Corto Circuito

I DIOSCURI

di Aldo Pirone

In queste due ultime settimane, nel mezzo del bailamme assordante della propaganda di governo grilloleghista, ci sono stati gli interventi di Veltroni (intervista al Corriere della Sera a cura di Aldo Cazzullo di mercoledì scorso) e l'apparizione televisiva a "Di martedì" di Massimo D'Alema il 9 ottobre.

Naturalmente le cose dette dai due ex dioscuri del PDS-DS spaziavano sull'attualità politica, sulle questioni economiche, sulle prospettive della sinistra ecc. Veltroni, sempre uguale a se stesso, continua a dire cose che si potrebbero riassumere nella "banalità del bene". Con, in più, qualche approssimazione storica come quella, per esempio, sulle analogie dell'attuale crisi della democrazia occidentale con quella avutasi in Europa con la grande depressione degli anni '30. Tema interessante che dovrebbe consigliare chi lo accosta a capire le differenze e le specificità di queste crisi, fra l'una e l'altra epoca, più che le astratte similitudini; condizione indispensabile per fronteggiare dal lato democratico gli effetti devastanti della crisi attuale sulla democrazia nell'Occidente euroatlantico, connotata dal propagarsi "alluvionale", come dice bene l'ex segretario di DS e PD, delle pulsioni plebiscitarie, demagogiche e populiste, xenofobe e razziste. Non basta il richiamo alla rivoluzione tecnologica e all'introduzione del computer.

Al di là di questo e di molto altro ancora, quello che continua a unire personalità così diverse per storia e attuale collocazione politica come il "lider maximo" e "l'amico americano" è, per così dire, la irresponsabilità. Loro, se c'erano, quando si decideva di seguire il blairismo e l'ulivo mondiale e s'inneggiava alla globalizzazione, dormivano. Pensarono di fare il surf politico sulle onde della mondializzazione neoliberista, non accorgendosi che quei marosi avrebbero travolto la sinistra. Certo non sono responsabili per l'odierna crisi globale della democrazia, per carità, ma di quella della sinistra italiana sì; almeno per notevole parte. La descrizione dei processi di cambiamento e destrutturazione economica, sociale, ideale ed etica avvenuti in tutti i campi e l'incapacità a comprenderli e fronteggiarli - proprio nel momento in cui ci tenevano a presentarsi, specialmente Veltroni, col volto degli innovatori, dei rinnovatori, dei discontinuisti più radicali rispetto a un passato (il PCI) considerato vecchio, stantio e ammuffito - non sfiora le approfondite riflessioni dei due ex dioscuri usciti dalla tradizione comunista-berlingueriana. Essi sono soliti descrivere ciò che è successo e il punto di sfascio cui è arrivata la sinistra, dentro e fuori il PD, come se loro non c'entrassero. Anzi ci tengono a dire e a farsi dire (vedi le domande prostrate di Cazzullo a Veltroni) che loro l'avevano detto, previsto, denunciato come novelle e inascoltate cassandre.

D'Alema dice a Floris che le conseguenze devastanti per la sinistra delle scelte economiche e sociali renziane lui le aveva previste; con ciò dando a intendere che è da quelle che è arrivata l'ondata grillina. Ha pure criticato il ritardo a prendere atto dell'errore renziano e a separarsene. Alludendo evidentemente ad alcuni compagni di viaggio (Bersani) che poi hanno dato vita a Leu. Dimenticando che il M5s è esploso - diventando il primo partito in Italia nel 2013 - quando il PD era diretto da Bersani che lo aveva portato, con il consenso di tutti leader correntizi, a sostenere il governo Monti senza se e senza ma; e lui, D'Alema, era ben piazzato nella dirigenza piddina. E' lì che dopo una lunga incubazione è esplosa la cosiddetta "rottura della connessione sentimentale" di gramsciana memoria, ultimamente evocata da D'Alema, fra i dirigenti della sinistra e il loro popolo. Il richiamo al Brasile fatto dall'ex segretario del Pds per significare che, a differenza dell'Italia, lì la "sinistra è stata sconfitta ma non ha ceduto", riferita implicitamente al periodo renziano, non è storicamente fondata. Perché se si vuole parlare di cedimento strutturale non si può non risalire al periodo in cui a sinistra impazzavano i due ex dioscuri postcomunisti.

In verità il "lider maximo", in momenti riflessivi più di spessore consegnati soprattutto alla sua rivista "Italianieuropei", è arrivato a una certa anche personale autocritica sulle sue responsabilità, mentre tanti altri dirigenti di sinistra a lui coevi ancora procedono con solenni facce toste. Soprattutto, ed è quello che più interessa, è arrivato a dare un certo contributo all'analisi, seppur tardiva, delle caratteristiche della rivoluzione conservatrice, neoliberista e globalizzatrice. Tuttavia si vede e si sente che nell'esaminare criticamente il passato è come se lui non fosse stato, e in prima persona, della partita.

Un po' più grave, se possibile, il caso di Veltroni. Il padre della sinistra, della democrazia e dell'Europa, come sentenzia Scalfari una domenica sì e l'altra pure, dice a Cazzullo che " Oggi la sinistra ha perduto questa intensità, questa capacità di condividere il dolore degli altri" e perciò, "è evaporata in una grande nube". Come se il dissolvimento allo stato gassoso fosse cosa degli ultimi anni e non un processo piuttosto lungo al quale Veltroni ha dato un non modesto contributo. Ma lo stile alato veltroniano, a imitazione dei discorsi dei leader democratici americani, pieno di buone intenzioni, di frasi fatte, di concetti di buon "cuore", alla fine, seppur tra le righe, mostra il suo limite nella polemica retrospettiva sulla fondazione del PD. Parlando di come la sinistra dovrebbe presentare alle prossime elezioni europee, Veltroni auspica una lista aperta "che assomigli a come immaginavo il Partito democratico: un luogo cui persone, associazioni, movimenti, gruppi potevano aderire, restando se stessi. Le primarie dovevano servire a sintetizzare tutto questo. Poi il Pd è stato prosciugato e occupato dalle correnti; e il meccanismo delle primarie ne ha sofferto". In sostanza cerca di riproporre la favola di un PD che lui voleva federatore della società civile progressista e che, solo dopo, fu occupato dalle correnti. Una rappresentazione furbesca e non veritiera. Perché le correnti - compresa la sua che ancora non disarma - le cordate e le sotto cordate erano già ben incistate sia nei DS sia nella Margherita soci fondatori del PD, a livello locale e nazionale. Furono queste forze reali a essere le vere fondatrici del PD; l'aggiunta delle primarie per l'elezione degli organismi dirigente e del segretario - "sintetizzarono" sì, come dice Veltroni, ma l'intruglio correntizio, non altro - furono il definitivo slittamento verso una concezione plebiscitaria anticamera del populismo; accompagnata, perché in politica tutto si tiene, da un impianto politico-culturale, quello del Lingotto per intenderci, interclassista, fondamentalmente liberal democratico, aperto ai successivi smottamenti renziani

Fecero un bel lavoro, in "concordia discors", i due dioscuri postcomunisti. Misero insieme il correntismo con il plebiscitarismo, due cose stravecchie e non certo progressiste per la sinistra del futuro. Compreso il solipsismo della cosiddetta "vocazione maggioritaria" cui Veltroni dice di continuare a credere, ma, questa volta, con le alleanze, le aperture alla società civile, agli ecologisti, al pensiero liberale, al cattolicesimo democratico ecc. ecc. Insomma le solite cose. Una vocazione che non ha portato fortuna alla sinistra, perché, vedi un po' l'eterogenesi dei fini, l'ha accompagnata verso il dissolvimento nella "grande nube".

L'unica vocazione rimasta è quella di Veltroni: volare tra le nubi.