PER LA CRITICA

IL DANTE DI GRAMSCI

di Francesco Muzzioli

Quando Gramsci in carcere intraprende a organizzare il suo piano di studi secondo un progetto di conservazione della vivacità dell'intelligenza critica che il regime fascista avrebbe voluto soffocare, non a caso trova in Dante un riferimento basilare per le sue riflessioni letterarie e non solo. Tanto che una delle sue prime preoccupazioni dopo l'arresto è farsi mandare una copia della Divina Commedia. Ce lo ricorda Raul Mordenti nel suo recente volume De Sanctis, Gramsci e i pro-nipotini di padre Bresciani (editore Bordeaux), dove per l'appunto troviamo un capitolo intitolato a "Il canto decimo dell'Inferno" di Gramsci. Infatti, il testo di Dante diventa per Gramsci non tanto il grande classico che deve fornire consolazione nella solitudine e nella sconfitta con la sua parola "eterna" al di là delle contingenze storiche, quanto piuttosto il banco di prova più adatto alla verifica metodologica di una critica che "non smette" e fa ogni sforzo per essere in grado, malgrado l'isolamento, di interpretare correttamente il suo testo e in modo da incentivare al massimo l'effetto della lettura, in una dimensione ‒ per così dire ‒ integrale. A questo proposito gli occorre avere a disposizione un autore dall'orizzonte largo; e nessuno più di Dante gli poteva essere conveniente.

G. Dorè, La tomba di Farinata

Il nome di Dante compare spesso nei Quaderni del carcere e di norma quando l'autore fa l'elenco dei suoi grandi autori. Ma indubbiamente sono le note sul canto decimo dell'Inferno il punto in cui Gramsci si concentra maggiormente sul testo, dimostrando con questo stesso gesto che il suo interesse è critico prima ancora che teorico; cioè che la teoria vale se e solo se lavora nel concreto e dimostra di saper risolvere i problemi che la pratica critica si trova davanti. E poi, innanzitutto: rispetto al grosso della critica marxista, che sarebbe andata all'inquadramento storico-culturale dell'opera nel suo tempo, sociologizzandola pesantemente, Gramsci indica la strada di una interpretazione che deve tenere in considerazione il carattere "particolare" del linguaggio poetico e non estrarre da esso ciò che già si sa per altra via, come il prestigiatore che tira fuori il coniglio che ha già messo nel cappello...

Come muoversi a contatto con il testo? Qui Gramsci si trova a fare i conti con il distinzionismo crociano dominate allora, per cui il trattamento doveva essere "disgiuntivo", cioè tale da separare il bello dal brutto, o meglio i punti alti della "poesia" dal materiale inerte della "struttura", che alla fine avrebbe potuto essere bellamente tralasciato per delibare esclusivamente il livello superiore, anche a costo di scindere l'unità del testo. Nel canto X, la struttura era rappresentata dalla parte esplicativa della pena degli eretici, che vedono il passato e il futuro ma non il presente; questa spiegazione è necessaria a capire il perché dello svenimento di Cavalcante nel sentire Dante parlare del figlio Guido con un verbo al passato.

Mordenti riassume così l'intento:

Una re-interpretazione del canto X come canto di Ca­valcanti, non dunque di Farinata, che ruota attorno all'im­possibilità di Cavalcanti di vedere il futuro e il passato ma non il presente (per contrappasso aggiuntivo alla pena inflit­ta per la negazione epicurea dell'immortalità dell'anima); di nuovo questa è una prova del carattere poetico della "strut­tura" e dell'impossibilità di separare crocianamente i due elementi: (...).

W. Blake, Farinata e Cavalcante

Infatti, ragiona Gramsci, non è possibile tenere la poesia (il momento lirico-empatico; in una lettera dice: «Il dramma diretto di Cavalcante è rapidissimo, ma di una intensità indicibile») e buttare la non poesia, perché il ruolo dell'impianto costruttivo resta essenziale e ineliminabile. Gramsci scrive: «Il brano strutturale non è solo struttura, dunque, è anche poesia, è un elemento necessario al dramma che si è svolto». E ancora insiste: «Senza dubbio anche la struttura dell'opera ha valore di poesia». Il punto della questione è certamente lo spostamento del centro dell'episodio da Farinata a Cavalcante, contro le indicazioni correnti della critica. Ma anche, se non di più, il sottile lavorio nelle pieghe delle tracce testuali che attiva la ricostruzione del dramma solo "suggerito" da Dante e che valorizza la funzionalità del poema.

Nel suo studio accurato, Gramsci procede a una capillare contestazione della critica a lui contemporanea, in particolare nei riguardi di Vincenzo Morello, ma non solo, rinfacciando la lettura superficiale e pretensiosa; senza risparmiare i toni dell'aspra stroncatura, a disdoro del critico «che per avere la penna in mano si crede in diritto di scrivere di qualunque cosa, sgomitolando le fantasticherie del suo talentaccio». Una stroncatura da inserire nell'ambito della polemica con il "brescianesimo": a questo versante "combattivo" il libro di Mordenti dedica un particolare interesse, andando a spiegare chi siano e cosa rappresentino i gramsciani "nipotini di padre Bresciani", cercando le radici di quella categoria nell'Ottocento di De Sanctis, stroncatore ‒ lui pure con verve straordinaria ‒ di un padre Bresciani narratore tendenzioso della Repubblica Romana. Tanto più che Mordenti intende applicare oggi lo stesso metro a quelli che egli chiama i "pro-nipotini di padre Bresciani", vale a dire il ceto intellettuale odierno ingaggiato nei media e ben inserito nel mercato; compresi anche gli interpreti di Gramsci "giallisti" e "rovescisti", impegnati a disinnescarne il pensiero, per malinteso aggiornamento o, appunto, per l'opportunismo del momento.

La lezione, invece, che possiamo ricavare da Gramsci è ancora quella di andare al cuore dell'egemonia per rovesciarla. La stessa interpretazione di Dante ‒ sottolinea Mordenti ‒ non si può ridurre a una mera questione letteraria: «Partita dalla politica (...), la critica della letteratura di Gramsci dopo aver percorso l'argomentazione dantesca torna interamente alla politica, e anzi alla sua radice classista». Non solo, ma la critica letteraria si comprende e si estrinseca nell'orizzonte della lotta politica (per essere esatti, Mordenti dice: "lotta di classe"):

Questo spiega perché (...) sia così importante per Gramsci occuparsi di Dante, e, più in generale, quando Gramsci scrive contro Croce (dan­do vita a quel vero e proprio Anti-Croce che sono i Qua­derni) egli è consapevole di misurarsi con il punto più alto dell'egemonia culturale borghese, e che solo dalla sconfitta "sul campo" di Croce può passare la conquista ideologica e l'assimilazione degli "intellettuali tradizionali" italiani.

Aggiungo solo due brevi note a margine della lettura dantesca di Gramsci.

La prima: là dove Gramsci discute su dove cade «l'accento "estetico" e "drammatico" del verso» sembra continuare a stare nel campo terminologico crociano, per quanto lo riformi profondamente. Tuttavia, facciamo attenzione alle parole, perché subito dopo scrive che in quel punto «c'è la "catarsi"». Perché ritorna su quel vecchio termine aristotelico? Vuoi vedere che rispetto alla crociana poesia, tutta legata al gusto estetico, l'aristotelica "catarsi" rimanda ad un effetto che colpisce l'intera comunità e quindi amplia in senso collettivo il raggio d'azione del testo?

La seconda: nella polemica con Morello, Gramsci mette in mora l'indicazione del canto di Farinata come canto politico, rincarando che «non è vero: il canto X è politico come politica è tutta la Divina Commedia». La politicità, dunque, non sta nel singolo episodico contenuto, ma nella complessiva e specifica configurazione dell'opera intera. Un'intuizione di notevole valore e, questa, davvero del tutto fuori della palude della considerazione misticheggiante della poesia.