PER LA CRITICA

IL BRUTO MINORE DI GIACOMO LEOPARDI, GRIDO RIBELLE E SETE DI GIUSTIZIA

di Giorgio Moio

Se consideriamo il primo Leopardi di Sopra il monumento di Dante come un giovane poeta non avulso da una retorica/agonistica celebrata dall'urgenza di sentimenti impetuosi come l'azione e la gloria - non si dimentichino le reminiscenze e suggestioni arcaiche (Virgilio, Eschilo, Seneca, Petrarca, Dante, Bembo, etc.), anche se di tonalità indubbiamente alte e qualitative -, quello centrale è da considerare forse il primo poeta della modernità a rientrare di diritto nella formula retorica dell'INTERIEZIONE, dove ‒ secondo Paolo Fabbri ‒ «vengono espressi meraviglia, gioia, dolore». Leopardi viene ascritto di diritto a questa interiezione, sia pure con una grossa valenza di una equivocata dimensione romantico-idilliaca, come un poeta illuminista, "pratico", "materialista", nella dimensione di un io moderno che evoca, essenzialmente la condizione meramente sofferente e mortale che ogni essere possiede in sé.

Si tratta di un io ideologico ma agguerrito e sperimentale, aperto a qualsiasi campo espressivo senza mai allontanarsi da tensioni problematiche, che accetta, come accetta la condizione sofferente e mortale dell'essere, la sfida univoca ma disorganica del gioco e dell'esercizio "virtuoso", dell'intelligenza persuasa dell'acerbo vero 1 che poi svilupperà e porterà all'apice con La ginestra, ossia poco prima della sua morte, una canzone composta nel 1836 presso la Villa Ferrigni di Torre del Greco (ora Villa della Ginestra), che è un po' considerata il testamento poetico di leopardi che riflette sulla condizione umana e della natura: «... Nobil natura è quella / Che a sollevar s'ardisce / Gli occhi mortali incontra / Al comun fato, e che con franca lingua, / Nulla al ver detraendo, / Confessa il mal che ci fu dato in sorte, / E il basso stato e frale; / Quella che grande e forte / Mostra se nel soffrir, né gli odii e l'ire / Fraterne, ancor più gravi / D'ogni altro danno, accresce / Alle miserie sue, l'uomo incolpando / Del suo dolor, ma dà la colpa a quella / Che veramente è rea, che de' mortali / Madre è di parto e di voler matrigna ...».

Leopardi giovane ribelle e assetato di giustizia, che fa a pugni con la figura storicizzata di un pessimista e di un "asociale", col pensiero della morte, della fine, sempre lì a portata di mano. D'altronde il pensiero della morte è molto presente tra i poeti, da Pavese a Tagore, da Pessoa a Thomas, etc., semplificando il tutto con una poesia di Brecht: «Se durassimo in eterno tutto / cambierebbe, / dato che siamo mortali / molto rimane come prima». Non è poi difficile individuare questi cardini di illuminista e letterato moderno, ribelle e giustiziere, nel Bruto Minore. Il pensiero della morte ma soprattutto la perdita di ogni aureola e fede, e il tentativo fallimentare di riuscire a debellare l'ignoranza del mondo, spingono l'intellettuale-eroe verso la solitudine prima del suicidio, che è - come dire - la solitudine che ogni uomo si porta dentro sin dalla nascita, rafforzata da una strada sbarrata da sciagure e colpe. Il che non impedisce al poeta di essere del mondo, della vita, attratto da un animo ribelle.

Intanto la poesia non è più solo gioco onirico, fantastico, surreale, ma qualcosa da vedere, sentire, materializzare, da caricare fino ad esplodere per poi ricomporsi nel luogo di un infinito senza infinito, in una apparente normalità. Potremmo anche definirlo precursore di quella Poesia Totale che un centinaio di anni dopo verrà teorizzata da Adriano Spatola in Verso la poesia totale, dove si afferma che la «poesia totale sembra offrire oggi al lettore non un prodotto definitivo, da accettare o subire nella sua chiusa perfezione, ma gli strumenti stessi della creazione poetica, nella loro strutturale rimaneggiabilità». Il tentativo è quello di frantumare dall'interno i codici della lingua ormai obsoleti, riscrivere il mondo: una poetica basata sul privato, sul dato biografico che agisce come assunzione di semplicità, di effetti stagnanti, va sostituita una poetica espressa attraverso l'ironia, il grottesco, il paradosso, la parodia. La poesia si carica di tormenti, di un fortissimo senso tragico che sfocia nella rivolta sistematica contro la concezione assoluta della storia che per il grande Emilio Villa e «uno sbaglio continuo, che non si ferma, e non si stanca mai di sbagliare, di rifare, di rivedere, di ricredersi, di affermare oggi, per rimangiarsi tutto domani».

Sorretti dai principali lineamenti e registri del genere della "canzone", i versi del Bruto minore, ribelli e blasfemi, portano in superficie innanzitutto la voce e il gesto dell'eroe: ci sembra dire che essere poeta-eroe fa male, visto che «la politica ha cancellato la dimensione culturale dal suo orizzonte. Di più, l'oggidiano imbarbarimento delle pratiche politiche e di governo dipende proprio da tale annichilimento e dal dominio di una comunicazione tecno-orientata che azzera i cervelli e fa dell'ignoranza eterodiretta un regime neofascio-populistico senza più freni. Il terreno di conflitto culturale, critico-culturale e quindi educativo è l'ultima risorsa per provare ad abbozzare una alternativa politica. Che le varie forze che ancora si dicono di sinistra in questo brutpaese non riescano minimamente ad intenderlo è la riprova della loro cecità ed impotenza. Di fatto sono totalmente soggiacenti e subalterne al linguaggio sistemico popul-comunicativo. Altro che Gramsci e la sua teoria dell'egemonia in vista del rovesciamento rivoluzionario della società. Siamo lontani mille miglia. Così non resta, a noi scrittori, che provare a fare i virus eteropensanti sperando di "infettare" beneficamente qualcuno» 2: partendo dal dramma personale, dalla propria disperazione («una giovinezza sempre desiderata e mai posseduta») 3, trasfigurano il grido ribelle e spirituale in grido di dolore e sete di giustizia universale 4, una giovinezza sempre desiderata e mai posseduta, assumono una forza catartica, un'allegoria barocca 5 che ‒ contrariamente all'etichetta di "poeta triste e malinconico", affibbiata da una certa critica ‒ che si trasforma addirittura in gioia di vivere che gli sovviene dalla scrittura, dallo stile, ovviamente. La natura non l'ha amato? Mica si scoraggia il Giacomo di Recanati! Assolutamente no, pur sapendo che la poesia fa male in una società che corre dietro a speculazioni materialistiche e mercimoniose ‒ ieri come oggi ‒ che arriva a insozzare la poesia come merce.

Sicuramente oggi molto di più. E ci piace riportare un pensiero di Pasolini: «Morirò io, morirà il mio editore, morirà il capitalismo, moriremo tutti noi, morirà tutta la nostra società, ma la poesia resterà inconsumata».

Comunquebisogna fare i conti con la stupidità del luogo comune che ben definì Flaubert nel Dizionario dei luoghi comuni - Album della Marchesa - Catalogo delle idee chic: «Quando la si finirà con la vuota metafisica e i luoghi comuni? Tutti i guai vengono dalla nostra gigantesca ignoranza. Ciò che dovrebbe es­sere studiato è creduto senza discussione. Invece di osservare, si affer­ma!La stupidità! Ah! La conosco. La studio. È il nemico. E inoltre non c'è un altro nemico. Sto rimuginando una vecchia idea: quella del mio Dizionario dei luoghi comuni. L'opera potrebbe avere come sottotitolo Enciclopedia della stupidità umana». D'altronde un'essenziale qualità della scrittura poetica è quella che si raccomanda ad un modificarsi continuo, alla peculiare attitudine d'instabilità scagliata contro l'insipida sacralità individuale e i conseguenti effetti consolatori, ipnotici, assolutistici; la novità poetica sta nell'organizzare un'invenzione, una rielaborazione dei fatti e delle immagini di un presente inosservato, nel dare corpo alle intenzioni della scrittura.

Oggi la letteratura non può che riformulare nuove valenze, uscire dalla storia per rientrarvi in senso negativo, dove il ritmo delle combinazioni, nel suo contenuto gioioso e drammatico, si apra alle frequenze discontinue, mutando la funzione del gesto, allargandosi nei fatti come altro, come conoscenza, fin negli interstizi del mondo. Per questa funzione il poeta è costretto alla dannazione. Certo che sono lontani i tempi in cui l'arte letteraria si nutriva dei Rimbaud, dei Mallarmé, dei Baudelaire, dei Barthes, etc., fino ad esplodere attraverso i paradigmi di una scrittura inventariale, originale. Ovviamente qualche schiarita e qualche eccezione son pur venute fuori. Ma se dovessimo trarre un bilancio dagli ultimi libri in circolazione, sicuramente saremmo costretti a decretare, nostro malgrado, scarse o nulle novità, fisime sopraffine che trovano ristoro in false originalità.

Le caratteristiche predominanti della letteratura italica sono correlate da un certo spaesamento e da una folle corsa verso i tempi andati, che sviluppano inevitabilmente contaminanti linguaggi apodittici. Proposte diametralmente opposte coesistono in perfetta armonia, sfociando nelle bramosie del mercato, della mercificazione, dell'interesse materiale. Il che ci indica che le aperture plurime a un mondo creativo abitano altrove. Per non parlare poi di una specie di psicosi, molto usata dai poeti e scrittori nostrani, da un po' di tempo a questa parte: quella del ricordo, del passato. Si tratta di un ricordo a volte accompagnato da un gioco ludico, ma anche da una verve irrazionale, simbolica, che approda indefessa sulle rive dello scontato, del dejà dit o dell'eterno inarrivabile. Facendo nostre momentaneamente le parole del prezioso Barthes di Miti d'oggi, si potrebbe aggiungere, se ancora ce ne fosse il bisogno di aggiungere qualcosa, che il testo rischia di fissarsi, di ripetersi, tramutandosi in testi opachi, degenerando infine in chiacchiera.

Ritornando a Leopardi, come ha detto il De Sanctis egli non crede alla libertà ma te la fa desiderare, non crede al progresso ma te lo fa desiderare, non crede all'illusione, all'amore e alla virtù, ma te le accende in petto, annunciando tutto il suo dolore di uomo destinato a morire, a soffrire, destinato a diventare una nullità rispetto al cosmo. E in questo è di una modernità che trova pochi altri riscontri tra la sua generazione, giacché egli ad una simile frustrazione di "vita strozzata" (infelice espressione crociana) sa sfuggire con bravura, evitando il cerchio vizioso dell'ilare, dello sponta-neo, dell'effimero, dell'artificio banale. Non si chiude certo in se stesso, magari conducendo una vita tetra e solitaria (altra infelice espressione crociana), ma per quanto gli è possibile, egli ama la vita; di conseguenza, il suo approccio all'esistente è più vitale di tanti altri, confinati nel loro pessimismo: Leopardi non si può certo definire un pessimista, egli ragiona sui fatti, va al di là dello stato d'animo sollecitato dalla realtà, superando ogni giorno il suo pessimismo con la scrittura, con l'arte dello scrivere. Ciò che gli interessa è - insomma - "contemplare" la vita, anche la sua vita perdente, magari con un ghigno amaro ed ironico.

«Il senso più profondo del Carme, mirabilmente chiarito o, se più piace, integrato dalla Comparazione con sguardo retrospettivo di largo respiro [...], non si conforta certo di disquisizioni storiche o teoretiche, ma per quanto gli è consentito di emergere dalle contraddizioni psicologiche e da investimenti poetici, è abbozzato fantasticamente» 6. Non c'è rivelazione, non c'è mito né filosofico né dell'ideale, ma soltanto mistero cosmico sull'asse materialistico-contradditorio, dove lo scetticismo di Leopardi annuncia la dissoluzione del mondo metafisico-spirituale e inaugura il regno dell'arido vero, della crisi, dell'incertezza: «Stolta virtù, le cave nebbie, i campi / dell'inquiete larve / son le tue scole, e ti si volge a tergo / il pentimento. A voi, marmorei numi, / (se numi avete il Flegetonte albergo / o su le nubi) a voi lubidrio e scherno / è la prole infelice / a cui templi chiedeste, e frodolenta / legge al mortale insulta. / Dunque tanto i celesti odii commove / la terrena pietà? dunque degli empi / siedi, Giove, a tutela? e quando esulta / per l'aere il nembo, e quando / il tuon rapido spingi» 7.

In più sembra che l'unico vettore per garantire edificanti istanze in grado di mansuetare la solitudine dell'eroe leopardiano, sia la virtù, il coraggio di sovvertire, senza false misure, le leggi di una natura aggressiva. Il mondo non merita la virtù perché è in rovina; una virtù, se si vuole, dell'eterno valore, che ha il proprio culto nell'arte, nello sfrondare il vecchio logos occidentale, nella costruzione di un itinerario dinamico cristallizzato dall'ansia agonistica e conoscitiva del proprio destino. Dal punto di vista di questi parametri lo si può definire un romantico, ma di straforo, azzarderei il contrario, in quanto è poco incline ad una vita contemplativa e slegata dalla realtà. Certo, crede nell'amore, studia gli animali, legge i classici, contempla la natura e il suo evolversi, ma in una posizione critica e contraddittoria, appunto, che ce lo fa apparire il meno romantico dei romantici.

Decisivo è il ritmo e il suono di questa canzone, anche se il linguaggio rimane arcaico, orchestrati dalla solennità evocativa e dall'elogio patriottico della prima strofa, dal profondo Leopardi avverte che gli dei non provano nessuna pietà per gli uomini infelici, né compassione («poi che divelta, nella tracia polve / giacque ruina immensa / l'italica virtute, onde alle valli / d'Esperia verde, e al tiberino lido, / il calpestio de' barbari cavalli / prepara il fato, e dalle selve ignude / cui l'Orsa algida preme, / a spezzar le romane inclite mura / chiama i gotici brandi; / sudato, e molle di fraterno sangue, / Bruto per l'atra notte in erma sede, / fermo già di morir, gl'inesorandi / numi e l'averno accua, / e di feroci note / invan la sonnolenta aura percote») 8 e dalla tremenda accusa agli dei della seconda: «Dunque tanto i celesti odii commove / la terrena pietà? dunque degli empi / siedi, Giove, a tutela? e quando esulta / per l'aere il nembo, e quando / il tuon rapido spingi, / ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?» 9.

Ma in fondo il poeta pensa che anche gli dei non siano immuni dalle sferzate di una natura matrigna e dal crudele destino. Pessimismo cosmico, che diventa vena ottimistica nel momento in cui si convince - come detto sopra - dell'infelicità degli dei. Allora è così che deve andare la vita, così va vissuta, tra felicità e tristezza, gioia e dolore, né può l'uomo modificare le leggi della natura, dove anche gli dei sembra impotenti. E la convinzione che una vita grama sia un male comune, gli dà quella spinta per sovvertire i propri sentimenti negativi: «[...] Men duro è il male / che riparo non ha? dolor non sente / chi di speranza è nudo?» 10.

Il suicidio di Bruto, cioè il suicidio dell'eroe, non sta a significare altro che l'inutilità di ogni eroismo, la presunzione e la vanità di tale gesto. Una verità inconfutabile, dacché lo scenario sconvolgente in cui dovrebbe essere riconosciuto e apprezzato il suo gesto. Ma il poeta-eroe non si scoraggia, o almeno non nella misura in cui vorrebbe «restituire la parola alla vita stessa» 11, né pensa ai posteri o alla buona immagine da presentare di sé, visto che nessuno è in grado di mostrare ciò che gli altri vorrebbero vedere, di custodire la virtù degli altri o rendere felice chi ha sofferto. Detto così sembra un pessimismo ad oltranza quello leopardiano, trascurando però la consapevolezza storica, la consapevolezza del momento vissuto, del dono della vita (nonostante sia "matrigna") che va sempre vissuta: se da un lato lo priva del godimento e della gioia piena dell'esistente, dall'altro gli indica lo spiraglio materialista, contrapposto alle false illusioni: «Tutti i desideri [...] non sono mai assolutamente chiari e distinti e precisi, ma contengono sempre un'idea, confusa, si riferiscono sempre ad un oggetto che si concepisce confusamente. E perciò e non per altro, la speranza è meglio del piacere, contenendo quell'indefinito, che la realtà non può contenere» 12.

E se non postula la morte nella sua totalità, questa canzone postula la relatività, l'idea di rivoluzione e capovolgimento del dato, nonché un più vario complesso nichilismo, impregnato di latinismi - come già detto - e forzato da una visualità che si distende fin nella "notte" dove il poeta s'interroga senza arrivare ad una conclusione. (Voluta? Chissà). Per non discernere poi dell'uso della catacresi o abusione - come dal latino, che pure hanno il loro peso («Preme il destino e la ferrata, v. 31») - le quali, contrariamente alla metafora, non tolgono alla parola «significato proprio (eccetto se il metaforico a lungo andare non se lo mangia, connaturandosi col vocabolo), ma, come dire, glielo accoppia con un altro o con più d'uno, raddoppiando o moltiplicando l'idea rappresentata da essa parola. Doveché la catacresi scaccia fuori il significato proprio e ne mette un altro in luogo suo [...]. Come interviene appunto nel caso nostro, che la voce ferrato importa onninamente ferreo, e chi dice ferreo, dice altrettanto né più né meno» 13.

Questa spiegazione del Leopardi, supportata da numerosi exempla, non è altro che la riprova di come egli, sia pure avvalorando la terminologia classica, sia stato per i suoi contemporanei uno sperimentatore di linguaggi, coerente ad oltranza col suo modo di difendere la memoria «contro ogni tentazione edonistica e retorica, contro ogni conformismo e opportunismo ideologico e morale, contro ogni elusione, per debolezza o per calcolo, del nostro supremo dovere di essere risolutamente strenuamente fedeli a noi stessi» 14.

I pretesti di una forza fonico-evocativa, di un'ariosa apertura alla bellezza sintattica e rimata, riescono soprattutto a far esprimere all'eroe il desiderio della fine, nell'indifferenza cosmica in cui è costretto a vivere, un vivere però che rifiuta ogni faciloneria, accogliendo in sé il coraggio e la sincerità di un'energia indagatrice che non si persuade con nessun compromesso se non con quello (eccezionale) artistico, ascrivendolo - è il caso di ripetere - nel Romanticismo europeo "sub judice", in una dimensione tutta sua.

«Certo, lo spirito s'inebria. Ebbene in questo intimo assaporamento di gioia non solo sta tutta la giustificazione di quella forte illogicità che è la vita, ma la ragione eterna di viverla contro ogni ostacolo e al di sopra di qualunque jattura» 15. Dunque il mito dell'arte rincuora lo spirito del poeta di Recanati, ridandogli a volte persino gioia, quell'illusione, quella "bella illusione" genuina, il sorriso del sogno, dell'utopia, per cui Leopardi resiste al pensiero del suicidio, lo respinge. «Nessun bruto desidera certamente la fine della vita, nessuno, per infelice che possa essere, o pensa a torsi dalla infelicità colla morte, o avrebbe il coraggio di procurarsela» 16. E alla fine riesce persino a trovare qualcuno che compie un gesto così indefinito (come il suicidio) al posto suo, perché in fondo Leopardi non ha mai odiato al tal punto la vita, connaturandosi - specie negli ultimi anni della sua esistenza - con un sentimento d'amore e di pietà "normali", come i suoi contemporanei.

Quello che gli preme: dimostrare la crudeltà della Natura, l'inquietudine della vita che è cosmica (che non è sempre un male, anzi, è uno stimolo per tirare fuori il meglio di sé), senza cui forse come grandissimo poeta non sarebbe mai esistito: «Ecco tra nudi sassi o in verde ramo / e la fera e l'augello, / del consueto obblio gravido il petto, / l'alta ruina ignora e le mutate / sorti del mondo: e come prima il tetto / rosseggerà del villanello industre, / al mattutino canto / quale desterà le valli, e per le balze / quella l'inferma plebe / agiterà delle minori belve. / Oh casi! oh gener vano! abbietta parte / siam delle cose; e non te tinte glebe, / non gli ululati spechi / turbò nostra sciagura, / né scolorò le stelle umana cura» 17.

_______________

1 Cfr. Angiola Ferraris, L'ultimo Leopardi, Einaudi, 1987, p. 4.

2 Marco Palladini, La poesia per salvarsi. Note di lettura e altri appunti, in «Malacoda», n. 4, 2019.

3 Emilio Giordano, Leopardi; il canto del tramonto, il tramonto del canto, in Aa. Vv., Studi e testimonianze su G. Leopardi, in «Tempo Nuovo», II serie, anno XXII, n. 43-44, luglio-dicembre 1988.

4 Cfr. ibid.

5 Cfr. Antonio Prete, Il demone dell'analogia. Da Leopardi a Valéry: studi di poetica, Feltrinelli, 1986, p. 26.

6 Mario Marcazzan, Leopardi e l'ombra di Bruto, in «Nostro Ottocento», Editrice La Scuola, 1955, p. 289.

7 Giacomo Leopardi, Bruto Minore, in Canti e prose scelte, a c. di P. De Colle, Curcio ed., 1988, vv. 16-24, p. 45.

8 Ibid.

9 Ivi, pp. 46-47

10 Ivi, p. 47.

11 Mario Luzi, Nella poesia e nel pensiero una necessaria rifondazione, in Aa. Vv., Omaggio a Leopardi vol. II, Francesi ed., 1987, p. 565.

12 Giacomo Leopardi, Zibaldone I.

13 Id., annotaz. al Bruto Minore.

14 Walter Binni, La protesta di Leopardi, Sansoni, 19773 , p. 263.

15 Carlo Berardi, Ottimismo leopardiano, Treviso, 1926, p. 190.

16 Giacomo Leopardi, Zibaldone I.

17 Id., ivi, pp.48-49.