Le Parole fra Noi

IL PANE QUOTIDIANO

di Marco Palladini

"Guardi io non mi stupisco più di nulla... per dire: l'altra sera in un locale di scambisti abbiamo pescato un noto regista con la giovane consorte impegnati in un'orgia di sesso anonimo..."

A parlare è Tommasina Comilio, commissaria di P.S., una donna di circa 45 anni, con un seno imponente, ampi fianchi e i capelli biondi stoppacciosi, chiaramente tinti e ritinti. La Comilio emana una potente, animalesca sensualità, ma insieme esprime una autorità poliziesca indiscutibile. Lo sguardo e la voce sono duri e non vagamente inquisitorî. La osserva attento Leo Bonfanti, un ottantenne ex dirigente comunista convocato in questura per 'accertamenti', termine generico che può significare tutto e il suo contrario. L'uomo ritiene di avere la coscienza a posto, ma con "gli sbirri" - si è detto - non si sa mai e, dunque, cova una leggera apprensione. Quelle parole della commissaria lo hanno però sorpreso e non sa come interpretarle.

"Le dico questo perché dietro l'apparenza di vite specchiate e inappuntabili, la gente nasconde vizi di ogni genere e segreti impensabili".

"Penso che abbia ragione - replica Bonfanti - ma mi chiedo in che modo questo abbia a che fare con la mia presenza qui".

"Vuole sapere perché l'abbiamo convocato? È presto detto: ci risulta che lei è stato l'ultima persona ad avere sentito l'onorevole Gabriele Prascacci".

"Sentito forse non è il termine giusto. Ci scriviamo email e l'ultima volta che mi è arrivato un suo messaggio sarà stato almeno una decina di giorni fa".

"Undici giorni per l'esattezza. Dopo di che l'onorevole sembra che sia svanito nel nulla".

Bonfanti appare sinceramente sorpreso. "Davvero?... Sinceramente non ne sapevo niente e niente ho letto sui giornali, ma... come può essere? È un uomo pubblico... uno come si può volatilizzare senza lasciare tracce?".

"Accade molto più spesso di quello che la gente crede... il partito dell'onorevole ci ha chiesto di non fare trapelare la notizia presso l'opinione pubblica e noi stiamo appunto indagando con discrezione... Lei quando lo ha conosciuto?"

"Da non molto tempo, invero... più o meno sei mesi. C'era un incontro politico in un circolo del mio quartiere, periferia est della città e lì era venuto l'onorevole Prascacci a parlare. Alcune cose che diceva le condividevo, altre proprio no e siccome sono un vecchio lupo che ha perso il pelo comunista, ma non il vizio, sono intervenuto per contestarlo. C'è stato un vivace contraddittorio che è poi continuato, alla fine dell'incontro, in una fiaschetteria locale davanti ad un bicchiere di Rosso di Montalcino che gli ho offerto io. E quando ci siamo salutati e stretti la mano, ho avvertito che era nata una sorta di strana, imprevista simpatia tra noi due".

"Ecco appunto, vorrei capire: che c'azzeccava un vecchio dirigente comunista come lei con un giovane politico in carriera del neo-Partito dell'Onestà?"

"Me lo sono chiesto pure io. A tutta prima nulla. Prascacci ha una trentina d'anni, potrebbe essere mio figlio o, addirittura, mio nipote. Credo che quello che ci ha attirati l'un l'altro è stata proprio la grande distanza sia ideale e sia generazionale. La mia generazione ha alle spalle una lunga storia di sconfitte, ma d'altra parte la storia non finisce, come teorizzava quell'improvvido politologo, Fukuyama, riparte ogni volta nel modo che talora meno ti aspetti. Così, lui penso fosse attratto dalla mia lunga esperienza politica e da una formazione ideologica-culturale che oggi non si trova da nessuna parte; e io sono stato attratto dal suo ardore, dalla sua energia, dalla limpida serietà dei suoi intenti. Mi è parso di capire che era mosso da una passione politica autentica, ancorché ingenua, da una vera voglia di cambiare le cose, non come tanti di questi nuovi politicanti senza arte né parte che finiscono quasi tutti per scambiare il fare politica con il mettersi a rubare".

"Lei dice, dottor Bonfanti, che l'onorevole Prascacci era animato da una forte passione politica... tuttavia non disgiunta da molti dubbi... Ispezionando il suo computer abbiamo estratto alcune mail a lei indirizzate... Ecco c'è questa inviata il 27 giugno:

«... dopo avere letto il libro che mi ha consigliato, ho riflettuto non poco sul suicidio dello scrittore Primo Levi, un suicidio per quello che posso comprendere, probabilmente indotto da un senso di colpa molto forte per essere lui sopravvissuto allo sterminio nazista. Levi era tra i 'salvati' che si sentono colpevoli per i milioni di 'sommersi' della Shoah, perché a guardar bene nessuno è totalmente innocente, perché per salvarsi qualche, anche piccolo, minimo, umanissimo atto di viltà, di opportunismo, di maneggio o magheggio, bisogna averlo fatto. E questa macchiolina etica nella coscienza tersa e rigorosa di Levi, nel tempo si deve essere allargata sino a diventare insopportabile, sino ad oscurare la smagliante, potente sua testimonianza letteraria dell'orrore di Auschwitz. Sino a fargli pensare che non poteva più andare avanti con questo peso sulla coscienza. Sino a fargli, forse, ritenere che 'se questo è un uomo' che si è salvato venendo a patti con la sua coscienza, allora la sua salvazione è ingiusta, ossia non è giustificabile a fronte dei milioni di confratelli sterminati. Un rigorismo morale, il suo, forse inumano, forse persino tacciabile di hybris, che lo ha spinto a farla finita...

Riflettevo su Levi e insieme pensavo a quanto con quel suo suicidio lui dimostrasse di essere, come si oggi dice, un 'italieno', un ebreo di nazionalità italiana epperò profondamente, radicalmente estraneo al comune agire e sentire di noi italiani ‒ mi ci metto dentro ovviamente anche io ‒ sempre pronti e proni al compromesso al ribasso con chiunque e in primis con la propria coscienza. Sì, siamo pronti a patteggiare pure con il diavolo, pur di salvare il culo. Lei che era iscritto al Pci, mi dica: quante persone della sua parte politica sono stati prima fascisti, poi comunisti e quindi democraticoliberali mai provando un benché minimo senso di colpa, cambiando casacca con assoluta incoscienza, senza mai fare la più piccola autocritica, seguendo semplicemente e conformisticamente la direzione dove tirava il vento, sempre assicurandosi che ciò fosse per loro conveniente? ... E più in generale, come possiamo non vedere che gli italioti, come li chiamava un poeta misconosciuto che incontrai da ragazzo, non hanno alcun senso di colpa per la propria spontanea mafiosità, per il nepotismo, per il familismo feroce e d'accatto, per la corruzione diffusa a tutti i livelli, per il ladrocinio di massa praticato da tutti e ammesso da nessuno? ... Così, io mi trovo oggi in Parlamento come rappresentante di questo popolo e, le confesso, mi trovo in grande difficoltà... Come esponente di una forza politica nuova che vuole fare piazza pulita del passato, mi domando se non è una mera pazzia pensare di poter cambiare gli italiani... che sono... cioè siamo un popolaccio mediterraneo allergico a qualsivoglia mutamento... Ho letto che Mussolini una volta ebbe a dire che governare gli italiani non è impossibile, è inutile. Una battuta forse cinica, ma persino il duce mascellone che aveva un potere assoluto e dominava un popolo totalmente appecoronato e osannante, si rendeva conto che gli italiani sono al fondo immodificabili. Come avrebbe detto il suo Lenin: allora che fare?»

Mi sembra il messaggio di una persona se non tormentata, come minimo fortemente dubbiosa sul senso della sua azione politica, non crede?"

"Sì, concordo con lei. Prascacci sedeva in Parlamento da meno di dodici mesi e non aveva alcuna preparazione politica alle spalle. Mi raccontò che si occupava di informatica applicata al marketing. In sostanza, per quello che ho capito, di pubblicità personalizzata attraverso la rete. È, quindi, grazie alle sue competenze telematiche e promozionali che Prascacci ebbe a superare le selezioni effettuate in internet dei candidati, secondo me ridicole, ed è riuscito a farsi eleggere. La sua adesione iniziale al Partito dell'Onestà era sostanzialmente antipolitica, se non addirittura transpolitica, certamente genuina ed entusiasta, ma tutta permeata dal populismo neoqualunquista e facilone di quel movimento, pressoché tutto composto di dilettanti allo sbaraglio. Però, Gabriele è un giovane sveglio e intelligente e che apprende in fretta. Dunque, dopo quasi un anno di gavetta nell'arena della cosidetta politica politicante, gli sono nati i dubbi e le profonde riserve enunciate nella sua mail. A cui, peraltro, diedi una circostanziata risposta".

"Lo so, ho fatto stampare anche quella. Eccola qua:

«Che fare, Prascacci? E lo domanda a me che ovviamente non sono Lenin, che ho ottantadue anni e da tempo sono fuori dal giro? Che posso dirle? Lei ha ragione circa la miseria morale degli italiani... Guardi, proprio l'altra sera mi è capitato di rivedere in televisione un film non eccelso, ma assai significativo di Vittorio De Sica, Il Boom, interpretato da un magistrale, come sempre, Alberto Sordi. Un film uscito nel 1963, più di vent'anni prima che lei nascesse. Era l'Italia della prima esplosione del consumismo di massa, quello che Pasolini poi definì il nuovo fascismo. Un'Italia affluente, come travolta da un febbre contagiosa di voglia di vivere e di spendere e spandere. Dalle canzonette al cinema, dalla televisione alla pubblicità, ai giornali, non si faceva appunto altro che inneggiare al 'boom' economico. Che poi era reale e obiettivamente positivo. Ma questo stesso sviluppo economico accelerato alimentava un'ansia di nuovo benessere, di consumo sempre più vorace, di soldi e affari facili, con sempre più gente sospinta a vivere al di sopra dei propri mezzi. Ecco, Sordi incarnava esattamente questo italiano medio immerso in questa fallace, isterica abbuffata di merci e di beni voluttuari e indebitato fino al collo, che provava in tutti i modi, anche umiliandosi, ad evitare la bancarotta, a continuare con l'allegra commedia italica, scampando al dramma sociale. Finché qualcuno si offre di aiutarlo in cambio della vendita di un suo occhio, patente metafora dell'accecamento o semiaccecamento dell'italiano medio. Vede, De Sica non era un comunista, era stato un divo del cinema fascista dei 'telefoni bianchi' e credo che votasse per la Dc, però aveva maturato, grazie anche alle idee di uno sceneggiatorepoeta come Cesare Zavattini, uno sguardo vigile e critico e aveva capito in tempo reale, nel momento stesso in cui il boom stava prepotentemente montando, che esso stava corrompendo tutti gli italiani, nessuno escluso. Pure noi comunisti, con tutte le nostre arzigogolate analisi ideologiche, non riuscimmo ad intendere la portata devastante di quel cambiamento. Le critiche di Pasolini che sosteneva che quello sviluppo non era un progresso, le considerammo sbagliate, non in linea con la nostra strategia e perciò le snobbammo. Peraltro, secondo me è proprio in quegli anni di veloce, rapinosa, quasi brutale trasformazione capitalistica che il comunismo come dottrina per il rivoluzionamento della società incominciò a morire. Le dirò di più: soltanto oggi ho compreso che un certo spirito pedagogico-totalitario del fascismo era stato ripreso e riveduto dal comunismo togliattiano con la sua tipica doppiezza che finiva per deformare e falsificare la realtà. In ogni caso, era un progetto politico che non funzionava, ma allora quasi nessuno era in grado di capirlo. Adesso dopo mezzo secolo siete arrivati voi che gridate 'onestà, onestà!', ma un urlo non è un programma politico, è al massimo uno slogan, un pre-requisito, un proposito certo lodevole per chi vuole governare. Ma per fare che cosa? Qual è la vostra visione del mondo, o quanto meno della società italiana? Io come le ho già detto non l'ho capito. Non basta essere onesti per cambiare il mondo. Si può essere onesti e del tutto incapaci politicamente... Ma io sono vecchio, sono un uomo del secolo scorso, un secolo lunghissimo il Novecento, altro che breve... per molti decenni ho percepito il senso di stare in una comunità politica solidale con una prospettiva storica, forse era soltanto un modo per sfuggire alla solitudine, e forse per non accettare la condanna dello stare sempre da soli tuttora, come per un antico vizio, continuo a definirmi di sinistra, mentre voi siete oltre le antiche distinzioni ed etichette. In ogni caso, una idea di dove volere andare a parare bisogna pure averla. L'Italia è una cloaca, d'accordo, ma come volete trasformarla, come volete ripulirla questa cloaca? Questa vostra politica 2.0 senza cultura politica non riesco ad intenderla. I suoi dubbi le fanno onore, è però pur vero che se si fa politica, certi dubbi, un atteggiamento amletico sono un ostacolo, una seria remora per l'azione. I suoi dubbi non sono poca cosa, investono le sue motivazioni di fondo. Lei per primo deve allora decidere cosa vuole fare. Se non se la sente, se ha capito di essere fuori posto, può sempre dimettersi, è più dignitoso. E più onesto, aggiungo, se non si vuole stare a lucrare un cospicuo stipendio, vegetando in Parlamento».

Un finale alquanto 'duretto' mi sembra. Quasi un invito a farsi da parte...".

"Che vuole dottoressa, alla mia età ci si può concedere il privilegio di parlare chiaro, senza perifrasi. Io continuo a dirmi comunista per antica abitudine o vezzo, ma cosa sia una prospettiva comunista oggi, non lo so più, perciò io per primo mi sono fatto da parte e da un bel pezzo... Del resto, credo che Prascacci apprezzi soprattutto la franchezza e il confronto secco piuttosto che le ammuine, le chiacchiere da bar e i pettegolezzi..."

"Lei cosa sa della sua vita personale?"

"Quasi niente, il nostro era un dialogo politico... etico-politico, se vuole... mi sembra che il ragazzo, lo chiamo così, sia sposato".

"No, conviveva con una insegnante più grande di lui di otto anni e che ha un figlio maschio dal primo marito. L'inizio del loro rapporto risale a tre anni fa, poi alcuni mesi fa, credo poco prima che voi vi conosceste, si sono separati".

"Di tutto questo non abbiamo mai parlato, mi era sembrato assai riservato circa la sua vita privata e io non ho mai fatto domande".

"C'è un'altra mail che mi ha colpito, inviata a fine luglio, il 28 per la precisione, dove l'onorevole parla dell'Europa e la contesta apertamente:

«... lei Bonfanti sembra voler ragionare con me, ma di fatto pensa di avere sempre ragione... è questa la sua dialettica marxista? D'accordo, lei conosce i nostri punti deboli... non fa che sottolineare la nostra impreparazione... non perde occasione per chiamarci dilettanti e incompetenti... okay, tutti noi siamo avventizi, ma stiamo studiando, stiamo cercando di capire come funzionano i meccanismi politici, legislativi, amministrativi... e fare qualche errore è inevitabile... ma voi che vi siete reputati grandi professionisti politicanti in settant'anni che cosa avete combinato? Che cosa avete raggiunto? Negli ultimi decenni questo paese è andato indietro, c'è una crisi profonda, c'è una completa sfiducia nella classe politica, per molti è uno sfacelo... tra di voi c'è stato persino chi si dichiarava comunista e kennedyano, ignorando o facendo finta di ignorare che J. F. Kennedy era un fiero anticomunista e fu lui ad invadere disastrosamente la Cuba di Castro e ad iniziare la guerra in Vietnam... se guardo fuori dall'Italia vedo, ad esempio, i cinesi che hanno ancora un sistema dittatoriale comunista e insieme hanno sviluppato un capitalismo anche selvaggio, predace, che distrugge l'ecoambiente e nessuno sottolinea la macroscopica, insostenibile contraddizione... ma lasciamo perdere... non accettiamo lezioni di storia o di politica da gente come voi... in sostanza noi ci siamo perché voi avete fallito con il carico da undici di infinite ruberie addebitabile alla vostra classe dirigente... adesso tocca generazionalmente a noi provare a mettere una pezza a questo buco, a questa voragine morale ed economica in cui sta sprofondando questo paese... se la gente ci dà tutti questi milioni di voti, una ragione ci sarà, è perché non ne può più di voi... lei dice che navighiamo a vista, che non abbiamo idea della 'complessità' della storia... può essere... ma, ad esempio, ci avete ammorbato appunto con questa storia dell'Europa unita e dove siamo? Siamo lontanissimi da un tale obiettivo... Io, glie lo confesso, non credo all'Europa... anche quando ero ragazzino e mi davano a scuola il solito temino edificante sull'ideale europeo, io reagivo male, sentivo puzza di retorica lontano un miglio... l'Europa, come ha scritto qualcuno, è una invenzione basata sulla distruzione... l'Europa è una menzogna reiterata da decenni, ma adesso i nodi stanno venendo al pettine e persino i vecchi cantori ed apologeti dell'euro come divisa unica che avrebbe unificato il continente, ammettono che il progetto è fallito e che l'Unione Europea è in pratica una gabbia prigioniera di se stessa. L'unica cosa che sanno fare è agitare lo spettro del caos e dell'apocalisse se l'Unione si rompesse. Insomma, bisogna restare uniti per paura del peggio del peggio, pure se tale Unione è un evidente flop. Quanto ancora durerà questo giochetto? Lei sa come me che se si facesse oggi un referendum in ogni paese di questo vecchio continente si avrebbe l'effetto di un crollo immediato di questa costruzione europeistica fasulla, tutta elitistica... Persino gli stati-nazione sono attaccati dalle minoranze etnico-linguistiche che vogliono ciascuna la propria indipendenza... In ogni caso, i popoli non la desiderano proprio questa Europa degli eurocrati, delle banche, dei potentati finanziari, della burocrazia ossessiva, oppressiva e pervasiva, dei mille lacci e lacciuoli. Se si votasse verrebbe fuori, le garantisco, un gigantesco VAFFANCULO!!! ... se ne faccia una ragione».

In pratica il 'vaffa' lo stava rivolgendo a lei".

"Non so se è così, ma non mi scandalizzo. Anche a me piace il confronto duro e ho sempre provato con lui a ragionare e non ad avere apriori ragione, come mi accusa. Il tenore della mia risposta lo conferma. L'ha letta?"

"Certamente. Ce l'ho qua:

«Guardi Prascacci, mi scambia per qualcun altro, perché io non sono un europeista fideista e stupidamente acritico... Una volta mi ha citato un saggista francese che ce l'ha con la sinistra sentimentale e buonista, una sinistra 'de core' da lui bollata come 'sinistra cordicola', priva di ratio critica, che immagina di vivere in un mondo idealizzato, ribattezzato 'Cordicopolis', ossia una città-mondo di cuori iperzuccherosi, che ti fanno venire il diabete politico, cuori poi, sottolinea, tanto generosi quanto pelosi... Mi pare una caricatura eccessiva e, comunque, pur avendo un cuore politico, io non mi reputo un 'cordicolo' e neppure uno troppo cordiale... Pure io, sappia, sono critico. L'Europa è stata costruita, ha ragione, in modo verticistico, sostanzialmente anti-democratico, senza coinvolgere le masse, senza far lievitare una vera spinta culturale. Il risultato è un'Europa senz'anima e senza vera politica, così che gli unici veri rappresentanti dell'Europa sembrano i banchieri. Tutto vero. Ma mi domando: qual è l'alternativa? Ritornare al nazionalismo regressivo e xenofobo? O ad uno scenario di piccole patrie? Per rinchiudersi tra le pareti di casa, rimettere in auge il protezionismo, riedificare i muri e gli sbarramenti al confine? Non funziona. Non soltanto è sbagliato, ma proprio tale linea non funziona. La mondializzazione o globalizzazione che dir piaccia è un fatto irreversibile. La vostra ricetta, ammesso che sia una ricetta, porta dritti dritti a una nuova guerra planetaria, così come i nazionalismi novecenteschi hanno condotto a due guerre mondiali con più di cento milioni di morti. Voi 'onest'uomini' dite che parlare oggi di destra e sinistra è come parlare di guelfi e ghibellini, io dissento del tutto da tale visione. La seconda guerra mondiale è terminata da poco più di settant'anni, un breve spazio di tempo dentro le dinamiche dei cicli storici. Certi veleni e certe spinte catastrofiche sono tuttora presenti sottotraccia, basta poco per farle nuovamente riesplodere, è sufficiente pensare alla guerra nella ex Jugoslavia negli anni '90. Voi sarete onesti, ma siete pure storicamente ignoranti, non capite i rischi che si possono correre. E allora è, dal mio modesto punto di vista, preferibile una Europa dimidiata, bloccata, asfittica, ma che si può sempre migliorare, piuttosto che una non Europa, coacervo di stati-nazione o di micro-nazionalità aggressive e regressive in mano a derive populiste, criptofasciste, che scivola nel clinamen di un neo-bellicismo cieco e irresponsabile».

Insomma gli ha ammannito una lezioncina storico-politica colma di ragionevolezza, ma forse con un linguaggio e dei concetti per Prascacci totalmente indigesti".

Il vecchio comunista è colpito dalla acuzie della poliziotta.

"Sì, è così, ha centrato il problema. Io parlo un linguaggio che l'estremismo tipico dei giovani come Prascacci non può intendere. Un po' scherzando e un po' no, gli ripetevo spesso: lei deve sapere che non vuole sapere... In ogni caso, è un estremismo strano questo dei membri del PdO, perché è un estremismo antipolitico o prepolitico, cioè che pensa di potere fare a meno della mediazione politica... è un estremismo di analfabeti politici... tanto più pericolosi perché rischiano sul serio di consegnare questo paese nelle mani di qualche nuovo demagogo tiranno... la tentazione autoritaria o fascista è sempre in agguato da queste parti..."

"Va bene, dottor Bonfanti, ma non siamo qui per discutere le sue tesi politiche. Vorrei sapere: lei crede che un estremista, così lo chiama, come l'onorevole potrebbe fare o avere fatto un gesto estremo?"

"Sinceramente non lo so. Per quel poco che l'ho conosciuto, tenderei ad escluderlo. Ma cosa si nasconde nell'animo di un uomo, pur apparentemente controllato e razionale, nessuno lo sa. L'uomo è un mistero, in primis per se stesso, ogni uomo è capace di tutto nel bene e nel male".

"Questa, mi scusi, è filosofia un po' banale, e non mi aiuta. Deve essere successo qualche cosa, forse di oscuro, per spingere Prascacci a svanire, ad allontanarsi dal suo mondo... Forse c'è una traccia: abbiamo trovato dei file crittati nel suo pc... li abbiamo appena decodificati. Le leggo i passi salienti del primo file:

«... sono in grave difficoltà, il nostro garante mi ha chiesto di intervenire sui processi del voto telematico... in sostanza di elaborare un software che lo possa pilotare e indirizzare verso il risultato auspicato... gli ho detto che questa è una manipolazione, un vero e proprio broglio informatico... ma lui mi ha replicato che per portare avanti una rivoluzione dell'Onestà, occorre ogni tanto essere un po' disonesti... è a fin di bene, ha soggiunto... se il popolo è coglione, bisogna aiutarlo a scegliere per il meglio... non so, mi sembra una patente e insostenibile contraddizione con i principi su cui è nato il nostro movimento... ma allora avevano ragione i vecchi politicanti che sostenevano che 'la politica è merda e sangue'... comunque non mi sono potuto sottrarre, ho fatto quello che mi chiedeva, ma mi sono sentito un falsario, un merdoso... uno che ha tradito il mandato per cui è stato eletto...». Questo è il secondo che allude evidentemente a lei :

«... col vecchio comunista non c'è un vero dialogo... siamo troppo distanti... forse lui ha ragione quando dice che io sono un antipolitico, uno che non capisce che cosa sia la politica... ma se la politica è quello che dice lui, non la voglio capire, non mi riguarda... io ho aderito al partito proprio nella prospettiva di una rifondazione radicale, totale della politica, della vecchia politica... ma più passa il tempo e più mi sembra che il nostro essere alternativi si scolorisca, oscilli tra il velleitarismo e lo scadere in piccoli e grandi compromessi, con ciò per l'appunto compromettendo il nostro sogno di purezza e di completo rinnovamento... il dubbio è: la vecchia politica logora pure chi non la fa, chi non la pratica? ... se è così non c'è speranza... sto soltanto perdendo tempo...».

Ce ne è pure un terzo che la cita esplicitamente:

«... i vetero comunisti italiani come Bonfanti, in fondo sono stati dei burocrati... per quello che ho letto e inteso l'unico comunista degno di ammirazione mi sembra... Che Guevara... secondo lo scrittore Osvaldo Soriano era una persona, nonostante tutto, di 'grande candore... credeva ciecamente nell'onestà, nella giustizia e nella capacità dei popoli latinoamericani di capire qual è il loro destino'... quando si immolò per andare a fare il guerrigliero in Bolivia si ritrovò in una 'infinita solitudine'... molti pensarono che era un'impresa da demente salire su quell'altipiano per cercare di spingere i contadini a fare la rivoluzione... ma se è stato un perdente, è stato un perdente onesto, coerente sino in fondo con il suo destino... così in fondo sono gli eroi, dei sognatori che muoiono nel loro sogno... forse anche lui era un antipolitico, ma come dice Soriano 'è certo che oggi non rinnegherebbe nulla della sua vita rivoluzionaria'... forse è di questo che si tratta: di cambiare la vita... ossia di cambiare vita...»

C'è infine un quarto file, il più difficile da decodificare.

«... più parlo con questa persona e più mi sembra di dover chiarire la mia posizione... quando lui mi parla dei nativi americani scacciati, perseguitati, ingannati, traditi e massacrati, io mi sento uno di loro... l'impero americano che ci sovrasta e ci dirige in toto si fonda sul sostanziale genocidio della nazione pellirosse... se la civiltà occidentale è rappresentata dall'uomo bianco 'lingua biforcuta', cinico spergiuro e feroce assassino, io abiuro a questa civiltà... non ne posso più fare parte... questa persona mi ha aperto gli occhi... mi ha risvegliato dal prolungato sonno della mia coscienza... trentadue anni di torpore profondo e ora capisco l'errore e l'orrore di questa inconscienza... lui mi ha fatto capire che il mio posto è altrove... io gli ho chiesto: ma dove? ... anche in nessun dove, mi ha replicato... so che devo prendere questa decisione... quando si riconosce che non siamo ciò che appariamo, dobbiamo provare a ricongiungerci col nostro destino, col karma o comunque lo si voglia chiamare... se si vive nella falsità, nella menzogna, nella non verità del mondo serve allora uno strappo... una rivoluzione dentro di sé... c'è una accelerazione di pensieri e di sentimenti dentro di me che soltanto qualche settimana fa non avrei mai sospettato... il tempo giusto si avvicina... il malessere sta forse giungendo alla fine...».

Qui si interrompe. Abbiamo dunque un traccia. Ma che significa? ... Lei che ne pensa?"

La faccia incavata di Bonfanti osserva suadente la poliziotta, ovvero il contrasto tra il suo volto quasi severo, indagatorio, e la sensualità del seno imponente che preme sotto il cotone blu della camicia di ordinanza.

"Non so... mi viene da pensare che i cultori della telematica con annessa demagogia della democrazia diretta, della politica trasparente tutta online, sono i più sprovveduti e incapaci ad elaborare una vera difesa, anche psicologica, contro le dure repliche del reale, come avrebbe detto il filosofo Norberto Bobbio... che il garante del PdO fosse un manipolatore e un imbroglione l'avevo intuito, come avevo intuito che dietro il malessere di Prascacci c'erano molti nodi irrisolti della sua vita e della sua personalità... non so a chi alluda, chi abbia incontrato, con chi ha parlato... ma mi pare di capire che è stato qualcuno che forse più di me gli ha fatto vedere i motivi della sua crisi e gli ha fatto balenare la necessità di mutare vita... è assai probabile che la sua sparizione sia in relazione con questo incontro... se posso dire, mi sembra che il giovane onorevole è alla ricerca, come dire, di una soluzione salvifica, cioè extrapolitica... nei nostri non molti dialoghi io lo richiamavo ad un senso di maggiore responsabilità politica, ma percepivo che Prascacci aveva un'anima sostanzialmente metapolitica... e tutte le volte che si prova a calare una visione d'assoluto nella realtà spuria, precaria, compromissoria, anche dura e sporca della politica, finisce molto male... lo posso ben dire io che sono un ex militante travolto dal fallimento storico dell'utopia comunista... L'abiura di cui parla il nostro giovane deputato è in primis il rifiuto di una attività politica incominciata con molto entusiasmo e tanta ingenuità e presto sfociata in un penoso disincanto... Prascacci è certamente un onest'uomo, ma è la politica che non è o non riesce ad essere onesta".

"Va bene, dottor Bonfanti..."

"Se posso correggerla... non sono dottore".

"... In ogni caso la ringrazio... mi ha aiutato a meglio inquadrare la personalità dello scomparso. Continueremo a cercarlo, non possiamo fare altro".

"Ho l'impressione che non sarà facile trovarlo... taluni quando decidono di sparire non si fanno più scovare, penso al fisico Ettore Majorana sparito nel 1938 e mai più ritrovato...".

"Questo si vedrà... non siamo più negli anni Trenta... La saluto signor Bonfanti".

La Comilio si alza di scatto e le sue enormi tette ballonzolano sensualmente sotto la camiciola della divisa di commissaria. Bonfanti apprezza con un impercettibile ghigno delle labbra. L'eros carnale è ormai un lontano ricordo nella sua vita, ma il piacevole vizio di contemplare il corpo delle donne, quello non vuole proprio passargli. Allunga il braccio destro per stringere la mano alla poliziotta, esce dal suo ufficio e scende in strada. A passo lento si dirige a piedi verso la propria abitazione. Una nuvolaglia capricciosa e informe si staglia nel cielo che s'imporpora nell'ora del tramonto. Il traffico è come sempre congestionato, lo smog ristagna nell'aria puzzolente, le signore si affrettano con le braccia ingombre di pacchi e pacchetti trepestando il marciapiede su alti tacchi o scarpe di gomma sportive e griffate, i ragazzotti con la barba lunga stile neo-hipster, le tempie e la nuca rasate, l'anello dorato al lobo dell'orecchio e le braccia completamente tatuate hanno facce ostili e lanciano occhiate bistorte, gli uomini di mezza età con la pancia prominente sotto la giacca, il borsello di cuoio e lo sguardo tra nauseato e rapace appaiono dei magnaccia. Bonfanti quotidianamente misura il decadimento, anzi il crollo degli ideali politici che hanno informato la sua vita e si sente abbondantemente nauseato dal contesto in cui gli sembra di vegetare e si domanda se non abbia avuto ragione Prascacci ad eclissarsi da questo mondo senza speranza.

La notizia della scomparsa repentina e misteriosa del giovane parlamentare del Partito dell'Onestà a un certo punto salta fuori con parecchio clamore e se ne parla sulla stampa per alcune settimane, diventa un argomento 'hot' in diverse trasmissioni televisive sui vari canali nazionali, poi dopo un paio di mesi cala una cortina di silenzio e nessuno più ne accenna. Oggi del resto, di qualsiasi evento, anche una terribile strage terroristica con centinaia di vittime, si ha una memoria cortissima. Ci si dimentica quasi subito praticamente di tutto.

Rappresenta così una grande sorpresa per Tonfanti ricevere dopo oltre un anno e mezzo una mail da un indirizzo a lui ignoto. Una mail firmata G. P.

«Caro Bonfanti, ho sentito il bisogno dopo tutto questo tempo di inviarle un messaggio perché mi sembrava che la brusca interruzione del nostro dialogo necessitasse di una conclusione. E poi perché soltanto adesso ho trovato una tranquillità d'animo, recuperato una pace interiore, ripreso un controllo della mia vita. Ho attraversato un periodo assai travagliato, oscuro e perturbato della mia esistenza. Mi sembrava che niente avesse più valore per me. Sono caduto nel pozzo nero della tentazione suicida. Soffrivo di dispnea, ero insonne e disperato. Ne sono venuto fuori grazie a delle persone che mi hanno aiutato a indirizzare la mia vita altrove. È stato come quando, dopo avere fatto terra bruciata, si ricomincia con la piantumazione di nuovi alberi. Ecco, l'alberello della mia vita è stato ripiantato in un altro territorio. Sono oggi molto lontano dall'Italia. Mi sono aggregato a delle missioni umanitarie di solidarietà nei paesi più sfortunati e disgraziati del pianeta. Mettendo la mia esistenza al servizio degli altri, posso dire che sono rinato. Sono in cammino in un deserto gremito di folle di umanità raggiante e sorridente pur nella miseria assoluta, dove non servono le chiacchiere e la sola azione utile è quella di assicurare loro il pane quotidiano. È questa oggi l'unica politica che ha senso per me e nel deserto ho trovato l'unico luogo dove potere essere fino in fondo e veramente onesto con me stesso. Vede, Bonfanti, quando la vita è abissalmente nuda, quando è riportata alla sua minima, pura essenza, le parole della sua filosofia politica appaiono vuote, scaturiscono dal grande vuoto che domina la civiltà, la cultura a cui lei appartiene, a cui io ho invece definitivamente abiurato. Credo non ci sia altro da dire, non cerchi di ricontattarmi, le scrivo da un internet cafè dove sono di passaggio, comunque non mi troverebbe. Mi sposto in continuazione, vado dove c'è bisogno e ce n'è moltissimo di bisogno nel mondo. E io ho bisogno del bisogno altrui, ho bisogno di aiutare il prossimo. Bisogni, appunto, non sogni. Tutto ciò non è un credo, una ideologia, è una esigenza, un comando interiore, una rinascita spirituale, se vuole. Prendo quindi congedo sereno da lei, pur essendo felice di averla anche brevemente conosciuta. Senza volerlo lei è entrato nelle pieghe della mia crisi e mi ha indirettamente sospinto a fare chiarezza dentro di me. Probabilmente la mia scelta la deluderà molto, ma ciascuno deve seguire il proprio destino. Là dove un evento ti cambia nel profondo ed appare un avvento. In ogni caso la prego, e so che da persona leale manterrà la promessa di non dire a nessuno che mi ha sentito. Come scrive il poeta Omar Khayyàm: "la vita al vento gettammo e poi ci accolse la terra". Addio».

Bonfanti spegne il computer e guarda fuori della finestra. C'è una cappa grigia che non stimola pensieri, alberga in lui soltanto uno stato d'animo meditabondo tra sollevato e depresso, tra benevolente e perplesso. Poi, d'un tratto, il fu-comunista che è e che ha inseguito vanamente un'idea di rivoluzionamento totale della società capitalistica, rammenta che aveva l'età di otto anni l'ultima volta che ebbe a recitare, come un bravo bambino, la preghiera: "Padre nostro, che sei nei cieli, / ... Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Sorride vagamente e amaramente. Forse è ormai troppo tardi per ritrovare quel bambino scomparso nei tanti, difficili tornanti psicostorici del suo lungo percorso esistenziale. Forse.