IL MIO MARX

di Aldo Pirone

Nel suo bel libro "Storia dell'economia" edito nel 1988 il famoso economista liberal americano John Kenneth Galbraith scriveva: "Uomini come Adam Smith, David Ricardo e Thomas Robert Malthus foggiarono la storia della scienza economica e la visione dell'ordine economico sociale; Karl Marx plasmò la storia del mondo".

Il marxismo è stato più volte dichiarato morto da vari filosofi, sociologi, economisti. In Italia fu il massimo filosofo idealista italiano Benedetto Croce a decretarne la sepoltura. Nell'ottobre del 1899 annunciò la pubblicazione imminente di Materialismo storico ed economia marxistica (1900) con queste parole: "Ho raccolto in un volume [...] tutti i miei scritti sul Marx e ve li ho composti - come in una bara. E credo di aver chiuso la parentesi marxista della mia vita". Poi, nel 1938, pensò che, avendolo ucciso dentro di sé, il marxismo fosse morto anche in Italia. Infatti, in appendice alla ripubblicazione dei saggi labriolani dal titolo La concezione materialistica della storia, pubblicò il suo epitaffio: Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia (1895-1900). Proprio nel bel mezzo del secolo che avrebbe decretato il massimo successo del socialismo democratico in Europa occidentale e la massima espansione geopolitica del comunismo che da Marx, in sodalizio con Engels, aveva tratto ispirazione. Con esiti, però, massimamente contraddittori sul piano delle realizzazioni rispetto ai postulati del pensiero di Marx, debitamente lobotomizzato da un dogmatismo marmoreo.

Nel mondo attuale trasformato e dominato dalla globalizzazione neoliberista e dal pensiero unico in auge da circa un quarantennio, il socialismo, nel suo complesso, sia nella variante comunista che in quella socialista e socialdemocratica riformista, è stato travolto. Sembrerebbe, dunque, che poco possa dirci il pensiero del tedesco di Treviri. E invece basterebbe rileggerlo per comprendere che egli non solo ci offre alcuni strumenti di analisi per comprendere quel che è successo, ma anche non poche suggestioni per affrontare il futuro e la lotta per trasformare un capitalismo che produce nel suo seno nuove contraddizioni economiche, sociali e ambientali, insieme a nuove meraviglie produttive e scientifiche. Una trasformazione con tempi assai più lunghi di quelli previsti da Marx.

Attualità di spunti analitici non ricette

Nel 1848 Karl Marx ha trent'anni. E' nato tre anni dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo e tre anni prima della sua morte. Per l'Europa, allora centro dello sviluppo capitalistico basato sulla rivoluzione industriale sospinta dal vapore e dal carbone, il '48 è un anno di grandi sommovimenti nazionali e sociali. Entrano in crisi la restaurazione post napoleonica e gli equilibri politici partoriti dal Congresso di Vienna e dal suo grande regista Metternich. Da una parte c'è un vecchio mondo aristocratico e feudale che non vuole cedere il passo alla borghesia imprenditrice e liberale, ma già colonialista e, dall'altra, c'è un proletariato in formazione che reclama i suoi diritti passando attraverso le finestre dell'eguaglianza, della libertà e della fraternità aperte dalla Rivoluzione francese. Le barricate di Parigi sono il punto più avanzato del tradizionale scontro fra aristocrazia e borghesia ma sulla scena si presenta pure il proletariato. Marx ed Engels pubblicano il "Manifesto del partito comunista" in cui con un'analisi brillante, semplice e avvincente avvertono, descrivendole, le due caratteristiche fondamentali del capitalismo: la forza globalizzatrice e la caratteristica genetica di rivoluzionare continuamente le sue forze produttive. "Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti - scrivono - spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. Sfruttando il mercato mondiale, la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all'industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili - industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo... In luogo dell'antico isolamento locale e nazionale subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni una dall'altra.... Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti della produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe a introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza."

La descrizione è ammirata perché il capitalismo della prima rivoluzione industriale sbriciola il vecchio mondo feudale, servile, retrogrado, conservatore e biecamente reazionario fondato, in gran parte dell'Europa, sull'alleanza fra il trono e l'altare e in cui, a ragione, la religione è l' "oppio dei popoli". Ma cos'è che dà questa forza ferina alla borghesia capitalista? Marx ed Engels l'hanno ben chiaro: "La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l'insieme dei rapporti sociali...Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l'incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca borghese da tutte le altre''.

A Marx, com'è noto, questa descrizione del capitalismo nascente non fa velo nell' analizzare e denunciare le contraddizioni sociali che esso produce, lo sfruttamento feroce del proletariato: senza diritti e senza difese, costretto, uomini, donne e bambini, a soggiacere alla più dura "schiavitù salariata".

L'altro canone interpretativo, tratto da una concezione materialistica della storia, non del capitalismo in astratto ma di una "formazione sociale", divenuta in seguito "formazione economico-sociale" - concetto più comprensivo, sia strutturale che sovrastrutturale, di una data società e più aderente all'incessante andamento trasformatore e creativo del capitalismo -, Marx lo indica 11 anni dopo nella celebre "Prefazione" al suo scritto "Per la critica dell'economia politica". "Una formazione sociale non perisce finché non siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate nel seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza''. Lui pensò che la prima condizione per il superamento del capitalismo risiedesse nel fatto che la borghesia capitalistica oltre a produrre merci e scoperte scientifiche produceva, dialetticamente, anche il proprio antagonista: il moderno proletariato di fabbrica che avrebbe espropriato gli espropriatori del proprio lavoro e della propria vita.

Se la sinistra europea avesse tenuto conto storicisticamente della lezione marxiana avrebbe potuto analizzare meglio, culturalmente e idealmente, la fase presente della globalizzazione neoliberista e meglio attrezzarsi politicamente per fronteggiarla, invece di soggiacere subalterna all'egemonia scaturita dalla forza della sua rivoluzione produttiva. Per assolvere questo compito, che rimane irrisolto ed è alla base del proprio declino, la sinistra europea d'ispirazione socialista non avrebbe dovuto cercare ricette nel pensiero rivoluzionario di Marx, avrebbe dovuto solo analizzare quel che materialmente e idealmente la rivoluzione neoliberista stava producendo di nuovo e sconvolgente sul piano mondiale e nell'evoluzione o involuzione, dipende dai punti di vista, del capitalismo stesso. Marx, sempre nella "Prefazione" già citata, aveva scritto: "A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale". Che cosa invece stava accadendo sul finire degli anni '70 con l'avvento, prima, del Thatcherismo e poi del reaganismo? Che invece di farsi rivoluzionare o, almeno, di continuare a farsi condizionare i rapporti di produzione dal socialismo, come'era accaduto nel "trentennio glorioso" in cui c'era stata una notevole crescita delle forze produttive insieme ai diritti dei lavoratori e al welfare state, la borghesia capitalista stava rivoluzionando le forze produttive medesime, così come, lo abbiamo già visto, era, per Marx, nella sua intrinseca natura. In tal modo, particolarmente in Europa, sbriciolava e disarticolava le limitazioni imposte dal "compromesso socialdemocratico", facendo comprendere a tutti che la sua "formazione sociale" non stava per nulla morendo perché non aveva finito di sviluppare "tutte le forze produttive a cui può dare corso".

La rivoluzione tecnologica

Per prima cosa la sinistra avrebbe dovuto capire gli effetti della rivoluzione tecnologica sull'antagonista della borghesia; cioè la creazione di un nuovo proletariato, o classe operaia, non più concentrato nella grande fabbrica ma diffuso e disperso nei luoghi della produzione a loro volta rivoluzionati e frastagliati dall'innovazione tecnologica. Quindi, il differenziarsi all'interno di questo moderno proletariato fra mansioni povere, puramente esecutive, senza protezioni e senza diritti, e mansioni super qualificate; il tutto dentro una rinnovata tendenza generale del neoliberismo alla riduzione del lavoro umano a pura merce; per di più utilizzata e pagata solo per il tempo necessario al suo sfruttamento. Una tendenza demolitrice di conquiste e diritti conseguiti nell'era fordista.

Infine, la sinistra, avrebbe dovuto adeguare la sua azione critica al carattere permanente della rivoluzione tecnologica e comunicativa con le sue tendenze alla robotizzazione del lavoro e alla creazione della cosiddetta "intelligenza artificiale" sostitutiva del lavoro umano. Forse un'occhiata al "Frammento sulle macchine" nei "Grundrisse" marxiani avrebbe potuto aiutare e stimolare a capire. "Una volta accolto nel processo produttivo del capitale, - scrive Marx - il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l'ultima è la macchina o, piuttosto, un sistema automatico di macchine (sistema di macchine; quello automatico è solo la forma più perfetta e adeguata del macchinario, che sola lo trasforma in un sistema), messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa consistente di numerosi organi meccanici e intellettuali, in modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso ... la macchina non appare in alcun modo come mezzo di lavoro dell'operaio singolo. La sua differentia specifica non è affatto, come nel mezzo di lavoro, quella di mediare l'attività dell'operaio nei confronti dell'oggetto; ma l'attività stessa dell'operaio è posta ora in modo che si limita essa a mediare il lavoro della macchina, l'azione della macchina sulla materia prima; a sorvegliare questa azione e a proteggerla dalle perturbazioni. A differenza dello strumento, che l'operaio anima - come un organo - della sua propria abilità e perizia, e il cui maneggio dipende quindi dalla sua virtuosità. Mentre la macchina, che possiede abilità e forza al posto dell'operaio, è essa stessa il virtuoso, che possiede una propria anima nelle leggi meccaniche in essa operanti e consuma (come l'operaio mezzi alimentari) carbone, olio ecc. (matières instrumentales) per mantenersi continuamente in movimento".

Questa tendenza a sostituire il lavoro umano con l'"automa" avrebbe dovuto spingere a rivedere radicalmente le politiche del lavoro, comprese quelle contrattuali e sindacali. In tutti i sensi: orari, diritti, politiche per l'occupazione, dividendo tecnologico, finanziamento del welfare ecc. L'innovazione tecnologica è stata subìta, da una parte, con passiva rassegnazione, come quando ci si acconcia a un cataclisma inevitabile riducendosi solo a ripararsene, e malamente, contenendone le conseguenze sociali, mentre, dall'altra, è stata vista con lo spirito dell'oca giuliva che non ha saputo distinguere flessibilità da precarietà con il risultato che è stata quest'ultima a disarticolare, anche sul piano politico-ideale, il vecchio blocco sociale della sinistra. Sarebbe stato opportuno, invece, appropriarsene criticamente e farne un'arma per valorizzare il lavoro, i lavoratori e i loro profili professionali mettendoli al centro della rivoluzione produttiva.

La contraddizione finanziaria

Il secondo mutamento operato nell'attuale fase della globalizzazione capitalistica dal neoliberismo è il salto di quantità nella crescita della contraddizione, tutta interna al capitale, fra la sua originaria caratteristica di produttore di merci, secondo il circolo virtuoso merci>denaro>merci, e la dominante finanziarizzazione basta sul circolo perverso denaro>denaro. La questione sul piano globale non è secondaria. Basta guardare lo squilibrio fra Pil mondiale pari a circa 78 mila miliardi dollari e alle attività finanziarie correnti pari a circa un miliardo di miliardi di dollari, con più di due terzi di prodotti derivati scambiati fuori dai mercati regolamentati, dei quali solo una piccola quota è legata a transazioni collegate all'economia reale. Il resto sono scommesse sui tassi d'interesse, sulle valute, sui prezzi delle materie prime, sull'andamento degli indici azionari, sul fallimento di stati o di grandi imprese. Oppure basta osservare lo squilibrio di una ricchezza finanziaria che è il doppio del Pil globale. Questo processo d'incessante finanziarizzazione ha già prodotto lo scorso anno un debito pubblico mondiale di 233 mila miliardi di dollari. Il dominio della finanza, iniziato negli anni '80 con la liberalizzazione più generale dell'economia e con la rinuncia a ogni regola, ha avuto come conseguenza l'accaparramento, da parte di un'esigua minoranza di super ricchi, di gran parte della ricchezza prodotta. Prendendo ad esempio gli Stati Uniti, se nel 1960 solo il 14% dei profitti delle imprese statunitensi era di natura finanziaria, nel 2008, al tempo della grande crisi bancaria, erano già saliti al 39%. Il dominio della "finanza allegra", per così dire, ha determinato fin qui, da una parte, la sostanziale stagnazione dei salari e, dall'altra, la crescita vertiginosa delle diseguaglianze sociali. A livello globale meno dell'uno per cento dei cittadini detiene il 44% della ricchezza mondiale. Dall'altra parte il 70% della popolazione ne possiede solo il 3%.

Si potrebbe dire che il capitalismo finanziario sia diventato un grande nemico di quello produttore di merci. Una contraddizione ciclicamente distruttiva di forze produttive che apre alla possibilità di un'alleanza sociale dei "produttori" e di tutti gli "scarti" sociali creati da questa tendenza al "feticismo del denaro" che ha sopravanzato il "feticismo della merce". Un'alleanza, cioè, di tutte le forze sociali ed economiche interessate a produrre in modo sostenibile merci e beni di consumo e non a essere sottoposte alla minaccia distruttiva delle crisi finanziarie prodotte dalle bolle speculative.

La contraddizione ambientale

La terza contraddizione maturata dall'espansione capitalistica globale di segno neoliberista è, com'è noto, quella ecologica e ambientale. Anche qui un Marx letto a fondo avrebbe potuto aiutare, molto di più dei suoi eredi e interpreti industrialisti, a vedere come l' "anarchia delle forze produttive", altra caratteristica del capitalismo, fosse distruttiva dell'ambiente globale. Nella sesta sezione del III libro del capitale pubblicato postumo Marx scriveva: "Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un'intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive". E per questo avvertiva alla fine del libro citato nella VII sezione: "La libertà in questo campo [l'espansione delle forze produttive per soddisfare i bisogni umani nell'ambito del regno della necessità n.d.r.] può consistere soltanto in ciò, che l'uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati, come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile consumo di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa". Tuttavia non si può dire che il pensatore di Treviri fosse un compiuto ambientalista come lo s'intende oggi. Basti pensare che ai suoi tempi l'unica energia industriale era ancora il vapore e che la questione ecologica prodotta dall'industrialismo capitalistico sarebbe venuta a politicamente maturazione solo nella seconda metà del novecento. Resta che qualche spunto di riflessione, anche in questo campo, Marx lo suggeriva; magari partendo proprio da quell' "anarchia delle forze produttive" prodotta dagli animal spirits del capitalismo che, entrando nel lungo periodo in contraddizione con la stessa sopravvivenza della specie umana, rendeva il graduale superamento del capitalismo medesimo una necessità riconducibile alla "comune natura umana" delle persone, di là del loro antagonismo di classe. Nonostante gli sforzi compiuti da diversi marxisti-ambientalisti, la sinistra fatica ancora a produrre non tanto pensosi programmi e documenti ambientalisti ed ecologisti quanto un'azione politica incisiva in grado di evitare ricorrenti sia contrapposizioni fra ambiente e lavoro sia coerenti politiche ambientaliste là dove è stata o è al governo.

Globalizzazione e internazionalismo

Vista la tendenza mondializzatrice dello sviluppo capitalistico e borghese Marx pensò subito che il suo antagonista, il proletariato, dovesse unirsi sul piano internazionale. Non a caso chiudeva il suo "Manifesto" con la celebre invocazione "Proletari di tutti i paesi unitevi!". E non a caso s'impegnò in prima persona nel 1864 nella creazione e nella direzione dell'Associazione internazionale dei lavoratori, detta anche Prima Internazionale, di cui scrisse sia il programma che lo statuto. Gli era ben chiaro, come scrisse con Engels nel già citato "Manifesto" del '48, che se "il proletariato d'ogni paese deve innanzitutto conquistare il potere politico, deve elevarsi a classe nazionale e costituirsi in nazione" era altrettanto indispensabile che "L'azione combinata, per lo meno dei proletari dei paesi civili, è una delle prime condizioni dell'emancipazione del proletariato".

Se c'è una cosa che, invece, è venuta a mancare è proprio un'iniziativa internazionale del movimento di ispirazione socialista che desse battaglia critica e progressista all'affermarsi della globalizzazione neoliberista. Soprattutto nei paesi europei dove essa ha cominciato a sollevare reazioni popolari che, non per caso, alla fine sono state incanalate ed egemonizzate dalla destra nazionalista, populista e xenofoba che sembra aver ritrovato linfa vitale per le sue battaglie sovraniste e reazionarie. Muta l'Internazionale socialista e silente il PSE europeo, i cui partiti, ristrettisi nei propri confini nazionali, sono stati progressivamente emarginati dal popolo. Il fatto è che quella contraddizione già individuata da Gramsci fra "il carattere cosmopolita dell'economia e il carattere ristrettamente nazionale della politica" oggi è divenuta più acuta e dirompente a causa della globalizzazione neoliberista. Soprattutto nei paesi il cui impianto sociale avanzato, frutto della vittoria sul nazifascismo nel 1945, è stato terremotato sotto il profilo sociale, politico, democratico e culturale dai tre fattori qui accennati e tra loro interconnessi: rivoluzione tecnologica, finanziarizzazione dell'economia e globalizzazione; tutti sotto il segno del neoliberismo.

Autoanalisi marxista

Nella già citata "Prefazione" del 1859, Marx avverte: "Con il cambiamento della base economica [ della società] si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere costatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione".

Un'analisi basata su questi nessi non meccanicamente o deterministicamente intesi, sarebbe più che necessaria per capire ciò che è avvenuto nelle cosiddette sovrastrutture ideali della sinistra, in quelle egemoniche del pensiero unico neoliberista e in quelle risorgenti del nazionalismo sovranista e xenofobo. Il declino delle une, l'egemonia dell'altro e il ritorno prorompente del nazionalismo xenofobo in connessione ai fenomeni immigratori, che della globalizzazione sono uno dei frutti collaterali, sono stati indotti dal mutamento delle basi materiali della produzione e dal cambiamento dei rapporti fra capitale industriale e capitale finanziario a favore di quest'ultimo. Se non si vuole scadere nel determinismo occorre anche individuare se non proprio "con la precisione delle scienze naturali" che Marx riservava allo "sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione" i punti in cui, almeno in Italia, la sinistra marxista e storicista ha avuto un cedimento culturale. Il discorso sarebbe lungo; provo a sintetizzarlo. Il punto di forza culturale del marxismo italiano è sempre stato, com'è noto, lo storicismo gramsciano e togliattiano, soprattutto nel PCI. Una visione del rapporto fra struttura materiale della società e i diversi gradi delle sovrastrutture ideali che dava molta importanza alla dimensione ideale, in senso lato, della battaglia rivoluzionaria. Di qui, sul terreno politico, il particolare rilievo riservato all'azione e all'iniziativa nella sfera della sovrastruttura politica. Quando, per semplificare, la struttura sociale è stata, come abbiamo visto, sconvolta dalla rivoluzione delle forze produttive la sovrastruttura marxista e storicista invece di reagire all'offensiva neoliberista del "pensiero unico" cercando di comprendere, appunto "con la precisione delle scienze naturali", i mutamenti in corso e adeguarvi la sua azione per ricomporre un nuovo blocco sociale, ha creduto, anche per l'impatto psicologico dovuto al crollo del comunismo sovietico, di potersi ritrarre da questo compito. Così facendo si è esposta alla subalternità al pensiero dominante neoliberista che, nel frattempo, lievitava sulle robuste spalle della rivoluzione produttiva e della globalizzazione finanziaria. Ha creduto di trovare riparo nella "terza via" ma quella strada s'è mostrata inutilmente compromissoria. In tal modo quello storicismo ha avuto una regressione idealistica, sostituendo la politica con il politicismo, facendo diventare ottimista l'intelligenza e pessimista la volontà. La narrazione letteraria paternalistica si è sostituita alla denuncia fortificata dalla lotta sociale; la ricerca dell'accesso alla "stanza dei bottoni" del governo ha annullato la lotta e l'organizzazione dei subalterni, il talk show televisivo ha cancellato l'assemblea e la discussione con militanti ed elettori, la battuta in rete col tweet ha soppresso il ragionamento che ricostruisce e mostra i collegamenti fra i fenomeni del reale. La passione politica è stata soppiantata dall'opportunismo e dal personalismo, l'iniziativa politica dalla manovra furbesca, il noi dall'io. Si potrebbe dire che la sinistra si è ritirata a descrivere il mondo, manco a interpretarlo, mentre rinunciava a mutarlo come aveva scritto nella sua undicesima tesi su Feuerbach il filosofo di Treviri. Là dove la lotta per mutarlo, cioè la prassi, ha marxianamente un valore anche gnoseologico.

Alla fine è arrivata una nuova destra populista e di massa che ha occupato i territori sociali storicamente di sinistra.

Un ricordo

Per concludere, un ricordo personale. Nel movimento socialista e comunista il marxismo ha avuto varie letture. In generale nel movimento comunista, anche in Italia, c'è sempre stata una battaglia fra dogmatici e antidogmatici. Oggi la cosa è superata perché quella sinistra non esiste più, ma negli anni '60 si faceva sentire. Per dire della creatività e della freschezza di un marxismo non dogmatico, passato attraverso il filtro dello storicismo gramsciano, rammento un episodio. Nel 1962 venne nella sezione del PCI di Cinecittà a tenere un'assemblea precongressuale, Lucio Lombardo Radice; si andava verso il X Congresso del partito con un documento a tesi. Uno dei temi in discussione era il rapporto con i cattolici. In Vaticano c'era Papa Giovanni XXIII che, dopo l'oscurantismo anticomunista Papa Pacelli, stava cambiando in meglio molte cose nella Chiesa romana. Nel documento congressuale in una delle tesi si diceva: "Si tratta di comprendere come l'aspirazione a una società socialista non solo possa farsi strada in uomini che hanno una fede religiosa, ma che tale aspirazione può trovare uno stimolo in una sofferta coscienza religiosa posta dinanzi ai drammatici problemi del mondo contemporaneo". Rispetto al Marx della "religione oppio dei popoli" era un bel rovesciamento. Ed era, quella tesi, anche la testimonianza della fecondità del marxismo storicista italiano. Dopo un'intensa discussione con non poche obiezioni, Lombardo Radice nella replica osservò: vi sono due tipi di marxisti, quelli aristotelici e quelli galileiani. Cioè quelli che si stringono al marxismo trasformato in dogma e quelli che marxisticamente imbracciano il cannocchiale per indagare continuamente i mutamenti del reale e adeguarvi la loro critica e la loro lotta.

Avevo 15 anni, quell'avvertenza non l'ho più dimenticata.