Editoriale

L'Europa e gli Anni con il Numero 8

IL NUMERO OTTO

E LA DOPPIA PORTA

di Alberto Improda

Il numero Otto è un segno pieno di significati.

Indica la Morte, ma non quale indice di Fine, bensì come Inizio di un nuovo cammino, di una nuova vita.

Corrisponde, disposto orizzontalmente, alla lemniscata greca simbolo dell'Infinito, dove nulla finisce, ma c'è solo un ciclo continuo, che non conosce mai interruzione.

In Kabalah corrisponde alla lettera Cheit, che è chiamata la Doppia Porta: la porta attraverso la quale il nascituro viene alla luce, ma anche la porta della rinascita spirituale.

Il Numero Otto, nella sua essenza, vede dunque la combinazione di concetti usualmente contrapposti: Morte e Vita, Fine e Inizio.

L'Europa ha talvolta avuto un rapporto difficile con gli Anni "Otto", i quali hanno scandito momenti cruciali della sua storia.

Momenti drammatici, momenti di sconvolgimenti, momenti di cambiamento, momenti di passaggio, momenti decisivi.

Basti pensare al 1848, anno che ha visto divampare in tutta Europa il fuoco delle rivoluzioni, dopo del quale - malgrado il temporaneo spegnimento dei vari incendi - nulla è rimasto uguale nei diversi Stati, proiettati all'improvviso in una dimensione nuova e inesplorata della loro storia.

Oppure al 1918, anno che ha visto la fine della immane tragedia che è stata la Grande Guerra, punto di partenza di quello che Eric Hosbawn ha definito il Secolo Breve: un periodo storico che è risultato uno straordinario condensato di stravolgimenti politici, sociali, economici.

Oppure al 1968, anno che ha visto crearsi nella società una frattura generazionale di una nettezza e di un fragore inediti, con una ricaduta di enorme portata sulle prospettive culturali, sui costumi di vita, sulle relazione interpersonali, sul concetto stesso di società, nell'intero continente.

Il 2018 che stiamo attraversando entra a pieno diritto in questa galleria di Anni "Otto" cruciali per l'Europa: oggi l'Unione vive giorni davvero drammatici e netta si ha la sensazione che i prossimi mesi saranno decisivi per il progetto europeo.

L'Europa in questo momento non è vissuta dai cittadini come una prospettiva di prosperità e di sviluppo, ma - al contrario - come la causa di una serie di gravi problemi, dalla crisi economica alle ondate migratorie, dalla mancanza di lavoro alla perdita di valori identitari.

Le paure e le incertezza che attanagliano la società contemporanea, in buona sostanza, hanno trovato nell'Europa un facile capro espiatorio, un colpevole di comodo, un condannato da condurre inerme al patibolo.

L'Europa, invece, è qualcosa di profondamente diverso dalla raffigurazione che oggi correntemente ne viene proposta: un progetto meraviglioso, una realtà densa di buoni significati, che già da tempo sta incidendo in modo profondamente positivo sulle nostre vite in termini di libertà, solidarietà e ricchezza.

Soprattutto l'Europa è una speranza per un futuro migliore, la sola prospettiva economica e politica atta a garantire al nostro continente un ruolo da protagonista nel mondo, l'unico strumento a disposizione di coloro che vogliono ancora costruire un percorso di sviluppo e di progresso.

A volere essere cinici, l'Europa oggi è anche una necessità, la nostra sola chance di farci valere nel nuovo scenario economico-politico globale; nell'attuale frangente storico diventa di stretta attualità un antico proverbio africano, non a caso tanto caro ad un uomo di Stato innamorato dell'Europa come Enrico Letta, che lo ha citato più volte: "Se vuoi andare veloce, agisci da solo; se vuoi andare lontano, agisci insieme agli altri".

Appare però indubbio che coloro che più di altri avrebbero dovuto difendere la reputazione e l'immagine dell'Europa hanno fallito; i politici e i dirigenti delle istituzioni europee in questi anni non sono stati all'altezza del loro compito, contribuendo a diffondere l'idea di un'Europa fredda, austera, distante dalle persone e sorda alle loro istanze.

Il 2018 deve essere allora l'anno in cui siamo noi cittadini a prendere di nuovo in mano il vessillo dell'Europa, a difendere la sua immagine e la sua reputazione, a rilanciarne il fondamentale ruolo e l'irrinunciabile funzione, a comunicarne l'altezza degli ideali, la nobiltà dei fini, l'utilità per le persone.

Proprio da qui bisogna ripartire, dalla straordinaria bellezza, dalla grande forza, dalla insostituibile efficacia e dalla assoluta altezza dell'idea di Europa.

Occorre muovere dall'insegnamento di Giuseppe Mazzini, che il 15 aprile 1834 fondava a Berna la Giovine Europa: l'Apostolo Genovese non limitava il suo pensiero alle funzioni meramente economiche e politiche dell'Europa, ma in essa vedeva il più mirabile strumento a disposizione dei cittadini per contribuire al progresso dell'Umanità, per stringere vincoli di Fratellanza, per costruire una società più giusta e più felice.

Occorre muovere dal Manifesto di Ventotene, con il quale nel 1941 Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni elevavano l'Europa a supremo mezzo di superamento delle divisioni tra le nazioni, divisioni foriere di guerre, di devastazioni, di povertà, concludendo con le celebri parole: "La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà".

Adesso sta a noi; il compito di difendere l'Europa e di farne un meraviglioso strumento di progresso e di sviluppo è nelle mani dei cittadini; non può essere delegato ad altri, perché i politici e i burocrati hanno già fallito; e non può essere rinviato a un domani, perché non c'è più tempo.

Il tempo è ora; il 2018 è il momento cruciale.

Ancora una volta un Anno Otto è decisivo per l'Europa: dal frangente che stiamo vivendo dipenderà la sorte dell'Europa, il destino dei nostri Paesi, il futuro dei nostri figli.

Dicevamo che per la Kabalah il numero Otto, come la lettera Cheit, indica la Doppia Porta e significa una rinascita, una nuova partenza, che può avvenire anche dopo una grande difficoltà, una profonda crisi.

Questa antica forma di saggezza sembra quasi esortarci a non cedere alla rassegnazione, a non deporre le pacifiche armi del sogno, a non rinchiuderci egoisticamente nel nostro particolare, a continuare a credere nei nostri ideali.

Ebbe a dire Jacques Delors nel 1985: "L'Europa si trova a un bivio. O andiamo avanti con risoluzione, oppure ricadiamo indietro nella mediocrità".

Oggi, a distanza di oltre trenta anni, il momento è ancora più drammatico; il prezzo del fallimento del progetto Europa non sarebbe solo la mediocrità, ma il declino, l'irrilevanza e la povertà.