STORIA, CULTURA, SOCIETÀ

GRAMSCI E MACHIAVELLI FRA TEORIA POLITICA, STORIA E LETTERATURA.

di Corrado Morgia

Comunicazione al corso di aggiornamento per docenti di scuola media superiore organizzato dall'ANPI, dall'International Gramsci Society e da Proteo Fare Sapere. 22 Novembre 2019


   Gramsci e Machiavelli sono tra gli intellettuali italiani più noti nel mondo, specialmente il primo, le cui opere, tradotte in numerose lingue, vengono lette e studiate in molte università. Al secondo invece, mi riferisco al Machiavelli, è toccata una sorte diversa, certamente conosciuto, ma anche spesso travisato, è stato giudicato addirittura come un "demonio", mentre negli ultimi tempi sembra che l'opinione su di lui si sia assestata ad un livello di maggiore equilibrio e discernimento e, soprattutto, di più adeguata conoscenza. Comunque la bibliografia su questi due personaggi è sterminata e si arricchisce di sempre nuovi contributi, malgrado il fatto che proprio in Italia gli studi gramsciani si siano in qualche modo ridotti, ma è tuttavia recentissima, per le edizioni Feltrinelli, una biografia di Angelo D'Orsi, mentre in relazione al segretario fiorentino ricordo i due nuovi saggi di Alberto Asor Rosa, Machiavelli e l'Italia, Resoconto di una Disfatta e di Michele Ciliberto, Niccolò Machiavelli, Ragione e Pazzia.

Machiavelli nasce e vive a Firenze tra il 1469 e il 1527, terzo di quattro figli, allevato in una famiglia non facoltosa pur avendo dato alla città alti magistrati come gonfalonieri e priori.

Dopo un lungo apprendistato, durante il quale aveva studiato a fondo il latino e la storia romana, viene nominato nel 1498 segretario della seconda cancelleria, organo cui spettava il controllo degli affari interni e della guerra, subito dopo, il 14 luglio del medesimo anno, gli viene affidata la cancelleria dei Dieci di Libertà e Pace, le cui competenze riguardavano la politica estera e il settore militare, cioè l'addestramento e il reclutamento delle truppe. Nel 1512, con il ritorno dei Medici a Firenze, è allontanato da ogni ufficio ed esiliato per un anno dalla città, confinato a S. Andrea in Percussina, zona di S. Casciano in Val di Pesa, dove secondo la sua indicazione autobiografica avrebbe scritto il Principe.

Le sue opere più importanti sono appunto il De Principatibus, i Discorsi Sopra la Prima Deca di Tito Livio, le Storie Fiorentine. Inoltre ci ha lasciato composizioni in versi, due lavori teatrali, tra cui La Mandragola, capolavoro assoluto della scena italiana, e infine molte Lettere raccolte in un Epistolario.

Antonio Gramsci nasce ad Ales, presso Oristano, in Sardegna, nel 1891 e muore a Roma nel 1937. Preveniente da una famiglia piccolo borghese, attraversa negli anni della prima giovinezza gravi difficoltà economiche, ma riesce comunque a prendere la licenza liceale a Cagliari, nel 1911, e a novembre dello stesso anno si trasferisce a Torino, dove con una piccola borsa di studiofrequenta alla Facoltà di Lettere, senza tuttavia arrivare alla laurea, nonostante l'apprezzamento di molti docenti e la sua passione per la glottologia.

Le sue opere principali sono gli scritti prima del carcere, lo spartiacque della sua vita, consistenti in articoli, recensioni teatrali, documenti politici e saggi, tra cui quello importantissimo sulla Quistione Meridionale, tutti lavori quindi pubblicati in vita, e poi le Lettere Dal Carcere e i Quaderni Del Carcere, 33 taccuini elaborati, in stato di detenzione, sotto forma di appunti dal 1929 al 1935, pubblicati invece dopo la sua morte, rispettivamente nel 1947, le prime, e tra il 1948 e il 1951 i secondi, sei volumi cosiddetti tematici, sistemati secondo le indicazioni di Palmiro Togliatti e Felice Platone, cui fece seguito nel 1975 l'edizione critica a cura di Valentino Gerratana.

Machiavelli e Gramsci sono due autori che ormai possiamo definire classici del pensiero politico, e anche della letteratura in genere, tali perché sono stati grandi nel loro tempo, ma in grado di parlare ancora a noi, quindi appartenenti a una classicità che non è museificazione, senza togliere nulla all'importanza dei musei, ma capacità di essere ancora attuali, di muoversi con il loro messaggio attraverso i secoli e i decenni tanto da apparire per certi versi contemporanei.

Sia chiaro che essi sono stati protagonisti di una ben determinata epoca politica, vanno pertanto storicizzati, collocati cioè nel loro tempo, tuttavia ambedue sono contemporaneamente scienziati della politica, hanno cioè elaborato categorie di pensiero dotate tuttora di un elevato valore euristico ed esplicativo, come per esempio virtù e fortuna, volpe e leone per Machiavelli, egemonia, riforma intellettuale e morale, guerra di movimento e guerra di posizione, per Gramsci.

L'uno e l'altro riflettono sulla storia per ricavarne un qualche insegnamento, per capire meglio il presente al fine di progettare il futuro;possono compiere questa operazione perché sia Machiavelli quando scrive Il Principe, sia Gramsci, nella stesura dei Quaderni, agiscono come persone private, sono cioè soltanto pensatori, che riflettono in modo sia pur relativamente libero, non essendo più, loro malgrado uomini di stato o capi politici in attività.

Travolti da drammatiche vicende, l'inizio delle Guerre d'Italia per l'uno e l'avvento del fascismo per l'altro, sono vittime di persecuzioni e dopo una vissuta da protagonisti, ai vertici della repubblica il primo, fondatore e segretario del Partito Comunista d'Italia, il secondo, sono costretti chi all'esilio chi al carcere, ma non per questo ridotti al silenzio, visto che ci hanno lasciato dei monumenti imprescindibili della letteratura politica nazionale e mondiale.

Qualcosa li accomuna dunque, sono interpreti e testimoni di due momenti catastrofici, come direbbe Asor Rosa, della storia d'Italia,

eventi che, ciascuno a suo modo, cercano di capire e anche per trovare rimedi e possibili vie d'uscita.

Due sconfitti dunque, ma anche due giganti, capaci di riscattare la loro personale rovina con la forza dell'indagine critica, nutrita di un sapere insieme pratico e teorico, di una cultura messa al servizio della politica intesa nel senso più alto e nobile del termine.

Della fanciullezza e giovinezza del Machiavelli si conosce poco; sicuramente ha studiatocon due precettori privati, come era allora d'uso, altrettanto certamente conosceva il latino, ma non il greco, essendo in particolareun profondo esperto di Tito Livio e probabilmente lettore anche di Polibio, greco di origine ma vissuto a Roma, inoltre era un grande estimatore di Lucrezio e del De Rerum Natura, studio che lo introduce al materialismo e all'ateismo, essendo il poeta latino seguace di Democrito e di Epicuro, i due filosofi antichi che hanno parlato per primi di atomismo.

Machiavelli è indissolubilmente legato alla sua città, è un patriota ed è consapevole che Firenze, e l'Italia intera, sono in quel momento storico il centro dello sviluppo della civiltà europea, sviluppo caratterizzato da un eccezionale progresso culturale ed economico, ma anche da una pericolosa debolezza politica e soprattutto militare.

Come è noto Messer Nicolò era un acuto osservatore e un grande conoscitore dell'arte della politica, non poteva quindi sottovalutare i limiti del pur splendido Rinascimento italiano, limiti che rendevano appunto la penisola insieme modello di crescita economica, civile e culturale, ma preda potenziale di qualunque esercito organizzato in grado di invaderla, sicuro di non trovare ostacoli nel suo cammino di conquista, come in effetti accadde, a cominciare dalla calata, pur dagli esiti non perfettamente riusciti, di Carlo VIII.

La formazione culturale di Antonio Gramsci è ovviamente diversa da quella dell'altro nostro personaggio. Egli compie gli studi liceali in Sardegna, frequenta l'università a Torino, che ben presto trascura e poi abbandona del tutto per dedicarsi al giornalismo e alla politica attiva.

Nel 1913 infatti si iscrive alla sezione del Partito Socialista del capoluogo piemontese, nel '15 entra a far parte della redazione torinese dell'Avanti, organo ufficiale del partito e nel '17 assume la direzione de Il Grido del Popolo, settimanale anch'esso di orientamento socialista. Si occupa di teatro, scrivendo tra l'altro su Pirandello, ed è profondamente influenzato oltre che da Marx, da Lenin e dalla rivoluzione russa, anche dal neoidealismo italiano di Croce e Gentile, tra l'altro ambedue in gioventù lettori e studiosi dello stesso Marx, e autore il secondo di un libro, La Filosofia di Marx, lodato dallo stesso Lenin.

Dunque se l'Italia e l'Europa di Gramsci sono percorse da guerra, rivoluzione, reazione, avvento delle dittature e formazione del primo stato socialista, sia pure con i problemi e le contraddizioni che conosciamo, l'Italia, e l'Europa di Machiavelli non attraversano un periodo più tranquillo, in particolare mi riferisco alle guerre d'Italia tra Francia e Spagna, conflitti che insanguinano il nostro paese dal 1494 al 1559, anno della pace di Cateau Cambresis, culminanti con il sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi, tragico episodio cui Machiavelli fece in tempo ad assistere poco prima della sua scomparsa.

Le vicende storiche italiane tra '400 e '500 sono state dettagliatamente analizzate da molti studiosi.

L'Italia è divisa in stati e staterelli in perenne lotta fra loro, solo con la pace di Lodi del 1454 si ha l'inizio della cosiddetta politica dell'equilibrio tra Milano, Venezia, Firenze e Napoli, con un ruolo tuttavia spesso negativo e distruttivo dello stato della Chiesa e del papa regnante pro tempore, in particolare, ricordiamo a questo proposito, il riferimento di Guicciardini allo "scellerato governo dei preti", che lui conosceva bene essendo, tra l'altro, governatore di Romagna alle dipendenze del pontefice. Ago della bilancia di questo equilibrio fu per un certo periodo, e fino alla morte, avvenuta nel fatidico 1492, Lorenzo il Magnifico, emblema e simbolo di grandezze e miserie del nostro Rinascimento.

L'Italia è ricca, colta, prospera e progredita di fronte all'arretratezza degli oltremontani, definiti non per niente barbari, ma è debole sul piano militare, i singoli stati, o città - stato, non hanno eserciti propri, si servono di mercenari, pronti a tradire per qualche soldo in più, terreno dunque di un feroce scontro per l'egemonia in Europa appunto tra Francia, Spagna e Impero con l'avvento di Carlo V.

l'Inizio della catastrofe si data, come già detto, dal 1494 quando appare evidente tutta la fragilità politico-militare degli staterelli conquistati dai francesi col gesso, come si disse allora, mezzo con il quale segnavano la porta delle case dove avrebbero potuto alloggiare.

Carlo VIII bene o male fu costretto a tornarsene al suo paese, ma con la sua impresa aveva reso evidente a tutti che l'Italia era incapace di difendersi efficacemente e che la sua conquista sarebbe stata una comoda avventura. Dentro questo quadro si collocano le alterne fortune della città di Firenze. A Lorenzo succede nella Signoria il figlio Piero, mentre Rodrigo Borgia diventa papa con il nome di Alessandro VI, pontefice che rappresenta il culmine della crisi e della corruzione della chiesa di Roma. Tuttavia nello stesso 1494 Piero è cacciato da Firenze, dove si instaura una repubblica in cui emerge la figura del frate predicatore GirolamoSavonarola, strenuo nemico del Borgia e accusatore implacabile della degenerazione dei costumi del clero, al punto che alcuni fanno di lui un antesignano di Martino Lutero e della sua Riforma, avviata nel 1517.

Tuttavia nel 1497 papa Alessandro scomunica Savonarola, che viene arrestato, processato, condannato a morte e quindi impiccato e arso sul rogo il 23 maggio del 1498. Nello stesso anno ha inizio la carriera politica di Machiavelli, cui vengono affidate dapprima delicate missioni diplomatiche, in Francia, presso l'imperatore Massimiliano, a Roma e in altre capitali italiane, come Milano, e ovviamente nella sua Toscana e nel resto del centro Italia.

Di queste ambascerie il Machiavelli scrive rapporti in cui mostra di conoscere l'Italia e le sue vicende. In particolare egli assiste alla parabola di Cesare Borgia, detto il Valentino, e di Giovanni dalle Bande Nere, un altro Medici particolarmente sfortunato, sulle cui sorti medita e scrive. Ma tutto ciò non gli impedisce di sposarsi, di averecinque figli, e contemporaneamente di occuparsi tenacemente della politica della sua patria. Cerca infatti di organizzare un esercito cittadino e quindi recluta e fa istruire truppe, si occupa di politica interna, al sevizio del gonfaloniere Pier Soderini, che detiene questa carica dal 1502 al 1512, anno in cui la signoria medicea viene restaurata.

Machiavelli viene allora arrestato e perfino sottoposto a tortura, ma rilasciato nel 1513, anno in cui viene eletto papa Giovanni dei Medici con il nome di Leone X ed è quindi concessa una amnistia. Si ritira allora in certi suoi modesti possedimenti in campagna, dove dallo stesso 1513 fino al 1520 si manifesta la sua stagione creativa, anzitutto con il Principe, sulla cui data di elaborazione è ancora aperto il dibattito, e poi con le altre opere già ricordate, in particolare nel 1525 presenta al papa Clemente VII, ancora un Medici, i primi otto libri delle Istorie Fiorentine. Di lì a poco, tuttavia, nel 1526, riprende lo scontro fra Carlo V e Francesco I.

In aiuto dell'esercito spagnolo scendono da Bolzano i Lanzichenecchi, soldati mercenari tedeschi, feroci, crudeli e assetati di bottino. Arrivano a Roma il 4 maggio del 1527 e la mettono a sacco; Firenze nel frattempo si ribella e viene restaurata la repubblica; Machiavelli però viene escluso da ogni incarico e il 21 giugno dello stesso anno muore, amareggiato e in "somma povertà".

Machiavelli, repubblicano, anche se autore del Principe, sarebbe per alcuni critici un esponente del "Rinascimento democratico" insieme a Savonarola e a Michelangelo, che accorre a Firenze, tra il 1529 e il '30, ponendosial servizio del governo repubblicano con l'incarico di rafforzare la cinta muraria, mansione cui provvede fino alla caduta della città e quindi alla fine dell'assedio cui fu sottoposta dalle truppe imperiali.

Attratto dalla riforma protestante, come gli altri due personaggi più sopra citati, con le sue opere il grande artista mostra di possedere una religiosità sofferta e drammatica, certamente critica nei confronti della chiesa romana e rivelatrice di un'altra e più profonda differenza tra Rinascimento Italiano e Riforma.

Il primo, pur rappresentando una grandiosa esplosione di cultura che riguarda non solo le arti, ma anche la filosofia, la letteratura e le scienze non riesce a diventare un movimento di massa, cosa che invece accade per la Riforma protestante. Nonostante alcuni tentativi infatti, esso rimane chiuso nelle corti, come dimostra la stessa esperienza di Lorenzo il Magnifico, la seconda invece, anche in questo caso tra mille contraddizioni, penetra nella sensibilità popolare, scende dai cieli dell'iperuranio e si incarna nei bisogni e nei desideri della persone anche più umili. Lutero traduce la Bibbia in tedesco e il popolo dei fedeli impara a leggeree a scrivere, per avvicinarsi ai "sacri testi" e partecipare alla celebrazione della messa.

Al contrario le plebi italiane non si accostano direttamente al Vecchio o al Nuovo Testamento, alla parola scritta insomma, perché non sanno leggere e non viene fatto nulla per insegnarglielo; vale per loro quello che ancora nella prima metà dell'Ottocento Gioachino Belli fa dire al prete cattolico dall'altare: "li libbri nun so' robba da cristiani, fiji pe' carità nun li leggete!". E infatti il Bel Paese ha avuto a che fare con varie forme di analfabetismo di massa fino quasi ai giorni nostri e per informarsene è bene leggere le ricerche di quel grande studioso che è stato Tullio De Mauro.

Tornando indietro nel tempo, va sottolineato a questo punto che, costretto al confino e al ritiro forzato dalla vita politica, Machiavelli, tenacemente legato alle sorti del suo paese e consapevole del proprio valore, decise di offrire ai Medici e ai Signori italiani le proprie idee sulla tecnica "dell'arte dello stato", pensieri maturati in quindici anni di partecipazione al governo di Firenze. Nacque da questa determinazione il De Principatibus. Scritto secondo alcuni di getto tra il 1513 e il 1514, secondo altri invece rivisto fino al 1518, tuttavia il testo pare non abbia mai ricevuto dall'autore una sistemazione definitiva, mentre la prima edizione a stampa avvenne postuma nel 1532, profondamente rimaneggiata dagli editori fin nel titolo, Il Principe.

L'opera è dedicata a Lorenzino De' Medici, nipote del grande Lorenzo, ed è divisa in due parti, i capitoli sono in totale ventisei, ovvero venticinque più l'Exhortatio finale.

Nei primi undici capitoli vengono analizzate le dinamiche che in ogni epoca portano un principe a conquistare e a conservare lo stato.

L'autore distingue i vari tipi di principato: ereditario, capitolo II; misto, capitoli III - V; nuovo, capitoli VI - VIII; civile, capitolo IX; ecclesiastico, capitolo XI.

Il taglio è prevalentemente teorico, o almeno apparentemente tale, perché vengono fatti anche esempi concreti, nel capitolo VIII infatti Cesare Borgia è preso a modello di "principe nuovo", colui che arriva al potere per fortuna e appoggio altrui, ma lo conserva con il proprio coraggio, impegno e virtù, ma anche con crudeltà e scelleratezze che, se ben usate, sono strumenti utili al bene dello stato, in base a una autonomia reciproca tra politica e moralità.

I capitoli XII - XXVI sono di taglio più militante e più legati alla attualità politica e possono essere divisi in tre nuclei, anzitutto viene trattato il tema delle armi e della inaffidabilità degli eserciti mercenari, con la conseguente esigenza che il principe si doti di "armi proprie", capitoli XII- XIV.

Nel secondo nucleo, capitolo XV- XXIII vengono esaminate le qualità dell'uomo di governo e qui Machiavelli distingue tra "etica ideale" ed "etica effettuale", rigettando le teorizzazioni classiche e umanistiche e sostenendo, sulla base della propria esperienza, che un comportamento immorale, secondo una definizione scolastica, possa essere spesso garanzia di successo politico, vista la natura degli uomini, egoisti e inaffidabili, e i rapporti fra di loro, basati sulla violenza e la prevaricazione.

Il buon principe deve essere allora risoluto e spietato, disposto a usare la forza e la frode e pronto a farsi più temere che amare: "...a uno Principe - sostiene Machiavelli - è bene sapere usare la bestia e l'uomo" e poi aggiunge "..."come sono dua generazioni di combattere, l'uomo con le leggi, l'altro con la forza, quel primo è proprio dell'uomo, quel secondo delle bestie, ma poiché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo".

Nella parte finale, capitoli XXIV - XXVI, messer Nicolò esamina la condizione storico - politica dell'Italia a lui contemporanea, chiamando in causa il rapporto tra Virtù e Fortuna e concludendo con la già menzionata L'Exhortatio, come viene chiamata nei manoscritti, è vibrante e patriottico appello che, a parere di molti e anche di chi scrive, dà il senso a tutto il testo.

Lo stile del trattato è rapido e incisivo, i paragoni sono suggestivi, come ad esempio il Principe che deve essere a un tempo Golpe (volpe) e Lione (leone); i riferimenti attengono ad esperienze dirette ma anche alla lettura di grandi storici del passato, come i già ricordati Tito Livio e Polibio, oltre a Plutarco, Svetonio.

Tuttavia non tutti compresero il valore e il significato del saggio, infatti molti, fuorviati da pregiudizi e fraintendimenti, hanno visto nel segretario fiorentino soltanto un maestro della spregiudicatezza della politica che, si dice, è sempre un po' sporca. Per alcuni, come Leo Strauss, Machiavelli è addirittura un diavolo, eversore della civiltà europea, mentre per Manzoni è un "mariuolo, sì, ma profondo".

In realtà il nostro autore, orgogliosamente fiorentino, sottolineo ancora, soffre nel vedere la sua città ridotta a bottino di guerra, esibendo non solo una pericolosa divisione sul piano interno, ma anche una rischiosa impotenza nei confronti di nemici stranieri, al punto che gli viene spontaneo fare un paragone con la caduta di Costantinopoli, avvenuta nel 1453 per mano dei Turchi, a causa dell'indifferenza dei cittadini, avvedutisi troppo tardi del pericolo incombente. Allo stesso modo tutti i principi italiani "...non si accorgevano, meschini, che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava".

Per capire meglio quanto stava accadendo, durante l'esilio, Nicolò, rivestiti "panni curiali", interroga i classici, tra questi proprio Polibio, da cui ricava la nozione dell'anakuklosis, cioè della storia concepita come un ciclo: "... il cerchio nel quale girando tutte le repubbliche si sono governate e si governano".

Perciò la monarchia, o governo di uno solo, degenerando in tirannide produce il governo di pochi, o aristocrazia, che si corrompe in oligarchia che trapassa a sua volta in democrazia. Degenerando quest'ultima in demagogia si torna al governo di uno solo.

Il possibile rimedio a questo tormentato percorso consiste nel governo misto e il modello è rappresentato dall'antica Roma, "... sendo in una medesima città il principato, gli ottimati e il governo popolare ", rappresentati rispettivamente dai consoli, dal senato e dal tribuno della plebe, sistema raggiunto nel travaglio e nelle fatiche della storia, tenendo però anche conto che la fortuna di Roma è dovuta anche alla forza delle sue legioni, costituite da cittadini in armi, come saranno poi gli eserciti della rivoluzione inglese del 1600 o di quella francese del '700.

In siffatto contesto Machiavelli valuta positivamente il conflitto all'interno di una determinata società, se questo però viene mediato e in qualche modo risolto

Nei Discorsi sull'Arte della Guerra infatti egli giustifica le guerre civili e la lotta di classe nella Roma antica, che giudica non elementi di dissoluzione, ma cemento dello stato: "...io dico che coloro che dannano i tumulti tra i Nobili e la Plebe mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma e che considerino più a romori ed alle grida che di tali tumulti nascevamo che a buoni effetti che da essi partorivano". Infatti da tali contrasti a Roma scaturiva una legge mentre a Firenze ne derivava la morte o l'esilio. In pari tempo viene data importanza ai patti e ai giuramenti, fondati su una "religione" intesa come rispetto di idee, di tradizioni e di riti che tengono unito un popolo, una religione civile, insomma, che rappresenta anch'essa un fattore di unità e non di divisione. Machiavelli, di cui Francesco De Sanctis parlava come del Lutero italiano, ateo, lucreziano e materialista, capisce dunque l'importanza di un sistema di valori religiosi tradizionali e arriva a sostenere che una comunità in cui la religione è rispettata è una comunità non corrotta, portando ad esempio le città tedesche e i cantoni svizzeri, di fronte invece al cattivo esempio della chiesa di Roma e dei preti italiani, uomini cattivi e sostanzialmente senza fede.

Di fonte a tutto questo sfacelo è possibile una ripresa, una riscossa, una reazione positiva? La risposta è affermativa. Permane infatti in Machiavelli, tramite l'ottimismo della volontà, di fronte al pessimismo della ragione, una speranza, anzi un convincimento: egli, repubblicano, diventa sostenitore dell'assolutismo di un Principe, che deve essere protagonista e veicolo di una profonda rigenerazione politica, senza per questo cessare di considerarsi un "popolare", cioè un democratico, come diremmo oggi.

Le condizioni per il successo di questa personalità sono anzitutto le "armi proprie", cioè un esercito di cittadini-soldati e non di mercenari e poi un programma di riforme e di nuove leggi per creare un ordine nuovo. Insomma come sostengono alcuni interpreti, tra i quali Giuliano Procacci, il Principe Nuovo deve essere un rivoluzionario, il fondatore di un nuovo stato.

Ma esistono in Italia le condizioni per l'avvento di un simile redentore?

La risposta è affermativa, anche se in questo caso Machiavelli forse perde la lucidità del freddo analista per assumere le vesti del patriota appassionato, arrivando a esclamare, nell'ultima parte del trattato "A ognuno puzza questo barbaro dominio", riecheggiando i versi del Petrarca: "Virtù contro a furore prenderà l'arme, e fia el combatter corto, che l'antico valor negli italici cor non è ancor morto".

Ma i Medici non avevano la stoffa eroica del Principe machiavelliano e il 1527 è l'anno della catastrofe italiana ed è anche l'anno della morte di Nicolò, consapevole fino alla fine della impotenza delle città-stato italiane, anche se sempre animato dal sogno di una rinascita politico− militare, oltre che culturale, cosciente di appartenere a una grande civiltà, ma amareggiato nel vederla corrotta e impotente, al punto da immaginare un Rinascimento, per così dire, armato.

Ma perché si può dire che Machiavelli deve essere considerato un rivoluzionario? Prima di tutto se si considera la rivoluzione come una restaurazione delle origini, un ritorno cioè alla potenza, alla purezza e alla forza della Roma antica, recuperando quella virtù classica e repubblicana, che sarà poi ripresa dalla rivoluzione francese e da Robespierre in particolare, ancora secondo lo schema suggerito da Polibio: la storia che torna sui suoi passi e come un corpo in movimento ricomincia, in un'orbita circolare, dal punto di partenza.

Emerge dunque tutta la differenza tra Machiavelli e il machiavellismo, e anzi si manifesta la moralità di Machiavelli, che mette il suo sapere, ma anche le sue idealità, al servizio di una causa che gli sembra essere in linea conseguenziale con tutto un processo storico: la libertà e evidentemente anche l'unità del nostro paese, progetto sia pure embrionalmente concepito diversi secoli prima della sua attuazione effettiva. Si può dire dunque che il giudizio su Machiavelli, e quindi anche la sua fortuna, hanno subito nella storia diverse incomprensioni e distorsioni e quindi una condanna del tutto immeritata e ingiustificata, soprattutto dalla Chiesa.

Il cardinale inglese Reginald Pole sostenne infatti che il Principe era stato scritto con il dito di Satana per cui nell'Inghilterra dell'età elisabettiana Machiavelli diventò un vero e proprio mito negativo, il tipo dell'italiano perfido e senza scrupoli, orditore di inganni e di delitti.

Successivamente, nel periodo della Controriforma, la polemica contro il Principe fece nascere la riflessione sulla Ragion di Stato, con l'opera di Giovanni Botero e di numerosi trattatisti italiani e stranieri, mentre la chiesa cattolica e varie sette protestanti tendevano a riportare la politica nell'ambito della precettistica morale del Medio Evo.

In questa fase fu elaborato il principio "il fine giustifica i mezzi", principio sostanzialmente estraneo al pensiero di Machiavelli che non pronunciò mai queste parole.

Dopo il '600, anche nel '700 continua la sfortuna e/o l'incomprensione del Principe e del suo autore.

Per Rousseau il Machiavelli finge di dare lezioni al sovrano per darle invece al popolo, avrebbe l'intenzione infatti di svelare ai sudditi l'aspetto più violento e oppressivo della tirannide. Più o meno troviamo la stessa interpretazione nel carme I Sepolcri di Ugo Foscolo: anche per il poeta di Zante con il Principe si sarebbero voluti denunciare i misfatti, le nefandezze e gli eccessi delle signorie; Giacomo Leopardi, a sua volta, vede in Machiavelli il "maestro del nudo vero", colui che voleva insegnare la verità effettiva delle cose politiche, spicca dunque in un quadro del genere l'importanza di Francesco De Sanctis.

Il grande storico della letteratura italiana ribalta le precedenti, riduttive e negative, interpretazioni e vede nell'autore fiorentino non solo il fondatore della scienza politica moderna, ma anche il patriota, difensore delle libertà e della virtù civile. Croce riprende in parte la visione desanctisiana, sostenendo la tesi particolarmente fortunata e propagandata, secondo la quale Machiavelli avrebbe scoperto l'autonomia della politica e anche Federico Chabod si muove su questa strada, aggiungendo la sottolineatura della validità dell'analisi machiavelliana intorno alla crisi italiana del '500 e dell'importanza dei rimedi da lui suggeriti, basati anzitutto sulla fiducia nelle possibilità della virtù umana e sull'uso della forza.

Tra parentesi ricordo anche i diversi giudizi su Guicciardini, condannato da De Sanctis per il suo cinismo, scetticismo e disincanto, ignorato da Gramsci, sotto l'evidente influenza desanctisiana, ma sia pur relativamente rivalutato dallo Chabod come profondo osservatore della realtà italiana e apprezzato da Leopardi come il solo storico, tra i moderni, che abbia veramente conosciuto la natura dell'uomo.

In conclusione di questo excursus, breve e sicuramente lacunoso, non si possono non menzionare due illustri contemporanei, Gennaro Sasso, il più grande studioso vivente di Machiavelli, e Giorgio Inglese, specialista altrettanto valido del medesimo argomento.

Per Sasso ricordo che: "...il Principe è un'opera storica, scritta da un uomo che aveva una particolare visione delle cose in Italia e che reinterpreta l'uomo politico del tempo in relazione alla realtà sociale in cui viveva", quindi, se non capisco male, l'invito di Sasso è rivolto, oltre che alla necessità di una profonda conoscenza delle opere e del pensiero machiavelliani, anche alla storicizzazione del testo fondamentale di cui ci stiamo occupando, esortazioni che senza alcun dubbio mi pare debbano essere accolte.

Giorgio Inglese ripropone il ruolo di Machiavelli come pensatore interprete del suo tempo, ciò che motiva il suo impegno storiografico e filologico, facendone oltre tutto l'iniziatore della moderna ricerca storica sulla Roma antica, alla luce di un rifondata concezione realistica della politica. Temi che Inglese riprende, almeno in parte, da storici dell'antichità classica come B. G. Niebhur e Gaetano De Sanctis che ravvisano in Machiavelli il grande conoscitore appunto della storia di Roma e, come Chabod, apprezzano la tesi che il conflitto sociale rappresenta un elemento di progresso quando prevale la volontà di mediazione.

Finalmente possiamo arrivare a Gramsci.

Antonio Gramsci, secondo la valutazione formulata nel 1958 da Palmiro Togliatti, "...fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico", valorizzando quindi, con questo sintetico giudizio, il suo ruolo di fondatore del Pci e di "capo" dei comunisti italiani e ciò, che può sembrare ovvio, va ancora oggi ribadito nel momento in cui da qualche parte si è arrivati a mettere in dubbio il fatto che Gramsci fino all'ultimo istante della sua esistenza si sia proclamato comunista e, aggiungo, comunista italiano. Gramsci negli anni trascorsi in carcere ha poi accumulato una grande quantità di scritti che, secondo Giuseppe Vacca, "... pubblicati dopo la sua morte, rilevarono i lineamenti di un pensiero originale e sistematico, che fa di lui un classico del '900, uno dei più tradotti, letti, studiati in tutto il mondo".

Ho già accennato in precedenza alle tappe fondamentali della sua vita, a cominciare dall'anno dellanascita, 1891, e dellamorte, 1937. Studente universitario a Torino nel 1911, giornalista, dirigente della locale sezione del Psi, redattore dell'Avanti, fondatore nell'aprile del 1919, insieme ad Angelo Tasca, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti stesso, del settimanale L'Ordine Nuovo.

In quel periodo, che va dalla rivoluzione russa del 1917 alla fine del primo conflitto mondiale, Gramsci matura la sua scelta di vita, il passaggio al professionismo politico. Fortemente influenzato dagli avvenimenti russi, la cui eco aveva suscitato l'entusiasmo in tutto il proletariato europeo e persino negli Stati Uniti, fino all'Asia e alla Cina, in un mondo stremato dalla guerra e dalle sue atrocità, profondamente deluso dal fallimento dei vecchi partiti, socialisti, liberali e cattolici, incapaci di opporsi validamente alla guerra, e animato dalla speranza di un futuro migliore, finalmente liberato non solo dalla violenza ma anche dall'oppressione e dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

La rivoluzione di ottobre fu vista dunque come l'alba di un mondo nuovo e si diffuse tra le grandi masse il proposito, certamente ingenuo, di "fare come in Russia". Moti rivoluzionari scoppiarono nella Germania sconfitta e in altri paesi europei suscitando l'effimera illusione di una imminente palingenesi universale.

Questo sogno tuttavia durò poco, a cominciare dalla Germania stessa, dove con l'uccisione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, fu chiaramente dimostrato che in Occidente la rivoluzione avrebbe dovuto prendere strade diverse rispetto alla Russia zarista.

Tuttavia seguendo, almeno parzialmente, le indicazione che venivano da Lenin, Gramsci nel gennaio del 1921, come dirigente del gruppo dell'Ordine Nuovo, partecipa alla fondazione del Partito Comunista d'Italia, che nasce a Livorno da una scissione del vecchio Psi, ma siamo già in pieno riflusso, infatti dopo il cosiddetto "biennio rosso" del '19 - '20., culminato con l'occupazione delle fabbriche a Torino, fa seguito, nei due anni successivi, '21 - '22, il "biennio nero", che termina con la marcia su Roma e l'avvento del fascismo al potere.

Per quanto riguarda il resto della biografia, va ricordato ancora che Gramsci nel '22 entra a far parte del Comitato Esecutivo del Komintern, l'Internazionale Comunista, fondata del 1919 e sciolta nel 1943.

Dopo un soggiorno a Mosca, dove conosce Giulia Schucht, che sarebbe diventata la compagna della sua vita, madre dei suoi due figli, si trasferisce a Vienna. Nel 1924 torna in Italia, dove era stato eletto deputato in votazioni turbate dalla violenza dello squadrismo fascista, fatta di intimidazioni e aggressioni denunciate in parlamento dal deputato socialista Giacomo Matteotti, che per questi motivi sarebbe stato rapito e ucciso nel giugno dello stesso anno. Da questo ennesimo crimine il fascismo, dopo una crisi di circa sei mesi, esce accentuando i suoi tratti repressivi e tirannici: con il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 vengono infatti lanciate le cosiddette leggi fascistissime e con esse si arriva alla soppressione di tutte le libertà. E' in questa fase che Gramsci cerca di dare al partito una linea diversa da quella estremista e settaria imposta dal precedente, e primo segretario, Amadeo Bordiga. Egli cerca di italianizzare il bolscevismo, consapevole che la fase rivoluzionaria in Occidente era irrimediabilmente passata e che in quel momento, pur così difficile, occorreva un lavoro di lunga lena, di radicamento e costruzione del partito stesso nel vivo della società italiana, di un nuova politica di alleanze, ma per far ciò era necessario conoscere l'Italia, la sua storia, il suo sviluppo contraddittorio, a cominciare dalla "quistione meridionale", cui Gramsci dedica nel 1926 un saggio rimasto incompiuto.

Dopo aver partecipato al terzo congresso dei comunisti italiani, a Lione nel gennaio del 1926, egli rientra in Italia ormai strettamente controllato dalla polizia ed infine, nonostante l'immunità parlamentare, viene arrestato l'8 novembre dello stesso anno. Inviato dapprima al confino a Ustica e in seguito sottoposto a processo e condannato, il 4 giugno 1928, dal Tribunale Speciale, composto da fedelissimi del regime, costituito da Mussolini proprio nel '26 per reprimere i reati politici. Operante per tutto il ventennio, questo odioso organismo fu sciolto nel '43 con la caduta del regime.

Gramsci fu condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione, da scontare nel carcere di Turi di Bari dove rimase dal 19 luglio 1928 al 14 novembre del '33, afflitto da tutta una serie di malattie, aggravate dallo stato di detenzione. Trasferito nel '33, sempre come carcerato, nella clinica del dott. Cusumano a Formia, nel '34, in libertà condizionata, viene ricoverato alla clinica Quisisana di Roma. Muore in seguito a emorragia cerebrale il 27 aprile del 1937.

Anche Gramsci, come Machiavelli, vive dunque in un periodo particolarmente travagliato.

Guerra e dopoguerra, il crollo in Europa del vecchio mondo liberale, il successo del fascismo e del nazismo, la costruzione dei regimi totalitari, tirannici ma fondati anche su una relativa mobilitazione delle masse in un intreccio fra coercizione e consenso.

In carcere Gramsci sostanzialmente riflette sui motivi, anche remoti, della sconfitta della democrazia e del socialismo e su come ricostruire in Italia un sistema democratico di tipo nuovo, rifiutando schematismi e impossibili scorciatoie, quali quelli suggeriti fino alla metà degli anni trenta dalla Terza Internazionale. Il suo cervello, finché ha potuto, ha quindi funzionato, lasciandoci due documenti di eccezionale valore umano e culturale, forniti di uno spessore storico, filosofico e politico di portata straordinaria, mi riferisco ovviamente alle Lettere dal Carcere e ai Quaderni del Carcere. Opere che furono rese note al pubblico soltanto dopo la sua morte a Liberazione avvenuta.

Ottenuto il permesso di scrivere, Gramsci inizia la stesura dei Quaderni a Turi nel febbraio del 1929 e la interrompe a metà del 1935, ormai esausto e minato irrimediabilmente nel corpo, anche se non nello spirito.

Il piano di studi iniziale è contenuto nella lettera datata 25 marzo '29, destinata a Tania Schucht, sorella di Giulia, in cui le comunica di volersi occupare in prevalenza dei seguenti argomenti: 1) la storia italiana del secolo XIX con speciale riguardo alla formazione e allo sviluppo dei gruppi intellettuali, 2) La teoria e la storia della storiografia, 3) L'americanismo e il fordismo (le nuove frontiere dello sviluppo e della produzione di tipo capitalistico).

La sua intenzione, pienamente riuscita, è quella di lasciare un lavoro valido furewig. Per sempre!

In quei sei anni Gramsci riempie di brevi saggi, di note e di appunti 33 quaderni, contenenti schede di lettura, annotazioni, pensieri, rielaborazioni monografiche di argomenti già in precedenza trattati e raggruppati in quaderni speciali e ancora di traduzioni dal tedesco, dal russo e dall'inglese.

Al Machiavelli e alla sua opera Antonio Gramsci arriva tardi, avendolo all'inizio non solo trascurato, ma giudicato negativamente, senza inserirlo dunque nel suo piano di lavoro.

Solo tre anni dopo, nel nuovo piano di ricerca redatto nel 1932, ottavo quaderno, sotto il titolo generale: "Note sparse e appunti per una storia degli intellettuali italiani", una sezione è dedicata a Machiavelli: "Noterelle sulla politica del Machiavelli", quaderno trentesimo.

Affrontando questo argomento Gramsci parte da un rapporto fra Marx e lo stesso segretario fiorentino: "...questo argomento può dar luogo a un duplice lavoro: uno studio su rapporti reali fra i due in quanto teorici della politica militante, dell'azione, e un libro che traesse dalle dottrine marxiste un sistema ordinato di politica attuale, del tipo Principe. L'argomento sarebbe il partito nuovo nei suoi rapporti con le classi e con lo stato".

Quindi Gramsci procede dall'antimachiavellismo degli anni giovanili, quelli dell'Avanti e dell'Ordine Nuovo, fino al ruolo di primo piano che il Machiavelli occupa nei Quaderni più densi e significativi. Come sostiene Eugenio Garin a questo proposito, per Gramsci "...impegnarsi su Machiavelli non era analizzare un momento qualsiasi della cultura italiana, significava prendere posizione su tutte le questioni fondamentali della storia e della politica del nostro paese".

A questo riguardo allora, vale la pena di ricordare che il suo professore di letteratura italiana, quando frequentava l'università di Torino, Umberto Cosmo, aveva già suggerito al giovane studente sardo di scrivere: "...uno studio su Machiavelli e il machiavellismo" facendo giustizia proprio "...del machiavellismo degenere degli stenterelli", cioè di quegli intellettuali della borghesia italiana capaci di vedere nell'autore del Principe soltanto il teorico della Ragion di Stato, colui che, per basso opportunismo, sacrifica qualsiasi coerenza e qualsiasi ideale superiore. Quindi in carcere, libero da impegni più immediati e cogenti, Gramsci può recuperare il vero Machiavelli, anche di fronte all'uso strumentale fattone da Mussolini, che, pro domo sua, interpreta il Principe come il manuale che giustificherebbe l'uso della forza da parte dello stato "al di fuori, al di sopra e contro tutta l'ideologia liberale". PertantoGramsci si propone uno studio, orientato marxisticamente, sul ruolo del Machiavelli e del suo pensiero nella storia della filosofia politica e anche l'utilizzazione del Principe come modello per proporre una "filosofia della praxis", secondo la formula da lui usata, che sappia fornire indicazioni e soluzioni nell'epoca dei totalitarismi e della società e dei partiti di massa.

Ricordo per inciso che la formulazione "filosofia della praxis" è usata in origine da Antonio Labriola per indicare il marxismo ed è ripresa poi da Giovanni Gentile, autore, nel 1899, del saggio, già ricordato, su La Filosofia di Marx che Gramsci non poteva non conoscere, così come conosceva il giudizio di Benedetto Croce sul marxismo.

Per Gramsci dunque, Machiavelli è un "politico in generale" e "uno scienziato della politica", non solo quindi un politico per passione.

Il Principe è pertanto un "testo di azione politica immediata", che esprime una istanza "necessaria nel suo tempo", quindi né solo un'utopia, né solo un trattato, ma un programma elaborato per operare " su un popolo depresso e polverizzato, per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva". Si tratta del progetto politico dello stato nazionale di cui il segretario fiorentino è l'unico a comprendere la necessità in Italia; il contenuto che il "mito Principe" deve comunicare è la monarchia assoluta, " la forma politica che permette e facilita un ulteriore sviluppo delle forze produttive borghesi" in quanto antifeudale e per questo favorevole alla crescita dei ceti medi urbani e dei contadini della campagna circostante.

Dentro questa prospettiva Machiavelli è il più cosmopolita e progressista di tutti gli intellettuali italiani dell'Umanesimo e del Rinascimento, ciechi di fronte ai grandi esempi europei e sordi "...al richiamo e alla necessità di riavvicinarsi al popolo come hanno fatto le monarchie assolute di Francia e Spagna". Per questo il programma politico e filosofico di Machiavelli può essere definito "giacobino", concetto che nei Quaderni Gramsci rivaluta dopo una avversione iniziale.

Il punto di svolta su questo argomento sembra essere rappresentato dalla lettura da parte di Gramsci del saggio "Le Bolchevisme et le Jacobinisme" dello storico francese Albert Mathiez che, su suo impulso, viene tradotto a pubblicato a puntate su L'Ordine Nuovo nel 1921. Quindi anche in questo caso il Gramsci passa da una visione negativa a una positiva della nozione in esame, il giacobinismo, che finisce con il diventare una vera e propria categoria storica, dotata di un significato concettuale che va al di là della rivoluzione francese, simbolo di una alleanza tra borghesi della città e contadini della campagna per la formazione di un esercito nazionale e di quella che Gramsci chiama più volte volontà collettiva, base del Moderno Principe. Alleanza che rappresentò il vero capolavoro politico dei giacobini francesi che seppero appunto unire il movimento rivoluzionario antiaristocratico delle città con quello antifeudale delle campagne.

Per tale motivo Machiavelli è, secondo Gramsci, un protogiacobino, cioè un rivoluzionario, e di conseguenza Karl Marx può essere definito il Machiavelli del proletariato. Con ciò e in modo veramente geniale, Gramsci rovescia tutte le interpretazioni banali e riduttive del De Principatibus, respingendo le frasi fatte e rimasticate, restituendoci finalmente il Machiavelli vero, studioso e militante, giacobino precoce e acutissimo interprete dei problemi del suo tempo.

Questo punto di vista è ribadito in una lettera a Tania del 7 settembre del 1931 dove si sostiene che Machiavelli: "... attraverso l'organizzazione dell'esercito voleva organizzare l'egemonia della città sulla campagna, e perciò si può chiamare il primo giacobino italiano". Tesi criticata da Gennaro Sasso per il quale la posizione di Machiavelli in campo militare avrebbe solo un significato tecnico e non politico. Viceversa per Gramsci l'alleanza città - campagna è il cuore della politica giacobina ed è per Machiavelli scelta strategica, come lo è nella fase storica in cui scrive egli stesso, e su scala non solo italiana, ma mondiale, l'alleanza fra operai delle fabbriche delle città e i contadini, "...la sola che possa incrinare le basi...su cui il dominio capitalistico si fonda".

Il giacobinismo diventa, lo ribadisco, una categoria di ordine generale che serve al pensatore sardo anche per interpretare la storia italiana del periodo risorgimentale in chiave però molto critica, in quanto caratterizzata da una "rivoluzione passiva", da intendersi come incapacità di costruire una volontà collettiva popolare - nazionale.

Infatti il Partito d'Azione, di ispirazione repubblicana e mazziniana, avrebbe dovuto "...imprimere al Risorgimento un carattere più marcatamente popolare e democratico", contrapponendo alla iniziativa dei moderati, ispirati da Cavour, "...un programma organico di governo che riflettesse in primo luogo le rivendicazioni essenziali della masse popolari, in primo luogo dei contadini". Al contrario questo partito non mancò solo di un programma, ma "...fu sempre... un organismo di agitazione e propaganda al servizio dei moderati" stessi e in sostanza non ebbe una politica per le campagne, riforma agraria e terra ai contadini, anzitutto.

Per Gramsci ogni mobilitazione politica "collettiva, nazionale - popolare" è "...impossibile se le grandi masse dei contadini coltivatori non irrompono simultaneamente nella vita politica. Ciò intendeva Machiavelli attraverso la riforma della milizia, ciò fecero i giacobini nella rivoluzione Francese, in questa comprensione è da identificare un giacobinismo precoce del Machiavelli, è il germe della sua concezione della rivoluzione nazionale".

Quindi, per riassumere, nella riflessione di Gramsci giacobinismo e machiavellismo sono uniti nella capacità di porre in modo radicale il problema della rivoluzione contadina come elemento della volontà collettiva volta a fondare un nuovo tipo di stato, un nuovo potere democratico forte, dotato di un vasto consenso. Per questo il "...moderno Principe (cioè, aggiungo io il partito politico rivoluzionario, in altri termini il partito comunista), deve avere una parte dedicata al giacobinismo" e tale riproposizione deve avvenire "...nel significato integrale che questa nozione ha avuto storicamente e deve avere anche concettualmente".

In tal modo Gramsci assume in toto l'azione politica dei giacobini, non solo per quanto riguarda il tema delle alleanze, ma più complessivamente per il ruolo giocato e l'iniziativa da essi portata avanti nell'intero processo rivoluzionario.

Gramsci di conseguenza condanna il mancato giacobinismo o addirittura, come nel caso di Croce, il timore del giacobinismo prevalente nella cultura italiana e quindi valuta ancora più positivamente il pensiero di Machiavelli, che con la sua opera costruisce un modello di moderna azione politica fondato sull'uso della forza e sulla ricerca del consenso, sulla persuasione e sulla coercizione, perché il Principe è volpe e leone, uomo e bestia, il centauro che solo può vincere la battaglia decisiva.

Da simili considerazioni quindi è semplice per Gramsci risalire al bolscevismo - leninismo che diventa machiavellismo - giacobinismo. Pertanto come Machiavelli è stato uno dei più acuti pensatori borghesi della trasformazione politica, così Gramsci vuole arrivare a comprendere quali siano le dinamiche sottese alla crisi organica di cui è testimone, in relazione specialmente all'esito di questa crisi, l'avvento del fascismo nel dopoguerra italiano, con la conseguente disfatta di tuto il movimento democratico, dai liberali ai comunisti passando per i socialisti.

Se queste analisi possono giustificare un paragone tra la calata dei barbari e la catastrofe della penisola tra fine '400 e metà '500 e la vittoria del totalitarismo fascista, allora anche Gramsci, come aveva già tentato Machiavelli, cerca la strada per liberare il paese dai nuovi barbari, al di fuori e anche contro gli schematismi e le semplificazioni dell'Internazionale Comunista che, per esempio, con la tesi del socialfascismo si era macchiata di un errore politico madornale; errore malamente giustificato da determinati comportamenti dei socialdemocratici tedeschi e comunque, a proposito dell'Italia, dove questa linea era inapplicabile, prima di tutto dopo il delitto Matteotti, uno dei grandi protagonisti del socialismo nostrano, trucidato da sicari fascisti per la sua opposizione al regime e per sue fiere denunce in parlamento.

Questa linea sbagliata fu abbandonata soltanto negli anni fra il '33 e il '35, in seguito alla vittoria del nazismo in Germania e davanti ai pericoli di un colpo delle destre in Francia. Finalmente fu varata la politica del Fronte Popolare, fondata sull'unità delle sinistre, parola d'ordine tradotta da Gramsci in italiano con la convocazione della Assemblea Costituente, obiettivo non raggiunto dai democratici dell'ottocento, ma passaggio indispensabile, come in effetti fu, per la costruzione di un nuovo ordine in Italia. Qui interviene l'intuizione gramsciana del partito come Moderno Principe, ultima ripresa e attualizzazione dei temi machiavelliani.

Come il mitico condottiero tratteggiato e invocato dal segretario fiorentino, così il partito politico delineato da Gramsci deve porsi come guida, alla testa delle grandi masse popolari e proletarie, di una radicale trasformazione politica e sociale e mettere in atto quella "riforma intellettuale e morale" che unica può caratterizzare la rivoluzione nazionale, cioè una rivoluzione che unisca finalmente Rinascimento e Riforma Protestante, élites intellettuali e popolo. Solo così è possibile tradurre in italiano la rivoluzione russa di ottobre e questo è il marxismo di Gramsci che non per niente è stato giustamente definito critico e non dogmatico. Un marxismo che innova rispetto al suo stesso fondatore, in quanto suggerisce di tener conto non soltanto della struttura economica, ma anche, contestualmente, della cultura delle grandi masse, che vanno sottratte all'egemonia moderata e conservatrice, per attirarle viceversa verso un pensiero di radicale mutamento dell'ordine costituito, basato sullo sfruttamento.

Ecco la necessità di un Anticroce, il soggetto in grado di liberare dalla subalternità verso i moderati la maggior parte possibile degli intellettuali italiani e portarli nel campo progressista. Se dunque, riassumendo, in Italia, e in Occidente in genere, non è possibile fare come in Russia, il motivo sta nella differenza sostanziale nello sviluppo fra i due paesi, esistendo nel primo una società civile articolata e differenziata al contrario dell'impero zarista, dove viceversa questa organizzazione era quasi inesistente di fronte alla presenza dello stato e del potere centrale, fiaccato peraltro dal peso di un conflitto lungo e sanguinoso.

A questa differenza deve corrispondere una diversità non solo tattica, ma anche strategica, infatti mentre Lenin ha fatto ricorso con successo alla guerra di movimento sfociata nella presa del Palazzo d'Inverno a Pietrogrado, in Italia è necessaria una guerra di posizione. Uno scontro di lunga lena, che punti alla conquista delle casematte della società civile a cominciare, insisto, dalla lotta per la conquista dell'egemonia culturale, scalzando il primato di Croce sulla cultura italiana, esercitato a cascata dagli intellettuali organici della borghesia, categoria di cui il filosofo napoletano rappresenta una sorta di papa, seguito da un corteo di politici, giornalisti, avvocati, medici, farmacisti, insegnanti, maestri elementari e quant'altro, i quali rappresentano gli officianti in loco, quelli che con la loro attiva presenza e propaganda tengono addomesticate le plebi sfruttate.

Si può dire allora che anche Gramsci studia il passato per capire il presente e per progettare il futuro, il suo non è uno studio per così dire disinteressato, anche se condotto con tutto il rigore che gli era consentito dalle sue condizioni di uomo privato della libertà; egli cerca di utilizzare in modo originale una determinata tradizione culturale, cercando sempre di coniugare una forte sensibilità critica e una profonda consapevolezza dei caratteri del tempo storico in cui l'oggetto del suo studio si inserisce, con l'esigenza di trarre lezioni per il presente e soprattutto per quel domani che noi sappiamo non essere stato troppo lontano rispetto al momento in cui scriveva le sue note.

Come Gramsci, anche Machiavelli, mai dimenticando di essere stato cancelliere della Repubblica, si rivolge a chi non sa; egli parla al popolo della città e delle campagne, a quel popolo fiorentino che ha espresso Savonarola, profeta disarmato, ma profeta e che quindi Machiavelli tutto sommato apprezza.

Questo popolo, date le circostanze, deve essere persuaso ad avere un capo, un Principe, cui anche un repubblicano convinto deve rivolgersi perché lo esigono i tempi, se veramente si vogliono cacciare i barbari dall'Italia e costruire un "Principato Nuovo" attraverso una prassi rivoluzionaria.

Al tempo di Gramsci questo condottiero è il partito politico, un organismo collettivo e non un eroe personale, anche se "il prigioniero" pensa pure a una figura come quella di Lenin e forse anche a quelle figure di tipo cosmico - storico di cui parla Hegel pensando a Napoleone Bonaparte,

che il grande filosofo tedesco vide passare davanti alla sua finestra definendolo: "lo spirito del mondo a cavallo". Ecco, il Principe invocato da Machiavelli è appunto un eroe di stampo hegeliano, e il suo testo, di scienza e di azione politica, reclama anche una incarnazione, la realizzazione di un ideale nella forma umana e drammatica del "mito".

Si potrebbe allora ricordare, andando verso le conclusioni di questo tentativo di analisi, che Gramsci, come è stato già sostenuto, vede in Machiavelli una sorta di "alter ego" collocato in un'altra epoca, un uomo appassionato, non solo un teorico, ma un politico in atto che ricorre a metafore e appunto a "miti". Qui Gramsci ricorda Sorel, per colpire la fantasia popolare, per educarla ed elevarla, proprio come deve fare il rivoluzionario del Novecento, che potrà raggiungere i suoi obiettivi solo se sarà in grado di rappresentare antropomorficamente e simbolicamente la "volontà collettiva", quella sintesi che si costruisce in vista del raggiungimento del fine politico, come quello indicato da Machiavelli, in modo veemente, nell'Exhortatio finale del suo manifesto, liberare l'Italia dallo straniero perché "...a ciascuno puzza questo barbaro dominio".

Oggi, dice Gramsci, il Moderno Principe è il Partito Comunista, il soggetto che deve promuovere un rinnovamento integrale della società attraverso quella "riforma intellettuale e morale" che è anzitutto una riforma economica, perché è proprio la riforma economica il modo in cui si presenta e si realizza la riforma intellettuale e morale, la via attraverso la quale si abbatte il capitalismo e si costruisce il socialismo.

Il Moderno Principe così "diventa la base del laicismo", di una completa "...laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti politici", giacobino perché in grado di esercitare l'autorità attraverso il consenso, perché dotato di armi proprie, perché capace di costruire una nuova egemonia, che è qualcosa di più complesso della semplice dittatura del proletariato, egemonia volta alla costruzione di uno stato dove dovrà scomparire la distinzione tra governanti e governati per arrivare alla "società regolata", all'autogoverno.

Anche a Machiavelli si adatta dunque quella definizione di profeta che lui stesso aveva usato per definire Savonarola, perché anche in Machiavelli, come suggerisce Michele Ciliberto nel suo recente volume, opera sicuramente una lucida ragione insieme a una passione che rasenta l'utopia, che raggiunge addirittura la follia di un progetto tanto necessario quanto difficilissimo, se non impossibile da realizzare, come in effetti accadde, nella situazione data. Altro che cinico, dunque, Machiavelli è insieme un grande realista, ma anche un altrettanto grande idealista, che delinea un processo storico progressivo in senso democratico e popolare per abbattere il feudalesimo e costruire un nuovo stato fondato sui ceti subalterni e soprattutto dotato di un esercito che proprio da queste masse tragga la sua origine e legittimazione.

Come Marx, che vuole superare il capitalismo, anche Machiavelli, pur angosciato dal desiderio più profondo di non staccarsi dall'ideale repubblicano, vuole "...costruire il consenso attivo delle masse popolari per la monarchia assoluta, in quanto limitatrice e distruttrice dell'anarchia feudale e signorile e del potere dei preti, in quanto fondatrice di stati territoriali e nazionali", infatti "... la monarchia assoluta ha in quei tempi una forma di reggimento popolare, si appoggiava ai borghesi contro i nobili e anche contro il clero", non per niente il Duca Valentino, cioè Cesare Borgia, preso in qualche modo a modello dal Machiavelli, pone fine all'anarchia feudale in Romagna appoggiandosi ai mercanti e ai contadini.

Machiavelli non manca dunque di senso della realtà, ma è anche un patriota, ecco la sua positiva doppiezza: osservatore razionale e politico visionario, mette insieme arte politica, arte di governo e arte della guerra al servizio di un progetto che si sarebbe realizzato soltanto più di trecento anni dopo; ragione e follia, sempre secondo Ciliberto, ma follia non come stravaganza, bensì come: "...capacità di contrapporsi alle opinioni comuni, di rischiare il tutto per tutto inerpicandosi sul crinale che divide la vita dalla morte, di combattere affinché le ragioni della vita, cioè della politica e dello stato, possano prevalere sulle forze della crisi e della degenerazione".

Tuttavia, come accadrà a Gramsci di fronte alla catastrofe del fascismo, Machiavelli, nonostante tutti i suoi tentativi, finisce con l'essere il testimone della rovina del nostro paese, come a sua volta sostiene Alberto Asor Rosa nel suo altrettanto recente "Machiavelli e l'Italia. Resoconto di una disfatta", sconfitta che provoca l'asservimento dell'Italia e lo smarrimento della stessa dignità nazionale,.

"Franza o Spagna, abbasta che se magna", era la reazione di un popolo stremato e sopraffatto, legato al massimo a un residuo campanilismo, derivato dal ricordo ormai sbiadito dello splendore delle città stato, rovinate anche dalle loro insanabili discordie, interne e reciproche. Debolezza della politica? Crisi economica e rifeudalizzazione? Debolezza o meglio isolamento e poi asservimento della cultura? Debolezza militare? Prevalenza di un individualismo amorale e asociale? Tutto questo conduce a secoli di servaggio che hanno fatto dell'Italia soltanto una "espressione geografica.

Due tuttavia sono i momenti in cui forte è stato il tentativo di riscatto nazionale, pur con tutti i limiti che si possono individuare, il Risorgimento e la Resistenza, fasi in cui il paese è stato capace di rialzarsi e di combattere per la sua libertà e indipendenza, con il concorso positivo di intellettuali e popolo in armi, tra l'altro, a dimostrazione che in Italia valgono più i volontari degli eserciti regolari; i garibaldini dell'impresa dei Mille, gli uomini e le donne dei moti del '48° a Milano, a Roma e a Venezia, i contadini e diciannovenni, soldati della prima guerra mondiale, il popolo partenopeo delle Quattro Giornate di Napoli, le brigate partigiane della lotta di Liberazione..

Comunque sembra certo che una dicotomia tra politici, intellettuali e popolo si sia spesso verificata, essendo i primi più disposti a compromessi, spesso i più deteriori, con il potente invasore e/o autocrate di turno, mentre i secondi si sono più marcatamente divisi tra i cortigiani, disciplinatamente al servizio del potere, e quanti invece si sono rivelati più sensibili alla propria autonomia e alle patrie libertà, a cominciare da padre Dante, l'esiliato che lamenta quanto sappia "di sale lo pane altrui" e che prorompe, auspicando l'avvento di un redentore, nella famosa invettiva: "...ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello". Si potrebbe continuare con Petrarca, il già menzionato Michelangelo, Giordano Bruno, Galilei, Campanella e le altre vittime della Controriforma e poi Vico, Giannone, Cuoco e ancora fino a Foscolo e persino a Leopardi, che, se non sbaglio, secondo Francesco De Sanctis nel '48 sarebbe salito sulle barricate e che comunque apre la sua raccolta dei Canti con l'invocazione all'Italia:

O Patria mia, vedo le mura e gli archi

e le colonne e i simulacri e l'erme

torri degli avi nostri

ma la gloria non vedo,

non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi

i nostri pardi antichi. Or fatta inerme,

nuda la fronte e nudo il petto mostri!