Per la Critica

La Casa Usher, 2018

IL VIAGGIO FOTOGRAFICO

DI MAURIZIO BUSCARINO

NEL TEATRO DELLA MORTE

DI TADEUSZ KANTOR

di Marco Palladini

Almeno nell'immaginario degli appassionati di teatro italiani è difficile separare il nome di Tadeusz Kantor, una delle personalità più importanti dell'avanguardia scenica internazionale del secondo Novecento, da quello di Maurizio Buscarino, il suo ritrattista princeps. Buscarino, reputato a ragione il maggiore fotografo di teatro del Belpaese, incontrò l'artista polacco nel dicembre del 1977, al Crt di Milano dove si presentava La classe morta, il suo capolavoro. 41 anni fa Kantor (1915-1990) in Italia lo conoscevano in pochi. Il regista, scenografo e pittore di Wielopole Skrzyńskie pur avendo avviato la sua sotterranea attività teatrale negli anni '40 e avendo fondato nel 1955 la compagnia Cricot 2 (anagramma di "To circ"), soltanto a metà degli anni '70 quando era oramai sessantenne aveva ricevuto un forte riconoscimento mondiale, attraverso l'elaborazione anche teorica di un 'Teatro della Morte'. Buscarino, come tanti altri spettatori italici, venne folgorato da quell'incontro e prese a scattare ispirate fotografie che nel 1980 diventarono una mostra e un piccolo libro, La classe morta di Tadeusz Kantor, pubblicato da Feltrinelli e che ebbe subito vasta eco e successo. Da allora Buscarino ha pubblicato altri due libri e realizzato una decina di mostre in Italia e all'estero sul teatro kantoriano, suggellando un perfetto sodalizio tra artisti. Non a caso in una singolare riflessione in versi di Kantor su La classe morta, si legge: "... E dietro questa parata dell'infanzia morta / avanza fedelmente e inarrendevolmente / maurizio buscarino / Studioso accurato / di quella Terra assolutamente inespugnabile e misteriosa - / il passato... / l'i n f a n z i a, / ... Buscarino è un poeta / che riesce a lenire questo inferno col lirismo umano / e con l'umana pietà...".

A quasi tre decadi dal decesso a Cracovia del regista, adesso Buscarino pubblica un nuovo e (forse) definitivo libro col titolo In Kantor (Firenze, La Casa Usher, pp. 215, € 70,00). 'In Kantor' innanzitutto come incanto, anzi come doppio incanto: laddove il fotografo incantato dalle visioni teatrali fissa a sua volta delle immagini incantate (e incantevoli) che non si limitano a documentare gli spettacoli, ma li sublimano in una dimensione di pattern estetico dove si celebra una formidabile empatia e una mirabile sinergia tra un poeta della scrittura scenica ripreso da un poeta dell'immagine fotografica.

'In Kantor' è però anche come dire 'in America' o 'in Africa', ossia come un viaggiare dentro il paesaggio del Teatro della Morte e della Memoria sventagliato in quasi duecento foto, che mi sono apparse altrettanti fotogrammi di un meraviglioso e (vo)luttuoso film teatrale, lungo un itinerario di assoluta coerenza e continuità di sguardo che interfaccia La classe morta e Wielopole Wielopole, Crepino gli artisti e Macchina dell'amore e della morte, Qui non ci torno più e Oggi è il mio compleanno. Buscarino confeziona qui un sontuoso film fotografico declinato in un espressionistico bianco e nero, che fa ben intendere come i diversi lavori del Cricot 2 fossero in realtà un unico spettacolo, lo spettacolo umanissimo e perturbante del Circo della Morte suddiviso in varie tappe. Il bianco e nero di Buscarino satura luci e ombre che si raddensano fino alla visione sgranata. Ora c'è lo sfondo a fuoco e il primo piano sfocato o, viceversa, è il primo piano a fuoco e lo sfondo sfocato. Altre volte l'immagine si fissa iperrealisticamente su volti che appaiono quasi scolpiti, tridimensionali nella minuzia dei dettagli. Il viaggio visivo di Buscarino nella thanatofila terra kantoriana ritrae i gruppi di vecchi scolari ora in pose plastiche ed icastiche, ora in onde scomposte e sommosse. I corpi degli attori kantoriani sono còlti e quasi trasfigurati in una tensione dinamica caravaggesca. Alcune figure vengono isolate e mostrano facce alienate, stupefatte, come precipitate in un sogno-incubo da cui sanno (oppure no) che è impossibile risvegliarsi. Personalmente sono molto attratto dalle immagini di Kantor, ossessivo regista sempre in scena o a latere, che si insinua, che sorveglia, che osserva, che suggerisce, che indica, che fuma, che interagisce, facendosi attore tra i suoi attori. O meglio facendosi mercuriale e partecipe burattinaio tra i suoi personaggi-burattini: anziani sonnambolici, animosi soldati, preti malmostosi, donne in gramaglie, in sottoveste o in voluttosa lingerie, sogghignanti clown gemelli (i fratelli Leslaw e Waclaw Janiki), musicanti tapini, poveri cristi dolenti. Le scenografie sono sempre minimali e desolate, fatte di legno, chiodi, corde e ferro: banchi di scuola e croci, tavoli e sedie, carri e carretti, cavallucci sulle ruote e manichini, bauli d'assi e pali, trabiccoli e bandieroni, porte celibi e tumuli di terra.

La vivida ritrattistica di Buscarino dà luogo ad un racconto visuale che sta tra Brecht e Goya: la mappa rugosa del viso di una vecchia in primissimo piano appare la proiezione di un secolo, il Novecento, che ci guarda perplesso e sperduto come incapace di contemplare la profondità di tutte le sue enormi tragedie. Buscarino gira e rigira nei sentieri del pianeta Kantor e talora lo sorprende in una smorfia di disappunto, o seduto col capo chino in un gesto di abbandono, o di spalle con le mani sulla testa come in un moto disperato o con le mani sollevate nervosamente in alto ad esprimere la fatica della creazione. Altre volte il demiurgo Kantor ha un asciugamano al collo come un pugile spossato dopo un duro match o se ne sta appoggiato al proscenio a verificare la disposizione di un movimento scenico corale, tutto vestito di bianco tranne le bretelle nere incrociate sulla schiena. In due scatti consecutivi, simbolicamente stupendi, il regista appare accanto ad uno scheletro di scena, prima mentre interloquisce con un attore o collaboratore e poi rivolgendosi direttamente alla carcassa compunta come a volere dare precise indicazioni recitative pure alla Morte stessa.

Miseri popolani e signori borghesi con la bombetta, prigionieri e assassini, vittime e carnefici, inermi e malvagi, nel teatro kantoriano si intrecciano sia la macrostoria, sia le tante microstorie che trapassano nel fiume torbido dell'umanità. L'artista polacco che ha sofferto l'occupazione nazista, la devastazione bellica, il repressivo regime comunista, muove un teatro di fantasmi ora frenetici, urlanti, adrenalinici, ora ripiegati, esausti, sconfitti, come un popolo di ombre che ci rispecchia, che ci rimanda l'essenza drammatica e grottesca, furiosa e clownesca, funesta e risibile del vivere umano. Nel suo Circo della Morte egli riesce a rappresentare tutto ciò con la freddezza dell'entomologo e la passione surriscaldata del cercatore d'anime.

La magnificenza etico-estetica di questo libro è nel fatto che in veste di interprete privilegiato e intimamente coinvolto dell'arte di Kantor, Buscarino ha creato un'opera che eternizza quei bagliori luminosi, quei flash apicali, quei punti di vita e di splendente verità della poesia scenica del regista polacco. Il teatro, ogni teatro, grande o piccolo, lo sappiamo, è un evento felicemente e disperatamente epifanico. Appare e scompare, si mostra e svanisce ogni sera e ogni replica è comunque diversa da quella che l'ha preceduta. Il teatro è una magia inafferrabile che negli anni, nei secoli sopravvive soltanto nella memoria personale di chi l'ha visto, talvolta di chi ne ha scritto oppure di chi lo ha fotografato nella sua istantaneità, ora per allora e poi mai più. Ecco, mi pare si possa dire che le istantanee di Buscarino si oppongono al 'mai più'. I suoi effettuali quadri fotografici compongono una straordinaria galleria che afferma: ora e per sempre. Se in un futuro anche lontano, qualcuno vorrà provare a capire che cos'era la vibrante emozione estetica prodotta dagli spettacoli del Teatro della Morte, potrà prendere in mano e sfogliare il volume In Kantor e potrà, forse, intendere il senso della primigenia folgorazione e del perdurante incantesimo di Buscarino. Un fotografo che non è un mero testimone del passato, ma un virtuoso dell'occhio capace di trascendere l'attimo fuggente e di tramutarlo nella perennità di un istante.