PER LA CRITICA

GRANDI AMBIZIONI, POVERI MEZZI: LA SCRITTURA SENZA QUALITÀ DI ANTONIO SCURATI

di Luigi Matt

GILLO DORFLES
GILLO DORFLES

A distanza di parecchi mesi dall'uscita, si continua a parlare molto di M. Il figlio del secolo (Bompiani), il ponderosissimo libro di Antonio Scurati che ripercorre i primi anni dell'avventura politica di Benito Mussolini. In particolare, in un momento in cui l'equiparazione tra fascismo e antifascismo (preparata da anni di interventi mirati ospitati frequentemente nei giornali, non solo apertamente di destra) è divenuta un'idea comune per una parte rilevante degli italiani, sono in molti a chiedersi quale sia il reale effetto che può provocare la lettura di un testo definito un «contributo alla rifondazione dell'antifascismo» dall'autore, convinto «che l'antifascismo Novecentesco non regge più ai tempi nuovi e, dunque, [...] va ripensato su nuove basi».

Questo traguardo, discutibilissimo e per la verità indicato molto genericamente, sarebbe raggiunto grazie all'adozione di un punto di vista inedito: «Raccontare il fascismo, per la prima volta in un romanzo, attraverso i fascisti e senza pregiudiziali ideologiche» (cito da un'intervista rilasciata al sito culturale «il Libraio»). Si può diffidare, con ottime ragioni, della liquidazione delle categorie interpretative novecentesche, di solito proposta in assenza dell'individuazione di alternative provviste di qualche fondatezza; ed è necessario notare che dietro all'asserito rifiuto di «pregiudiziali ideologiche» si nascondono spesso nel dibattito pubblico tendenze revisioniste e reazionarie, animate da posizioni ultraideologiche gabellate per libero pensiero. Ad ogni modo, vale la pena di accostarsi col massimo di apertura mentale ad un libro che promette di essere se non altro intellettualmente stimolante, e che comunque va giudicato in primo luogo con parametri letterari.

Chiunque abbia fatto davvero l'esperienza, non breve e non piacevole, di leggere per intero M, non può non avvertire un senso di profonda delusione. L'obiettivo dichiarato di gettare nuova luce su un periodo storico studiatissimo grazie alle peculiari risorse della letteratura non è mai raggiunto: tutto, a partire dalla figura di Mussolini, è rappresentato in modo piuttosto prevedibile, in pagine costantemente molto farraginose. Ma il problema principale si ravvisa ad un livello superficiale dell'elaborazione letteraria: la scrittura manca semplicemente della cura sufficiente a rendere il testo dignitoso. È facile immaginare l'obiezione che l'autore e i suoi numerosi estimatori non mancheranno di sollevare: in un libro di questo genere quel che conta non è lo stile, ma l'efficacia della rappresentazione. La separazione dei piani della forma e del contenuto, che viene a tutt'oggi perpetrata spessissimo, mostra in quest'occasione la sua assurdità in modo più evidente che mai: l'abnorme sciatteria della scrittura di Scurati è perfettamente congruente con la mancanza di un'idea chiara sull'operazione culturale che si intendeva compiere.

Le ottocento pagine appaiono tutte dominate dalla casualità: la continua mancanza di uniformità, ad ogni livello, è senza dubbio risultato non di una precisa scelta (sarebbe infatti impossibile rintracciare una ratio qualsiasi), ma dalla fretta con cui l'autore ha scritto - e probabilmente mai riletto davvero - un'opera che si candida ad assumere un ruolo importantissimo nella cultura italiana. Gli errori storici marchiani che sono stati rilevati all'uscita di M non sono incidenti di percorso, ma il frutto di quell'insufficiente lavoro che ha come primo effetto la qualità incredibilmente bassa della scrittura. Il registro pendola incessantemente tra accensioni immaginifiche incontrollate e pessimamente realizzate e la piattezza di notazioni manualistiche (che ricordano spesso Wikipedia, com'è stato notato). È come se in Scurati abitassero contemporaneamente un improbabile emulo di D'Annunzio e un timido compilatore di enciclopedie per ragazzi.

Non venga in mente di interpretare quest'alternanza come un modo di rendere, rispettivamente, il linguaggio dei fascisti e quello dei giornali che raccontavano gli accadimenti. In realtà non c'è alcun tentativo di far risaltare prospettive diverse. Il narratore rinuncia a calarsi nella mente dei personaggi, e anche nei pochissimi casi in cui si ascoltano direttamente le voci dei protagonisti ci si accorge che manca una reale caratterizzazione. Lo sguardo è sempre esterno (il che può concretizzarsi nell'espressione più o meno esplicita di giudizi su quanto si sta raccontando); ciò si riscontra anche nei brani in cui sarebbe opportuna, se non necessaria, una focalizzazione. Non è affatto vero che il fascismo è rappresentato «per la prima volta dall'interno» (come si legge nella bandella): incentrare la narrazione su alcuni personaggi non significa, evidentemente, adottarne il punto di vista.

Non basta l'adozione del presente storico per dare al lettore la sensazione di entrare negli ambienti rappresentati; a questo proposito, vale la pena di segnalare la seguente perla: «Fanno tutti così dalla fine del primo conflitto mondiale» (p. 443). In un fumetto degli anni Settanta, Le strane historie di Bellocchio e Leccamuffo, i personaggi erano consapevoli di vivere «tra Alto e Basso Medioevo»: lo stesso tipo di coscienza metastorica vale evidentemente per le figure ritratte in M, che prevedono la Seconda guerra mondiale.

Spesso totalmente fuori misura è la componente figurale. Di un oratore fascista si dice che usa «metafore deliranti» (p. 130); è un'etichetta che si attaglia alla perfezione a passi come questi: «le stanzette della redazione si dilatano nello squallore rarefatto di un deserto africano» (p. 162); «la grandezza di un uomo è di essere un ponte, non uno scopo. Nell'uomo si può anche amare che egli sia un tramonto» (p. 213); «l'Italia [...], questa parola vuota che non si può neanche invitare a cena» (p. 297); «un aerosol soffocante di consorterie, dissidenze, estremismi» (p. 632).

D'altro canto il narratore, quand'è a corto di ispirazione, non rinuncia a rifugiarsi nelle più banali frasi fatte: «I soliti quattro gatti» (p. 68); «far saltare baracca e burattini» (p. 97); «Lei è al settimo cielo» (p. 165); «E buonanotte ai suonatori» (p. 177); «Non vola una mosca» (p. 268); «Fuoco a volontà» (p. 408); «si ritorna al muro contro muro» (p. 648). I cliché possono presentarsi anche in serie: «I battibecchi sono violenti, gli applausi calorosi, i fischi assordanti» (p. 431).

I limiti che affliggono ogni singola pagina di M sono, prima ancora che stilistici, puramente linguistici. Scurati già nei suoi libri precedenti ha mostrato seri problemi di controllo grammaticale e lessicale; in quest'occasione, probabilmente a causa della mole del testo, si avverte un netto peggioramento: sono frequentissimi i periodi che si stenta a credere possano essere presenti nelle pagine di un libro. Il narratore ironizza così sul modo di esprimersi di Farinacci: «Un uomo capace di bandire dalla loro terra con un unico proclama sia il deputato dei socialisti sia quello dei cattolici sbagliando il congiuntivo» (p. 489); ma nelle pagine di M le cose non vanno molto meglio.

Tra mancati accordi, infelici posizionamenti delle parti del discorso, preposizioni o congiunzioni usate impropriamente, tautologie, vocaboli anche comunissimi di cui sembra sia sconosciuta la semantica, locuzioni confuse con altre simili, gli elementi incongrui rintracciabili sono centinaia. Ci si limiterà ad offrire una minima campionatura (rinunciando a commentare caso per caso, dato che le abnormità sono autoevidenti): «cerca aria respirabile con il volto proteso al cielo sotto il cranio già quasi calvo» (p. 18); «il versante cruento del tavolo» (p. 23); «al grande sciopero che i socialisti di tutta Europa hanno bandito» (p. 69); «Sullo scrittorio campeggia [...] soltanto il grosso bicchiere di latte e una vecchia monumentale pistola» (p. 141); «aveva sparato ad alzo d'uomo» (p. 160); «la nuova rivoluzione si deve fare all'infuori del parlamento» (p. 201); «Si spara da fuori sul palazzo e dal palazzo su di loro» (p. 257); «La dirompenza ha inizio» (p. 269); «i cadaveri dei morti» (p. 278); «L'audacia di uomini che nel numero di poche decine ha affrontato le migliaia» (p. 286); «Un'ondata di entusiasmo, infatti, e un coro di consensi aveva salutato ovunque le azioni delle squadre fasciste» (p. 280); «un cravattone nero svolazzante dei repubblicani» (p. 344); «Il suo cuore non pulsa abbastanza sangue» (p. 428); «ha schiacciato, su due continenti e decine di fronti, tutti i nemici della rivoluzione» (p. 530); «grovigli di escrementi e secrezioni» (p. 755).

Fermiamoci qui: continuare sarebbe stucchevole. È palese che M è frutto di un lavoro fatto alla buona, senza quella accuratezza che sarebbe necessaria anche in assenza delle grandi ambizioni di Scurati. Colpisce molto che un libro possa uscire in queste condizioni; sorprende ancor di più, ed invita a riflettere, il fatto che in tanti gli diano credito. Troppo spesso si ha la sensazione che contino molto nel dibattito letterario di oggi le intenzioni espresse dagli autori, di là dai concreti risultati raggiunti: in mancanza di un'analisi ravvicinata del testo - che appare a molti critici come un'attività pedantesca, che svia l'attenzione dalle Grandi Questioni - si rischia di prendere per buone le autorappresentazioni degli autori più inclini agli aneliti (quello di Scurati non è un caso isolato). Tra i compiti della critica dovrebbe esserci proprio sottoporre al vaglio le presunte grandi opere, e smascherare quando necessario le imposture. Nella fattispecie, è doveroso sconsigliare la lettura di M: chi è interessato ad informarsi sull'ascesa di Mussolini, potrà trovare testi storici molto più precisi e sintetici (oltreché scritti in un italiano decente); chi cerca la letteratura, dovrà necessariamente rivolgersi altrove.