IL “DRAMA DELLA MASCHERA”

di Francesco Muzzioli

Gian Pietro Lucini continua ad essere il grande dimenticato della storia letteraria italiana, per quanto abbia autorevoli sostenitori (come Fausto Curi) e un gruppo di giovani ricercatori entusiasti. Voglio citare Lucini, ancora una volta, non solo per controbattere la sordità dell'accademia letteraria, ma, questa volta, per il suo interesse verso le maschere, quelle della commedia dell'arte e non solo, come attesta la sua raccolta I drami delle maschere (uscita postuma per la cura di un grande luciniano come Glauco Viazzi), ma diffusamente tutta la sua produzione poetica. Giustamente Marcello Carlino ha sottolineato il carattere allegorico delle maschere luciniane che servono soprattutto a "polarizzare", a mettere in antitesi i caratteri sociali, a creare contrasti significativi. Maschere non solo in poesia, ma anche in prosa: il romanzo Gian Pietro da Core (1895), che pure è impostato come il racconto realistico di una sommossa popolare, le tiene presenti nella figura del burattinaio Menicozzo. Leggiamo:

(...) né altri meglio di lui aveva abilità di mutare nell'azione dei burattini le voci e li accenti. Passava dai toni bassi e ca­vernosi alli acuti, in falsetto femminile, maestrevolmente, imitava il grido ed il vociar delli animali, meglio ancora usava il dialetto veneziano e bergamasco, speditamente, ver­tiginosamente: così Brighella per lui recitava le sue mille qualità e i suoi mille incarichi furbeschi; Arlecchino, il no­bile facchino, intricava e districava per amor d'inganno e di comedia; il Tartaglia balbettava quelle orribili parole irte di doppie consonanti, a riso ed a sollazzo del Gioppino gozzuto, il favorito della compagnia, il protagonista. (...) Così egli tutto faceva: dipingeva scene, intagliava teste di legno e le tingeva, foggiava abiti, spadine di latta, corone di cartone dorato, mantelli di velluto. Di giorno, l'androne, alla sera sala da teatro, diventava laboratorio; e Menicozzo vi passeggiava affaccendato tra vasetti di vernice e di tinte a guazzo, tra le casse scoperte e piene di burattini, tra una confusione di cenci e d'abiti minuscoli, di attrezzi e di pertiche ed un sito d'olio bruciato, rimastovi stagnan­te fin dalla sera precedente, coi fumi insistenti della pece greca, fiammeggiata nelle apparizioni spettrali e demo­niache.

Le maschere, dunque, in mezzo a una pratica che si muove nella congerie dei materiali, sono portatrici di un testo policentrico, sovrabbondante, eccessivo; ed eversivo, come l'autore tiene a precisare più avanti: «Menicozzo il Savio era sincero, da che in ogni sua azione il Simbolo della Maschera rappresentava la ribellione». Le maschere come agenti del disordine e dell'emancipazione delle classi subalterne (in particolare Gioppino che, in un altro suo testo straordinario, Lucini metterà a fronte del libertino Don Juan) diventano un veicolo di smascheramento.Cosa non poi tanto paradossale: la maschera esibita come tale può valere a dissolvere le maschere del potere che si presentano come volti umani e magari umanitari.

Come non collegare questa tematica luciniana all'attuale "drama della maschera"? Diminuita a "mascherina" e spostata dal livello della rappresentazione a quello della vita quotidiana, è diventata un obbligo che si subisce obtorto collo a scopo di sopravvivenza. Mentre quelle erano poliedriche e diversificate nelle loro funzioni, le nostre attuali ‒ per quanto qualcuna cerchi di farsi un'originalità rispetto alla normale "chirurgica" ‒ sono al dunque tutte uguali nella loro funzione igienica. Di più e peggio: le nostre hanno completamente perduto l'energia carnevalesca-popolare e il carattere antitetico di quelle luciniane e invece di reimmettere cariche di corporeità nell'aria stagnante dello spirito, significano volenti o nolenti la depressione del contatto. Di ancora peggio: producono lo slittamento a destra dello "smascheramento", che resta appannaggio di idioti negazionisti.

Nel momento in cui le politiche sembrano condannate a un periclitante equilibrismo sulla "tesa corda" tra le necessità della salute e quelle dell'economia, anche a noi che cerchiamo l'alternativa è assegnato un esercizio assai difficile. In altre parole: come possiamo in queste condizioni, riuscire a rimanere luciniani? Promuovere un testo di maschere consapevoli e di allegorie strutturali senza concedere al piatto realismo evangelico o patriottico che sia? Oggi che tutti possono vantare il loro larvatus prodeo come si fa a coltivare la consapevolezza della finzione? La pandemia ci ha messi tutti nella rete ‒ dove possiamo sopravvivere, ma niente di più ‒ e ha reso molto precario il progetto di entrare nella rete usandola per uscirne fuori, dal privato verso il pubblico.

Resta il compito della resistenza della critica. Che si potrebbe condensare in questa formula: riflettere sul distanziamento. È vero che l'astensione dal contatto spinge in direzione di comportamenti asociali, già prima abbondantemente diffusi. Ma sussistevano altrettanto le "false prossimità", comprese quelle di una forma letteraria basata sull'immediata partecipazione empatica. Essere critici nel pieno senso del termine comporta una presa di distanza. E si tratta anche di recuperare l'eredità degli autori "tenuti a distanza" dai panorami ufficiali, come il nostro Lucini e le sue scomode maschere, anarchiche e contestatrici.