CULTURA E SOCIETA'

APPROVATO DAL PARLAMENTO EUROPEO

IL NUOVO DIRITTO CONNESSO

EX ARTICOLO 15

DELLA DIRETTIVA COPYRIGHT

di Alberto Improda

In data 26 marzo 2019 il Parlamento Europeo ha approvato - con 348 voti favorevoli, 275 contrari e 36 astenuti - la Direttiva sul diritto d'autore nel mercato unico digitale, comunemente detta Direttiva Copyright.

Scopo della nuova normativa è adeguare le regole del diritto d'autore ai recenti cambiamenti tecnologici e all'ecosistema digitale, proteggendo i diritti dei produttori di contenuti e favorendo un accesso sempre più libero al web per esigenze di studio, ricerca e insegnamento.

L'intervento in questione trova i propri punti maggiormente significativi nelle disposizioni che affrontano due diverse esigenze, di estrema delicatezza e complessità: per quanto concerne la prima, si tratta di stabilire meccanismi atti a garantire una equa retribuzione per l'utilizzo dei contenuti autoriali (oggetto dell'Articolo 15); quanto alla seconda, il punto è individuare strumenti idonei per una efficace repressione della violazione delle regole in esame (oggetto dell'Articolo 17).

La prima questione è stata risolta con l'introduzione di un nuovo Diritto Connesso a favore degli editori di opere giornalistiche, ai sensi del quale "Gli Stati membri riconoscono agli editori di giornali stabiliti in uno Stato membro i diritti di cui all'articolo 2 e all'articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29/CE per l'utilizzo online delle loro pubblicazioni da parte di prestatori di servizi della società dell'informazione" (Articolo 15, Comma 1).

Questa innovazione giuridica trova fondamento in un concetto generale di basilare importanza, esplicitamente dichiarato al Considerando 54 della Direttiva: "Una stampa libera e pluralista è essenziale per garantire un giornalismo di qualità e l'accesso dei cittadini all'informazione e dà un contributo fondamentale al dibattito pubblico e al corretto funzionamento di una società democratica".

L'ambito di operatività del nuovo Diritto Connesso si desume dalla lettera del Considerando 56 della Direttiva: "Ai fini della presente direttiva è necessario definire il concetto di pubblicazione di carattere giornalistico così che esso copra pubblicazioni di tipo giornalistico pubblicate su qualunque mezzo di comunicazione, anche su supporto cartaceo, nel contesto di un'attività economica che costituisce una prestazione di servizi a norma del diritto dell'Unione. Tra le pubblicazioni di carattere giornalistico che dovrebbero rientrare nel concetto figurano, ad esempio, i quotidiani, le riviste settimanali o mensili di interesse generale o specifico, incluse le riviste acquistate in abbonamento, e i siti web d'informazione. Le pubblicazioni di carattere giornalistico contengono principalmente opere letterarie ma includono sempre più spesso altri tipi di opere o altri materiali, in particolare fotografie e video".

La disposizione in esame, in buona sostanza, attribuisce agli editori di giornali un Diritto Connesso, consistente nella facoltà di riproduzione e di comunicazione delle opere de quibus al pubblico; non rientrano in tale diritto esclusivo, e restano pertanto liberi, gli utilizzi privati o non commerciali, i collegamenti ipertestuali (link), la riproduzione di singole parole o di estratti molto brevi; il diritto in oggetto ha una durata limitata nel tempo, pari a due anni dalla pubblicazione.

Il legislatore comunitario, da un punto di vista tecnico-giuridico, ha aderito ad una impostazione piuttosto canonica.

Nei sistemi tradizionali, tra i quali quello italiano, i titolari originari dei diritti sulle opere sono gli autori; gli editori utilizzano i diritti economici sulle stesse e sono titolari di un diritto secondario, di natura derivativa, che in quanto tale è condizionato a e presuppone l'esistenza di un diritto del produttore dell'opera dell'ingegno.

Ad una logica diversa, invece, risponde la tutela riguardante i titoli degli articoli e gli estratti dai medesimi: qui la protezione non è basata sulla normativa concernente il diritto d'autore, ontologicamente imperniata sui concetti di creatività ed originalità, bensì sulle regole attinenti alla concorrenza sleale.

Il meccanismo adottato dal legislatore comunitario, in estrema sintesi, introduce in un sistema di stampo tradizionale una innovativa presunzione giuridica: ai sensi dell'Articolo 15 della Direttiva, dunque, si presume - fino a prova contraria - che l'autore di un contributo giornalistico, avente le caratteristiche per accedere alla tutela autorale, abbia ceduto i diritti di sfruttamento economico dell'opera all'editore e conseguentemente che questi abbia legittimazione attiva nei confronti dei terzi.

La questione in esame si inserisce in un tema estremamente più ampio, tale da giungere addirittura a toccare le fondamenta dei nostri ordinamenti giuridici e istituzionali, riguardante la necessità di una regolazione di stampo pubblico per le attività delle grandi piattaforme digitali.

I soggetti dominanti la Rete, infatti, attraverso la raccolta dei Big Data e la profilazione algoritmica, danno luogo a due grandi rischi, che possono minare le basi stesse dei sistemi democratici: da un lato, situazioni di non contendibilità o comunque di oligopolio nella intermediazione delle piattaforme globali; dall'altro, una segmentazione nel mercato delle idee, con conseguente riduzione del pluralismo online, nonché crescente esposizione degli utenti del web ai pericoli di condizionamento e disinformazione.

Le suddette attività delle Big Tech, invero, rispondono a logiche e provocano conseguenze di segno esattamente opposto; la profilazione algoritmica, a ben vedere, risulta straordinariamente efficiente in relazione alla sua capacità di filtrare ed eliminare le alternative irrilevanti; sul piano del pluralismo dell'informazione, però, un simile modello di efficienza - basato sulla semplificazione e sulla eliminazione delle opzioni secondarie - si traduce in un pericolo mortale.

Nell'operato dei grandi operatori del web, e conseguentemente nell'intero ecosistema di internet, l'efficienza economica ed il pluralismo culturale sono due forze antitetiche e tendenti verso direzioni opposte: la prima, punta a fornirci una realtà semplificata al massimo e perfettamente corrispondente alle nostre preferenze ed aspettative; il secondo, di contro, mira a rappresentarci una visione del mondo di natura completa e quindi comprendente anche posizioni e convincimenti diversi dal nostro.

Fino ad oggi si è ritenuto che il pluralismo, alimento necessario per la vita e la crescita di qualsiasi società democratica, trovasse una difesa sufficiente e adeguata grazie ai tradizionali meccanismi posti dall'ordinamento a tutela della concorrenza.

Oggi questo principio è messo in forse e deve essere oggetto di attente riflessioni.

La forte polarizzazione in atto nella società e nell'economia, infatti, ha creato e sta sempre più fortificando una inedita categoria di campioni siderali, dalla potenza straordinaria e per qualche verso ancora inesplorata, tale da mettere in crisi la capacità dell'uomo comune di confrontare, selezionare e decidere in autonomia.

Il tema se in rete - per scongiurare la devastante deriva di cui sopra - debba o meno essere introdotta una qualche forma di regolazione, a nostro avviso, rappresenta una questione mal posta e comunque ormai poco rilevante.

Le regole, invero, nel web sono ad oggi ben presenti e sono quelle decise proprio dalle grandi piattaforme, al fine di organizzare, disciplinare, tutelare e migliorare i propri modelli di business.

Pur conoscendo gli effetti distorsivi a tratti scaturenti dall'intervento del regolatore pubblico, sembra a noi che - considerate le ricadute delle questioni in esame sulle fondamenta stesse dei nostri sistemi democratici - questi non possa esimersi dall'intervenire nel campo in esame.

I decisori istituzionali, in altri termini, sono oggi chiamati - a prescindere dalla validità degli specifici strumenti tecnico-giuridici di volta in volta approntati - a estendere la propria attività a tutela del bene pubblico anche alla rete, ormai sempre più centrale nella vita delle persone e delle comunità.

L'ulteriore indebolimento del pluralismo informativo e culturale, per qualche verso già in atto dagli ultimi lustri del Novecento, vorrebbe senza dubbio dire avviarsi verso strutture di natura politica e sociale dal carattere verticistico e illiberale.

Si tratta di un pericolo reale, tangibile e imminente, con importanti ricadute sulla qualità stessa delle nostre democrazie e la cui gestione non può essere meramente affidata alle vecchie dinamiche di autoregolazione proprie del mercato.