BERLINGUER

I “PENSIERI LUNGHI”

DI BERLINGUER

 a cura di Aldo Pirone

Uno dei sintomi più gravi che ha accompagnato il declino della sinistra italiana è stato la rimozione del pensiero di Enrico Berlinguer. Gli anniversari della sua morte sono serviti ai suoi "eredi" a consolidare un'icona buonista, perbenista, moralista. Qualcun altro, invece, cerca di accreditare su di lui vere e proprie falsificazioni storiche. Martedì scorso, per esempio, Eugenio Scalfari, rimpiangendone la morte, torna a riproporlo come nume originario del PD, "Il Pd non è altro che il Partito comunista di Berlinguer" ha scritto martedì scorso. "Fu Berlinguer per primo ad avere trasformato il Partito comunista in un partito democratico di sinistra". Poi, per approfondire il tema, ha sproloquiato di "alcuni interventi che fece al comitato centrale del Partito comunista sovietico", mai avvenuti. Nello specifico si confondeva con le assise dei partiti comunisti europei del 1969 in cui il PCI non votò tre dei quattro punti del documento finale; o con le celebrazioni per il 50° della Rivoluzione d'ottobre del 1977 in cui il capo comunista parlò di "democrazia come valore universale". Poi il fondatore del quotidiano di via C. Colombo, ci ha rivelato che il PCI di Berlinguer fece un patto di unità d'azione con il PSI di De Martino agli inizi degli anni '70, cosa, anche questa, mai avvenuta. Non è solo l'età, ormai molto avanzata, che, comprensibilmente, confonde Scalfari e anche la redazione del suo giornale dove non c'è nessuno che riesce a fargli presente gli strafalcioni storici che da un po' di tempo a questa parte infarciscono i suoi editoriali. C'è dell'altro: e cioè il lungo tentativo, che ha avuto successo anche per la collaborazione ricevuta dall'interno del PCI, di trasformare, attraverso un'involuzione lunga e complessa, il maggior partito della sinistra in una forza liberal democratica. Un'idea fissa di Scalfari, ma non solo sua, anche di un certo establishment borghese di provenienza laica e cattolica; tutto un mondo intellettuale che ha a lungo sofferto il fatto che il PCI fosse un grande partito popolare e di massa che esercitava per questo una forte egemonia anche su quei settori intellettuali progressisti di provenienza liberal democratica e azionista. A costoro è sempre sembrato che quelle forze popolari fossero state loro indebitamente sottratte. Alla fine, passo dopo passo, demolizione dopo demolizione, trasformismo dopo trasformismo - gabbato per riformismo - il risultato è stato raggiunto, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: quelle masse popolari si sono fatte, per molta parte, "grilline" e ora salviniane. Un esito di cui, codesti liberal democratici, non riescono ancora a capire il perché e il percome; salvo, da buone élite borghesi, lamentandosene inorriditi. Per parafrasare Marx al contrario, si potrebbe dire: e allora l'Italia balzò dal suo seggio e disse: ben scavato vecchie talpe!

Certo è più facile, tranquillizzante e rassicurante venerare il "santino" di Berliguer, devitalizzandolo di tutta la sua carica critica e rivoluzionaria, visto che non lo si è ancora potuto condannare alla damnatio memoriae, come per il vero fondatore del PCI democratico e nazionale, Palmiro Togliatti, verso cui, guarda caso, Berlinguer rivendicò sempre una piena continuità. Ma tant'è.

Noi, invece, preferiamo riproporre in questo articolo alcuni "pensieri lunghi" di Enrico Berlinguer sul mondo che, sul finire della sua vita, si andava annunciando. E', per così dire, la sfida dell'innovazione che lui aveva impostato già al tempo dell'incipiente rivoluzione tecnologica che, come si sa, ha costituito l'"artiglieria" del neoliberismo. Nella comunicazione dominava ancora la TV, il computer era all'inizio delle sue strabilianti performance, non c'erano i telefonini e gli smartphone, internet, i social e tutto ciò che tecnologicamente ha cambiato la nostra vita quotidiana. Nelle fabbriche si era già consumata, tre anni prima, la sconfitta operaia alla Fiat; e la robotizzazione del lavoro operaio aveva cominciato a scavare la fossa al fordismo e alle grandi concentrazioni operaie. Una sfida di comprensione e innovazione, dunque, quella che il segretario comunista intraprese, una sfida che i suoi "eredi", i cosiddetti "ragazzi di Berlinguer", hanno perso rovinosamente. Malgrado che dell'esigenza innovatrice abbiano fatto, e alcuni continuino a farne, una specie di litania senza senso. L'hanno persa perché hanno rinunciato a una visione critica e lungimirante delle trasformazioni capitalistiche, come condizione fondamentale per continuare a stare dalla parte dei subalterni. Hanno preferito adire altre strade, altre scorciatoie politiciste, condite da decadenti narrazioni letterarie, meno faticose ma che alla lunga si sono dimostrate vicoli ciechi. I pensieri di Berlinguer che qui riproponiamo sono tratti dall'intervista che diede a Ferdinando Adornato (quantum mutatus ab illo!) apparsa su l'Unità del dicembre 1983 nell'inserto dedicato a "Orwell 1984". Il titolo, significativo, che gli diede l'Unità fu: "Orwell sbagliava, il computer apre nuove frontiere".

BRUNO ALLER

Tu come vedi il futuro di questa terza rivoluzione industriale: come un futuro di libertà o come un futuro di autoritarismo?

Credo che l'atteggiamento più corretto di fronte a certe nuove rivoluzioni tecnologiche sia quello di considerarle in partenza come "neutrali". L'esito di queste rivoluzioni, infatti, così come è sempre accaduto nel passato, non dipende dallo strumento in sé, ma dal modo col quale gli uomini decidono di utilizzarlo. Per essere più chiaro: io vedo oggi la possibilità di due processi contemporanei: da una parte l'uso della microelettronica per rafforzare il potere dei gruppi economici dominanti, il potere di quello che in una parola viene chiamato il complesso militare industriale. Dall'altra però vedo una grande diffusione di nuove conoscenze che può portare ad un arricchimento di tutta la civiltà.

[...]

Ma se tu guardi al mondo di questo 1984 che sta per aprirsi, dove metti l'accento: sulla passività o sui nuovi scenari di iniziative e a creatività?

Dipende. Può cambiare il giudizio a seconda delle questioni e dei paesi di cui si discute. Però io considero il movimento per la pace come un fatto di grandissima importanza di tutte le nostre epoche e destinato ad altrettanti grandi sviluppi. E non solo perché è un movimento diretto a contrastare e a sventare il pericolo supremo della guerra atomica. Ma anche perché è un movimento che, nelle sue diverse espressioni internazionali, parte da una presa di coscienza che coinvolge tutti i dati della vita di questa nostra civiltà. Esso esprime la volontà di milioni di uomini di non lasciare che le questioni fondamentali della loro vita, il loro futuro siano decisi da altri: dai governi, dagli apparati, dai complessi militari-industriali. No, io non vedo solo il pericolo della passività. Piuttosto segnalerei il pericolo di nuove espressioni di fanatismo ideologico o religioso che possono, in qualche paese, prendere il sopravvento.

Ma il nazionalismo è una tradizione francese per eccellenza. Non hai sempre detto tu stesso che un governo delle sinistre non può opporsi alle tradizioni del suo paese?

Non può e non deve opporsi alle tradizioni buone, ma deve opporsi a quelle regressive. Oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte a una vera e propria "crisi del mondo". Viviamo in un'epoca per molti aspetti suprema della storia dell'uomo sia per le possibilità che per i rischi. L'allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l'elettronica ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l'aria che respiriamo, l'atmosfera e la toposfera della terra. Grava infine sull'umanità l'incubo di una crescente insufficienza delle risorse alimentari. Ecco perchè pensavo ad un convegno che mettesse insieme studi e analisi di ambiti diversi: le scienze fisiche, chimiche, biologiche, antropologiche, demografiche, informatiche, mediche. In sostanza, dunque, un convegno che guardasse al futuro con un po' di fantasia ma sempre sulla base delle acquisizioni e previsioni delle varie scienze. Ritengo che sia stato un errore non esserci ancora arrivati.

[...]

Insistiamo ancora sul tema dell'elettronica. Come deve prepararsi il partito ad affrontare questa nuova epoca?

Innanzitutto bisogna impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni. A tutti i livelli. Su questa base bisogna poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze vitali dei lavoratori e dei cittadini. Ma bisogna anche saper vedere i problemi che si pongono per la composizione sociale del partito. Credo che dobbiamo ormai considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale. Le congiunture economiche possono, di volta in volta, accelerare o decelerare questa tendenza. Con le lotte sindacali e politiche si deve poi intervenire in questi processi, per evitare che essi assumano un carattere selvaggio e si risolvano in un danno per i lavoratori. Ma la tendenza è quella. Alcuni traggono da ciò la conclusione che la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione. Secondo me non è così. A condizione che si sappiano individuare e conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono, anch'essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. Sono anch'essi, come la classe operaia, una forza di trasformazione. E poi ci sono le donne, i giovani...

Si può arrivare a dire che i lavoratori intellettuali sostituiranno la classe operaia tradizionale?

È una domanda che si spinge molto avanti nel tempo. Forse avanti di alcuni decenni. Comunque già oggi i processi industriali spingono a far sostituire da questi strati notevoli settori di classe operaia. Mi pare però che sia assolutamente da respingere l'idea che questi nuovi processi costituiscano una confutazione del marxismo e del pensiero di Marx in particolare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica.

Ma in un mondo nel quale le informazioni, anche le più sofisticate, possono arrivare direttamente nelle case della gente, resisterà il partito di massa? Avrà ancora un senso un partito che costruisce un proprio sistema autonomo di informazione con gli iscritti? L'elettronica non spezzerà il circuito della partecipazione?

La questione esiste ed è anche più ampia di quella che tu poni. Non riguarda solo il PCI e i partiti di massa ma riguarda il destino e le possibilità stesse dell'associazione collettiva. Io francamente credo che questa esigenza sia una esigenza irrinunciabile dell'uomo e continuerà ad esistere anche se in forme diverse dal passato. La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l'essenza della vita democratica...

Ma già si parla di "democrazia elettronica": la gente risponde da casa ai quesiti posti sul video dall'amministrazione...

La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell'uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all'uso dei computer come alternativa alle assemblee elettive. Tra l'altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l'unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. Ad ogni modo lo ripeto: io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell'uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca, certo, ha e avrà i suoi movimenti e le sue associazioni. Vedi per esempio, nella nostra i movimenti pacifisti, i movimenti ecologici, quelli che, in un modo o nell'altro, contrastano la omologazione dei gusti e il conformismo: chi avrebbe saputo immaginarli quaranta o anche venti anni fa? Naturalmente compito dei partiti dovrà essere quello di adeguarsi ai tempi e alle epoche. È qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi.

Quindi tu non credi che anche i partiti storici come quelli della vecchia Europa possano diventare solo dei partiti-immagine...

Possono, certo che possono. Ma intanto bisogna attrezzarsi per saper essere anche partiti-immagine e partiti d'opinione. Il rischio è quello di diventare solo questo. Perché sarebbe un impoverimento non solo della vita politica, ma della vita dell'uomo in generale.

Tu come te la immagini una vita nella quale si passa ore ed ore a casa di fronte a uno schermo gigante, nella quale si hanno a disposizione video-cassette che renderanno forse inutile la scuola così com'è? Come la immagini una vita incasellata di ragazze, studenti, impiegati che troveranno ogni forma di socialità già bell'e pronta dentro casa?

Intanto bisogna vedere quali sono i contenuti di queste trasmissioni ricevute a casa. Il contenuto può essere tale da spingere gli uomini in una situazione di maggiore solitudine, di maggior frustrazione, di maggiore ostilità nei confronti degli altri oppure può avvenire il contrario. Io dico che dipende molto da questo. Naturalmente se questi strumenti diventeranno espressione di una spinta che punta a rafforzare sentimenti egoistici questo sarà una cosa molto negativa.

Allora tu dici: attenzione al contenuto. Il mezzo in sé non ha poteri...

No, anche il mezzo conta. È evidente che non andare per niente a scuola o andarci magari soltanto per un'ora cambierà la vita della gente. Ma questi aspetti sono oggi difficilmente immaginabili. Prendiamo l'esempio della scuola e del libro: naturalmente io adesso sosterrei che la lettura del libro è insostituibile e anzi deve diventare ancora più importante. E sosterrei la stessa cosa per la scuola, naturalmente una scuola molto rinnovata. Però, anche qui io non mi sento di fare affermazioni assolute. È difficile immaginare un computer che crei vera poesia o una opera d'arte e da questo punto di vista è difficile non tenere conto del grido d'allarme, che tu riferivi, di Vespignani. Tuttavia non si può escludere l'ipotesi che lo stesso mezzo televisivo possa produrre cose di altissima qualità che soddisfano anche le esigenze più raffinate e più creative.

Insomma la tecnologia non distruggerà l'individuo...

Nessuna epoca ha mai raggiunto la realizzazione dell'individuo, della maggioranza degli individui. Nel passato moltissimi individui erano "distrutti" non solo sul piano morale ma anche sul piano fisico. Pensa agli schiavi nell'antichità o ai negri razziati e trasportati in America. Quante erano le persone che riuscivano a diventare "individui" nel passato? Molte meno di oggi. Ma anche nel sistema capitalistico la morte precoce per lavoro dei fanciulli nella prima rivoluzione industriale non era una distruzione? E oggi, i bambini, gli uomini, le donne che muoiono di fame, che restano analfabeti nel Terzo mondo non sono "distrutti"? Anzi in questi casi non si può neanche parlare di distruzione ma di vero e proprio impedimento della crescita e della vita dell'individuo.

[...]

Uno slogan che fa parte della cultura socialista e comunista parla del "sol dell'avvenire". Da raggiungere, da conquistare, nel quale credere. In una civiltà in cui angoscia e segni di morte sembrano prevalere, ha ancora senso questo slogan?

Intanto c'è un paradosso: sul sole dell'avvenire oggi discutono più gli scienziati che i comunisti: infatti uno degli orizzonti più ricchi che si può aprire per l'uomo nasce proprio dalla possibilità di una piena utilizzazione dell'energia solare. Ecco un modo scientifico di rifarsi ancora all'idea del "sol dell'avvenir"! Ma tolto tutto quello che di utopistico, di millenaristico che pure nel passato questo slogan esprimeva, io credo che esso non vada affossato. Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L'obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo sull'uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull'altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell'accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d'oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.

Carlo Bernardini scrive: È finito il tempo dei pensieri lunghi. Elmar Altvater aggiunge: non ci sono più forze in Europa capaci di esprimere grandi Utopie sulla società e sullo Stato. Condividi questi giudizi?

Credo anch'io che sia sempre più forte il bisogno di reinvestire la politica di «pensieri lunghi», di progetti. Naturalmente questi pensieri devono essere sorretti da un'analisi scientifica della realtà, altrimenti i progetti si trasformano in vuote proclamazioni retoriche. Ma c' è da aggiungere una cosa: il pensiero e l'azione del movimento socialista in Italia (ma anche in tutti i Paesi europei) sono stati influenzati da una visione che non era propria di Marx e che veniva in parte dall'illuminismo e poi dal positivismo. Sulla base di essa si concepiva la storia dell'umanità come un progresso continuo verso traguardi sempre più alti di benessere, di cultura, di democrazia. Per certi aspetti anche l'ideologia capitalistica negli anni del boom ha cercato di far intendere che si era entrati in una fase di inarrestabile progresso.Tutte queste ideologie si sono rivelate fallaci: non sono mai mancate nel passato, e non mancheranno nel futuro della storia dell'uomo, interruzioni brusche, rotture, anche involuzioni. E sono stati possibili anche periodi di fosca tirannide, di fanatismo, di oppressione (...) Bisogna avere coscienza che questi pericoli esistono e anche che si ripresenteranno sempre in forma diversa dal passato. Ma bisogna anche avere il coraggio di una Utopia che lavori sui «tempi lunghi» per raggiungere l'obiettivo di utilizzare sempre nuove scoperte scientifiche per migliorare la vita degli uomini e, nello stesso tempo, di guidare consapevolmente i processi economici e sociali. Cos' è il socialismo, se non questo? È la direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l'umanità.