovi "guerrieri" del sovranismo; tanti Orban e Bolsonaro da disseminare nel mondo.

Bannon, che è un grande ammiratore di Salvini che ha definito "un leader mondiale, un simbolo", ha scelto l'Italia come luogo d'elezione della sua internazionale populista e sovranista, guidata da "The Movement", entità sovranazionale che ha fondato ufficialmente nel gennaio 2017 a Bruxelles, che avrebbe il compito di coordinare, assistere e finanziare tutti i partiti e movimenti politici dell'area occidentale euro-americana (Russia compresa) in qualche modo riconducibili al confuso ambito della cosiddetta destra "sovranista e populista". Questa "rete" internazionale nasce in nome della difesa dell'occidente e dei suoi "valori", che si concretizzerebbero in un capitalismo "illuminato", liberatosi dagli eccessi della finanza, nella difesa delle identità e delle sovranità nazionali, da tutelare con una lotta contro l'immigrazione incontrollata, e nella strenua difesa delle radici giudaico-cristiane dell'occidente contro l'assalto dell'Islam e del terrorismo. Un patto filo-atlantista e filoisraeliano, tra Stati Uniti, Russia e un'Europa stravolta e condizionata nelle sue fondamenta democratiche, per difendere la "Tradizione" cristiana (sic). Insomma, un patto di guerra e di violenza che si basa sul contrasto di un presunto nemico della nostra civiltà, che tuttavia sta accrescendo i propri consensi in un mondo corroso e colpito dalla grande crisi del 2008 e dal processo di profonda regressione democratica che ne è seguito.

In meno di due anni The Movement ha raccolto adesioni in mezza Europa: da Viktor Orban a Matteo Salvini, da Marine Le Pen ad Heinz-Christian Strache della FPÖ austriaca, da Nigel Farage dell'Ukip britannica a Geert Wilders dell'olandese Partito per la Libertà (PVV), da Alice Weidel di Alternative Für Deutschland, a Giorgia Meloni.

In questa nuova edizione storica dell'ideale fascista, come finalmente molti riconoscono, convergono molte suggestioni teoriche e politiche. In questo contesto ne vogliamo brevemente sottolineare alcune esplicite o sottintese.

Questa idea della lotta al nemico della nostra civiltà ha radici lontane ma nella fattispecie essa sembra richiamare le idee di Carl Schmitt, grande ideologo del nazismo che affermò che il politico è un campo autonomo che si fonda sulla contrapposizione amico/nemico. E' interessante notare che in tutta la sua vasta opera teorica, il termine amico si eclissa quasi subito, assume sempre meno importanza fino al suo totale nascondimento, annullamento. L'amico diventa solo un espediente o incipit retorico che serve solo a dare rilevanza all'altro termine decisivo del suo pensiero al suo contrario e cioè il nemico su cui si diffonderà ampiamente.

Il nemico politico è per Schmitt da del nemico è "l'altro, lo straniero e riguardo alla sua essenza" è "esistenzialmente, in senso particolarmente forte... qualcosa d'altro, estraneo, sicché in caso di conflitto rappresenta la negazione della nostra modalità di esistenza e viene perciò respinto o combattuto." Per cui la politica, l'agire politico è tale se definisce e individua il nemico, e dichiara guerra permanente e totale all'altro, cioè l'estraneo che nega la nostra esistenza. Sia internamente che esternamente. Lo stato, che per Schmitt è il soggetto principe e unico del politico si definisce all'interno come una dittatura e all'esterno come un portatore di guerra. Infatti ad un certo punto proprio la guerra diventa il centro della elaborazione schmittiana. Che viene definita in questo modo: "la guerra non è la continuazione della politica con altri mezzi. ma è addirittura il presupposto sempre presente come possibilità concreta, che determina in modo peculiare l'agire umano".

Questa idea assoluta e violenta della politica fu una delle basi fondanti della sopraffattrice ideologia del nazismo che per affermarsi distrusse sistematicamente qualsiasi idea dialogica o dialettica della politica attraverso la costruzione capillare potente del nemico interno ed esterno.

Un'altra fonte esplicitamente richiamata da Bannon e dai suoi accoliti è Julius Evola, filosofo italiano che aderì al fascismo con una sua particolare posizione retrograda e antimoderna e teorico di un razzismo originario, metafisico della razza ariana.

"Gli ariani sono spiritualmente superiori perché in grado di raggiungere le vette più alte dell'interiorità e porsi alla guida della civiltà europea, la razza ebraica è culturalmente e intimamente materialista, per questo partecipa alla decadenza del mondo moderno. L'antimodernità e lo spiritualismo si fondono nel pensiero di Evola per rivestire il razzismo di una componente teleologica e para-religiosa".

A questa visione spirituale del razzismo si accompagna una concezione "Tradizionalista", che vedeva tutti i popoli ariani europei uniti a lottare nella seconda guerra mondiale per costruire una civiltà basata sulla spiritualità e sul rifiuto dei cascami della modernità.

Ad Evola fa esplicito riferimento anche un altro ispiratore di Bannon il russo Aleksander Dugin filosofo, già consigliere di Putin e integrale tradizionalista che punta a superare tutto quello che il novecento ha espresso e anche oltre. La sua idea di società è quella che si fonda "sull'antica tripartizione di sacerdoti, guerrieri e contadini, affinché il Cielo riconquisti la Terra". Egli propone di invertire "il processo della modernità che iniziò con il posizionare, all'opposto, il materiale al di sopra dello spirituale, la Terra sopra il Cielo".

Questo in brevi tratti il carattere di questa nuova ideologia fascistica che sta prendendo piede nelle nostre società e che in Italia va manifestandosi con particolare virulenza nelle violenze di Torre Maura o nel convegno sulla famiglia di Verona o nell'odio costante e omicida verso i migranti.

Il punto è ora comprendere come si è potuta sviluppare una idea politica fondata su violenza e disprezzo della democrazia e di fatto come per Schmitt sull'annientamento del cosiddetto nemico. Prima di addentrarci in analisi più complesse occorre capire che la risposta, come ci ha insegnato Hanna Arendt è addirittura banale, troppo banale da far spavento. La base di massa del nazismo erano, diceva la filosofa tedesca, i padri di famiglia, travagliati dalle macerie devastanti della politica imperialista che aveva già prodotto la grande guerra, dalle convulsioni della crisi politica e sociale conseguenti, che quella guerra aveva portato nei singoli stati, che aveva attaccato la fragile democrazia liberale e dalla devastazione che produsse la crisi economica del 29. Preoccupati per la loro sorte e non avendo un'alternativa politica credibile, questi padri di famiglia per bene, hanno sospinto e sostenuto insieme al grande capitale, il nazismo e la sua ferocia al potere. Fino al sacrificio finale.

Ora spostiamo il nostro ragionamento su un altro piano, al tempo presente. Io non so se quella crisi così profonda possa riproporsi oggi con i suoi tragici esiti politici. Penso però che oggi viviamo comunque un periodo di profonda difficoltà e che ha delle assonanze preoccupanti con quella stagione. Si è ricostituita con sempre maggiore consenso una cultura che si fonda sulla paura dell'altro, del diverso in una parola del nemico del nostro modo di vivere. Una idea della politica fondata sulla contrapposizione non solo tra amico e nemico ma tra omogeneo ad una civiltà e non omogeneo da combattere ed espungere. In questa contrapposizione non solo è scomparso o sta scomparendo il termine amico ma anche i suoi sinonimi in senso lato come accoglienza, ospitalità, comprensione dell'altro, tolleranza, apertura a nuove culture, coesistenza, pace. E vigono e vincono nel confronto politico invece i termini contrari. Odio, avversione, ostilità, disprezzo, risentimento, rancore, rifiuto, intolleranza, conflitto, guerra.

La radice di questa situazione sta nella profonda trasformazione che la globalizzazione ha prodotto in questi ultimi trent'anni, sia livello internazionale che all'interno delle singole nazioni. Sono cresciuti i conflitti, la guerra è diventata di nuovo plausibile e per qualcuno auspicabile. Nelle singole nazioni si è sviluppata una vera propria "mutazione antiegualitaria" che ha trasformato profondamente la struttura sociale e culturale delle nostre comunità. Si è verificata una sorta di secessione dei ricchi dal resto della civitas, che si presenta nelle forme di un moderno assolutismo, con la formazione di una moderna e ristretta aristocrazia, che guarda con sufficienza e disprezzo il resto del mondo, quelli che non ce la fanno. E domina con protervia secondo le proprie convenienze e interessi. "La crescita delle diseguaglianze aggravate dalla crisi economica del 2008 ha prodotto e produce una regressione drammatica della cittadinanza sociale, dei diritti, che svuota dal di dentro anche la cittadinanza politica. "La crescita delle diseguaglianze ha prodotto una decomposizione silenziosa del legame sociale e simultaneamente della solidarietà".

Al centro di questa situazione sta la ridefinizione della condizione umana, quella che Dardot e Laval chiamano "la costituzione del soggetto neoliberista", come unica e insuperabile dimensione esistenziale.

In questi trent'anni di liberismo si è operata una sistematica azione di contenimento e smantellamento delle protezioni sociali accompagnata da una grande offensiva culturale che aveva l'obiettivo di conquistare il consenso ed orientare la "condotta" simbolico/pratica degli uomini. Lo stato sociale o previdenziale non veniva attaccato solo perché produceva deficit, ma anche e soprattutto perché era causa della "demoralizzazione" degli uomini, frustrava la loro dinamicità.

Lo stato sociale "distrugge le virtù della società civile, l'onestà, il senso del lavoro ben fatto, l'impegno personale, la civiltà, il patriottismo". Il mercato al contrario favorendo l'avidità del guadagno non distrugge la società civile. Ma le esalta. Il neoliberista è quindi il contrario del degradante uomo assistito e ridà vigore al processo sociale con la sua volontà di autoaffermazione individuale competitiva.

In questo modo si possono riattivare la moralizzazione dei comportamenti e una maggiore efficacia dei sistemi sociali. Se lo stato previdenziale deresponsabilizza l'individuo l'obiettivo dello statuto neoliberista è quello di inserirlo in un dispositivo in cui egli deve far conto solo su stesso, sul suo corpo e la sua famiglia, come un capitale da valorizzare.

La società neoliberista è la società del rischio in cui l'individuo è il solo responsabile della sua sorte "la società non gli deve nulla, e anzi deve sostenere prove continue per meritare le condizioni della propria esistenza".

L'uomo immerso nella competizione globale neoliberista quindi non è più un soggetto titolare di diritti, ma semplicemente un soggetto proprietario del proprio capitale umano da spendere nelle diverse offerte che la società privatizzata gli offre e che rischia mettendosi in gioco giorno.

Attraverso l'erosione progressiva dei diritti sociali e la precarizzazione di tutte «nuove forme di occupazione», si è venuto a costituire un contesto di paura sociale che rafforza il senso di precarietà del singolo individuo.

La condizione umana del soggetto neoliberista sembra essere una "normalità" unidimensionale senza alternativa. L'uomo nuovo è l'uomo impresa o soggetto imprenditoriale e per questo è ontologicamente diseguale, individualisticamente antiegualitario, competitivo, aggressivo, hobbesianamente immerso nella competizione mondiale. Antisolidale

In questo clima culturale politico e sociale perdono forza le politiche inclusive di allargamento della base della democrazia e risulta vincente ed egemone tra i "nuovi padri di famiglia", la cultura del nemico e dell'odio di cui abbiamo parlato che va allargandosi in gran parte del mondo occidentale da Trump a Erdogan a Orban a Salvini.

Il fallimento sociale del neoliberismo non ha prodotto una spinta a sinistra come qualcuno credeva. Eccetto alcuni casi sporadici il vento che tira è inquietante e nella prossima campagna elettorale europea a fronte di una sinistra sempre più debole e divisa rischiano di avere un forte consenso i partiti sovranisti che puntano superare l'Europa con un progetto articolato questi punti salienti: più sovranità agli Stati, tornare ai confini nazionali, limitare l'immigrazione, sconfiggere l'Islam radicale. Che si fonda come per Schmitt su una contrapposizione insanabile quella tra indigeno/straniero. Omogeneo /non omogeneo.

Si utilizza il nemico esterno, in questo caso la minaccia dei migranti provocati dalle politiche economiche e di guerra dell'occidente, per imporre una svolta autoritaria nei propri confini. Basta guardare a quello che è avvenuto e continuamente avviene negli Stati uniti contro la colonna di migranti con l'utilizzo dell'esercito, la costruzione del muro con il Messico, ma anche a ciò che già avvenuto in Ungheria, in Polonia e come sta accadendo con drammatica evidenza e quotidianità in un grande paese come l'Italia.

Una politica nazionalista, violenta che ha accantonato qualsiasi idea di solidarietà o di amicizia e può essere foriera di disastri ancora più grandi. Contro cui ancora non si costruito un fronte largo di opposizione necessario per salvare la nostra democrazia.