SPECIALE FASCISMO ANTIFASCISMO GRAMSCI

IL FASCISMO, TOGLIATTI E NOI

di Sergio Gentili

M. Sironi, L’Italia corporativa, 1936-1937. Fonte: mariosironi.org

La scelta di Malacoda di dedicare parte del numero di marzo al fascismo, all'antifascismo e a Gramsci è mossa da una positiva ragione storico-culturale motivata anche, credo, da una preoccupazione politica dovuta al diffondersi, tra i ceti popolari, di teorie politico-culturali e di fenomeni reazionari e fascistici: xenofobia, razzismo, giustificazionismo del femminicidio, attacco ai diritti civili e sociali delle donne, intimidazioni fasciste all'ANPI e a sacerdoti che accolgono i migranti, ronde e violenze contro persone di colore, per finire, alle parole fuori di senno del presidente del parlamento europeo Tajani sulle cose buone fatte da Mussolini. L'allarme e l'inquietudine vengono poi dal fatto che molti di questi orientamenti sono sostenuti apertamente a livello internazionale dal presidente Trump, da movimenti reazionari e fascistici europei e, qui da noi, da Salvini, ministro dell'Interno, che per di più minimizza e protegge le organizzazioni neofasciste. La priorità in Italia è quella di unire tutte le forze democratiche per estromettere la Lega dal governo, senza portare il paese alle elezioni anticipate che segnerebbero, ora, la vittoria delle destre e della Lega.

La questione è molto seria e ogni sottovalutazione sarebbe colpevole.

Pertanto occorre attrezzare una giusta analisi per operare una indispensabile offensiva politica e culturale di massa e democratica contro ogni neofascismo. Allo scopo ci può essere d'aiuto la riflessione e l'esperienza storica di chi il fascismo lo ha visto nascere, affermarsi, lo ha combattuto e sconfitto.

Tra le varie esperienze possiamo inserire il "Corso sugli avversari" o "Lezioni sul fascismo", svolte dall'esiliato Togliatti (T.) a Mosca, tra gennaio e aprile del 1935, ai quadri comunisti italiani. Ovviamente, non sono assolutamente proponibili analogie con l'oggi. Tuttavia, alcuni insegnamenti di metodo nell'analisi e alcuni giudizi politici di fondo possono aiutarci a comprendere i fenomeni reazionari e fascisti e a individuare sia gli spazi politici e sociali, sia i tempi e i modi per combatterli e renderli innocui. Mi è parso utile riproporre il suo metodo d'analisi e alcuni suoi giudizi ancora validi, anche se sono stati da tempo dimenticati e a molti "politici" di sinistra sono semplicemente sconosciuti.

Il nemico principale

Quelle lezioni rappresentarono un momento importate, un passo in avanti nell'analisi del fascismo e nei modi per combatterlo in termini ideali, culturali, sociali e politici.

I contenuti delle lezioni erano quelli della "svolta politica" che, pochi mesi dopo, si sarebbe avuta nel 7° congresso dell'Internazionale Comunista (I.C.). In quell'assise il comunismo mondiale individuò nel fascismo il " peggior nemico della classe operaia e di tutti i lavoratori" (Dimitrov), cioè il "nemico principale"; si affermò la politica del fronte unico (unità tra comunisti e socialisti) che approdò poi nei fronti popolari, cioè in un'alleanza antifascista tra partiti del movimento operaio e forze della borghesia democratica. Quel congresso cancellò la scellerata e devastante tesi del socialfascismo (i socialdemocratici quali ala sinistra del fascismo) e affermò che la democrazia era il terreno, ma non ancora un valore, su cui far avanzare le vie nazionali al socialismo. Veniva messo da parte, così, il modello rivoluzionario bolscevico a cui tutto il movimento comunista mondiale, fino ad allora in modo schematico e ortodosso, aveva fatto riferimento. Un modello che in occidente, di fronte alla nuova grande crisi del capitalismo del '29, aveva fallito perché non era stato in grado di dare risposte politiche nuove, ma si era schematicamente ripetuto, aveva riproposto la divisione delle forze del lavoro e una visone di assalto rivoluzionario frontale, senza alleanze e privo della consapevolezza dell'importanza della difesa della democrazia, definita borghese.

R. Guttuso, Crocifissione, 1941. Olio su tavola, 200x200 cm. Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Esposto alla quarta edizione del Premio Bergamo (1942), il quadro suscitò polemiche e accuse di blasfemia che fecero guadagnare all'autore l'appellativo di "pictor diabolicus".

Fascismo "regime reazionario di massa".

Ma quali sono le innovazioni che apporta T. rispetto agli orientamenti precedenti che erano stati colpevolmente impotenti nel contrastare all'avvento di Hitler al potere della Germania?

Due in particolare: il giudizio sul fascismo come "regime reazionario di massa" e il metodo politico dell'"analisi differenziata".

Con la definizione del fascismo "regime reazionario di massa" T. supera, completa e innova la definizione di Stalin, fatta propria dal XIII Plenum dell'I.C.(1933) :

"Il fascismo è una dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti del capitale finanziario".

Questa definizione viene innovata saldando agli "elementi più reazionari" e violenti del capitale finanziario il movimento delle masse piccolo borghesi: "Dal punto di vista teorico comprendere bene il legame tra questi due elementi è ciò che è difficile. Eppure bisogna comprenderlo, questo legame". L'errore che il movimento operaio nel suo complesso aveva fatto, era stato proprio quello di aver tenuto separati, nell'analisi e nel giudizio, gli elementi più reazionari e sciovinisti delle classi dirigenti borghesi e il malessere della piccola borghesia della città e delle campagne (reduci, sbandati creati dalla guerra, contadini poveri che rivendicavano la terra loro promessa per mandarli al fronte). La saldatura di questi due elementi sociali attraverso l'azione violenta e il collante dell'eclettica ideologia fascista, aveva determinato la creazione di un blocco di forze reazionarie in grado di travolgere la classe operaia ed eliminare la democrazia, le libertà e lo stato di diritto. Ciò aveva creato una nuova forma di società capitalistica che voleva scalzare quella liberale e democratica. Queste due forme di società si combattevano reciprocamente nella fase imperialista del capitalismo. Per T, chi aveva evidenziato il primo elemento, aveva sottovalutato la gravità della crisi del dopoguerra e i movimenti che il forte malessere sociale aveva determinato tra le forze popolari e piccolo borghesi; chi, invece, aveva evidenziato il secondo aspetto, perdeva di vista il carattere di classe, antioperaio e antidemocratico del fascismo. Entrambi gli errori di analisi portavano le forze del lavoro e i loro partiti ad una separazione da importanti strati sociali popolari e alla indifferenza per la difesa della democrazia attaccata dalle oligarchie reazionarie. Questi errori portarono i partiti della sinistra a smarrire la via dell'iniziativa politica e il suo intreccio con le lotte sociali, quindi, isolati e privi d'iniziativa, non incisero sui mutamenti politici e non contrastarono efficacemente il processo di unificazione delle forze reazionarie.

Analisi differenziata.

T. si basa sulla conoscenza diretta dell'avvento e del consolidamento del fascismo in Italia. Ai suoi "allievi" insegna il metodo dell'analisi differenziata : "Vedete: quando si sbaglia nell'analisi si sbaglia anche nell'orientamento politico.....Il movimento delle masse non è uguale in tutti i paesi. Nemmeno la dittatura è uguale in tutti i paesi. Il fascismo in vari paesi può avere delle forme diverse. Anche le masse dei vari paesi hanno delle diverse forme di organizzazione. Quello che anche dobbiamo tener presente è il periodo di cui si parla. In tempi diversi, nello stesso paese, il fascismo assume degli aspetti differenti." [sottolineatura nostra]

L'errore da cui guardarsi è lo "schematismo" in quanto il fascismo italiano va considerato nel suo movimento reale e concreto: nascita, affermazione e sviluppo fino al totalitarismo. Senza confondere l'inizio del movimento fascista con i suoi approdi finali, altrimenti, insiste, non si possono individuare i momenti in cui il fascismo fu costretto a modificare tesi politiche e riferimenti sociali e, poi, si cade nell'altro errore di pensare che il fascismo abbia avuto un piano già preordinato. Combatte lo schematismo perché non aiuta a cogliere le contraddizioni inside nel movimento politico-sociale e paralizza l'iniziativa politica e sociale, condannando il movimento operaio alla inessenzialità. Mentre con l'analisi differenziata il soggetto politico individua gli spazi e i contenuti per fare politica e viene messo nelle condizioni di cogliere i momenti specifici della lotta sociale, culturale e politica su cui intervenire, ed è spinto, poi, a verificare gli effetti della propria azione.

Seguendo il suo metodo, T. espone le vicende politiche dell'Italia negli anni che vanno dal 1919 al '30. Individua tre fasi politiche distinte in cui il fascismo si caratterizza e si trasforma, evidenzia il rovesciamento repentino delle posizioni di Mussolini. La spiegazione di ciò sta nel fatto che il capo del fascismo vuole sempre essere in sintonia con gli orientamenti maggioritari della borghesia e con le vecchie classi dello Stato, anche se camuffa il tutto con la demagogia.

"Io dividerei questo studio in tre periodi: il primo periodo, il fascismo fino alla marcia su Roma, fino alla fine del 1922; secondo periodo, quello che va dal 1922 al 1925, periodo che si può definire come quello del tentativo di creare un regime fascista non totalitario; terzo periodo, infine, che va dal 1925 al 1930 ed è il periodo della creazione del totalitarismo e della entrata nella grande crisi economica."

Prima fase del fascismo italiano.

Ai fini del nostro ragionamento, ci soffermeremo sulla prima fase del fascismo. In questo primo periodo, il fascismo non ha una base programmatica precisa, si muove ondeggiando all'interno della crisi economica, sociale e politica dell'Italia, è composto da reduci, da sbandati della guerra e dalla piccola borghesia urbana e delle campagne. Il programma dei "sansepolcristi" parla di rivoluzione e auspica la repubblica, è venato di anticlericalismo, addirittura propone una tassazione progressiva e tasse sui profitti di guerra, è per il salario minimo ecc. La sua idea di presa del potere è in termini di agitazione e movimento rivoluzionario di base, apertamente violento, antisocialista e anticasta.

Il carattere sinistrorso del programma di piazza San Sepolcro, T. lo spiega con il fatto che la grande borghesia aveva in quel momento "un programma di predominanza del capitale finanziario" unito a "un programma di democrazia". L'esponente di questa politica era Francesco Saverio Nitti, capo del governo, che manteneva aperta la prospettiva di coinvolgimento sia del partito popolare, sia del partito socialista. La durezza della crisi e delle lotte operaie e contadine fecero fallire quella politica, in quanto le richieste tendevano a mettere in discussione i rapporti proprietari e di potere nell'industria, nelle campagne e nelle istituzioni.

La sconfitta delle lotte operaie del 1919-1920 (serrata dei padroni, occupazione delle fabbriche e delle terre), segnate da ribellismo e dall'isolamento, da una parte, e l'affermazione del movimento violento e imperialista della borghesia nazionalista contro la "vittoria mutilata" (pace di Versailles, vicenda Fiume), dall'altra parte, fanno maturare nelle forze monarchico-liberali una nuova ipotesi politica: continuare la linea aperturista e nel contempo utilizzare la violenza dello squadrismo fascista per costringere i cattolici e l'ala riformista dei socialisti ad acconciarsi al nuovo governo guidato da Giovanni Giolitti. In quella fase, la prospettiva dell'accordo politico con i riformisti fa attenuare l'attacco squadristico: "Questa situazione trova la sua espressione politica nel patto di pacificazione. Mussolini lotta nell'interno del partito fascista per il patto di pacificazione con i socialisti." Tuttavia, anche la mediazione sociale e politica di Giolitti fallisce, sia per la reazione popolare contro le violenze fasciste, dice T., sia per l'intransigenza delle forze nazionaliste e reazionarie. Le forze liberali sono divise e non hanno la statura culturale e politica per proporre modelli democratici più avanzati e condizioni sociali più civili per i lavoratori e i contadini poveri. Non avendo una ipotesi politica democratica, scelgono di sostenere Mussolini. Il fascismo è pronto ad applicare la linea delle forze più violente della borghesia. Organizza prima nella campagne e poi nelle città le squadracce che, ovviamente, sono tollerate e protette da carabinieri, polizia e guardia reggia. L'elezione di Mussolini nel Parlamento, grazie al listone dei liberali propugnato da Giolitti, legittima politicamente il fascismo.

Gli agrari e la borghesia nazionalista e reazionaria colpiscono.

È in questa fase politica, quindi, che i gruppi dirigenti della borghesia dell'industria, della finanza e gli agrari, consapevoli della debolezza e dell'isolamento del movimento operaio, decidono di colpirlo frontalmente con la violenza: partiti, sindacati, giornali, biblioteche, case del popolo, cooperative, amministrazioni locali socialiste vengono assaltate, devastate seminando numerosi morti, feriti e arresti. L'eversione violenta ha terreno facile considerando che il movimento operaio e quello contadino non sono preparati alla lotta armata e, per di più, sono divisi e privi di una prospettiva politica comune e realistica. Vengono, così, sempre più chiusi nella morsa della violenza fascista e della repressione delle forze dell'ordine regge. Ogni politica di apertura a sinistra e di pacificazione viene bloccata dagli agrari, dalla grande industria pesante, dalla finanza che intervengono e preparano la marcia su Roma per consegnare il governo a Mussolini.

"Nella marcia su Roma gli strati decisivi della borghesia, la banca, la grande industria, lo stato maggiore, si trovano sul terreno del fascismo. Persino la monarchia si trovava già su questo terreno inquantoche il problema del fascismo era già stato posto e risolto a corte. Il Vaticano appoggiava esso pure il fascismo. Gli strati decisivi quindi erano d'accordo. La loro linea era quella del fascismo..... Intanto l'offensiva si era scatenata contro i punti decisivi della resistenza proletaria e li aveva smantellati. I fortilizi proletari dell'Emilia e della Toscana furono rasi al suolo. I comuni socialisti furono, nella loro stragrande maggioranza, espugnati. Il movimento rivoluzionario delle minoranze nazionali fu espugnato completamente nel Trentino, mentre a Trieste veniva scatenato il terrore più sfrenato. Le posizioni decisive per la forza del movimento proletario italiano erano quindi espugnate."

Si arriva così alla marcia su Roma. "Qual è il programma del fascismo dopo la marcia su Roma? In questo momento nel partito fascista si apre un nuovo periodo: il periodo del tentativo di creare un regime fascista non totalitario."

T. evidenzia come in questa nuova prospettiva i fascisti mettono da parte il programma sansepolcrista e cambiano due capisaldi della loro politica: abbandonano la pregiudiziale repubblicana, dismettono le vesti rivoluzionarie e si presentano come partito di governo, aperto ad alleanze politiche parlamentari. Mussolini, sostenuto dalla monarchia e dai liberali, apre al partito popolare. C'è anche un suo tentativo di coinvolgere lo stesso Partito Socialista " Egli fece un ministero di collaborazione parlamentare ed offrì di entrare persino ai socialisti.......Contro il tentativo di far partecipare i socialisti al governo intervennero da un lato i quadri intermedi del partito fascista, gli squadristi, e dall'altro i nazionalisti i quali rappresentavano gli elementi più reazionari della borghesia."

Negli anni 1922-'24, la borghesia si pone il problema di una trasformazione dell'apparato industriale superando l'industria di guerra e le restrizioni alla libertà del capitale proprie dei periodi di guerra. I provvedimenti economici del governo favoriscono la grande borghesia, ma non attaccano il salario dei lavoratori anche perché l'Italia vive una situazione di stabilizzazione sul terreno economico.

Questi anni sono anche quelli in cui il fascismo vive le maggiori difficoltà in quanto parti della piccola borghesia sono critiche verso il governo, non vedono risolti i propri problemi e il fascismo sente scricchiolare la sua base di consenso. E ciò mentre è più pressante per loro la necessità di prendere il comando completo delle strutture dello Stato.

Significato politico dell'assassinio di Matteotti.

E' qui, secondo T., che va collocata la crisi Matteotti cioè l'assassinio del leader socialista e l'indignazione e la dura protesta che esso provoca. Questo assassinio politico è funzionale alla necessità di riprendere il comando complessivo della situazione politica. Con la criminale protezione politica del re (rifiuta di dimettere Mussolini voltando le spalle alle forze liberaldemocratiche dell'Aventino), Mussolini gestisce la crisi politica e, poi, affonda il colpo decisivo, con le fascistissime "leggi eccezionali": cancella tutte le libertà democratiche, scioglie tutte le forze politiche compresi i liberali e i cattolici. Il PPI fu addirittura eliminato, con l'allontanamento del segretario don Sturzo, dallo stesso Vaticano.

Questa è la fase in cui si avvia il terzo periodo: quello del totalitarismo. Si comincia a discutere del rapporto tra partito e Stato, prevale la linea di costruzione dello stato totalitario, in cui Stato e partito tendono ad identificarsi e ogni movimento, ogni organizzazione sociale, culturale e sindacale vengono irreggimentati e controllati. Il fascismo fa un ulteriore cambiamento: da soggetto che organizzava il movimento sociale ad organizzazione che inquadra e interviene su tutti gli aspetti della vita delle persone.

Ci siamo soffermati, seppur schematicamente, sulle varie fasi del fascismo per rendere evidente il metodo dell'analisi differenziata, e per evidenziare come esso sia un utile strumento per l'analisi politica in generale perché è in grado di ricostruire i processi politici nel loro divenire: il ruolo e il conflitto dei soggetti sociali e politici; l'intreccio tra interessi economici, ideologie e posizioni politiche; il loro condizionamento reciproco che determina i cambiamenti di posizioni ideali, politiche ed economiche e individua i possibili sbocchi politici.

Rivoluzione antifascista e socialista..

Il valore delle lezioni sta nel raccogliere e trasportare nella situazione italiana la finalità generale del 7° congresso dell'I.C. che è quella di lanciare un'offensiva politica contro il fascismo. L'offensiva però richiedeva ai partiti comunisti di fare politica, di liberarsi di lacci e laccioli dogmatici e di settarismo politico; significava operare profondi cambiamenti nella visione del processo rivoluzionario che non poteva più essere poggiato sul modello bolscevico e centralizzato. Viceversa, l'affermazione della classe lavoratrice e dei suoi partiti, come classe dirigente, veniva incardinata nelle concrete e specifiche realtà nazionali, e nella capacità/autonomia dei singoli partiti di costruire l'unità delle forze comuniste e socialiste e di allearsi con tutti gli antifascisti. Questa visione però comportava due innovazioni ideologiche di fondo, la prima, era l'assunzione della democrazia come via irrinunciabile del socialismo, la seconda, il valore della pace che sostituiva la formula leniniana della guerra imperialista da trasformare in rivoluzione. T. a questo impianto ideale e politico fu legato in modo permanente e su di esso costruì il partito nuovo, il PCI. Per Stalin invece le scelte di quel congresso furono declassate a tattica spicciola, utili per il momento e rimovibili in ogni istante. E così fece. E qui c'è da segnalare una causa di fondo della sconfitta storica della prima esperienza di società socialista.

Considerazioni finali.

Alla luce dei numerosi studi in seguito pubblicati, alcune valutazioni di allora certamente non sono pienamente valide. Quello che ci interessa invece evidenziare, sono alcuni aspetti di fondo delle lezioni che possono essere ancora utili per l'attuale riflessione, e ciò su almeno tre importanti questioni: il fascismo, le forze liberali, la sinistra.

Il fascismo. E' utilissimo avere consapevolezza della mutabilità programmatica, anche repentina, dei movimenti fascistici pronti a trasformarsi da movimento violento, antisocialista e anti establishment a partito coalizionale di governo, fino a partito dittatoriale per lo stato totalitario. Le sorti dei fascisti sono legate alla capacità di diventare punto di riferimento sia della protesta sociale delle forze popolari e dei ceti medi, sia delle classi dirigenti finanziarie e industriali di cui puntano ad essere il loro partito. L'altro tratto centrale è la volontà di intimidire, ricattare, annientare ogni avversario politico, in quegli anni utilizzarono la violenza e l'assassinio che fu una barbarica innovazione della politica. Il nazionalismo guerrafondaio e antioperaio è sempre presente e viene mescolato a culture razziste e xenofobe e ad un eclettismo pronto ad abbracciare qualsiasi idea utile al raggiungimento di fini immediati: dal liberismo alle politiche di piano, dal solidarismo alla razzismo imperialista ecc. La loro affermazione sta nella capacità di saldare in un blocco politico-sociale le forze popolari e le classi dirigenti reazionarie. Saldatura che è il risultato non di un attimo ma di un percorso conflittuale,

I liberali. Con la scelta del fascismo hanno evidenziato la loro gravissima inadeguatezza culturale e politica di fronte ai problemi del dopoguerra e ai cambiamenti democratici intervenuti nel sistema politico con la presenza di grandi partiti di massa come il PSI e il PPI. La nuova situazione imponeva nuovi equilibri sociali e politici e una visone innovativa, non oligarchica ma democratica. Viceversa, furono divisi e prevalsero negli spericolati tatticismi le forze reazionarie e violente che fecero fallire i timidi tentativi di apertura democratica e di avanzamento sociale nelle città e nelle campagne. La loro fedeltà ad una monarchia, crogiuolo delle vecchie e nuove forze reazionarie, fu il suicidio per le forze liberaldemocratiche, mentre la scelta di risolvere la crisi attraverso l'uso criminale della violenza politica fu una loro delegittimazione complessiva che permise al fascismo di diventare il nuovo partito della borghesia, della corona e del Vaticano. La tenuta sul terreno democratico delle forze liberali in presenza di crisi epocali, e tra queste c'è anche l'attuale fase, è una questione sempre aperta su cui va posta la massima attenzione e iniziativa.

La sinistra. La riflessione autocritica che Togliatti avanza è di fondo: il movimento operaio, il partito socialista e il Partito Comunista non sono riusciti a legarsi, ad incontrarsi e ad organizzare le forze popolari, nelle città e nelle campagne, che vivevano una pesante situazione di malessere. Le forze della sinistra erano divise e si combattevano aspramente. Non avevano una prospettiva politica unitaria e praticabile, da una parte, si predicava un generico sbocco rivoluzionario incoraggiato dalla rivoluzione russa, dall'altra parte, il riformismo rimaneva passivo; entrambi, tuttavia, per ragioni opposte, pensavano assurdamente che la crisi doveva essere risolta da chi l'aveva provocata e, quindi, non si impegnarono e né avanzarono proposte per uno sbocco politico democratico. Gli errori che T. individua e che andavano superati, li possiamo indicare in un semplice elenco di questioni assai attuali: laceranti divisioni tra forze di sinistra e tra le diverse figure sociali del lavoro; separazione tra mondo contadino e classe operai, tra nord e sud; indifferenza fino all'avversione verso le ragioni della piccola borghesia e dei reduci (i precari di allora) che isolarono e indebolirono le sinistre; incapacità di fare politica e di condizionare gli eventi politici attraverso la lotta delle masse e la manovra politica. Questi errori furono gli effetti di una cultura politica impregnata di dogmatismo, schematismo e settarismo, limiti contro cui si era battuto Antonio Gramsci per superare il bordighismo.

Chi oggi vuole combattere il pericolo neofascista e uscire da sinistra dalla crisi epocale del capitalismo che si contorce tra vecchie formule liberiste e il razzismo, l'antiecologismo e il protezionismo nazionalista di Trump, non può non tener conto di quelle idee ed esperienze.

Esse pongono alcuni punti fermi per l'analisi e per l'iniziativa politica che sintetizzo, infine, con delle domande rivolte a noi di sinistra e a cui occorrerebbe dare una risposta: si vuole o no unire, organizzare e rendere autonome, in un partito, le forze del lavoro e popolari? s'intende interrompere o no il processo in atto di spostamento a destra delle forze popolari e del ceto medio attraverso alleanze e lotte sociali, consapevoli che, per ora, ancora non si sono saldate in un blocco con la grande borghesia finanziaria ma che il processo è in stato avanzato? Le ragioni della crisi sociale ed ecologica vengono assunte o no come punti programmatici su cui fare e sostenere movimenti di massa e adeguate iniziative politiche per il cambiamento?