IL PENSIERO PROIETTIVO. RILEGGENDO ROSSI-LANDI

di Francesco Muzzioli

Nel clima del cosiddetto postmoderno, abbiamo vissuto nell'illusione di un presente infinito, fondato sul principio del piacere e difeso da un imbattibile ordine mondiale. La fine della storia. Poi la storia ha ricominciato a scorrere, però, come dire, in senso inverso, regressivo. Del resto, dopo l'utopia in terra, le cose non potevano che andare verso il peggio. Ed ecco l'inflazione dei racconti del peggio, le distopie, con le varie soluzioni possibili della fine del mondo. Finché in una distopia epidemica ci siamo finiti per davvero e non ci è affatto utile averla immaginata cento volte (il che dimostra che gli incubi non servono...).

Abbiamo vissuto, nel clima del cosiddetto postmoderno, nell'incapacità di immaginare il futuro. Il postmoderno, se vogliamo, è stato il tentativo di tenere insieme i due estremi, il massimo dello sviluppo tecnologico a inondare il mercato di sempre nuovi e più potenti mezzi di comunicazione (dai mega ai giga, tera, yotta, et ultra ultrissima) e nello stesso tempo il fiorire, a rassicurazione della liquidità sociale e culturale, delle forme identitarie del passato, inventandole ed importandole dove non ci fossero. Finalmente, oggi si sente dire da tutte le parti che, passato il morbo, "nulla sarà più come prima". Il che preoccupa, se si intende: meno democrazia, meno uguaglianza, meno cultura... Ed eccoci quindi tornati con il problema del futuro; ma come fare dopo averlo dichiarato scaduto?

La mia proposta, qui, è tornare a pensare con Ferruccio Rossi-Landi. Rossi-Landi ‒ lo dico per chi non lo sapesse o lo avesse dimenticato, tanto poco se ne è parlato in questi anni ‒ è il teorico di una strana giunzione tra semiotica e marxismo, è colui che tratta le merci come segni e viceversa i segni come capitale, comprendendo già negli anni Sessanta del Novecento l'intreccio serrato di produzione e comunicazione ‒ e così finendo inviso sia ai marxisti che ai semiotici "puri". E non intendo, qui, rifarmi tanto alla sua analisi del linguaggio come "lavoro e come mercato" e alla teoria dell'alienazione linguistica; quanto piuttosto riprendere in mano il volume sull'Ideologia (uscito in prima edizione nel 1978, rinnovato nel 1982 e fuori mercato per lungo tempo; poi ristampato da Meltemi nel 2005 e oggi, a quanto mi risulta, nuovamente non disponibile). Perché l'ideologia? Perché, nel sistema triadico di produzione-scambio-consumo, l'ideologia partecipa al livello intermedio che è quello in cui sono possibili delle scelte e quindi possono verificarsi cambiamenti che incidono nel complesso della "riproduzione sociale".

Nell'ideologia sono possibili diverse opzioni che dipendono da dove viene centrato il sistema di idee e immagini: se all'indietro o in avanti. All'indietro abbiamo il "privilegiamento extrastorico":

Il discorso privilegiato extra-storicamente dichiara o più spesso occulta una progettazione sociale che consiste nel contrapporre al presente il passato come più forte e soprattutto nell'adoperarsi affinché il futuro assomigli al passato. Quello che si vuole impedire, è che dal presente scaturisca un avvenire radicalmente diverso. Si possono ammettere diversità intermedie, modificazioni parziali, sviluppi graduali ben controllabili. Ma ci deve essere al­meno un elemento centrale sottratto al cangiamento: un pezzo di passato da conservare, un morto da tenere in mezzo ai vivi. Tale pezzo di passato risulta allora immobi­lizzato, spazializzato, staticizzato, de-dialettizzato, (...). Così in ogni istante in cui un privilegiamento è extra-storico, esso ri­sulta fondato sul passato; (...).

Questa è l'ideologia conservatrice, fondata su Valori eterni e su una visione generica dell'Uomo.

L'alternativa è il "privilegiamento infrastorico":

Le descritte condizioni di falsa coscienza, falso pensiero e falsa praxis debbono essere considerate storicamente reali e a loro modo "normali"; (...)ed è assurdo progettarne un superamento per mezzo di qualcosa che venne prodotto nel passato e che ci stiamo trascinando dietro nel presente dopo averlo immobilizzato. Da tutto ciò segue che l'unico procedimento possibile consiste (...)nel privilegiarvi un discorso fondandolo sul futuro. Un privilegiamento fondato sul futu­ro è infra-storico perché il futuro non esiste ancora se non nella forma di nostre anticipazioni. Almeno in linea di prin­cipio, tali anticipazioni possono assumere la consistenza di progettazioni riguardanti il corso stesso della storia.

Questo discorso riconosce dunque di essere ideologico anziché illudersi di non esserlo; rinunciando alla propria maschera, si trova in buone condizioni per smascherare i di­scorsi altrui. Semanticamente considerato, questo discorso esibisce rapporti che debbono venir istituiti da noi stessi in vista di un futuro realizzabile. (...) Il rapporto fra discorso e realtà riguarda qui una realtà che non esiste anco­ra, che potrà esistere nel futuro e che dunque esisterà solo storicamente. Ogni istanza extra-storica è così rescissa.

Questa ideologia progressista, fondata sul futuro, contiene quindi la possibilità, pur riconoscendosi ideologia, di fornire gli strumenti per una critica dell'ideologia.

Ora, rispetto allo schema rossi-landiano, l'avvento del postmoderno scompagina le carte e mette in gioco un conservatorismo camuffato da rivoluzionario (le ondate delle rivoluzioni tecnologiche, che però non cambiano l'assetto sociale): fondandosi sul presente come unico tempo reale, e quindi su un pragmatismo del momento, consente il riciclaggio indifferente del passato (rivende come plausibile ogni nostalgia). Il futuro si trova automaticamente escluso come impensabile. Non si potrà presentare che in forma reificata, come incubo della catastrofe totale. E alla fine del postmoderno, ipotizzata già da alcuni, ma a mio parere ancora per molti versi da conseguire (stiamo attenti a non vendere la pelle dell'orso, con quel che segue...) non sappiamo cosa possa tener dietro.

Recuperare l'ideologia rivolta al futuro di Rossi-Landi; io dico: il "pensiero proiettivo". Cioè un pensiero dalla problematicità non garantita da alcun traguardo sicuro, un pensiero dell'incertezza, tuttavia spinto dall'urgenza alla precisione del calcolo, un pensiero "strategico". Un privilegiamento «dinamico anziché statico», secondo Rossi-Landi, che «dà pertanto luogo non già a una scienza del già fatto, bensì a una scienza del da farsi».

E dal nostro autore sarebbe opportuno riprendere anche la distinzione tra "programmi" e "progetti"; cos'hanno di diverso? non sono tutt'e due proiettivi? Non proprio identici a guardar bene; seguendo Rossi-Landi, c'è una differenza di grado di non poco conto:

un programma può essere anche limitatissimo, per esempio quello che regge l'abituale conversazione fra venditore e compratore in una bottega; una programmazione è qualcosa non solo di più vasto, ma anche di permanente, per esempio quella che regge lo scambio effettivo delle merci sul mercato; una progettazione, infine, riguarda la società, o almeno un qualche processo fondamentale della riproduzione sociale, in ma­niera globale e potenzialmente esaustiva. La nostra tesi è che l'ideologia come visione del mondo, quando non si li­miti a un atteggiamento contemplativo, diventa necessariamente pratica progettante, progettazione sociale che inve­ste la società nel suo complesso.

Differenza che si può trasformare potenzialmente in qualitativa, tra passivo e attivo: eseguiamo i programmi, per forza di cose, ma elaboriamo progetti che quei programmi possano modificare. «La progettazione rivoluzionaria è uso consapevole di programmi» e progettazione di nuove programmazioni. La libertà, questa «invenzione ancora assai poco sviluppata», secondo il nostro autore, si fonda su questa dialettica di progetto e programma.

La stessa cosa vale anche per la letteratura: i programmi (forme, generi, canoni del gusto e via dicendo) devono essere manipolati dai progetti (poetiche, tendenze, ecc.). E da questo deriva una fondamentale funzione della finzione: far fare ginnastica all'intelligenza, esercitare la capacità di intervento strategico, bonificare l'immaginario colonizzato da tutte le incrostazioni che lo tengono ancorato ai miti sociali. L'immaginario è bloccato nel piccolo passo del piacere e del vantaggio immediati, per cui è inutilizzabile per progetti più ampi. Solo liberandolo potremo tentare di reimmaginare il futuro. In poche parole: se davvero "nulla sarà più come prima", far sì che sia nel senso di più democrazia, più uguaglianza e più cultura.