Per la Critica

IN MARGINE A UNO SCRITTO DARRIGHIANO

DI GUALBERTO ALVINO

di Pierino Venuto

Gualberto Alvino - convinto e prezioso darrighista d'annata, filologo e critico (auto) severo e acuto, linguista e indagatore dell'onomaturgia darrighiana sin dai fondamentali studi pubblicati nel 1996 in Studi Linguistici Italiani del compianto Arrigo Castellani e di Luca Serianni - recensisce sul portale Treccani - https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/recensioni/recensione_117.html - lo studio di Daria Biagi Orche e altri relitti. Sulle forme del romanzo in Stefano D'Arrigo (Macerata, Quodlibet, 2017). La Biagi è studiosa solida e convincente, informatissima e acuta: ha profuso in questo prezioso e denso volume il frutto di anni di ricerche dottorali con cui manifesta una conoscenza e una capacità indagatrice non comuni; le opere di D'Arrigo sono sottoposte - come equamente afferma Alvino - a una «minutissima e più che persuasiva analisi dalla studiosa, che sull'uomo e sullo scrittore vanta un'informazione totale».

Il recensore Alvino, sentendosi però chiamare direttamente in causa, pone - dopo aver argomentato al contrario - una precisa questione: «[d]avvero, dunque, come afferma Daria Biagi, "La lingua che si autogenera, che produce se stessa a partire dalla propria veste sonora, è una tecnica che per D'Arrigo [...] coincide con un automatismo estraneo alla sua poetica"?».

La questione non è per nulla marginale. Vi sono due modi opposti d'intendere e di interpretare i meccanismi linguistici che stanno alla base dell'Horcynus Orca e che hanno tormentato per anni - un quindicennio con pause e riprese - il corpo e l'anima, i giorni e le notti di Stefano D'Arrigo; meccanismi che è possibile visionare e scrutare sulle martoriate bozze custodite nell'Archivio Bonsanti del Gabinetto Vieusseux di Firenze.

Da par mio vorrei offrire soltanto un tassello sui diversi risultati di ordine linguistico e critico-interpretativo cui pervengono i due darrighisti; un confronto, quello fra Alvino e la Biagi, che ha già il merito di focalizzare meritoriamente l'attenzione su un genio assoluto della narrativa europea del Novecento: Stefano D'Arrigo. Anni di diuturna pratica, soprattutto a livello linguistico, e di confronto con quel monstrum, quell'autentico prodigio e portento che è l'Horcynus Orca mi hanno fatto giungere alla non scontata consapevolezza che nei confronti del romanzo maggiore darrighiano si procede per approssimazioni: penetrare nel ventre dell'orca è infatti fare esperienza di un'approssimazione; si tratta pertanto di veleggiare con la mente sulle increspature del mare, sotto cui si celano gli abissi, verso una terra, e verso spiagge, e verso luoghi reali e fantastici, concreti e onirici che nessuna esplorazione potrà mai possedere completamente: l'epopea novecentesca dello scill'e cariddi e dell'ulisside dai pantaloni scampanati, per sua stessa natura, si presta e si presterà ancora a lungo a essere l'impensato della critica. La recentissima (2018) e bellissima voce del Dizionario Biografico degli Italiani di Mauro Bilotta sul portale Treccani e l'anno del centenario serviranno (già servono!) a ripensare l'opera darrighiana nel complesso e il suo capolavoro in particolare.

Nondimeno occorre che io tocchi il cuore della questione. Nel 2012 ho cercato di indagare l'antroponimia orciniana giungendo a queste conclusioni. Nomi, cognomi e soprannomi dell'opera maggiorerivelano non solo l'area geografica di appartenenza, la conurbazione dello Stretto di Messina, ma sono spesso imbalsamati eppur vivi fiorellini di zagara che traggono alimento dalle plurimillenarie radici, dalla diacronica stratificazione letteraria e linguistica della civiltà mediterranea pur sempre costretta a varcare la strettoia fra Sicilia e Calabria; lo scill'e cariddi è anche questo: «stranezza di mare sopra e d'oceano sotto» (p. 762, edizione Mondadori 1975). I presupposti sui quali D'Arrigo verga con la sua Bic 4 colori le proprie scelte antroponimiche sono essenzialmente tre: connotazione storico-geografica, nome parlante e soprattutto scelta ritmico-sonora e fonosimbolica. Nelle proprie intenzioni D'Arrigo tende dunque filologicamente a ricostruire una lingua compiuta e globale e lo dichiara apertamente:

«Nel libro non c'è neanche una parola inventata. Io vi ho lavorato basandomi su precisi dati filologici. Nel libro ci sono tutte le isolette linguistiche che prese insieme formano l'isola Sicilia [...]. Nella sola provincia di Messina, proprio là dove vuole mettere radici 'Ndrja Cambria, si sono conservate tutte le stratificazioni linguistiche lasciate in eredità dai conquistatori che si sono succeduti gli uni agli altri. In Sicilia non esistono dialetti, ci sono differenti lingue: la lingua greca, latina, araba, francese, aragonese. Non ci sono lingue morte perché si continua a parlarle. Non si tratta nemmeno di lingue staccate le une dalle altre anche se a prima vista può sembrare che fra di esse non esista nessun legame reciproco. Io infatti tendevo proprio a distruggere l'opinione comune su ciò che è tipicamente siciliano e a ricostruire, strato dopo strato, la lingua di Scilla e Cariddi. In altre parole a me non interessano i differenti dialetti ma ricreare una lingua compiuta e globale».

Nei fatti però conclude queste affermazioni di progettualità poetica (vista a ritroso) dichiarando esplicitamente quanto segue:

«E se ho la sensazione che qualche parola ha un suono secco e duro io mi affido alla bellezza del senso generale, alle esigenze ritmico-sonore di una data frase».

Si affida pertanto alla bellezza del senso generale, alle esigenze ritmico-sonore. La lingua che l'autore messinese, spatriato a Roma, sta ricreando è una creatura che nel corso degli anni ha preso una vita pressoché autonoma; è divenuta un eccesso quasi barocco, nel significato di estrema vitalità di un momento di crisi con cui Roberto Longhi definiva il barocco; è pertanto - per dirla con Alvino - «[r]isucchiata nel vortice dell'iterazione infinita e sottoposta a centrifugazione da un'inesorabile, quasi patologica coazione a ripetere [e] la parola subisce un progressivo svuotamento semantico sino a farsi puro fantasma sonoro».

Il saturnino Stefano D'Arrigo sa bene che le intenzioni sono smentite dalla scrittura; e dunque nella conclusione di questa dichiarazione, da buon siciliano, metti i mani avanti pi non ristar'arreti (mette le mani avanti per non restare indietro). Presumo che in questa discussione la verità stia dunque a metà strada: le intenzioni dell'autore, in molti luoghi realizzate, sono talvolta (se non spesso) smentite dalla concreta prassi scrittoria e dal risultato finale. Anche per i nomi - nei quali compaiono alcuni dei pochi hapax presenti nel romanzo - le intenzioni e i risultati concreti non coincidono. Infatti in un piccolo passaggio relativo al personaggio Dumdum - il bomballaro - D'Arrigo scrive: «il destino, tante volte, si scapriccia nelle sue personificazioni» (p. 877, ed. Mondadori 1975); posso attribuire tale risultato, oltre la medesima intenzione del narratore, alle quasi auto-generate scelte onomastiche che sono dovute non solo e non tanto a un rigore filologico - comunque presente e ben riscontrabile - ma anche e soprattutto a un gusto e a un capriccio fonosimbolico, oserei dire a una precisa e pressante scelta poetica, che facciano apparire, che rendano quell'antroponimo aderente ai contesti narrativi in cui emerge. Si spiegano anche così ad esempio l'evanescenza e la dolcezza, la musicalità e la tenuità delle palatali negli ipocoristici Ciccina, Ciccinella Circè -personaggio di notevolissimo spessore e di ampie ascendenze (anti)mitologiche e (anti)letterarie -; la delicatezza quasi femminina che la nasale offre per il guardiamarina Monanin; il battere delle dentali sonore nell'onomatopeico Dumdum; l'interiezione onomatopeica del Colonnello Sciò (hapax); i giochi fonetici, direi meglio fonosimbolici, tra Musolino e Mussolini; il tamponamento di parole con conseguente paretimologia in misdea; l'ossimoro soprannominale Duciamaru; il cognome inventato - Gaspiroso - di colui che, partito e sparito, dileguato e disperso nel 1860, torna a Cariddi dopo cinquant'anni con la morte già in tasca ma sospesa, perché Simone Gaspiroso si strugge per un ultimo desiderio. Il muccusello quattordicenne di cinquant'anni prima è ormai il vecchio che desiderail pescerondine in vista del proprio ultimo respiro. Non vuole dunque la consueta favetta Simone Gaspiroso; sospira invece le uova del pescerondine, perché ha la morte in tasca, perché Gaspiroso sospira, perché «Come disse, fece, fu. Come lo decidesse lui quel momento, si tenne il respiro e morì quando suo nipote Ninai gli trovò il pescerondine » (p. 419).