PER LA CRITICA

IN SCENA: ČECHOV SUL LAGO DEL GRIGIORE

di Marco Palladini

Torno di tempo in tempo a vedere i saggi degli allievi dell'Accademia Nazionale di Arte Drammatica di Roma, perché è sempre tonificante immergersi nel flusso sorgivo di giovani energie artistiche in formazione e poi perché c'è sempre modo di fare qualche scoperta. Rammento ancora quando, a un di presso 35 anni or sono, ad un saggio degli allievi attori del terzo anno sotto la direzione di Aldo Trionfo fui colpito da una biondina che non aveva neppure uno dei ruoli principali; scoprii poi che si chiamava Margherita Buy e che già a vent'anni faceva in scena la differenza.

Nel primo weekend di marzo sono andato a vedere il saggio di un allievo regista del II anno del corso di regia tenuto da Giorgio Barberio Corsetti. Si trattava di uno studio ricavato da "Il gabbiano" di Anton Čechov ribattezzato nell'adattamento dello studente regista Luigi Siracusa (e di Federico Mazzone) Sulla riva di un lago. Nel tradizionale, piccolo e suggestivo Teatro Eleonora Duse di Via Vittoria, Siracusa ha immaginato una minimale, essenziale ambientazione consistente, tra le fila degli spettatori, in una lunga passerella di assi di legno, come un pontile proteso sul lago. C'è un abbondante uso della macchina del fumo e luci a pioggia azzurrine quasi a voler ricreare una brumosa atmosfera lacustre in cui domina il colore grigio, graduato in varie tonalità, nei costumi sia maschili che femminili. È un grigio metaforico che vuole indicare il grigiore di fondo, lo spleen melanconico dei personaggi del dramma čechoviano, ciascuno a suo modo impigliato in una trama di vite sospese, insoddisfatte, impaludate attorno all'algida superficie dello specchio d'acqua. Vite che girano a vuoto tra desideri di cambiamento, di nuovi amori, di discontinuità con le miserie quotidiane e le costanti repliche di una realtà, appunto, scadente, stenta, anche meschina. E se la giovane aspirante attrice Nina dopo tanti idealistici slanci e varie delusioni, alla fine accetta rassegnata la torpida, dozzinale routine dell'esistenza, è il più sensibile di tutti, Kostantín, figlio dell'anaffettiva, matura attrice Arkàdina, a percepire l'irrimediabile, intollerabile iato tra i sogni di grandezza anche creativa e l'incapacità di toccarla questa magnitudine, questa altezza e purezza dell'esserci. Così, pure riuscire a pubblicare qualche racconto, avere un po' di successo letterario non risarcisce di tale mancanza e, di più, non lenisce la consapevolezza di questa manque, così Kostja si spara, si uccide anche per tutti gli altri inchiodati, sottomessi al mediocre baraccone del vivere ordinario.

Čechov qui è lucidissimo e spietato, non fa sconti a nessuno: forse pure a lui avranno detto: sì, bravo, belli i tuoi testi, però Tolstoj e Zola sono un'altra cosa. Siracusa nel suo taglio interpretativo ha poi voluto privilegiare tutti i momenti dialogici dove si raggrumano le riflessioni critico-estetiche sul teatro, sulla scrittura, sull'arte, palesemente volendo far emergere il preclaro sottofondo meteatrale del Gabbiano, senz'altro uno dei punti apicali, con Il giardino dei ciliegi e Tre sorelle, della produzione drammaturgica dell'autore russo. La sua messinscena mi è sembrata sorvegliata e precisa, anche avvalendosi del contrappunto sonoro degli arpeggi rock e rumoristici alla chitarra elettrica di Luca Nostro e degli interventi vocali di Zoe Zolferino. Da lodare nel complesso la prova degli allievi attori del II anno (Cecilia Bertozzi, Lorenzo Ciambrelli, Carlotta Gamba, Michele Enrico Montesano, Diego Parlanti, Caterina Rossi, Giovanni Scanu), con una menzione particolare per chi interpretava i ruoli di Nina, Mascia e Trigòrin (non erano indicate le attribuzioni dei personaggi).

Il tutto si è svolto sotto la trepida guida e la supervisione di Corsetti, peraltro appena nominato nuovo direttore artistico del Teatro di Roma. Mi attendo da lui, che conosco bene da quasi 40 anni, un deciso impulso di rinnovamento per lo Stabile capitolino.