Cultura & Società

INTERVISTA A ERRI DE LUCA

di Mario Quattrucci

M. Q. − Qual è secondo lei l'attuale situazione italiana a riguardo dello spirito pubblico? È stato totalmente distrutto quell'idem sentire de repubblica che, mai generale, fu però per decenni largamente maggioritario, e permise di salvare la democrazia dagli innumerevoli attentati interni/esterni che la minacciarono e posero a rischio?

Erri De Luca − La trasformazione di un diritto come la scuola o la sanità pubblica in un servizio erogato da un'azienda ha avuto come effetto di degradare i cittadini a clienti, valutati perciò in base al loro potere di acquisto. Chi può spendere ottiene servizi migliori. Ma quelli sono diritti garantiti a tutti e non prestazioni. Lo Stato non un'azienda, il governo non è un consiglio di amministrazione. Il cittadino appartiene a una comunità, il cliente invece è una categoria merceologica. Oggi, ridotti a clienti, ci si sente più soli e più esposti.

M.Q. − Autorevoli studiosi − politici, sociologi, filosofi... − collaboratori della nostra rivista malacoda e aderenti alla SAI (Società Autori d'Italia) − ritengono che nell'ultimo inglorioso trentennio la vittoria del cosiddetto "pensiero unico" − il TINA: there is no alternative − sia stata totale e devastante, declinandosi nelle semplificazioni e nel degrado culturale dell'era di Berlusconi (e successivi epigoni) e divenendo senso comune. E che è da ricercare in ciò la ragione di quel che lei chiama "desiderio di paure", e dei notevoli consensi alla offerta politica di destra oggi vincente. È d'accordo con questa tesi?

E. D. L. − Non sono un sociologo e non ho risposte generali. Sono cresciuto in un tempo in cui nessuno poteva ammettere di avere paure. Il coraggio era obbligatorio, la mancanza invece era una malattia venerea, vergognosa, da curare. Oggi vedo che ci si compiace di paure inventate che non corrispondono alla realtà, ma a una percezione distorta. Quando alla realtà si preferisce una percezione distorta, si sta in un quadro clinico e non più politico. Siamo in un'epoca di forte disturbo della personalità, dove l'allucinato raccoglie consenso e il sobrio viene trascurato. C'è sfogo al posto di analisi.

M.Q. − "Viviamo ai tempi della dittatura del reale, del concreto, del contingente"... "Il tempo è stato abolito e viviamo in un eterno presente"... "Un presente che si dilata, cancella il passato e chiude il futuro"... "Il liberalismo assoluto, il 'pensiero unico', ha gettato nel discredito, celebrandone perfino la damnatio memoriae, l'utopia, il sogno di una cosa, poiché essa porterebbe sempre al totalitarismo"... Sono idee e affermazioni che, a un dipresso, abbiamo ascoltato e letto non solo dai soliti filosofi di un residuale pensiero forte, ma da statisti come Mattarella, da un Papa come Bergoglio. Lei concorda, in tutto o in parte, con questa narrazione? E se concorda, cosa compete all'intellettuale europeo democratico e progressista?

3) Non vedo niente di reale nella narrazione di un'Italia invasa, mentre è evidente la notizia opposta, dato che oltre cinque milioni di Italiani sono iscritti al registro di residenti all'estero, più i non iscritti: i dati dichiarano un paese in via di evasione in massa. Non vedo niente di reale nelle oltre seicento grandi opere pubbliche lasciate incompiute. Non ascolto niente di reale nel dibattito politico. Non posso essere d'accordo con lei, non avverto presenza di realtà. Inoltre non so cosa deve fare un intellettuale, tranne evitare di fare il servo del potere di turno. Da parte mia partecipo alle pubbliche ragioni di qualche comunità in lotta per legittima difesa del proprio suolo e della propria salute.

M. Q. − Il titolo del suo più recente racconto − "Il giro dell'oca" − dice di averlo dato pensando alla realtà della sua vita, della sua storia: mai determinata, nei suoi molteplici e caleidoscopici passaggi, da successive realizzazioni di un progetto predefinito. È bellissimo. Le chiedo: è una interpretazione della sua storia personale o una concezione generale della vita dell'òmo (per dirla col Belli), della humana conditio, che risulterebbe determinata non dalla volontà creatrice singola e collettiva, ma da ciò che viene ricompreso nella cosiddetta teoria del caos applicata alla storia, allorché, come dice Ian Stewart, non "ci si deve più chiedere se Dio gioca a dadi ma quali siano le regole del suo gioco."?

E. D. L. − Le vicende narrate nel libro non sono state determinate dalla persona che le sta mettendo insieme, a beneficio di un figlio adulto che si manifesta d'improvviso. Niente di quanto accaduto è stato frutto di una previsione, di un programma, di un'intenzione. Perché una storia maggiore è venuta a scombinare le carte delle piccole storie personali. Non posso risalire a un mossiere, a un lanciatore di dadi che ha mosso questa vita da una casella all'altra, come un giocatore con la sua pedina. Il figlio invece crede in una divinità e perciò in un progetto, per quanto incomprensibile possa risultare. Per mio limite non vado oltre la spiegazione del casaccio, senza teoria di caos, però ammiro chi può risalire a una superiore volontà, a un ordine a governo delle vite e del mondo.

M. Q. − Ho evitato fin qui domande e riflessioni sulla sua più nota e dura vicenda (quella giudiziaria per la nota incriminazione di sabotaggio) ma non posso evitare di chiederle: ritiene che la nostra libertà costituzionale e la stessa nostra convivenza civile siano oggi a rischio?

5) Quando le paure irrazionali, i rancori e i disprezzi sono platealmente esibiti è a rischio la salute pubblica. Abbiamo però una Costituzione, con la C maiuscola, che considero il migliore antidoto a salvaguardia da deliri, isterismi e apparizioni di fantasmi del passato.