GLI INTELLETTUALI

E I FERRAGNISTI

di Alberto Improda

Chiara Ferragni, regina del marketing via web e imprenditrice digitale da decine di milioni di follower, a metà luglio è stata la protagonista di un servizio fotografico per Vogue Hong Kong, svoltosi in notturna a Firenze nella straordinaria cornice delle Gallerie degli Uffizi.

L'account Instagram del museo ha celebrato l'evento, definendo la sua protagonista "una sorta di divinità contemporanea nell'era dei social".

Nel fine settimana successivo il numero dei visitatori degli Uffizi ha avuto un incremento del 24%, con 9.312 presenze contro le 7.511 di quello precedente, con un vero e proprio boom di giovani, tra bambini e ragazzi fino ai 25 anni.

E' stato emblematico, in questo episodio in fin dei conti poco rilevante, lo sgomento, il fastidio, la stizza che ha contraddistinto - in massima parte - le reazioni dei commentatori più prestigiosi e autorevoli.

Gente che pensa di visitare gli Uffizi, perla di inestimabile valore del nostro patrimonio artistico e culturale, soltanto per l'influenza della Ferragni: che inaudito sacrilegio! Quale imponderabile follia!

Ha scritto ironicamente Beppe Cottafavi: "le professoresse democratiche di storia dell'arte si sono incazzate perché gli Uffizi si promuovono su Instagram con Chiara Ferragni in shorts davanti alla Venere di Botticelli, mentre Chiara Ferragni si promuove per "Vogue" Hong Kong e fa foto per fini benefici" (su Domani, 14 settembre 2020).

Utilizziamo questa piccola storia a titolo esemplificativo, per simboleggiare un fenomeno con il quale dobbiamo fare i conti ogni giorno e su larga scala: la componente più colta e erudita della nostra società oggi è distante dai suoi umori più popolari, non condivide le reazioni di pancia delle persone comuni, non ne comprende le passioni e le pulsioni.

Se per definire il fenomeno volessimo utilizzare, in guisa di caricatura e di provocazione, una tecnica biecamente giornalistica potremmo fare ricorso a titoli gridati e parole altisonanti: "Le Elite non capiscono il Popolo!", oppure "Gli Intellettuali contro la Gente!".

In maniera più seria e più sobria, nonché infinitamente più autorevole, Beppe Cottafavi afferma che "la cultura italiana non rispetta la cultura popolare, né chi se ne occupa" (ibidem).

Non che gli intellettuali non abbiano le loro ragioni.

Il semplice cittadino, spaesato in un tempo senza punti di riferimento e impaurito in un mondo pieno di insidie, oggi - in tutti gli ambiti della realtà - assume posizioni e asseconda impulsi che ben si possono ritenere discutibili, se non addirittura esecrabili.

La minaccia di un futuro economicamente difficile, tale da mettere a repentaglio la propria situazione di attuale - magari anche relativo - benessere, rende allettanti e rassicuranti ricette vecchie e dannose: sigillare i confini, blindare l'Italia, rivalutare l'autarchia.

L'incertezza dal punto di vista della sicurezza, spesso più percepita che reale, fa tornare di grande attualità sentimenti e meccanismi antichi: la paura dello straniero, l'idea di nazione, la chiusura agli altri popoli.

La necessità di certezze, anche dal punto di vista artistico e culturale, conduce a privilegiare scelte e banali poco impegnative, mettendo al bando la sperimentazione e la ricerca del nuovo.

Non è più ritenuta un'idea scandalosa, in generale, quella di cedere - nelle nostre vite - pezzi di libertà e di democrazia, purchè in cambio ci vengano garantiti ordine, assistenza e tranquillità.

Il punto dirimente, per utilizzare le oculate parole di Mauro Magatti, oggi è "la questione della sicurezza e dell'integrità fisica. I singoli individui, inseriti all'interno di reti sociali sempre più piccole e fragili, si sentono esposti a tutto: alla violenza, al terrorismo, alla delinquenza spicciola, all'inquinamento, alle sofisticazioni alimentari, alle scorribande finanziarie. Vulnerabili e soli in una situazione di grande instabilità" (Cambio di paradigma, 2017, 61).

Se ci affidassimo alla fredda razionalità, realizzeremmo facilmente che quelle risposte non colgono affatto nel segno e, anzi, risultano esse - quelle si davvero - causa di ulteriori problemi, effettivi e gravissimi.

Invece ciò che prevale è l'irrazionalità, il disagio, il timore che ci invade e ci destabilizza; vince, come ha scritto brillantemente Enrico Giovannini, "lo stesso istinto che spinge un animale a fiutare il pericolo, pur non vedendo chiaramente da dove esso viene" (L'Utopia Sostenibile, 2018, VII).

Zygmunt Bauman, che forse meglio di chiunque altro ha descritto la "società liquida" contemporanea, nel suo ultimo libro ha efficacemente argomentato che il ritorno a schemi e soluzioni del passato costituisce una reazione istintiva ad un'età di "disagio, confusione e angoscia" (Retrotopia, 2017, 155), rappresenta il tentativo di trovare rifugio in una mitica età dell'oro, che in effetti non è mai esistita.

Dunque il fastidio, la sufficienza, a tratti lo sprezzo, con il quale la ristretta fascia più colta della nostra popolazione guarda ai comportamenti, ai gusti, alle tendenze, alle scelte delle persone comuni è comprensibile.

Comprensibile, ma non condivisibile.

Le visioni miopi, gli atteggiamenti egoistici, le idee dal corto respiro, le scelte piene di timore di larga parte dei cittadini non possono essere considerati insignificanti escrescenze della storia, irrilevanti fenomeni da ignorare, ai quali destinare al più uno sguardo ironico o sdegnato, lanciato con sufficienza o con disprezzo da un punto di osservazione lontano.

La realtà, invero, ha una sua profonda importanza, un carico ineludibile di senso, una concretezza innegabile e incontrovertibile, nonché il brutto vizio di esistere nelle nostre vite e di ripresentarsi immancabilmente ogni giorno: "i fatti hanno la testa dura", per citare Lenin.

I fatti non solo hanno la testa dura, ma ricoprono anche significati autentici, indicano la cifra del momento storico, segnalano l'identità delle persone, costituiscono il mondo vero che ci circonda.

Michel Maffessoli ha scritto pagine mirabili sul senso di tutte le manifestazioni del contemporaneo, anche quelle più becere e banali: "tutta la vita quotidiana può essere considerata come un'opera d'arte: per via della massificazione della cultura, ovviamente, ma anche perché tutte le situazioni e pratiche più ordinarie costituiscono il terreno stesso sul quale si ergono cultura e civiltà. [...] Si può affermare che il momento culinario, il gioco delle apparenze, i piccoli momenti di celebrazione, le deambulazioni quotidiane, il tempo libero e molto altro ancora non possono più essere considerati elementi frivoli e insignificanti della vita sociale. In quanto espressioni delle emozioni collettive, essi costituiscono una vera e propria "centralità sotterranea", un voler vivere irreprimibile che va necessariamente analizzato."

Per il sociologo francese, insomma, "la potenza collettiva genera un'opera d'arte: la vita sociale nella sua interezza e nelle sue varie espressioni" (Nel vuoto delle apparenze, 2017, 14-16).

Questo è il nostro tempo, c'è poco da fare: si visitano gli Uffizi perché prima c'è stata la Ferragni; andiamo ai concerti di Vasco Rossi oppure si ascoltano i dischi di Irama; abbiamo il timore che il vicino di origini straniere ci rubi il lavoro o molesti le nostre donne; chiediamo la chiusura dei porti; leggiamo i libri di Fabio Volo e citiamo ispirandoci a Instagram; mal sopportiamo i meccanismi democratici e in fin dei conti non ci dispiacerebbe l'arrivo dell'uomo forte; guardiamo gli sfoghi di Vittorio Sgarbi e ci appassioniamo a Ballando sotto le stelle.

Può non piacere, può non piacerci, ma questo è.

E una Cultura degna di questo nome non può chiudere gli occhi ed evitare di farci i conti, trincerandosi in elevati circoli asfittici e autoreferenziali, ove intrattenere dotte disquisizioni e scambiarsi gratificazioni e riconoscimenti, lanciando a malapena verso il mondo esterno uno sguardo di compassionevole disappunto e malcelato disprezzo.

Coloro che si ritengono persone colte hanno oggi più che mai il dovere di sporcarsi le mani con la realtà, di confrontarsi con le pulsioni e le tendenze delle persone comuni, di interagire anche con i fenomeni della quotidianità meno edificanti e condivisibili.

Devono discostarsi dall'immagine che Federico Rampini ne ha tratteggiato con acutezza e sarcasmo: "Gli intellettuali di grido, i maitres a penser di successo, sono spesso i cultori della parzialità, esperti ad eccitare i propri fan, raccontandogli solo quello che vogliono sentirsi dire" (L'Età del Caos, 2015, 326).

Certamente è poco appealing avere a che fare con i follower della Ferragni, con i nostalgici dell'uomo forte, con noi fan di Vasco Rossi, con i fautori dei porti chiusi, con i lettori di Fabio Volo, con gli ammiratori di Mara Venier; molto più cool, senza dubbio, è discettare amabilmente di artisti sconosciuti ai più, ragionare di argomenti alti e raffinati, barricarsi in una cittadella dorata e impermeabile ai miasmi e alle miserie del momento.

Ma il mondo della Cultura, in un frangente storico delicato e per qualche verso drammatico come quello attuale, è invece chiamato ad un enorme sforzo in termini di disponibilità e di generosità.

L'intellettuale di coscienza, in questo difficile inizio di Terzo Millennio, bisogna che trovi la forza e il coraggio di anteporre il bene della collettività al successo della propria persona, calandosi nel vivo della realtà attuale, condividendone, assorbendone e comprendendone le tendenze, i sentimenti, le devianze, le aberrazioni.

Soltanto in questo modo la Cultura può continuare ad adempiere alla propria missione ultramillenaria, incidendo in modo effettivo sulla realtà, parlando al mondo con parole comprensibili, elaborando con sacrificio e dolore i sentimenti del secolo, elevando credibilmente la propria voce in modo critico, disegnando scenari per un futuro di sviluppo e di progresso.

L'autentico intellettuale, per dirla con Dante, oggi è chiamato a fare "come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte" (Divina Commedia, Purgatorio, XXII, 67-69).

Occorre dunque mettersi in cammino, in questa buia notte che tutti stiamo attraversando, mettendosi allo stesso livello dei propri compagni di strada, condividendone inquietudini e pochezze, poggiando con pazienza il lume dietro le spalle, camminando con difficoltà, nell'oscurità, senza il conforto dell'ammirazione altrui.

Solo così facendo potremo sperare di lasciare una piccola scia di luce, di rendere un poco più agevole il procedere di coloro che seguono, di dirigerci insieme agli altri verso un domani migliore.