PUBBLICHIAMO L'INTRODUZIONE A

IL MEGLIO DI MARX FINO

ALLA SVOLTA DEL 1848

di Enrico Galavotti

Il comunismo s'identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l'umanismo, e in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo. E la vera risoluzione dell'antagonismo tra la natura e l'uomo, tra l'uomo e l'uomo, tra l'esistenza e l'essenza, tra l'oggettivazione e l'autoaffermazione, tra liberta e la necessita, tra l'individuo e la specie. E la soluzione dell'enigma della storia, ed e consapevole d'essere questa soluzione.

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844

Introduzione

Una delle cose più sorprendenti quando si leggono i testi del marxismo classico e vedere come in certi aspetti di natura sociale la consapevolezza che si aveva era infinitamente superiore a quella odierna. Basta considerare - solo per fare un esempio - come veniva trattato il tema della giustizia sociale in rapporto a quello dell'uso

della proprietà.

Oggi, in occidente, pochissimi tra i politici mettono in discussione il diritto alla proprietà privata, quella mediante cui si puo vivere sfruttando il lavoro altrui. E tuttavia, se da un lato sarebbe giusto riprendere quel modo realistico di vedere le cose, dall'altro sarebbe un errore grossolano non tener conto dei progressi culturali e politici che la democrazia ha compiùto in altri settori.

Si pensi solo alla consapevolezza che oggi abbiamo dei limiti della scienza, sempre più proiettata, contro le sue stesse migliori intenzioni, verso la creazione di mostri d'ogni genere (clonati, robotizzati, biotecnologizzati), che portano a malattie o disfunzioni del tutto inedite; oppure pensiamo al disastro ambientale determinato da una industrializzazione selvaggia. Prima di Copernico, Keplero, Galilei... era il Sole a essere padrone della Terra; a partire dalla rivoluzione scientifica abbiamo preteso il contrario, fino a produrre qualcosa che tanto assomiglia al Sole: l'atomica.

Purtroppo il crollo del comunismo ci ha indotti a buttare via l'acqua sporca col bambino, passando cosi da un estremismo all'altro.

Tant'e che oggi l'occidente non sembra essere in grado neppure di pensare a qualcosa che faccia progredire in qualche modo l'umanità verso una maggiore democrazia.

Probabilmente il meglio di se l'occidente l'ha dato con la rivoluzione francese, almeno dal punto di vista politico, e forse con la

Comune di Parigi, che pero duro molto poco. L'occidente ha anche elaborato le teorie rivoluzionarie dell'ateismo scientifico e del socialcomunismo.

Ma sul piano pratico le realizzazioni sono state molto deludenti. E venuta meno la forza della coerenza.

Taluni storici sostengono che tale incoerenza ha fatto risparmiare all'occidente milioni di morti, in quanto ha impedito lo scatenamento di sanguinose guerre civili all'interno delle singole nazioni.

Tuttavia e fuor di dubbio che la mancata risoluzione di problemi cruciali, come p.es. quello della proprietà privata, e stata fatta pagare al cosiddetto Terzo Mondo, sottoponendolo a incredibili saccheggi.

Anche la Russia bolscevica dovette affrontare terribili devastazioni interne causate dalla guerra civile, pero la Russia non può essere annoverata tra le potenze neocolonialiste, a meno che non s'intenda usare questo termine anche per indicare forme di sfruttamento indiscriminato di un qualunque territorio, ivi incluso quello

interno ai propri confini geografici.

Insomma il meglio dei classici del marxismo andrebbe ripreso, perché li sono le radici della critica del capitalismo, ma dovremmo farlo con la preoccupazione di stabilire dei nessi convincenti col presente.*

Verso la meta degli anni '40 del XIX sec. il marxismo classico aveva gia capito perfettamente, in nuce, non solo il modo di funzionare del sistema capitalistico, ma anche che questo modo non poteva essere corretto o aggiustato con delle semplici riforme, in quanto occorreva una vera e propria rivoluzione politica.

Cioè aveva capito che il problema era strutturale e quindi politico, e che i progressi in campo economico o le rivendicazioni sul piano giuridico (le liberta civili) non avrebbero modificato la sostanza delle cose.

Negli "Annali franco-tedeschi" e gia evidente che sia Marx che Engels, in prima fila, ma anche tutti gli altri, non avevano alcuna fiducia in una progressiva democratizzazione della monarchia prussiana, tant'e che aspiravano alla realizzazione di una repubblica costituzionale avente caratteri di democraticita e di socialismo piùttosto avanzati per la Germania di allora.

La rivoluzione francese li aveva troppo favorevolmente impressionati perché potessero ancora credere nelle istituzioni tedesche.

Quell'evento epocale ebbe sugli intellettuali tedeschi della sinistra hegeliana lo stesso effetto che la rivoluzione russa ebbe sui socialisti di tutta Europa.

Ma allora - ci si puo chiedere - perché vi e stata più politica rivoluzionaria dopo l'Ottobre, o comunque dopo la Grande Guerra, che non dopo il 1848? Per quale ragione il marxismo occidentale e stato condotto in maniera prevalentemente teorica nella seconda meta dell'Ottocento, peraltro ribadendo tesi che gia appartenevano ai

suoi fondatori?

La ragione e molto semplice: il marxismo occidentale non ha mai cercato un rapporto con le masse contadine, e l'appoggio che poteva avere da quelle operaie era quantitativamente troppo esiguo perché si potesse realizzare con successo una rivoluzione. Il marxismo occidentale e stato prevalentemente ideologico. Marx e stato un ottimo giornalista e un ottimo economista, ma un pessimo organizzatore politico. La Comune non e stata l'esito di idee marxiane e l'Internazionale non e mai stata concepita con delle idee equivalenti a quelle che misero in piedi la terza Internazionale. Persino la seconda Internazionale si presentera, sul piano politico, molto più efficace della prima, almeno sino al tradimento operato alla vigilia della prima guerra mondiale. Questa incapacita di organizzare politicamente, in senso rivoluzionario, il movimento operaio e sempre dipesa da un'impostazione troppo illuministica della politica e quindi da una scarsa capacita di ottenere un consenso di massa. Prima di cercare un rapporto organico coi contadini s'e dovuto aspettare che Lenin entrasse in scena (peraltro persino in Russia la presenza dei contadini nel partito comunista rimase sino alla fine degli Venti piùttosto insignificante).

Ancora oggi in occidente si considera poco significativo il rapporto del marxismo col mondo rurale, in quanto questo e ridotto all'osso, essendo prevalentemente concentrato nel Terzo mondo.

Cioè non si comprende che se anche il ceto rurale e concentrato in un'area specifica del pianeta, quest'area e strettamente connessa alla nostra, per cui anche se non abbiamo rapporti diretti con questo ceto (salvo quando parliamo di "acquisto equo e solidale"), esso ha un'importanza decisiva per la sopravvivenza del sistema e ne avra

anche per quella del socialismo, il quale pero non potrà avvalersi di un rapporto di "dipendenza coloniale" e dovrà capire in fretta che senza autoconsumo si e destinati alla fame.

In Europa occidentale prima di capire che la piccola-borghesia poteva essere un alleato del proletariato, s'e dovuta aspettare la seconda Internazionale, che pero ha usato quell'alleanza in chiave riformistica, onde negare l'esigenza di un cambiamento radicale del sistema.

La stessa idea di "cooperazione", tanto per fare un esempio, i comunisti italiani l'han capita molto più tardi dei socialisti riformisti, proprio perché la vedevano come un puntello per tenere in piedi il sistema.

Quanto alle teorie economiche di Marx, esse erano già abbondantemente sviluppate per capire la necessita di un ribaltamento completo del sistema. Quando Lenin sviluppo la sua teoria dell'imperialismo non disse cose che Marx, se fosse vissuto, non avrebbe potuto dire, ne aggiunse ulteriori motivazioni "di principio" sulla necessita di superare il capitalismo; semmai ne aggiunse alcune, molto importanti, sul piano "storico" o "economico". Le motivazioni "di principio" per cui il capitalismo va superato qua talis Marx le aveva già espresse, in nuce, nei Manoscritti del 1844, e ad esse il Capitale non aveva aggiunto nulla. Se esiste una differenza e semmai tra Marx e i socialisti utopisti, i quali erano convinti di poter "migliorare" il capitalismo utilizzandone gli stessi strumenti con criteri etici.

Oggi la situazione e di nuovo cambiata in occidente, in quanto gli strati proletari si stanno sempre più intellettualizzando: i nuovi proletari sono quelli che lavorano davanti a un terminale. I quali si vanno ad aggiungere e in parte a sostituire agli operai e ai

contadini classici, sia che questi operino in occidente, in condizioni relativamente sopportabili, sia che operino nel Terzo Mondo, in condizioni alquanto precarie.

Da tempo si dice che l'occidente va verso la terziarizzazione, cioè verso la fornitura di servizi che richiedono conoscenze intellettuali

di un certo livello, ma questo non significa affatto che si sia superatala divisione di capitale e lavoro. Semplicemente si svolgonomansioni operaie con mezzi più evoluti.*

La filosofia di Marx oscilla tra due estremi contrapposti: lospontaneismo (fino al Manifesto) e, in seguito al fallimento della rivoluzione del 1848, il determinismo (a partire dagli studi di economia svolti in Inghilterra, sino all'incontro coi populisti russi, dove si assiste a un certo ripensamento critico in direzione del recupero delle tradizioni rurali). Qui ci siamo soffermati alla prima parte della sua vita. Per l'altra bisogna leggersi i due volumi: Maledetto capitale e Marx economista.

Il carattere spontaneistico dell'azione politica di Marx e visibile anche nel Manifesto, che in un certo senso rappresenta la quintessenza dell'azione politica del socialismo scientifico pre-bolscevico.

Non esiste alcun capitolo dedicato all'organizzazione rivoluzionaria delle masse.

Il Manifesto chiede in sostanza alle masse di "auto-organizzarsi". Marx ed Engels non si pongono alla testa del movimento politico in quanto "organizzatori di partito" ma solo in quanto "intellettuali critici del sistema".

Nel Capitale si sostituira lo spontaneismo del Manifesto col determinismo storico: il capitalismo ha in se delle leggi che lo portano all'autodistruzione e il passaggio al socialismo diventa inevitabile.

L'autodistruzione e determinata dalla contraddizione insanabile di capitale (privato) e lavoro (sociale). Marx non ha mai messo in discussione la necessita di sviluppare le forze produttive secondo il modello industriale del capitalismo. Innaturale era nel Capitale solo l'appropriazione privata del profitto, non la subordinazione totale

della natura alle esigenze dello sviluppo economico.

L'assenza di una tattica e di una strategia per realizzare la rivoluzione politica sembra faccia da pendant allo scarso peso dato alla sovrastruttura. Di qui i rischi del determinismo economicistico nell'analisi della realtà e dello spontaneismo nell'organizzazione della rivoluzione.

Da questo punto di vista il Che fare? di Lenin costituisce undecisivo superamento del marxismo occidentale.

Marx non rappresenta solo l'analisi oggettiva del capitalismo e Lenin l'azione soggettiva del socialismo. Marx rappresenta anche, dopo il fallimento della rivoluzione del 1848, il rischio di un'involuzione economicistica verso il determinismo. Esattamente come Lenin rappresenta anche il rischio di un'involuzione autoritaria verso il

socialismo amministrato. Determinismo e spontaneismo sono due facce di una stessa

medaglia: si e tanto più "deterministi" in teoria quanto più si e "spontaneisti" nella pratica e viceversa. In politica il determinismo porta al riformismo, lo spontaneismo invece porta all'estremismo, all'individualismo anarchico o anche al terrorismo. La principale differenza tra Marx e Bakunin riguardava appunto il fatto che Bakunin era solo uno spontaneista e un testo determinista come il Capitale non avrebbe mai potuto scriverlo.

Nel Capitale infatti il comunismo appare come un correttivo sociale alle storture del capitalismo; alla fine non e che un aspetto meramente tecnico, nel senso che la gestione della produzione, per essere più efficiente, va sottratta allo spontaneismo, all'anarchia del modo di produzione borghese, che e individualistico per natura. Non criticando mai la rivoluzione tecnico-scientifica, nel Capitale era impossibile scongiurare il rischio di un "socialismo di stato", cioè di un capitalismo statale senza capitalisti privati.

A Marx non e mancato solo l'aspetto politico-rivoluzionario (che avra Lenin al massimo grado), ma anche la capacita di vedere la transizione al capitalismo nei suoi aspetti sovrastrutturali. Il Marx economista spesso si limita più ad un'analisi fenomenologica dell'economia che non ad un'analisi storica vera e propria dei fatti, che tenga conto, in pari grado, delle strutture e delle sovrastrutture.

Cosa che, d'altra parte, ammise lo stesso Engels nella sua tarda maturita. Marx non s'e mai sottratto alla tentazione, anche quando trattava di temi economici, di fare della "filosofia", cioè di fare delle generalizzazioni troppo astratte per poter essere verificate storicamente (per quanto i suoi affreschi sintetici siano assolutamente dei capolavori).

Marx spesso fa violenza alla storia, proprio allo scopo di dimostrare la fondatezza delle sue idee economiche e politiche. La stessa pretesa di definire "il contenuto della storia come una forma incessante di progresso", fa parte di questa violenza ai fatti storici, e

quindi di una certa violenza al concetto di "liberta umana", che e l'elemento principe in grado di spiegare le cause degli eventi storici.

In realtà se un evento storico sembra apparentemente non avere una causa specifica, cio non puo essere interpretato con la categoria della necessita, cioè con quella categoria che, di fronte all'impossibilita di determinare con sicurezza delle responsabilita, si affida in un certo senso all'idea di destino. Infatti, e una caratteristica

fondamentale della liberta umana quella di non permettere una spiegazione assolutamente univoca dei fatti.

Marx e tanto "determinista" quando studia l'economia quanto "evoluzionista" quando studia la storia. Di qui il suo grande apprezzamento per le teorie scientifiche di Darwin.*

Se la rivoluzione comunista avesse dovuto compiersi in maniera spontanea, prendendo semplicemente consapevolezza dell'antagonismo sociale, non sarebbe nata l'esigenza di organizzare politicamente la rivoluzione attraverso un'avanguardia partitica. Questo significa che la critica più corretta che, da sinistra, si poteva muovere al marxismo, e gia stata fatta dal leninismo.

Oggi il problema e quello di come fare una critica al leninismo, salvaguardando gli interessi della rivoluzione proletaria. Una critica di questo genere probabilmente e gia stata fatta dalla perestrojka di Gorbaciov, ma dal modo come e stata accolta vien da pensare che in tutta l'Europa, orientale e occidentale, non vi sia più la possibilità di un'operazione critica cosi profonda. L'Europa non e sufficientemente matura per fare del fattore umano un elemento della politica. L'Europa continua a servirsi della politica nella maniera tradizionale, quella borghese, cioè per salvaguardare gli interessi di classe e non di popolo. Resta comunque assodato, almeno per il sottoscritto, che una delle tesi più sbagliate del marxismo e quella secondo cui per ottenere l'estinzione delle classi e necessario il raggiungimento di un alto grado di sviluppo delle forze produttive. Infatti la storia ha dimostrato il contrario, e cioè che quanto più si sviluppano tali forze, tanto meno sentita e l'esigenza di liberarsi delle classi e dello Stato e dei mercati. Non ha quindi alcun senso affermare che senza ricchezza materiale non vi e possibilità di liberarsi degli Stati e delle classi. La dove c'e "ricchezza materiale", vi sono meno motivi di liberarsi dei mali endemici del capitale, non foss'altro che per una ragione: quanto maggiore e la ricchezza, tanto maggiore e la corruzione. E se il proletariato puo essere tenuto ai margini della ricchezza, e anche vero ch'esso può più facilmente corrompersi proprio per averne almeno una parte. Quanto più la ricchezza si diffonde, tanto più ci si convince che le contraddizioni ch'essa crea siano ineliminabili. Alla fine ci si vende per un piatto di lenticchie. E in occidente sappiamo bene cosa voglia dire "aristocrazia operaia". E vero che in presenza di una democrazia diretta, localmente autogestita, priva di antagonismo sociale, la ricchezza potrebbe essere tenuta maggiormente sotto controllo, ma e anche vero che non servirebbe a nulla una tale democrazia se nei confronti della natura si continuasse ad esercitare un rapporto di mero sfruttamento, basato su un alto sviluppo tecnologico.*

Se il marxismo si fosse limitato a dire che per estinguere le classi e necessario socializzare la proprietà e l'uso degli strumenti produttivi, forse si sarebbero evitate le ambiguità del riformismo, quelle per cui si tende a rimandare sine die la realizzazione del socialismo proprio col pretesto che non s'e ancora raggiunto un livello sufficientemente "elevato" delle forze produttive (che e poi il limite fondamentale del trotskismo, con la sua idea della "rivoluzione permanente"). Se l'obiettivo e quello di socializzare la proprietà dei mezzi produttivi, il problema principale alla fine e soltanto quello di trovare il modo e i mezzi per farlo. E uno dei modi principali e quello di sviluppare la consapevolezza della necessita di realizzare tale obiettivo, coi mezzi più democratici possibili.

In realtà non occorre alcun "alto" grado di sviluppo delle forze produttive, anche perché, nelle condizioni del capitalismo, quanto più e "alto" questo livello di sviluppo, tanto meno si avverte la necessita di una transizione verso il socialismo, perché tanto maggiori sono i condizionamenti a favore della conservazione dell'esistente.

Il marxismo ha sempre detto che se si sviluppa il livello delle forze produttive, ad un certo punto sarà giocoforza scontrarsi con porterà all'esigenza della suddetta transizione.

In realtà, se e vero che puo esistere un contrasto insanabile tra forze e rapporti produttivi, in quanto, a causa della concorrenza, le forze tendono continuamente a svilupparsi, mentre i rapporti di proprietà tra capitale e lavoro non cambiano affatto nella sostanza, e anche vero che il capitalismo tende a risolvere i suoi problemi di "politica interna" usando i mezzi della "politica estera", cioè facendo scoppiare conflitti d'ogni sorta, inventandosi nemici inesistenti ecc.

Questo senza considerare che anche internamente la propaganda del sistema e sempre più volta a ingannare le masse e che i monopoli, invece di promuovere le forze produttive, le ostacolano pesantemente.

Peraltro ormai e ben noto che la promozione d'uno sviluppo delle forze produttive, nell'ambito del capitalismo, non fa che peggiorare i rapporti col Terzo Mondo e con la natura in generale, che pagano enormemente il prezzo del nostro benessere.

In sintesi, l'idea che si debbano sviluppare le forze produttive prima di realizzare il socialismo, e nata proprio per il venir meno della spinta rivoluzionaria, che avrebbe dovuto essere gestita nell'ambito della sovrastruttura, quella dell'organizzazione politica. Il fallimento del '48, poi della Comune di Parigi, e poi ancora della Repubblica di Weimar e del Biennio Rosso in Italia hanno portato il marxismo euro-occidentale su posizioni riformiste, che al massimo servono per rendere il capitalismo meno irrazionale.

L'unica corrente ad aver capito la vera essenza del socialismo democratico e stata il leninismo, tradito dallo stalinismo, che ha fatto coincidere "socializzazione" con "statalizzazione" della proprietà: un unico apparato burocratico, con una gestione verticistica del potere, che s'era andato sostituendo non solo alle aziende private capitalistiche ma anche alla gestione popolare delle risorse territoriali:i soviet.*

Mi rendo conto che, per chi considera Marx un'icona, risulti piuttosto sgradevole che nei suoi confronti il sottoscritto usi espressionicome "sbaglia", "non capisce", "non s'accorge"... E bene tuttavia precisare che non sono mai state usate espressioni del genere in rapporto alla critica ch'egli rivolgeva all'economia politica classica. Infatti abbiamo sempre dato per scontato che le sue osservazioni di merito, nei confronti di tale teoria borghese, fossero nel complesso giuste, ancorché, relativamente all'ambito del nostro discorso, favorevole all'autoconsumo, piùttosto limitate.

Quando vengono usate espressioni del genere e sempre in rapporto a un possibile svolgimento democratico del socialismo scientifico, uno svolgimento che non e possibile dedurre dal marxismo in se, proprio perché questo soffre di un limite di fondo, dovuto al fatto ch'esso ha voluto ereditare dall'ideologia borghese e quindi dalla pratica del capitalismo uno sviluppo della tecnologia che non tiene conto delle necessita riproduttive della natura.

In altre parole - lo diciamo qui molto serenamente - il marxismo non ha capito quasi nulla del comunismo primitivo, cioè di quel periodo storico che costituisce l'unica vera esperienza di socialismo realizzato, l'unica vera esperienza in cui l'uomo si sentiva parte della natura e non considerava questa come una mera risorsa da sfruttare.

E comunque se fossimo scesi sul "personale", avremmo dovuto dire ben di peggio su Marx: basta leggersi il suo epistolario per capire che vita d'inferno ha fatto vivere alla sua famiglia.*

Si e ritenuto inutile fare una sintesi esaustiva del pensiero diMarx nei quattro libri a lui dedicati, semplicemente perché sono 150anni che se ne fanno. E possibile trovarla in tutti i manuali di filosofia e di economia. Nessuno dei suddetti libri voleva essere didattico o didascalico. Pertanto non s'e avvertito alcun bisogno di distinguere, in maniera netta e precisa, il nostro pensiero dal suo, proprio perché il suo, da tempo, lo conoscono tutti, anche quelli che lo rifiutano.

Inoltre non sono stati citati gli economisti borghesi classici (e ancora meno quelli contemporanei) non tanto per supponenza o ignoranza, ma per due ragioni fondamentali:

1) Marx e un gigante rispetto a tali economisti: basta leggersi lui per capire loro. Come, d'altra parte, non si ha bisogno, oggi, d'andarsi a leggere la Logica aristotelica quando si ha sotto mano quella hegeliana, che e infinitamente migliore. Basta leggersi poche cose degli economisti borghesi per capire che tra loro e Marx vi e un abisso: anche quando si trovano in Keynes o Galbraith delle considerazioni che possono avvicinarsi al socialismo (o meglio all'idea di Stato sociale), non si esce mai dai limiti del capitalismo.

2) Dal nostro punto di vista e impossibile trovare qualcosa di utile, tra gli economisti borghesi, in direzione del recupero del comunismo primitivo. Non si trova quasi nulla in Marx, che pur critica duramente i suddetti economisti: figuriamoci se e possibile trovare qualcosa in chi l'ha preceduto, difendendo strenuamente il principio della proprietà privata, che e sicuramente quello più estraneo all'epoca preistorica. Persino chi parla in maniera favorevole dello stato di natura, come p.es. Rousseau, in realtà aveva capito assai poco di quel periodo.

Nato a Milano nel 1954, laureatosi a Bologna in Filosofia nel 1977,

docente di storia e filosofia a Cesena, Enrico Galavotti è webmaster

del sito www.homolaicus.com il cui motto e

Umanesimo Laico e Socialismo Democratico.

Per contattarlo galarico@homolaicus.com

Sue pubblicazioni: lulu.com/spotlight/galarico