Speciale Sanavìo

IL MONDO IRRAGGIUNGIBILE

di Piero Sanavìo

Le fond de tout c'est qu'il n'y a pas de grandes personnes.

Antimémoires

UNO

1.

Annick posò il vassoio della prima colazione sul tavolino all'esterno della camera da letto e entrò senza battere. Muovendosi con sicurezza pur nell'oscurità si diresse alla parete di fondo, tirò le tende e una luce grigia invase la stanza. Apri le finestre per cambiare l'aria, accostò le tende: la grande luce diventò due strisce pallide sul pavimento e il soffitto che si incrociavano sul bracciolo di una poltrona.

Chiamò, "Madame?" guardando il letto, le mani incrociate sotto il grembiule.

La voce venne soffocata da coperte e cuscini. "Che ore sono?"

"Le dieci. Le ho portato il the."

Due teste uscirono dalle coperte, quella di una cinquantenne, bruna, gli occhi gonfi di sonno, l'altra di un giovanotto non ancora ventenne, biondo, gli occhi chiari. Uscì nudo dal letto, fece qualche gesto per sgranchirci le braccia, sbadigliò.

"C'è anche per me la colazione?"

Rispose Annick, guardando il sesso dell'uomo come se fosse a quello che parlava, "Non sapevo..." mentì. Uscì, rientrò con il vassoio e il tavolino sul quale lo aveva posato, sistemandoli accanto al letto.

Fece la donna bruna, al giovanotto, senza uscire dal letto, "Puoi servirti di tutto, a me basta un sorso di the. Qualcuno me lo vuol versare? Anche in un bicchiere."

E il giovanotto, "A me bastano i toast e la marmellata."

Annick versò il the mentre il giovanotto, accumulati toast e marmellata su un piatto, spariva nella stanza da bagno. Presto ci fu lo scroscio, sullo scroscio una voce maschile, stonata, e cantava, "Rien, je ne regrette rien..."

"Arriva sempre quel momento" commentò Annick, in risposta, su mezzo tono.

"E' giovane" rispose la cinquantenne. "Crescerà. "Sedeva sul letto sorbendo il the. Indossava una camicia da notte scollata, stropicciata, e aveva il volto largo, attraente, gli occhi grandi e scuri. Poi tese alla cameriera la tazzina vuota e uscì dal letto, infilò la vestaglia, sedette alla coiffeuse ravvivandosi i capelli.

"Che c'è, Annick, cos'è successo che stai lì impalata?"

Annick posò la tazzina sul tavolino accanto al letto. "Il signore se n'è andato, l'ho sentito alla radio" disse in fretta, d'un fiato.

La donna alla coiffeuse non si mosse. Ci fu un breve silenzio e poi, "Com'è successo?"

"... S'è tagliato i polsi. Ha anche lasciato una lettera. La domestica lo ha trovato stamattina, pare fosse ancora vivo e chiamò la moglie, subito, l'ex moglie, ma questa volta, quando arrivò l'ambulanza, ritardata da un ingorgo, lui non c'era più."

Una pausa e poi, la donna alla coiffeuse, "Non voglio telefonate, dì a tutti che sono fuori città."

"Anche se telefona suo marito?"

"Anche in quel caso."

"Molto bene."

La canzone si interruppe, dalla stanza da bagno il giovanotto passò allo spogliatoio, ne uscì vestito meno la cravatta preceduto da un'ondata di calèche pour homme. Domandò. "Cosa fai questa mattina?"

La donna bruna era daccapo sotto le coperte. "Mi è venuto il mal di testa" fece a occhi chiusi.

"Ci vediamo questo pomeriggio? Sul tardi, verso l'una?"

"Dipende dal mal di testa."

"E' per stanotte" rise il giovanotto, "abbiamo fatto troppo o magari non sei più in età." Si curvò a baciarla su una guancia, infilò una mano a carezzarle i seni.

Lei teneva sempre gli occhi chiusi. "Non sono più in età."

Ascoltò la porta della camera da letto aprirsi, chiudersi, altre porte aprirsi e chiudersi sempre più lontane e chiamò Annick al telefono interno.

"E' uscito?"

"Oui, Madame. Devo fare qualcosa?"

"Esci, vedi se la notizia è già sui giornali e se lo è, comprali tutti."

"Molto bene."

Daccapo sotto le coperte, Così finalmente ce l'ha fatta, si disse, e subitamente le si strinse la gola. Serrò i denti, Addio.

Jean-François. Lei non era stata né la prima ne l'ultima, semmai un luogo di arrivi e partenze, sempre nuovi arrivi e sempre nuove lontananze, e angosce, violenze, masochismi, disperazioni. Lacrime.

"Il mio ventre" gli disse, come se lo avesse di fronte a sé, "i miei seni. Forse anche il mio viso."

Immaginò il volto di Jean-François come poteva essere adesso, non molto diverso da com'era stato in vita, supponeva - la fronte alta che si avvicinava alla calvizie, i capelli biondi, piatti, ormai radi alle tempie, naturalmente gli occhi chiusi, il pallore. Pensò alle mani dalle dita lunghe, femminili, quasi. Quando era stata la loro ultima volta, quattro... dieci giorni passati?

La pioggia batteva sui vetri. Nel tepore del letto piegò le ginocchia, si girò su un fianco, sopra il satin della camicia da notte si accarezzò un capezzolo, appena il capezzolo si irrigidì la mano scese al ventre e al sesso. Pensava sempre a Jean François, le sue mani, e adesso si girò sulla schiena.

Le carezze non portarono a nessun orgasmo, creavano soltanto una frenesia, un'accelerazione che non raggiungeva nessun picco, non finiva. Restò immobile, il pollice dentro il sesso. Presto cominciò a piangere, gli occhi sempre chiusi.

Christiane Milan: nata a Alessandria d'Egitto, la madre veneziana per parte di madre, il padre un italo-libanese dalle molte attività (spia di Berlino, Vienna, la Sublime Porta erano state le voci), orfana a sei anni e da quella data cresciuta da una zia paterna dalla convulsa vita mondana. Tra i suoi molti amici, tante Gaby contava un aristocratico francese, Marc Bruno de la Gohelle, approdato in Egitto per sottrarsi ai creditori. Bellissimo e fin-de-race, appena compiuti i sedici anni Christiane lo avrebbe sposato. Violentata la notte di nozze, lo abbandonava qualche mese dopo con la complicità della stessa zia, una fuga che dall'Egitto doveva portarla in Italia e dall'Italia in Francia.Di Alessandria non scordò mai gli odori, il mare, la luce nel decomporsi dell'estate. Sosteneva che, al suo arrivo in Europa, li aveva ritrovati sulla spiaggia del Lido di Venezia, al Des Bains.

Anni dopo, quei ricordi si sarebbero confusi con quelli della zia, testimone dell'epoca favolosa quando in Egitto "les riches étaient très riches." Si chiedeva Christiane se gli entusiasmi di quella pecora nera dalla famiglia, rimasta zitella dopo una relazione con un musulmano che la aveva messa incinta ma non era riuscito a sposarla per le pressioni congiunte delle due parentele, non fossero una sfida all'ostracismo al quale era stata condannata. Dal musulmano aveva avuto un figlio, "dato subito in adozione per sua e mia fortuna" lei stessa commentava.

Di suo padre Christiane aveva immagini sbiadite, le estraeva dalla memoria poiché di lui non esistevano fotografie, qualcuno doveva averle distrutte. Al contrario, esistevano molte immagini di sua madre e con il passare del tempo sostituirono ogni altro ricordo avesse di lei. La fotografia che preferiva era stata scattata non sapeva se sul porto di Alessandria o di qualche altra città mediterranea - sua madre e suo padre viaggiavano moltissimo, prima della disgrazia: in Grecia, in Siria, in India, in Italia, in Francia... Sulla destra, in primo piano, c'era un militare sudanese avvolto in un cappotto, fucile in spalla, il vaso da fiori del tarbusc' calato sugli occhi. Dietro di lui, sul molo, si scorgeva la fiancata di una nave. A metà strada tra il militare e la nave, sua madre, in tailleur e cappello di paglia, girava il volto verso l'obbiettivo. La posizione del corpo rendeva impossibile supporre se fosse appena sbarcata o si stesse per imbarcare.

I la Gohelle risalivano a Carlo VI, una sfilza di generali, ministri, ambasciatori i cui discendenti svolgevano ancora un ruolo nell'amministrazione del Paese. Malgrado il divorzio e che fossero rigidamente cattolici, accolsero Christiane con cordialità.

"Non so come tu abbia fatto a sopportare mio fratello anche per pochi mesi" commentò la cognata baciandola sulle due guance. E, "Non è che ti ha lasciata incinta? No? questa è la prima buona notizia." Poi, "Non temere, provvederemo presto a una tua nuova sistemazione."

La ri-sposarono a un cugino, anche lui titolato, un settantenne impeccabile, da poco vedovo, già ambasciatore alla Santa Sede e al quale serviva una nuova moglie. Le disse subito, "Avrai una libertà assoluta, purché tu sia discreta. Sarà obbligatoria la tua presenza ai ricevimenti." La secchezza degli enunciati si era accompagnata a un sorriso che ne smussava la perentorietà.

Rispose Christiane, "Sono stata messa al corrente e potete credermi, non mancherò nessun avvenimento mondano."

Gli avrebbe sempre dato del voi e André non mancò di esprimere il suo apprezzamento con un sorriso, detestava l'intimità, anche se soltanto verbale. Commentò, "Saremo una bellissima coppia, invidiata da tutti."

Lo furono, fin dal primo ricevimento, il grande successo soprattutto per lei, un nugolo di giovanotti a contendersela per il ballo.

"Ma lui chi è?" Christiane chiese, indicando un personaggio vestito di scuro, il colletto bollito e le punte piegate. Seguiva André come una guardia del corpo però tenendosi a una distanza di qualche metro. "Ancora non mi è stato detto ma immagino che lo dovrei sapere."

"Ufficialmente è il notaio che ha steso il mio testamento, alla mia morte sarai l'unica erede, ma in realtà è un giardiniere. Non soltanto lo conoscerai, vorrei che diventaste amici."

"Siamo in quanti a saperlo?" lei proseguiva.

"Della tipicità del nostro rapporto? Fosse anche tutta Parigi, ciò che importa è l'apparenza. Come dire la discrezione."

Christiane non diventò mai intima del notaio, o giardiniere che potesse essere, non ne ebbe il tempo, presto il marito lo sostituì con un giovanotto che scaricava cassette di frutta alle Halles sostituito a sua volta da un tappezziere marocchino. Li vestiva tutti allo stesso modo, di scuro e il colletto bollito.

Una sera, di ritorno da una cena e lei si stava preparando al letto, André batté all'uscio.

"Entrate" disse cercando di nascondere l'irritazione poiché era stanca, non aveva ancora fatto l'abitudine all'inevitabilità dei riti della sua nuova famiglia e non vedeva l'ora di ficcarsi tra le lenzuola.

André era in veste da camera, una bottiglia di champagne in una mano, nell'altra due flûtes. Versò, sedé sul letto. "Hai fatto colpo sul giovane attaché inglese."

"Ma era voi che guardava."

"Direi che ci guardava. Apprezzava noi due insieme."

Christiane vuotò il bicchiere e non disse nulla ma non riuscì impedirsi di arrossire. Tese il bicchiere, che daccapo le fosse riempito, e subito lo vuotò.

"Non temere" André proseguì, "non chiederò mai nulla che ti possa mettere in difficoltà, non ora, comunque non subito." Le tolse di mano il bicchiere, lo posò sul tavolo da notte, accanto posò la bottiglia e il suo proprio bicchiere. "Sarai sempre tu a decidere, quando e come e se vorrai." Si curvò a baciarla su una guancia, chiese, "Vuoi spegnere la luce?"

Avrebbe raccontato lei stessa, forse dieci anni dopo, "Fu una vera sorpresa, soprattutto dopo ciò che aveva appena dichiarato. E non fui mai io a decidere, su nulla, neppure sugli amanti che ci sono stati. Il piacere, però, fu quella notte che scoprii cos'era e devo ringraziare il giovane attaché, aspettava dietro l'uscio."

Era un vortice la vita mondana: cocktail cene balli, i fine settimana nel Château di qualche parente, anche in Inghilterra perché un ramo della famiglia vi era emigrato con la rivoluzione, autunni a caccia in Sologne... Christiane serviva da schermo agli amori del marito ma era ancora troppo frastornata per offendersi o scandalizzarsi,troppo brusco il passaggio dalle condiscendenti ambiguità egiziane alle rigide ipocrisie francesi. Galleggiava, disse, "come una tavola in mare, dopo un naufragio." Poi incontrò Jean-François e fu a un ricevimento in un'ambasciata.

"... Affidabile" il marito l'aveva rassicurata, sul tono che la mettesse al corrente delle referenze di un domestico che si offriva a servizio. E anticipando la domanda di lei, "Un libertino, però ha combattuto a Verdun. Adesso scrive di politica, la più bassa delle attività umane."

"Anche la vostra famiglia si è occupata di politica"lei si era arrischiata a dire; "se ne occupa tuttora, e attivamente, direi"

"La nostra famiglia" lui la corresse, "ormai anche tu vi appartieni. Comunque, nessuno di noi scrisse mai di politica, piuttosto l'abbiamo fatta, anche con le armi, quando era necessario, e non fu mai, né lo è tuttora, come per molti, una scorciatoia per il nostro vantaggio. Fu nell'interesse della nostra classe."

"E qual è la differenza?"

"La nostra classe era la Francia, prima della rivoluzione, per noi lo è ancora."

La pilotò verso uno spilungone con incipiente calvizie, molto alto e molto elegante, un che di femmineo nel viso - Jean François, appunto. Stava chiacchierando con un giovane dalle ciglia lunghissime e un make-up tutt'altro che discreto.

"Caro Jean-François, permettetemi..."

Un inchino, un baciamano, qualche convenevole di rito e lei si sentì guidare verso il lato opposto della stanza, gentilmente ma con fermezza. Sentì il suo cavaliere dirle qualcosa di cui non registrò il senso, si era girata, con gli occhi cercando il marito, lo vide in fitta conversazione con il giovane dalle lunghe ciglia.

La cognata le si materializzò davanti, in costume da Cleopatra, al suo fianco un uomo in domino e bautta. "Ti diverti, ti...?"

"Me lo sono imposto" disse lei, "ma vi sono molte cose che ancora non so."

Fece Jean-François, "Se mi è concesso, sarà mio privilegio potergliele spiegare."

"Incorreggibile" rise la cognata, afferrandogli un polso in una stretta rapida, fugace, e Jean-François accennò a una sorta di inchino.

Christiane vide che al polso che la cognata gli aveva afferrato l'uomo portava una sottile spirale d'oro, due teste d'animali alle estremità.

Jean François, seguendo lo sguardo di Christiane, "Le piace?"

"Bellissimo."

"Pare sia sciita, nord del Caspio, antico, mi è stato detto, ma potrebbe anche trattarsi di una falsificazione. L'ho vinto al gioco a un russo."

"Così... barbarico" fece lei.

Ripeté, "Le piace?" Si sfilò il braccialetto e glielo porse," E' suo."

"Non posso" protestò ma Jean François glielo forzò nel polso.

"Mi ha fatto male."

"Mi dispiace."

"Comunque, non posso..."

"E perché mai?"

"Sono sposata, tutto qui." Si sfilò dal polso il braccialetto e glielo rese.

"L' ho offesa? Se è così me ne dispiace ma sono sposato anch'io, credo che qui lo siamo tutti e non vedo...".

Lo interruppe, "Non mi ha affatto offesa. Adesso mi scusi, devo cercare mio marito"

"Mi sarà possibile rivederla?" E con urgenza, "Quando le posso telefonare, domani? O forse domani sarebbe sconveniente. Dopodomani, allora?"

"Uno di questi giorni, provi."

"Giusto." Si infilò in tasca il braccialetto, fece un gesto a uno dei camerieri che passavano con i vassoi, prese due bicchieri di champagne intendendo porgerne uno a Christiane, "Alla nostra amicizia"cominciò ma lei se n'era già andata. Cercava il marito tra la folla degli invitati, non lo vedeva, neppure il giovane dalle lunghe ciglia vedeva più.

Jean-François telefonò il giorno dopo e il giorno dopo ancora seguitando per una settimana, ogni volta la stessa la risposta di Annick -- la signora era fuori Parigi, non si sapeva quando sarebbe tornata. Quello sfilarsi il braccialetto e infilarglielo al polso, da parte di Jean-François, la aveva irritata, era un invito neppure tanto sottile a future complicità, e non aveva nessuna intenzione di prestarsi al gioco. Che ogni dono avesse un prezzo, implicasse una reciprocità, lo aveva capito in Egitto, dalla zia -- il suo matrimonio con Marc Bruno de la Gohelle aveva permesso a tante Gaby di liberarsi di un amante diventato troppo dispendioso, con gli anni. E a quest'ultimo la nuova situazione aveva permesso di sopravvivere, perlomeno fino al divorzio, dando fondo dote della moglie che, in cambio di avergli concesso l'accesso al proprio patrimonio,aveva ottenuto di poter fregiarsi di un nome antico. Non apparteneva al rapporto di reciprocità la possibile malattia di Marc Bruno, quell'affezione ancora misteriosa, per lei, neppure sapeva cos'era finché a spiegarlo non era intervenuto un medico, uno degli amici di tante Gaby. Le aveva suggerito di sottoporsi a un controllo.

"Ma io non sono malata."

"Potrebbe esserlo, come potrebbe essere incinta. Una visita è comunque ciò che consiglio a tutte le giovani spose. In certi paesi è prassi obbligatoria, prima del matrimonio."

Non era né malata né incinta.

"Fortunatamente" disse il medico e "Faccia in modo di evitare il contagio," dopo averla a lungo manipolata - "Al limite dell'orgasmo" lei ricordava, "e con mio grande imbarazzo."

"E come faccio, come..." aveva chiesto.

Il medico glielo aveva spiegato.

Decisamente fu il marito, il secondo, a favorire la relazione con Jean-François: se soltanto per crearsi un alibi per le sue amicizie o per perversione, Christiane non se lo sarebbe mai chiesto, non le importava. Jean François era spiritoso, cinico, anche terribilmente mondano e la divertiva.

"... Per quelle cose, comunque" commentava, "non occorrono spiegazioni, succedono. Sarò stata un'ingenua, anzi lo ero, ma sono anche una donna."

"Ti dico che fu lui a preparare l'appuntamento" insisteva Jean-François. "Mi procurò l'invito che partecipassi al masqué della Croce Rossa al Pré Catelan però lui non venne e ci trovammo noi due."

"Era una serata di beneficenza per non so più che orfani e non eravamo i soli, c'era una folla."

"E' a me, però, che chiese di occuparmi di te."

"Normalissimo, eri la sola persona che avessi già incontrato."

S'era presentata tutta Parigi al ballo, diplomatici, membri del governo, vecchi aristocratici, altoborghesi, artisti... Era cominciato con un defilé organizzato dai grandi sarti che per gli orfani avevano messo all'asta i loro ultimi modelli. Christiane s'era aggiudicata un abito da sera di Poirot.

Jean-François era sui quarant'anni quando incontrò Christiane. Le sue polemiche politiche, ospitate di preferenza nei giornali che si definivano progressisti ma occasionalmente anche in quelli di opposte obbedienze, ne avevano fatto un personaggio pubblico: discusso, detestato, invidiato. Che mancasse raramente un avvenimento mondano alimentava la sua fama di dongiovanni ma era soprattutto alle cene, i the, i balli frequentati dai politici che si notava la sua presenza. Sosteneva che per i suoi articoli raccoglieva più informazioni in un salotto dove si affacciasse, pure se per pochi istanti, un ministro o un sottosegretario, specialmente se li accompagnava la moglie o l'amante, che a fare i cento passi nei corridoi di palais Bourbon.

Vestito sempre all'inglese, o come pensava gli inglesi si dovessero vestire, all'asola della giacca, invece della rosetta portava un nastrino giallo e verde assicurato da un nodo ed era a ricordo della medaglia militare che il presidente della repubblica aveva concesso al suo reparto. Era stato ferito due volte, in quella guerra: in un assalto alla baionetta, ai confini del Belgio, e da una scheggia di shrapnel sul Tomba. Appena guarito della prima ferita, infatti, era stato trasferito sul fronte italiano. Qui aveva ritrovato un compagno di studi, Léo Lévy-Hanin, che sul quel fronte avrebbe perso la vita.

*

L' infanzia: il padre sempre in fuga con questa o quella delle sue tante amanti a sperperare la dote della moglie; la madre, che malgrado i tradimenti e le dilapidazioni del marito, seguitava ad amarlo, soggiogata dalle sue prestazioni tra le lenzuola; il ricordo del nonno materno, arricchitosi fornendo pesce ai ristoranti della capitale, e quello del nonno paterno, piccolo coltivatore; la presenza costante di una bisnonna, la nonna di sua madre, che aveva posto le basi della fortuna gestendo quella che, all'epoca, era chiamata une maison-de-passe; due cugine che non s'erano mai sposate, una zia... Era in un universo femminile traversato da isterismi, pianti, menzogne per cancellare il presente e indorare il passato, che era cresciuto; soffocato dalle attenzioni di cui era oggetto e disprezzando quel padre malconosciuto. Punto fermo era stata la nonna, la madre di sua madre - proprietaria di una salumeria a Puteaux, lei stessa dietro il banco a servire i clienti, ma anche di qualche appartamento che dava in affitto e sognava per il nipote una carriera nell'amministrazione. Un grand commis come Monsieur Gérard, il signore dal quale, ragazza, era stata a servizio e usciva dai Ponts-et-Chaussées e l'aveva aiutata con la salumeria quando s'era trovata in difficoltà, un prestito che poi non aveva mai voluto gli fosse restituito. Vero è che lei... Sorrideva, tra sé. Riguardo al nipote: una carriera come diplomatico, magari? E perché no? lo vedeva benissimo in finanziera e pantaloni a righe. Per consigli s'era rivolta a Monsieur Gérard, sempre elegante, cortese, disponibile e, avvalendosi delle proprie di amicizie, era riuscito a farlo accettare in un istituto esclusivo i cui sbocchi naturali erano Normale Sup e Sciences Po. L'istituto era frequentato dai figli dell'alta borghesia e per Jean-François si rivelò un'esperienza fondamentale, tutto ciò su cui fino a quel momento aveva basato il suo mondo fu cancellato.

Avrebbe confessato, a Christiane, "I miei erano cattolici. Ero stato educato a credere in dio, recitare le orazioni sera e mattina perché questo o quel progetto si realizzasse, comportamenti che escludevano il sesso, considerato una vergogna. A scuola scoprii un'altra vergogna: che appartenevo a una classe sociale che mi escludeva dalla società dei compagni e il prezzo per esservi ammesso era diventare un altro da ciò che ero."

Interrogata dalla stampa, Cristiane avrebbe corretto l'affermazione. "... Si trattava di piccola borghesia senza altri esiti sociali se non affermarsi all'interno di sé. Il problema, uno dei problemi, era il cognome - dava l'illusione di ascendenze aristocratiche mai esistite e rendeva il mestiere della bisnonna una memoria da cancellare. Lo scontro con l'alta borghesia fu comunque brutale, portò Jean-François a vergognarsi per la modestia delle sue condizioni economiche, a odiare coloro che lo obbligavano a quella vergogna e fu per questo che si mascherava da inglese. Aveva sempre ammirato gli inglesi, lo doveva in parte alla nonna bottegaia che detestava la repubblica e la grande rivoluzione perché avevano cacciato il re."

Con una borsa di studio del governo aveva trascorso due anni a Oxford. Ne era tornato con un gusto per flanelle tweed, sete, scarpe che parevano specchi, il volto immobile al quale soltanto l'autocompiacimento per qualche battuta sarcastica riusciva a dare vita.

Seguitava Christiane, con una frase la cui ultima parte, per la sua crudezza, non sarebbe apparsa neppure nei giornali scandalistici e, "Con me non fu mai così, per la verità, fu anzi alquanto untuoso nei primi approcci. Disse che, sposata a un vecchio, pederasta perdipiù e con i vizi, le astuzie e le arroganze dei vecchi, gli facevo tenerezza."

Chiesi, "Untuoso?"

"Mi è sempre sfuggita la connessione tra untuosità e tenerezza." Poi, "... Scoprì lo sport, pareva un corollario dell'educazione famigliare, sua madre aveva sempre insistito nella pulizia corporale, non soltanto un fatto igienico,per lei, 'Il corpo è il vascello di dio' sosteneva, 'lavarsi, pulirsi, sono anche forme di rispetto verso chi ci ha creato.' Lo sport offriva assai di più, era violenza, rischio, coinvolgimento fisico, soprattutto una porta d'accesso all'integrazione sociale. Sul campo di gioco ogni diversità spariva e scoprì l'amicizia."

Si dava anche molto da fare, a scuola, ammirato dai coetanei sia per i successi sportivi che per quelli negli studi, nel suo corso era tra i primi. Le amicizie dei compagni portarono a inviti in luoghi che fino a quel momento aveva visto soltanto da lontano o nei film. E tuttavia, malgrado gli inviti, restava estraneo a quei posti, un ospite, nient'altro di più, e anche i film perpetuavano la sua esclusione, le immagini, le persone irraggiungibili nel mondo illusorio del rettangolo di tela.

"Vi amavate?" domandavo.

E lei, leggendo il passato attraverso il presente, "Univamo due disperazioni."

Oxford, dove entrò da esterno, senza altri obblighi se non condurre certe ricerche preparatorie all'ingresso a Sciences Po, restò la grande avventura della sua giovinezza. Scoprì ciò che è possibile avesse sempre cercato, una comunità d'uomini con complicità mentali, ideali di comportamento rigidi come quelli di un ordine religioso e dove, se e quando le donne vi erano ammesse, non era mai in permanenza, appartenevano "all'altro lato della strada." In quella sorta di fortino maschile, un ridotto del secolo avanti che si vantava di sopravvivere all'assedio della modernità, lo studio e lo sport parevano l'uno estensione dell'altro, stabilivano legami che sarebbero durati per tutta la vita. Avrebbe dovuto restare soltanto un anno, a Oxford, ma brigò che la borsa di studio gli fosse rinnovata anche per l'anno successivo e quando venne il tempo di andarsene aveva il cuore che gli si stringeva.

Ebbe una relazione con la moglie di un insegnante, una bruna di qualche anno maggiore di lui e organizzava le giornate tra riti del the, scampagnate in barca, sessioni al pianoforte a suonare Chopin, inviti a cena ai colleghi del marito e le loro mogli. Fu con arroganza che egli si inserì nella vita della coppia: ammaliando l'uomo e seducendo la donna con un cinismo che, al momento del distacco, si rivelò soltanto apparente e celava una passione. Il giorno della partenza, malgrado l'opposizione del marito Louise aveva voluto accompagnarlo a Londra per un ultimo abbraccio, una fragile figurina, poi, a Victoria, nel trench di taglio militare, all'ultima moda, e l'avvolgeva. Non sventolò nessun fazzoletto quando il convoglio di mosse, non alzò nessun braccio in saluto -- immobile sul marciapiede mentre il treno scompariva, lei stessa scompariva in una nube di vapore e fumo. Si era abbattuto sul velluto grigio rigato di nero dei sedili dello scompartimento della seconda classe, mordendosi i pugni. Ricordava le parole di lei, il suo fiato, il profumo.

Al ritorno in Francia ritrovò ciò che a Oxford aveva scordato ed era la sua diversità sociale. L'Inghilterra, però, lo aveva fortificato e pensava a Louise, certo che un giorno l'avrebbe riscattata dal marito portandola a Parigi, con sé. Con quell'obbiettivo, fu con maggiore autorità che ora riuscì a imporsi sui compagni di corso -- né più soltanto l' eccellenza nello studio e lo sport, i modi. A Oxford aveva scoperto il gusto della provocazione. Gli conquistò una nuova popolarità, per essa l'illusione di poter trasformate i suoi ammiratori in qualcosa d'analogo al club degli "Apostoli" di Cambridge -- un'élite delle élites e i cui membri sarebbero i futuri dirigenti del Paese. Non era cieco alle invidie, le irritazioni degli estranei al suo "cerchio magico" e se ne gloriava.

Come "dominus" del gruppo, ostentava eccentricità che Oltremanica probabilmente non avrebbero scandalizzato nessuno mentre qui irritavano anzitutto il corpo insegnanti. Una giacca di velluto rosso e un garofano viola all'occhiello su short scozzesi portati in aula, durante i corsi, o un kilt al posto dei pantaloni, se potevano essere accettati in uno straniero erano insopportabili in qualcuno che aspirava a rappresentare all'estero il suo Paese. Tra le virtù di un diplomatico c'era l'eleganza, certo, però senza esibizionismi, discreta, soprattutto francese.

Le eccentricità vestimentarie si accompagnavano a posizioni politiche eterodosse, tra queste una visione della storia dove erano messi in dubbio la centralità del Paese, il suo "destino coloniale", anche la pratica della democrazia. Ne nascevano dibattiti che entusiasmavano i compagni di corso e neppure quelli che non condividevano le sue idee non trovavano scandalosi, tutti certi che per l'originalità delle argomentazioni agli esami sarebbe riuscito tra i primi.

All'orale fu così, in effetti, ma allo scritto "Concezione errata dalla storia", "Idee peregrine", "Argomentazioni errate e stile atroce", "Curioso amalgama di idee brillanti e considerazioni non del tutto spiegate", i giudizi. Si sentì ricacciato all'indietro -- aveva raggiunto il gradino più alto della scala e a un passo dallo scavalcare il muro, era stato respinto là da dove voleva uscire. Si convinse, se ne convinsero anche i compagni di corso, che tutto era stato deliberato, era la vittoria degli elefanti, come chiamavano il potere accademico che tanto spesso egli aveva irritato.

Christiane: "Presidente della commissione era un tale con un nome italiano ma poteva anche essere corso, forse era corso, Charles Izo. Conoscente di un conoscente del mio secondo marito, poi ho saputo, uno da stargli lontano quando parlava perché non faceva che sputarsi addosso. Un leccapiatti, un paio di volte fu anche a cena da noi."

Chiedevo, "Non era previsto ripresentarsi alla prova?"

"Non lo so, non gliel'ho mai chiesto, suppongo... Non so, l'ho detto. Forse è lui che non volle, per orgoglio o cosciente che il confronto sarebbe stato comunque con le stesse persone."

La bocciatura scatenò in famiglia una vera e propria disperazione - "Come la morte di qualcuno" avrebbe ricordato. Sua madre pianse, pianse anche la nonna, si fece vivo suo padre, dopo tanti anni, a spiegargli che aveva contato anche lui sul suo successo e a Jean-François, all'irritazione e la vergogna, ora si aggiunse l'angoscia - con l'angoscia, il disprezzo per quelle collettive aspirazioni non erano certo dissimili dalle sue però illegittime, egli aveva lavorato, per realizzarle, anche se alla fine era stato sconfitto, aveva combattuto mentre quelli con che diritto...? Neppure potevano sostenere di avere investito soldi su di lui perché questi anni egli si era sempre mantenuto da solo vincendo al poker i compagni più ricchi.

Telefonò a Louise cercando un esito allo sconforto, una compensazione. Tra intense scariche di statico e una bufera che dalla Manica si stava spostando sul continente la voce di lei giunse flebile e tuttavia perentoria, "... Sono incinta di mio marito o lo spero. Stiamo tentando di rimettere insieme i cocci. Non chiamare più."

Pensò al suicidio, depresso come mai era stato. Si confidava con l'amico Léo, l'unico rimasto del "cerchio magico", speculando su quale fosse il mezzo più rapido e Léo, spaventato, s'era rivolto al fratello maggiore di Jean-François. C'era infatti un fratello, aveva lasciato la famiglia sui quindici anni per dissapori con la madre, e gestiva un'officina meccanica a Montreux. Un operaio, forse un piccolo imprenditore, e tuttavia c'era un reciproco rispetto, tra i due, né mai mancavano di incontrarsi a pasqua, natale. Un bicchiere, una pacca sulle spalle... Da Montreux l'operaio (imprenditore?) s'era precipitato a Parigi e "calmò le acque." Era ancora Christiane, che aggiungeva, "Se l'anno dopo, il 14, all'entrata in guerra, Jean-François partì volontario, non fu certo per patriottismo ma per mostrare chi lui era. Questa volta gli riuscì."

*

C'era aria di crisi a Versailles, alla Conferenza della pace, l'occupazione di Fiume aveva sparigliato i giochi.

Ràissa Lévy-Hanin, sorella dell'amico morto sul Tomba, scriveva a Jean-François, "Lei sa chi è D'Annunzio? Non so nulla, pare sia un grande poeta. So tutto di lei, invece, Léo me ne parlava spesso nelle lettere, la ammirava. La vorrei incontrare."

Abitava a Passy, una grande casa con un grande giardino. Lo ricevette vestita a lutto, il volto olivastro così simile a quello del fratello, un velo annodato sulla nuca a nascondere i capelli.

Al the, servito in un boudoir liberty, così esatto nei dettagli da non sfuggire alla volgarità, venne anche la madre, elegantissima in un vestito di tulle viola. E anche lei, "Léo ci parlava spesso della vostra amicizia, aveva una grande ammirazione per il suo coraggio. Diceva..."

"... Che durante un bombardamento recuperai gli occhiali dal fango dove gli erano caduti? Fu autodifesa, senza occhiali poteva anche spararmi addosso."

"Lei è molto modesto" seguitò la madre. Poggiò la tazza di the, si alzò, "Torni spesso a farci visita, ci farà molto piacere" e uscì.

"Sì, torni" ripeté Ràissa, poggiandogli una mano sull'avambraccio, "torni. Ero molto legata a Léo." La voce si abbassò in un sussurro quasi invocasse una complicità.

Ricordava Ràissa che secondo il fratello la ragione principale della sconfitta accademica di Jean-François risaliva al presidente della commissione d'esame quel Charles Izzo. Non appena Jean-François era tornato da Oxford, gli aveva dato l'incarico di una traduzione dall'inglese che quando Jean-François gliel'aveva consegnata aveva giudicato insoddisfacente.

"Un pretesto per non pagarlo", supponeva Léo, che conosceva la grande avarizia del personaggio.

"Non posso rinunciare a quei soldi" Jean-François aveva insistito, "tanto più che li ho dati a un'altra persona."

"E sarebbe?"

"Un compagno di corso. Aveva messo nei guai un'amica e gli serviva una soluzione."

"E sarebbe?" domandò Izo, ancora.

"Quello non lo posso dire."

"Così sono io a dover pagare per l'aborto, perché fu questo, no?"

Non rispose e Izzo, "Non mi piacciono queste cose, mi obblighi a cedere a un ricatto e non mi piace." E, "L'amico sei tu, no?"

"No."

"Non ti credo."

Ràissa, "Sbagliava. Lo so perché i soldi di Jean-François non bastavano, per l''operazione, e ci fu un contributo di Léo."

Supponeva Christiane che Jean-François e Ràissa diventassero amanti non molto tempo dopo il loro primo incontro. "... Abbracci, carezze, quanto al resto..." Non si trattava di una difesa della verginità prematrimoniale di Ràissa, proseguiva, e piuttosto che l'attrazione fisica di Jean-François per la giovanetta era limitata. Il colore della pelle, le sopracciglia spesse che quasi si incrociavano alla base della fronte, soprattutto il profumo che usava, di mughetto e muschio... Erano gli odori del velo di sua madre quando andava in chiesa, riportavano gli inverni dell'infanzia, vacanze di natale in Normandia nella proprietà della nonna, le luci sinistre prima dell'alba quando sua madre lo trascinava a messa. Camminavano infreddoliti lungo una strada sterrata interrotta da un passaggio a livello, e quando passava il treno, i rettangoli dei finestrini illuminati come nei manifesto dei wagons-lit, odori di carbone, fumo, ferro sorgevano nella scia del convoglio insieme a sentori inventati, anche se appartenevano al suo quotidiano - lenzuola in letti sfatti, cipria, acqua di colonia, rossetto... A quell'ora, mentre i viaggiatori facevano la loro toilette, nel vagone ristorante i camerieri preparavano la prima colazione. Li vedeva all'opera e ora cambiavano le immagini, gli odori - una cucina di scintillanti acciai e inspira l'odore del bacon, le uova strapazzate, i croissants appena sfornati e caffè.

Anche Ràissa aveva difficoltà con il proprio corpo, soprattutto per le pilosità contro le quali combatteva una guerra disperata. Si era iscritta a medicina e spiegò a Jean-François che se mai diventasse medico si sarebbe occupata di chirurgia estetica.

"... La mia piccola scimmia" lui la chiamava e con le labbra le esplorava le ascelle.

"Mi sposeresti comunque?"

"Certamente. E la prima notte ti scuoierei come quel generale veneziano quando cadde prigioniero dei turchi. Riempirono la pelle di paglia e la appesero a un palo."

"Mi ameresti lo stesso?"

"Come potrei non amarti, con tutti i soldi che hai?"

Lei rideva, pensando fosse una battuta.

In realtà, se Jean-François acconsentì al matrimonio fu soltanto perché lei apparteneva alla classe alla quale egli aveva sempre desiderato avere accesso. Ricca, una madre molto mondana, un padre con le mani in molti affari, amico di potenti e dal quale egli era stato ricevuto con amicizia... Si diceva Jean-François che era in quella famiglia che avrebbe dovuto nascere e Ràissa, per entrare "nel giro", era lo strumento giusto. Perversamente, pensando di legarsela più stretta, la iniziò che cercasse il piacere nell'umiliazione e lei gli si affidò con la fiducia di un apprendista al maestro pittore sul miglior modo di preparare una tela. La trascinava al limite dell'orgasmo a quel punto negandosi, guidandola che si soddisfacesse da sola, guardandola dimenarsi in scatti meccanici, come una gallina decapitata. Provava riconoscenza per quella figlia di ricchi che offendigli il corpo gli aveva messo a disposizione la propria fortuna e lo amava, più che con dedizione, con un'assoluta cecità, ma proprio per quell'amore senza condizioni al tempo stesso la disprezzava. Gli erano insopportabili le sue effusioni, quel richiedergli di possederla, l'odore che allora emanava il suo corpo e anche in lui dava vita al desiderio... Le affondava le mani nei capelli e desiderandola ne aveva vergogna.

"...Ràissa gli fu fedele o succube anche dopo il divorzio, Jean-François si trovava in un appartamento che lei gli aveva messo a disposizione quando si uccise:" Christiane, daccapo. E, "Quando si sposarono lui militava a sinistra, suppongo fosse una rivalsa, come il matrimonio, per l'ingiusta bocciatura che lo aveva respinto nella classe dalla quale si voleva affrancare, ma forse, anche, per tutti i morti che aveva visto in guerra - soldati semplici, perlopiù, e contadini, operai, molto poche, tra le vittime, i signori ufficiali. Mi disse che stava tornando in ambulanza alle retrovie, sedeva davanti, al fianco dell'autista perché il retro era impaccato di altri feriti, e uno shrapnel li colpì. L'ambulanza sbandò, d'istinto egli afferrò il volante, soltanto allora si accorse che era coperto di sangue e l'autista era decapitato."

Un'esperienza ambigua, comunque, la guerra, la prima, "quella vera", diventata remota appena vent'anni dopo quando l'altra, l'ultima, era esplosa, e non era soltanto orrore che vi aveva conosciuto. Era partito volontario pur convinto, parafrasando uno scrittore inglese, che "il patriottismo è l'ultimo rifugio dei cialtroni" ma come nello sport vi aveva scoperto qualcosa di assai più importante del patriottismo ed era stata l'amicizia.

Ancora come nello sport si era esaltato nell'azione. Ricordava un assalto alla baionetta, in preda a un'euforia cui non era estraneo il rum somministratogli prima dell'attacco, si era lanciato dalla trincea, sotto il fuoco nemico,urlando. Si sentiva invincibile, un gigante, pronto a sbudellare chiunque gli si parasse davanti e un paio li aveva sbudellati. Soltanto dopo l'assalto lo aveva aggredito la paura, una stanchezza postcoitale, quasi, una versione della vergogna e infatti, anche in quell'altra stanchezza, c'era sempre un senso di vergogna.

Il funerale di Jean-François de Larzac, a chiamarlo con il suo nome intero, fu un giorno di pioggia, una fila di donne ad accompagnare il feretro, l'ex moglie, ex amanti, quest'ultime quasi ad affermare pubblicamente ciò che spesso, lui vivo, avevano custodito in segreto e che a ognuna di esse, per un certo periodo, il corpo del morto era appartenuto. Mancava Christiane. Non che provasse vergogna a confessare la sua relazione, non la aveva mai nascosta, e piuttosto non voleva essere confusa con quelle vedove, morganatiche o ufficiali.

Mi disse, "Jean-François non era appartenuto a nessuna donna, mai, neppure a me che oltre al corpo gli avevo frugato il cuore."

Queste confidenze di Christiane nascevano da nostre trascorse contiguità, ero stato anch'io uno dei giovanotti che, finita la guerra, s'era portati a letto. Come a quegli altri anche a me, perciò, erano famigliari il suo corpo e del corpo ogni anfratto, ogni piega.

Sapevo che, come tutti gli altri, anch'io ero soltanto uno strumento per lei, cercava il piacere attraverso di noi come chi, in un attacco di mal di denti, ecciti con la lingua il canino affetto da carie - pupazzi, a evocare trascorsi amori. Gli ultimi tempi, con Jean-François, quando si incontravano, era ogni volta l'ultimo saluto. Piangeva; ricordando. Finii per amarla anche se la possibilità di trascinarla nella disperazione e poi aiutarla a risorgerne, un altalenare di esaltazioni e scoramenti, era più di quanto, da una donna, da me stesso, mi fossi mai aspettato.

*

La scomparsa di Jean-François aveva fatto seguito a quella del marito, tradotto in carcere nell'euforia del dopoguerra per le sue amicizie, più che per un'effettiva collaborazione con l'invasore, com'era l'accusa. Alle feste, che organizzava con l'arroganza e la cecità di chi si pensasse aldisopra del contingente, accettava chiunque avesse un ruolo mondano e fosse di incerte identità erotiche, anche personaggi delle forze d' Occupazione. In carcere, una notte, una settimana dopo l'arresto, profittando dell'oscurità, quattro o cinque innominati s'erano introdotti nella sua cella pestandolo a sangue, poi ammanettandogli i polsi alle caviglie. Tutto s'era svolto in silenzio, sia da parte degli assalitori che del prigioniero, solo i suoni sordi dei colpi e l'ansare di chi veniva colpito. Respirava ancora quando il secondino era passato per l'ultimo controllo ma non gli era parso il caso di chiamare il medico o avvertire l'infermeria, poi per cosa? Il carcerato non chiamava, non diceva nulla, non chiedeva aiuto, soffiava, poteva anche essere per un raffreddore.

La stampa non aveva dato enfasi alla notizia, relegata tra i faits divers, in qualche fondo pagina, mentre sul suicidio di Jean-François s'era scatenata con una certa ferocia. Gli avversari politici si erano vista sfuggire l'occasione di un processo e, quasi a rivalsa, qualcuno di grande influenza nel chilometro quadrato attorno a St. Germain des Près aveva pubblicato un racconto su un personaggio che di Jean-François era fotocopia. Come lui, dopo molti passaggi tra diverse obbedienze politiche, era approdato a Vichy, la scelta determinata da "una latente omosessualità in quanto soltanto l'omosessualità, omologabile alla condizione femminile, può spiegare quel tradimento." Concludeva il Qualcuno: "il carattere di una donna, infatti, più subdolo di quello di un uomo, tende naturalmente all'inganno e la falsità."

Non fece scandalo l'arbitrarietà delle conclusioni o se lo fece non ne è rimasta traccia. Quanto alle preferenze erotiche del personaggio, ripetevano gli sfoghi di una delle sue tante amanti bruscamente abbandonata.

"Non valeva niente a letto, a interessargli non eravamo noi donne" aveva dichiarato.

Pure nella sua inesattezza, l'affermazione "non si discostava dal vero", osservava Christiane. "Le donne per lui non erano oggetti di conquista ma strumenti, passaggi, ed era se stesso che nel loro corpo tentava di scoprire. La ripugnanza per Ràissa era ripugnanza verso di sé o meglio, ciò che di sé non voleva ricordare."

Ancora: "... Detestava suo padre al tempo stesso lo ammirava per la spregiudicatezza, la capacità di muoversi in diversi ambienti, il potere che malgrado i tradimenti seguitava a esercitare su sua madre. Quanto a sua madre..." E, "Jean-François fu anche per me una guida, pure se in modo diverso da com'era stato per Ràissa, mi aiutò a capire me stessa e attraverso me stessa anche questo Paese - le cose con significati diversi da quelli in cui ero cresciuta, diverso anche il codice dei comportamenti e ciò che un giorno era giudicato 'del tutto logico' poteva diventare 'convenzionale' il giorno dopo. I primi tempi non ne capivo le ragioni, mi mancavano, dell'Egitto, la tolleranza, il caos sociale, la facilità dei rapporti umani, la reciproca famigliarità anche tra servo e padrone. Jean François riuscì a farmi amare Parigi: il clima grigio, le pioggerelle che non sono mai vera pioggia, i troppo brevi periodi di sole, i riti del week-end in qualche umidissimo château; anche i convenevoli codificati, tra acquirente e venditore, nelle botteghe, o nei rapporti con la concierge, quei toni cantati che allora assume la voce... Il Cairo e Alessandria erano un perduta innocenza, irrecuperabile, appartenevano alla memoria, sarebbero rimasti memoria anche se un giorno fossi tornata in quei luoghi."

O confidava, senza nessun nesso logico, "Capisco Ràissa, accettare la propria umiliazione è un'arma, soltanto negandoci scopriamo chi siamo."

Parlava anche per sé stessa? a quanto so, nessuno di noi le impose mai umiliazioni, nessuno di noi ragazzotti, perlomeno. Né bastava dirsi (se era questo il senso della frase) che l'altalenare dei sentimenti del quale eravamo strumento nasceva da sensi di colpa per la morte del marito; o per non aver previsto il suicidio di Jean François nei loro ultimi incontri quando lei scoppiava in lacrime aggrappata al suo corpo, "al suo sesso" precisava.

L'ipotesi più credibile è che con la guerra era finito un mondo anteriore alla guerra e durante il conflitto e l'Occupazione lei e Jean François, altri come loro, avevano tentato di tener vivo in un disperato bocca-a-bocca. Al tempo stesso, ignorando cosa le riservasse il futuro, l'esperienza della "piccola morte" eccitava, cancellava, la paura.

Chiedevo, "Parli di umiliazioni perché odi l'uomo più di quanto odi te stessa?"

Alzava le spalle. "... Parigi traboccava di vita anche durante la guerra, se uno riusciva a scordare l'origine e il significato delle uniformi che pattugliavano la città e sotto le uniformi vedere l'uomo - così galanti, quei tedeschi, anche se erano capaci delle crudeltà più feroci." Aggiungeva, "Come qualsiasi essere umano, peraltro."

Ribattevo, "Era l'arroganza dei conquistatori-- supereroi cui tutto era concesso persino la galanteria verso le donne dei vinti."

"Detesti i tedeschi."

"Come detesto l'arroganza di qualsiasi conquistatore."

"Forse lo erano, supereroi, avevano vinto, no? anche se per poco."

"Risorgerà l'arroganza, loro preda è l'Europa, non smetteranno mai di volerla conquistare."

Un silenzio e poi, lei "Questa città è sempre stata piena di vita ad andare nei posti giusti, naturalmente nessun paragone con ciò che successe dopo il 44, quell'ondata plebea, ragazze e ragazzi mal lavati che frequentavano le caves e con un ritardo di vent'anni scoprivano l'America, confondendo il jazz con le canzoni di Yves Montand e Juliette Gréco. L'America, quella vera, io l'avevo vista con il mio secondo marito, fu la vigilia della Grande Crisi, e il jazz lo conoscevo già dall'Egitto. Non ho mai amato Yves Montand o Juliette Gréco."

*

Immaginava un mondo di relazioni la cui evoluzione fosse possibile senza che si alterasse l'equilibrio dei rapporti e ogni scompenso fosse corretto dalle stesse forze che ne costituivano il tessuto. Quando ciò non avveniva, diventava legittima ogni forma di opposizione.

"... Sono nato contro" si definiva: "programmaticamente." STOP

Il discorso non nasceva da elaborati morali, sociali, politici ma da un' invenzione infantile, se non proprio un alibi, per molti versi era un'autodifesa. Trascorsi gli entusiasmi degli anni di scuola, e dopo la guerra, all'atto pratico si esercitava in un frivolo incrociarsi di opinioni. Dopo una cena o una festa, le dame si appartavano in qualche salotto e i loro cavalieri e mariti, riscaldando il cognac con il fumo dei sigari, barattavano propositi la cui consistenza subito svaporava. E' possibile che la sconfitta inferta da quel Charles Izo gli bruciasse ancora e preferisse la vacuità dei salotti a un confronto pubblico con qualche agguerrito maître-à-penser.

Ràissa vedeva le cose diversamente. "... Sei un'intelligenza sprecata", non t'ho sposato soltanto che mi portassi a letto. E' come se ti vestissi da gentleman farmer per mai uscire di casa e restare in città."

Aveva convinto suo padre, i cui interessi non escludevano l'editoria, a far sì che un settimanale offrisse un incarico di notista politico a Jean-François, lei stessa poi obbligando il marito ad accettare.

Piacquero subito le sue analisi, del tutto diverse dalle considerazioni di anni addietro, c 'era sempre la Francia al centro, "erede delle tradizioni della Grecia e di Roma". Traducendo in prassi i concetti di democrazia, libertà, diritti umani che essa stessa aveva inventato, era stata un punto di riferimento per l' intera Europa. Doveva tornare ad esserlo, malgrado la catastrofe della guerra e i disastri che ne erano seguiti - intellettuali, emotivi, anche demografici, tre francesi su cinque scomparsi nel conflitto. In quel vuoto, l'ingresso massiccio di mano d'opera straniera, gente d'altre culture, altre tradizioni, stava alterando la fisionomia del Paese.

Anche: "La concentrazione della ricchezza nelle mani di sempre meno famiglie che, controllando le banche e la produzione industriale, condizionano la politica e le informazioni, hanno stravolto i rapporti tra le classi, i ceti intermedi ne finiranno compressi, proletarizzati."

Serviva una forza attiva d' opposizione, una chiamata alle armi del... popolo? quelli i veri francesi? Ne descriveva i rischi: "Ne nascerebbe una borghesia come già dai giustizialismi del 93, anzi una piccola borghesia perché nella storia ciò che è già stato quando si ripete è parodia. Serve un'aristocrazia del pensiero che si inserisca nel potere combattendolo dall'interno il che, all'atto pratico, significa scegliere l'ambiguità: non allearsi con nessun partito ma appoggiare questo o quello a seconda della situazione."

Il febbraio del 34, quando la piazza aveva tentato di assalire il parlamento, i rivoltosi che in place de la Concorde si erano scontrati con la polizia lo avevano esaltato. Da gennaio che continuavano i tumulti, Action française, Camelots du roi, Croix de feux, studenti, Jeunesse patriote, i comunisti dell'ARC... Non importava il colore politico, era il popolo che insorgeva, prendeva coscienza di fronte alla corruzione del governo, le inettitudini della burocrazia, le collusioni perfino dell'esercito con centrali di malaffare. Oustric, Hannau, Stavisky... simboli, più che persone. A febbraio, place de la Concorde, ci furono i morti...

Cadde il governo ma nessun commento, per giorni, da parte di Jean François, il suo prossimo articolo a fine mese, su un periodico belga, e aveva l'aria di una dichiarazione di fede, un... - "Non voglio giudicare ma fu come se si togliesse una maschera o fino a quel momento avesse giocato" ricordava Ràissa. "Era l'esatto opposto di ciò che fino a quel momento aveva sostenuto. Coincise con il nostro divorzio - cercato in Messico ma non per questo che era partito."

La Francia, sosteneva adesso Jean François, doveva rivedere la propria storia, i libri scolastici dovevano essere riscritti, le radici del Paese erano germaniche, il suo destino era creare una nuova Europa, creare un nucleo tra le orde slava e i meticci d'Oltreatlantico, l'uscita dalla presente crisi era un'alleanza con i popoli del nord.

Il 36. Il Fronte popolare era arrivato al governo in Francia e in Spagna, Jean-François partiva per un viaggio in Sudamerica. Il 37, secondo anno della guerra civile spagnola, era in campo repubblicano, a Madrid assediata, inviato di un periodico argentino.

"... Proprietà di un gruppo tedesco" avrebbe spiegato a Christiane."

"Vuoi dire che ti sei venduto? O non è che fai la spia?"

Rideva, "Venduto a chi? Speculo, mi pongo domande. Gli serviva qualcuno sganciato dall'obbedienza a un partito, qualsiasi partito. Mi pareva, inoltre, che all'epoca, per quanto si trattasse di slavi, che il ruolo dell'URSS fosse fondamentale per l'equilibrio politico dell'Occidente."

"E poi hai ancora cambiato opinione."

"Io non cambio opinione, osservo. Fui informato di rifornimenti ai franchisti di armi sbarcate a Anversa e attraverso opportune triangolazioni provenivano da Mosca e che Stalin stava richiamando in patria i generali spediti in Spagna ed erano fucilati alla Lubianka. Era in previsione del patto con Hitler, capii dopo. La sola cosa che mi importasse è sempre stata la Francia, è il nostro Paese Francia che bisogna difendere me una temporanea simpatia, anche un''alleanza, non è un matrimonio."

Il 40, alla spappolarsi del paese di fronte ai carri armati di Guderiane che imputava alla "viltà dei pacifisti, l'incapacità dei politici, la fellonia dei generali," si sarebbe dichiarato in favore di un'alleanza con i tedeschi-chiarendo che, in ogni caso, il suo appoggio a Vichy non gli avrebbe impedito di attaccare Pétain e l'intero governo, all'occasione. Bisognava creare un'Europa unita, indipendente sia dall'America che dalla Russia, e fosse anche Hitler a realizzare quell'utopia, non importava. Hitler era un criminale? possibile, ma neanche questo importava. Importavano l'indipendenza e l'unità di un continente, la Francia al centro, naturalmente, l'alleanza alla Germania unica via d'uscita. L'antisemitismo? un dettaglio, anche se non era in quei termini che doveva porsi il problema.

*

Per tutta l'infanzia e l'adolescenza, le vacanze estive e natalizie s'erano trascorse in Normandia. Era nella proprietà che la madre di sua madre era riuscita a sottrarre alle dissipazioni del genero malgrado le lacrime della figlia. Si trattava di un paio di ettari di bosco, al centro un cottage dipinto di bianco, la chaume rifatta ogni anno e la grande stanza all'interno tagliata in due da un camino con un focolare sui due lati. L'accesso ai servizi, un'aggiunta recente che formava un L con il corpo più antico, era dalla stanza usata come soggiorno e camera da pranzo. Su un lato del cortile, il casamento dal tetto d'ardesia era la stalla; aveva ospitato un paio di vacche e la gabbia dei conigli e da anni era vuota.

Dall' albero che sorgeva nel cortile tra il cottage e la stalla, Jean François poteva scorgere la pianura che si ondulava scendendo al mare; immaginava i galeoni con i quali Jean Bart aveva solcato l'Atlantico, si inventava un futuro altrettanto avventuroso.

In quei luoghi e quegli anni aveva conosciuto se non proprio la felicità qualcosa che le andava molto vicino: la presenza del padre era assai sporadica, ancora più che a Parigi, e solo maschio in una comunità di donne ogni cosa ruotava attorno alla sua persona. Non che mancassero momenti d'angoscia, soprattutto le sere d'inverno quando alle finestre senza scuri si abbassava la luce. Dover trascorrere la notte tra odori di cibo e un muoversi di sottane, sentori di corpi che alla fine del giorno erano inevitabilmente mal lavati, e per lui, a quell'ora, nessuna possibilità di correre all'aperto a cercare aria, lo serrava alla gola. Se ne difendeva rifugiandosi nell'immaginazione, inventando luoghi dove egli era il re.

Spiava sua madre: ne cercava il sudore nei vestiti smessi o buttati su una sedia, quando s'era spogliata per andare a letto, provando una ripugnanza che al tempo stesso era una fascinazione; o frugava nei cassetti stupendosi se, sfiorando con le dita un vecchio paio di guanti o un nastro per i capelli, sentiva confusi sentimenti sorgere dentro di sé. Lo incuriosivano, anche se non sempre ne capiva il senso, le chiacchiere della nonna, o tra sua madre la nonna e le amiche, vedove del posto, vestite di nero e i capelli bianchi serrati in crocchia,se si affacciavano per un bicchiere di sidro o una tazza di the.

Avrebbe desiderato che anche qualche suo coetaneo venisse in visita, i ragazzi che vedeva aldilà dei muretti a altezza d'uomo, una rete metallica sul sommo,a segnare i confini della proprietà, e ridevano, urlavano, si tiravano sassi, fischiavano alle ragazze vestite a festa, la domenica, all'uscita da messa. Era una libertà che invidiava e sapeva non avrebbe mai provato, la comune volontà delle donne che si occupavano di lui era tenerlo prigioniero. Non si trattava soltanto di sua madre, sua nonna, una cugina, c'era anche una cugina, segaligna, il libro da messa sempre in mano, ma della cuoca, la cameriera, la contadina che portava il latte appena munto, la mattina.

"Quella gente non è per te."

O, "A uscire con loro finiresti per strapparti i vestiti."

O, "..."

Restava sempre l'immaginazione, lì tutto era libertà.

Ancora ripiegava su sua madre:la aiutava nelle incombenze domestiche con piccoli servizi come scendere in paese per qualche compera, la lista degli acquisti stretta in mano, preparare la tavola per il pranzo o la cena, svegliarla la mattina portandole a letto il caffè. Le domeniche, prima di andare a messa, più spesso che no era lui a occuparsi di far bollire l'acqua per il bagno settimanale.

Insopportabili erano i dopocena, l'inverno ancora, spente le lampade a petrolio perché i cavi elettrici non erano ancora stati installati, in quella parte del paese. La luce veniva dai tizzi nel focolare, qualche barlume dalle stelle attraverso i vetri, se non c'era la luna (Oh, la luna!).Nel doppio ronfare della nonna e la cugina, tutte e due già a letto, ascoltava dalla voce di sua madre racconti tante volte ripetuti: quando era stata ragazza, quando e come aveva incontrato il marito,il viaggio di nozze a Venezia, la scoperta dei primi tradimenti e i debiti di gioco, le promesse, le menzogne. Invariabilmente, qui la voce si spezzava in singhiozzi.

Sopraffatto dal disgusto, Jean François si eclissava.

Adesso era sui quattordici anni. La frequentazione dei figli dell'alta borghesia nell'istituto che doveva permettergli l' accesso a Sciences Po aveva ridimensionato il rapporto con la famiglia. Al confronto con le madri dei compagni di scuola, per la sua provava imbarazzo; notava in lei ignoranze, rozzezze di comportamento, modi d'esprimersi che riflettevano un'inferiorità sociale,volgarità nelle scelte vestimentarie. Paventandole beffe dei compagni, preferiva che nei periodici incontri con gli insegnanti venisse la nonna. Per l' esperienza di bottegaia, libera com'era da complessi di classe e per l'età, trattava tutti con brusca disinvoltura.

"La diversità sociale " soleva dire "è tra chi paga i debiti e chi si illude di poterli non pagare."

L'abbigliamento vecchio stile non soltanto era in tono con il carattere, aveva l'apparenza di un capriccio, un'eleganza, quasi.

Successe il suo giorno onomastico, luglio. Giù dal letto a piedi nudi,andando a svegliare sua madre, s'era accorto che c'era un' altra testa accanto a quella di lei, sul cuscino, e per lo stupore quasi aveva lasciato cadere la tazza che teneva in mano.

"E' tuo padre" fece lei, con un sorriso soddisfatto. "E' arrivato stanotte." Dal letto salì un grugnito e, "Ti ha appena detto buongiorno" seguitò, sorgendo dalle lenzuola, i seni che traboccavano dalla camicia da notte in un'impudicizia del tutto nuova, per Jean-François. Poi, "Jules, Jules" tenendo la tazza in mano, "non lo vuoi il caffè?" Dal letto venne un altro grugnito e lei, "Ha detto di no."

Jean-François restò a lungo sveglio quella notte, attento a ciò che avveniva nel grande letto ma udì soltanto fruscii, sussurri, le parole sommerse da fischi, un ansare. Quando si svegliò, il mattino, suo padre se n'era andato ma il sorriso persisteva sul volto di lei, con il sorriso un'aria di complicità.

A sedere sul letto, un lembo del lenzuolo a coprirsi i seni, s'era piegata in avanti verso la tazza di caffè posata sul comodino ma la interruppe Jean-François: infilò una mano sotto quella di lei fino a sfiorarle i capezzoli.

"No" disse lei, di un gesto teatrale però allontanando il lenzuolo e esibendosi in totale nudità - le ginocchia aperte, piegate. Si era portata una mano al sesso ma dalla stanza vicina era salito un rumore di passi e in fretta si ricoprì.

Dopo: nella stanza da bagno, tra i vapori dell'acqua bollente che egli aveva appena versato nella vasca dalle tre - quattro pentole disposte sopra la stufa, sua madre, in silenzio, s' era sfilato l'accappatoio, una follia negli occhi sbarrati,neri come i capelli che le scendevano sui seni, e ancora sulle labbra il sorriso. Un lampo gli aveva traversato la mente, Era veramente suo padre quell'uomo di cui aveva intravvisto la testa sul cuscino, i capelli, ma non il viso?

Di un passo egli era uscito alla stanza, poi di corsa fuori casa. Aveva vomitato in cortile, sul retro della stalla, la testa appoggiata al muro.

*

Malgrado le illazioni del Qualcuno molto influente, Jean-François non ebbe mai esperienze omoerotiche, neppure nell'adolescenza. Ne provava orrore anche se il sentimento non condizionò mai i suoi rapporti con chi, all'abbraccio di una donna, preferisse quello con un uomo. L'amicizia era una complicità maschile, una santità: scavalcava opposte alleanze politiche, nasceva da affinità professionali, contigue memorie.

Per quanto attratto dall'altro sesso esitava sempre prima di passare dalle schermaglie del corteggiamento all'azione persino quando era la donna a compiere il primo passo. In qualche misura fu così anche nell'età adulta .L' imbarazzo di fronte a chi era più ricco di lui, il suo senso di inferiorità, via via diventarono scelte masochistiche e finì per credersi destinato al bordello o a ciò che chiamava "la seconda scelta". Preferiva entrare nei solchi aperti da altri evitando le adolescenti soprattutto se in odore di verginità ma anche le donne che l'ipocrisia dell'epoca definiva oneste - piccolo borghesi, perlopiù. Supponeva Christiane che le identificasse con sua madre. Al bordello non c'erano invece esitazioni, le ragazze parlavano la sua stessa lingua.

Con tutto ciò, sognava un mondo perfetto come lo aveva intravvisto nella sua prima adolescenza sulla spiaggia a Dauville, l'unica volta che c'era stato - paesaggi e persone sfocati nel sole e l'eleganza di luoghi gesti voci, sommessi i dialoghi, quasi sussurri, non si alzavano neppure se rivolti ai domestici, eleganti anch'essi e ossequiosi. Nel telescopio degli anni tutto questo le sue fughe nell'immaginazione lo avrebbero innobilito. Per lungo tempo egli era rimasto estraneo a quei luoghi, al massimo vi s'era affacciato come ospite nelle case dei suoi ricchi compagni di corso, mai a suo agio poiché ignorava se realmente fosse gradito.

Essere accettato alla pari, attraverso Ràissa, in quella realtà di ricchi e circoli esclusivi dove il denaro era trattato con disprezzo in quanto mai mancava, aveva aumentato, paradossalmente, il senso di esclusione. Per i mutamenti avvenuti con la guerra troppa altra gente aveva adesso accesso a quei luoghi a lungo sognati, e la cui magia nasceva proprio da quella lontananza. Ne soffriva, si sentiva defraudato e che molti riti sociali fossero caduti in disuso sostituiti da altri, più informali, "americani", aumentava la delusione. Era arrivato in ritardo, ecco, e soprattutto in quegli ambienti non aveva un ruolo, Sono soltanto il portacazzo della figlia, diceva di sé. L' attrazione di un tempo diventava ripulsa e tuttavia non si cancellava neppure quando, nei suoi editoriali, traduceva la delusione in giudizio politico - "classi parassitarie... terreno di coltura della decadenza... una società banalizzata."

Detestava il nuovo, pure se ammetteva che, in realtà, a irritarlo era tutto ciò che sminuisse il valore della sua scalata sociale, e se detestava gli ebrei era proprio in quanto veicoli del nuovo. Erano alfieri di una cultura cittadina, perennemente in moto, brulicante di invenzioni, idee sociali, rinnovamenti e perciò potenziale nemica di ciò che la Francia era stata e doveva tornare ad essere. Una società dove, a dispetto dello sfavillare di Parigi, contava l'appartenenza al terroir, significava questo essere francesi. Valeva per il pastore che ogni mattina, all'alba, traversava Parigi con le sue capre che mungeva sotto gli occhi di chi favoriva quel latte; per gli ex combattenti che il febbraio del 32 avevano affrontato la polizia in place de la Concorde; per Jean François Proust, a colazione Chez Maxim's; naturalmente anche per chi volesse farsi eleggere al parlamento come essere ammesso al Jockey Club. Gli ebrei stavano cambiando il paese, rappresentavano il futuro, sarebbero entrati anch'essi al Jockey Club. Ma che ci avrebbe fatto, un ebreo, al Jockey Club?

Anche questo, tutto questo, si rifletteva nel rapporto con Ràissa, tra sussulti di arroganza e disprezzo di sé, una delle ragioni del disprezzo che era stato il primo ad averla avuta. Rabbrividiva al ricordo di quella notte:il sangue che non le si arrestava etra le lacrime, sorridente, lei a balbettare, "Ora ti appartengo... ci apparteniamo... sarà per sempre...prometti? saremo felici?"

Egli aveva provato un disgusto a quelle parole, una vergogna

Le ripugnanze per il corpo di lei, gli odori del suo ventre, sotto i profumi, il colore della pelle, lo portavano a volte al limite della violenza, trattenendosi soltanto per non mettere a rischio i vantaggi del matrimonio. Dentro di sé, quei momenti, la rendeva responsabile che fosse soltanto "per necessità" che l'aveva sposata sicché diventava una grottesca rivalsa quando si piegava su di lei, cercandola nel suo folto di peli pur sottraendosi, alla fine. Guardandola soddisfarsi da sola, "Vieni, vieni" la incitava, in sussurri: modulando la voce a farle credere, o sperando che potesse credere, che l'invito apparteneva all' affetto, non al disprezzo. E tuttavia quel volto sfatto, sudato tra i rantoli del piacere, il sorriso di gratitudine a menzogne che lei ignorava fossero tali, il ventre indifeso, reso più indifeso dalle ginocchia piegate e inutilmente gli si offriva non si traducevano, per lui, in nessun senso di vittoria. Il moccio che estraeva da sé e scivolava su di lei come il percorso di una lumaca, la mano di Ràissa che, in un gesto postumo, lo raccoglieva e inghiottiva, erano immagini della sua impotenza, di lei la vittoria. Si chiedeva, nella comune bara del letto, Anche lei, guardandolo, che anche lui da solo che si era appena soddisfatto, lo disprezzava?

In pubblico tutto questo naturalmente non traspariva, al contrario, avevano l'aria di una coppia perfettamente affiatata, complice nelle trasgressioni anche se, nel caso di Ràissa, erano sempre per volontà di Jean-François.

"Hai letto le memorie di Kiki? L'hai vista nuda?"

"Mi imbarazzano queste cose, lo sai."

"Ti imbarazzano le parole. Hai visto il ritratto di Kiesling? Vorrei vederti così la prossima volta."

"Con te?"

"Ci sarò anch' 'io, che t'aspetti? Mi piace vederti, mi piaci..."

La voce di lei si abbassò su un tono di risentimento, "... con qualcun altro."

"Sì."

Alle soirées, al Dôme, alla Coupole, ai balli a Magic City, rue Cognacq-Jay, le donne vestite da uomo, i ragazzi pallidi di cipria e gli occhi bistrati, l'orchestra di Leo Reisman modulava "Happy Days are coming", Bechet se non era in carcere gonfiava le gote per qualcosa che nessuno riusciva a ballare, spezzava il cuore. Ràissa, sempre in abiti trasparenti e nulla sotto il vestito, come Jean François le imponeva, ballava con la Puce, la Love, la Broche, Bobette, le Chat Mouillé, chi fosse maschio e chi femmina non si capiva.

"... Ma tu mi ami?" chiese al marito, la Broche che la stringeva contro di sé.

"L'amour" interloquì qualcuno mascherato con le copertine degli ultimi volumi dell'NRF, "è convincere i tedeschi a pagarci i debiti di guerra, quarantadue miliardi, sa cosa si può fare con quei soldi? cosa potremmo, noi due insieme..."

Nel breve momento di silenzio, si alzò la voce di Marilore, la rumena che aveva sposato uno dei nomi più antichi di Francia e stava ballando con Jean François, "Le pays sent la brioche le dimanche e la bouse les jours ordinaires."

La reazione fu una risata.

A Parigi fece molto caldo quell' estate, l'afa resa ancora più insopportabile dagli improvvisi brevissimi scrosci di pioggia e in agosto tutti erano partiti. Jean François e Ràissa avevano fatto una breve crociera lungo le coste dalmate, erano sbarcati a Venezia, avevano incrociato Coco al des Bains.

"E' morto Diaghilev."

"Ah, Diaghilev."

A ottobre cadde la Borsa, bruscamente a Parigi cambiarono gli odori - dai boulevard le zaffate di pommes-frites raggiunsero l'Opéra e rue de la Paix.

*

Christiane ne capiva molto poco di politica, anzi nulla, non aveva difficoltà ad ammetterlo, non per questo se si rifiutava di prendere sul serio l'antisemitismo di Jean-François. Le pareva che togliesse consistenza a quell' atteggiamento l'evidenza di comportamenti pubblici che contraddicevano molte affermazioni. Jean François aveva molti amici ebrei, non solo; le spiegava che i suoi attacchi erano diretti soprattutto ai recenti immigrati e tutto ciò che era finito in mano ai cartaginesi.

"... Cartaginesi?"

"Questi ebrei che non sanno che far soldi. Staviski, la Hanau, non lo sai cos'erano, chi sono stati?"

Lei sorrideva, socchiudeva gli occhi, "Lo sai che i giornali non li leggo."

"Dovesti, perché i loro amici, e sono anche quelli ebrei, a non isolarli ci porteranno alla guerra. Bisognerebbe far sì che trovino un posto tutto loro ma lontano dall'Europa, per esempio in Madagascar.

"E perché in Madagascar?"

Non leggeva i giornali neppure la cameriera bretone, Annick, ma il sabato e la domenica, i suoi giorni di libertà, li trascorreva con un cameriere di Fouquet's, anche lui bretone e pensavano di sposarsi quando fosse il momento. Jacques le raccontava di gente dell'est che frequentava il ristorante e se ne andavano non appena compariva un tedesco e sussurravano cosa da far rizzare i capelli: negozi incendiati, campi di concentramento, fucilazioni...

"Ma dove?"

"In Polonia, in Germania."

Ne riferiva a Christiane che, rassicurata da Jean-François, "Non è possibile, si sbaglia quel tuo amico. Allontanano quelli entrati illegalmente e li mandano a lavorare nei campi il che gli farà anche bene, direi. Dovrebbe essere così anche da noi."

"Io invece so" rispondeva Annick e avrebbe voluto citare qualcuna delle storie di Jacques ma alle obbiezioni di Christiane si confondeva. Avrebbe voluto parlarne con Jacques, che le desse argomenti per ribattere, ma Jean era stato richiamato da poco in marina e quando gli riusciva di farla spola tra Brest e Parigi non era certo degli ebrei che voleva discutere le poche ore che stavano insieme.

"Ma perché vi hanno richiamati" chiedeva Annick, "che nessuno spara? tutti fermi con il fucile scarico, i cannoni peggio, sono sicura."

"C'est une drôle de guerre."

«Una guerra per finta ? allora potresti anche non tornare a Brest, cosa vuoi che sappiano..."

"Ma che dici?"

"E se ci sposassimo? Gli uomini sposati non li mandano a casa?"

"Sì... con i piedi davanti... E' la tua padrona a metterti in testa queste idee?"

"Oh lei... lei il suo uomo ce l'ha e non solo quello, tanti. A me basti tu."

Si sarebbe illusa, all'armistizio del 40, Annick, che, visto ormai che la guerra era finita, Jean tornasse a Parigi riprendere il suo posto al Fouquet's ma la Richelieu, dov'era imbarcato, considerandosi ancora in guerra aveva lasciato Brest per Dakar. Il 23 giugno c'era stato il disastro di Mers el-Kebir, gli inglesi che avevano distrutto una parte della flotta francese sicché, tre mesi dopo, quando gli inglesi si erano presentati a Dakar con le stesse intenzioni, la risposta era stata durissima. Jacques era sulla Richelieu, inchiodato ai pezzi anche dopo che la corazzata era stata silurata, e fu una bomba d'aereo a ucciderlo. Non seppe mai che questa volta a vincere erano stati i francesi; Annick,dal canto suo, fu soltanto alla fine della guerra che seppe che Jacques non sarebbe tornato.

"...La colpa è stata degli ebrei" diceva adesso, vedova che non s'era mai sposata, "sono stati loro a trascinarci in guerra, senza gli ebrei io avrei ancora il mio Jacques."

A Christiane, che era il suo turno di imbrogliarsi a rispondere poiché sapeva che le cose non era a quel modo che erano andate,mancava l'umore di imbarcarsi in discussioni,. Si limitava a ripetere una frase di Jean François, "Un gran cambiamento" senza però aggiungere l'ultima parte della frase quando le spiegava il perché delle deportazioni, "La Francia ai francesi."

Si rivedeva nel sedile posteriore di un tassì, con Jean François, Parigi misteriosa come un racconto di Hoffmann oltre i vetri azzurrati, e recitò, tra sé, Champs Elysées, Concorde, Rivoli, riascoltando i suoni del métro, nella memoria. In quella non-luce, infilata rue Camion, la colonna quando traversarono place Vendôme, si impose in tutta la sua preziosa eleganza, intoccabile come un animale marino che, appena a sfiorarlo, appassiva. Il citroën fece il giro della piazza per arrestarsi al Ritz, il portiere si affrettò ad aiutarli a scendere, il militare sull'ingresso batté i tacchi.

"...Qualcosa di drastico e del tutto nuovo" seguitava Jean-François, e ormai erano all'interno dell'albergo, "nuovo come... Hai presente l'occhio tagliato da una lama di rasoio, all'inizio del Chien Andalou:? che è questo che vuol dire, l'ingresso in una nuova epoca, una nuova concezione del mondo, nuove percezioni. Così anche in politica e, naturalmente, anche in politica, con qualche danno collaterale."

"... Gli ebrei?"

"Pensi sempre agli ebrei, ne parli come se anche tu lo fossi."

"Non lo sono, lo sai."

"Anche lo fossi non correresti rischi. Non ne corre neppure Ràissa, con tutto che siamo divorziati e ha appena partorito. Un bastardino ma si sposeranno e in ogni caso, qualunque cosa capiti, ci sono io a proteggervi, ebree o no: tutte e due."

*

Il primo viaggio Oltreatlantico di Christiane fu alla fine del 36; da un anno, il rapporto con Jean-François s'era interrotto, sarebbe rimasto interrotto per qualche anno ancora. In quell'interregno che nessuno dei due pensava tale, Christiane fece il suo primo viaggio Oltreatlantico. Era la fine del 36 e accompagnava il marito incaricato dal primo ministro del suo paese a esplorare la possibilità di un accordo con il governo degli Stati Uniti. Nelle linee generali anticipava il Lend-Lease che gli Stati Uniti avrebbero stipulato con l'Inghilterra anni dopo. Era un'operazione delicata e segreta, tenuta segreta anche all'ambasciata. Nel governo Blum nessuno si faceva illusioni sulla possibilità di evitare una prossima guerra, della quale gli avvenimenti spagnoli erano un'ovvia anticipazione. Si sapeva anche che la sola ipotesi di rapporti strategici tra Parigi e Washington avrebbe risvegliato pericolosi nazionalismi non soltanto tra i banchi dell'opposizione; non contando che, anche nel governo, non erano in pochi che il New Deal preoccupava. Il marchese de la Gohelle era stato scelto per la sua indiscussa fedeltà al primo ministro e i rapporti di famiglia con la famiglia di qualcuno che era molto vicino al presidente degli Stati Uniti.

All'epoca, Jean-François descriveva agli argentino l'assedio di Madrid. Aveva conosciuto la scrittrice inglese Hilary Dunhart. Diversamente da Christiane, da Ràissa, in particolare, le cui opinioni politiche si riducevano a un solidarismo indiscriminato che abbracciava sia le vittime del colonialismo che i cani randagi, Hilary era di idee radicali.

Discendente di una famiglia che, insieme alla ricchezza finanziaria, vantava proprietà terriere e un castello in Lancashire, un seggio ereditario alla Camera dei lord e naturalmente, per il primogenito, il titolo di baronetto, Hilary era stata nota alle cronache soprattutto per le sue esuberanze. Un amore molto discusso ma che la morte sulla Somme aveva consegnato al mito, un marito abbandonato dopo pochi mesi, poi artisti, rivoluzionari, truffatori divorati con indifferenza o ferocia, era in Spagna per un giornale che lei stessa finanziava e sosteneva la causa repubblicana.

In un primo tempo, il passaggio dagli sfarfallii della mondanità al coinvolgimento politico era stato trattato con condiscendenza dalla stampa internazionale ma presto anche i più scettici si sarebbero convinti della sua sincerità. Presente nei punti più pericolosi del fronte, pronta a versare denaro in tutte le iniziative a favore della repubblica, s'era rivelata cronista impeccabile nelle corrispondenze della battaglie di Teruel.

L'avventura spagnola avrebbe sviluppato risvolti materni nelle voracità della giovane baronessa o perlomeno nel suo interesse per Jean François,le cui fragilità ai suoi occhi nessun dandysmo riusciva a celare. A credere a ciò che avrebbe scritto nell' Autobiografia, cinquant'anni dopo, si era interessata a quello spilungone vestito all'inglese e più giovane di lei di un decennio "per farne un uomo."

La contiguità con Hilary sarebbe stata per Jean-François un'esperienza radicale: affascinato, come dall'occhio di un cobra, dalle ricchezze della famiglia di lei e che accanto a lei, per la prima volta,nel giardino fiorito dal quale per anni era stato escluso, non era più un ospite. Vi apparteneva di diritto e con suo preciso ruolo, politico, morale persino, sicché si smussava ogni trascorsa inferiorità. Inoltre: ritrovava con i combattenti la solidarietà umana di quando lui stesso aveva combattuto e con giornalisti e osservatori, testimoni come lui dell'anticipo di una guerra più vasta e più lunga, inattese complicità. Le retoriche di una causa disperata e l'illusione altrettanto disperata di una vittoria non ne avevano cancellato i narcisismi, al contrario li avevano esasperati. L' eleganza era stata tradotta in trasandatezze inventate da ottimi sarti e con tanta perizia che soltanto un esperto riusciva a distinguere il falso povero dai veri stracci di chi rischiava la vita al fronte. Analogamente, il coinvolgimento politico si sfiatava in esercizi verbali, si esauriva nel fumo di player's e sigari cubani al bar del Gaylord su un gin and tonic o una bistecca al sangue e una bottiglia di Valdepeñas.

La relazione con Hilary Dunhar non durò molti mesi, troncata bruscamente,ma non fu per i dibattiti o le comuni visite al fronte che Jean-François avrebbe ricordato quella sua complice. Rivedeva una sera di pioggia nella loro stanza al Gaylord, al ritorno da Guadalajara, il vento a infuriare aldilà delle lastre. Hilary era emersa dalla camicia di taglio militare e i pantaloni maschili acquistati in Savile's row, ora opportunamente inzaccherati, come chissà che Venere in una tela di Klimt --il corpo di un bianco accecante, il volto pallido molto dipinto, le labbra serrate. Una collana di coralli della stessa qualità degli orecchini, anch'essi di corallo e l'identico rosso delle labbra,le scendeva tra il rosa delicato dei seni, rosa anche l'aureola e i capezzoli. Il ventre, leggermente sformato per l'età, scompariva nella sua parte inferiore sotto l'apparente protezione di uno slip di pizzo, nero come la cascata dei capelli e la sottile fascia di seta che le sosteneva i seni, una forma d'edera a nascondere il sesso. Nere erano anche le calze e le giarrettiere. Era rimasta immobile, le braccia intrecciate dietro la schiena, le labbra che si piegavano in un ironico sorriso,in attesa che egli facesse un passo verso di lei. Soltanto quando le menzogne del presente non bastarono più a concedere un'apparenza di verità alle menzogne del passato, Jean-François avrebbe percepito sotto quella forma d'alabastro un'immagine della sua giovinezza- la memoria di un corpo del quale non osava ripetere il nome.

STOP

DUE

1.

Torniamo indietro. Dopoguerra. Ambiente letterario parigino e spostamenti da D a S and back (dada surrealisti). Incontro con Maria, figlia di fuorusciti. Si situa prima dell'incontro con Denham e lo scavalca.

Maria, che critica l'antifemminismo dei surrealisti, è rifugiata politica -passione per Jean-François ma critiche dure - lo pianta, ritorna -- Jean-François la lascerà deportare e ammazzare il 44.

Suo tentativo di suicidio quando vede i campi, verso il 43.

Aiuta Ràissa - anche il terzo marito di lei e i figli. Ràissa per il divorzio da a Jean-François dei soldi per carriera letteraria.