LIBERTA' E LIBERAZIONI

I PREDATORI DELL’ITALIA PERDUTA

di Vincenzo Vita

Bruno Aller - Ri/tratto di Kindertotenlieder di G. Mahler – variante rubino
Bruno Aller - Ri/tratto di Kindertotenlieder di G. Mahler – variante rubino

Quanto sta avvenendo con i tagli dello Stato sociale (scuola, sanità, pensioni) e con la (contro)riforma costituzionale sulle autonomie differenziate (si vuole spaccare il paese in due?) o sulla diminuzione drastica del ruolo del Parlamento sta contribuendo a minare il quadro democratico. Ed è in gioco, ormai, pure la fisionomia della magistratura, quella almeno prevista dalla Carta.

Tuttavia, è ormai altrettanto evidente l'attacco all'articolo 21 della Carta fondamentale. E sì, la libertà di espressione è sempre più messa in causa.

L'elenco dei casi è lungo. L'ultima "moda" è l'atteggiamento repressivo verso cartelli e striscioni critici verso il solo Matteo Salvini o Salvini e Luigi Di Maio insieme. E' successo, succede. Nei variegati comizi del vice-premier leghista nella sua infinita campagna elettorale lenzuola calate dalle finestre o slogan scritti magari con il pennarello su un foglio di carta sono stati rimossi. Senza neppure il senso del ridicolo, come è successo alla recente manifestazione sindacale del pubblico impiego, dove una vignetta satirica è stata "sequestrata". Come si sa, quando si censura la satira si può temere il peggio. Non c'è solo rozzezza. Aumentano le situazioni di pericolo fisico per giornaliste e giornalisti (spesso precari) che raccontano le nefandezze dei poteri e della criminalità, aumentano i bavagli censori ottenuti con l'arma "bianca" delle querele temerarie.

Quale "peggio", allora, si sta appalesando? Si può disquisire filologicamente sulle parole: neo-fascismo, autoritarismo, populismo di destra. Nel numero di marzo-aprile 2019 della storica rivista "Critica Marxista" l'editoriale di Aldo Tortorella mette in guardia dal fare confusione, mentre i fenomeni vanno chiamati con il loro nome. Negli anni settanta il compianto sociologo greco Nicos Poulantzas scrisse un bellissimo testa su "Fascismo e dittatura": Stato forte, Stato repressivo, e così via.

Se, forse, è fuorviante rievocare meccanicamente il Ventennio, gli effetti concreti e le pratiche reali, però, vi assomigliano. E le forme di restrizioni delle libertà si apparecchiano in modalità diverse, pur mantenendo numerose similitudini sostanziali. In una memorabile conferenza tenutasi anni or sono presso l'aula dei gruppi parlamentari l'allora Presidente Oscar Luigi Scalfaro tenne insieme a Pietro Ingrao una felice dissertazione sulla Costituzione italiana. L'affermazione che più colpì da parte di una personalità proveniente dal mondo moderato riguardava proprio la consapevolezza dei settori cattolico-liberali su ciò che stava avvenendo nella stagione mussoliniana: leggi razziali e soppressione della libertà di stampa furono i drammatici campanelli di allarme. Certamente, si potrebbe obiettare, anche i bempensanti si sarebbero dovuti svegliare dopo l'orribile assassinio di Giacomo Matteotti. Almeno. Tant'è.

Comunque, l'erosione dell'autonomia e dell'indipendenza dei corpi intermedi della società, degli apparati e delle agenzie della riproduzione è un sintomo in equivoco. E l'informazione è il tessuto nervoso della società. Ciò che sta accadendo è una tragica conferma del rischio.

Oltre alla repressione delle varie forme di protesta cui si accennava, è in corso un pesante attacco contro le testate giornalistiche cooperative, di opinione, locali che attingono una parte delle risorse di sopravvivenza dal "Fondo per il pluralismo e l'innovazione". Si tratta di un centinaio di testate - da "Avvenire" e "manifesto" in poi- e di un migliaio di posti di lavoro. Chiuderanno nei prossimi mesi? Purtroppo sì, se non interviene una correzione della decisione assunta dalla maggioranza gialloverde nella scorsa Legge di bilancio. E' un paradosso, ma ancora una volta le cose vanno nominate con precisione. Quelle risorse vitali per testate estranee alla pura logica del mercato sono sopravvissute ai governi di Berlusconi e di Monti. Sono a rischio mortale con un sottosegretario con delega - Vito Crimi- del Mov5Stelle? Sta accadendo davvero. E solo una mobilitazione enorme e straordinaria ha strappato un piccolo emendamento (tre milioni di euro, a fronte della Convenzione non rinnovata che ne prevedeva dieci già ridotti a cinque) per Radio radicale. Ma l'ostilità esibita contro un'emittente che fa servizio pubblico è impressionante e ci racconta la verità sullo stato delle cose.

Insomma, il quadro è fosco e inquieta.

E' utile chiarire, però, che l'offensiva contro i luoghi della cultura e dell'informazione risponde ad un disegno che esce dall'ombra e diviene ogni giorno evidente. La vecchia egemonia berlusconiana sui media con l'uso personalizzato della televisione commerciale si è imposta e c'è - proprio nel rapporto tra comunicazione e politica- un filo unificante tra il Cavaliere di Arcore, Matteo Renzi, Luigi Di Maio e Salvini. Nel frattempo, l'invasione dei social utilizzati come mere bacheche elettroniche e con stile "generalista" ha articolato le modalità, ma non ha mutato il discorso. Insomma, la martellante propaganda ha bisogno di platee passive e possibilmente de-culturalizzate. Non si comprenderebbe, altrimenti, l'accanimento nei e dei tagli pure nella scuola, nella ricerca e nell'università. Più ignoranza, meno libertà.

Arrenderci? Mai. Serve una resistenza puntuale e puntuta, ovviamente. Non basta, però. E' tempo di una forsennata e "maleducata" vertenza morale, etica: basata sulla ripresa dei fondamenti del discorso culturale. Senza cultura non c'è politica. Senza politica non c'è democrazia.