“GINETTACCIO”

La Resistenza civile

di Aldo Pirone

Il 5 maggio è ricorso il ventesimo anniversario della morte di Gino Bartali grande campione ciclistico negli anni '30 e '40. Rai storia ha mandato in onda un documentario su di lui e la sua vita. La competizione con l'altro grande della bicicletta, Fausto Coppi, alimentò la tifoseria degli italiani aiutando la rinascita dell'Italia dalle macerie della guerra. La parte del documentario che mi preme rilevare nel clima del 75esimo della Liberazione è che "Ginettaccio" partecipò, tra il '43 e il '44, alla Resistenza portando nascosti nella sua bicicletta centinaia di documenti falsi, passaporti e carte d'identità, che salvarono la vita a circa 800 ebrei che si nascondevano nei conventi attorno ad Assisi. Faceva con la sua bicicletta circa 360 chilometri il giorno andando da Firenze alla città di San Francesco e ritorno. Un percorso pericoloso, disseminato di posti di blocco e di controllo tedeschi e repubblichini, fatto decine di volte. Gliel'aveva chiesto il cardinale Dalla Costa che, in collegamento con il rabbino di Firenze Nathan Cassuto poi morto nel campo nazista di Gross Rosen, aiutava l'organizzazione segreta di assistenza ebraica Delasem. Per questa sua attività ricevette le attenzioni della famigerata "banda Carità" di Firenze, una congrega di fascisti repubblichini torturatori di partigiani e antifascisti. Lo trattennero per due giorni ma non lo torturarono. Lo salvò, probabilmente, la sua fama di campione ciclistico.

Gino Bartali appartiene alla schiera di tantissimi italiani che fecero la cosiddetta resistenza civile, che non combatterono con le armi ma lottarono contro i nazifascisti in altri modi altrettanto importanti, rischiando sempre la vita. Modi che consentirono alla Resistenza di essere un momento di larga partecipazione popolare. "Ginettaccio", con il suo carattere burbero e buono, era un cattolico fervente e osservante. Era già, a suo modo, antifascista prima della guerra. Le sue prime vittorie, a differenza di altri atleti, non le dedicava al "duce" ma alla Madonna e non faceva il saluto fascista nelle cerimonie di premiazione. Nel dopoguerra divenne uno dei simboli dell'Italia cattolica, popolare e democristiana. La sua origine contadina e la sua coscienza religiosa furono sicuramente di stimolo all'impegno resistenziale. Di questa sua azione, che salvò circa 800 ebrei dai campi di sterminio, non volle mai parlare pubblicamente e non ricercò medaglie. Diceva che quel tipo di medaglie si appende all'anima non al petto. Post mortem, fu dichiarato da Israele "Giusto fra le Nazioni" ed è ricordato nel museo dello Yad Vashem a Gerusalemme.

Riandare a questo tornante poco conosciuto della vita di Bartali è importante per capire il carattere della Resistenza che fu un moto nazionale e popolare perché coinvolse nel profondo, almeno nel centro nord, la società italiana in tutte le sue rinascenti tendenze politiche e culturali. Al sud ce ne fu un riflesso più attenuato. Purtroppo tanti episodi di resistenza popolare attuati da persone singole, da gente umile sono rimasti sepolti nelle storie familiari, si sono persi o si vanno perdendo. I protagonisti li considerarono, all'epoca, atti normali e dovuti, non bisognevoli di riconoscimenti. Ma questo non cancella quel che è avvenuto di grande e che rimane un dato ineludibile della nostra storia nazionale anche perché a determinarlo fu tanta gente umile.

La bicicletta, com'è noto, fu un'arma nelle mani dei partigiani gappisti nelle città. Serviva a colpire all'improvviso i nazifascisti e a fuggire, secondo le regole e i modi della guerriglia urbana. Fu il mezzo su cui pedalavano per chilometri e chilometri le donne staffette dei partigiani per portare ordini, informazioni, pubblicazioni clandestine, cibo e armi.

Con Bartali fu anche il veicolo nel cui telaio viaggiò la salvezza per centinaia di ebrei.