PER LA CRITICA

Notturno buffo di Giorgio Mascitelli, Milano, Effigie, 2017

GLI AVATAR DI MASCITELLI

di Gualberto Alvino

Giorgio Mascitelli è uno scrittore di razza. La sua straordinaria perizia nell'amministrazione della cosa linguistica (qualità non marginale in un'epoca da basso impero come la nostra, in cui la padronanza grammaticale in letteratura è un bene rarissimo e sempre meno richiesto), unita alla pronuncia sicura, al ritmo turbinoso dei trapassi e alla sapiente manipolazione della materia narrativa richiama alla mente, fatte le debite distinzioni tematiche e formali, un solo contemporaneo di pari valore: il Michele Mari delle misure brevi (al netto delle tentazioni gaddesco-macaroniche che ne inficiano il dettato).

Ma i racconti di Notturno buffo (Milano, Effigie, 2017) hanno ben poco della densità e della brevitas che il genere esige, perché gli undici pezzi che formano la silloge non sono, si badi, individui testuali autonomi legati da un comune disegno, ma tessere musive, stazioni d'un solo itinerario, e si dica pure capitoli d'una narrazione continua i cui protagonisti (tutti accomunati da una straziante ingenuità, ma non creaturali in quanto fortemente problematici e ragionativi fino alla rimuginazione ossessiva e paranoide; tutti abitati dai medesimi risentimenti contro una realtà insensata e atrocemente contraddittoria in cui stentano a riconoscersi) sono a ben vedere un unico personaggio fratto metonimicamente in più declinazioni, a sua volta alter ego del narratore, del quale condivide idiosincrasie, ideologia, visione del mondo e soprattutto linguaggio (un postino e un gelataio si esprimono esattamente come la voce narrante, ergo sono stilisticamente e culturalmente eguali tra loro e avatar del narratore).

Nessuna polifonia, dunque, nessun intreccio di voci in questo universo monologico in cui non accade quasi nulla (il lettore in cerca di plot avvincenti e trepidazioni da entertainment rimarrà deluso perché i momenti statici, ossia descrittivo-argomentativi, prevalgono di gran lunga su quelli dinamici - con nessun danno, s'intenda, quanto a resa estetica). Un universo veicolato da un lessico umoristicamente aulico (mingere, allorché, al postutto, desco, disdoro, ove, cagionare, financo, aver agio, siffatto, rimembranze; numerati i popolarismi espressivi e gli stereotipi: «A me l'ironia m'ha rovinato», «Se non c'era l'ironia ero a Londra», «non prometteva nulla di buono», «le cose si mettevano male», «racconto kafkiano», «fare il passo più lungo della gamba»; si registra un solo anacoluto mimetico assai ben motivato e situato: «Io in fondo non me ne frega niente») e da una sintassi prestigiosa scandita in volute ipotattiche d'amplissimo respiro spesso prive d'interpunzione per riprodurre il magmatico flusso dei flash mentali che prelude puntualmente alle sciagure quotidiane da cui sono travolti gli inetti e vinti soliloquianti:

gli uni sogliono prendere con delicatezza le lenti e spruzzarvi dalla debita distanza un gas benefico che si liquefa e rende i vetri intagliati intatti agli umori della giornata e solo in un secondo momento essi frizionano accuratamente la superficie concava grazie all'aiuto di un minuscolo panno appositamente predisposto affinché il liquido redentore si sparga con lenta imparzialità in ogni dove e i più diligenti avranno in premio della loro acribia di non abbisognare di un altro panno per asciugare la distesa vetrosa e di risparmiare così tempo ed energia da dedicare alla pulizia delle stanghette [...]

Naturalmente qualcuno potrebbe preoccuparsi a questo punto e chiedersi angosciosamente se questo non sia un racconto sull'alienazione dei postini e pertanto debba attendersi che continuerò a descrivere tutti i giri di consegna che mi toccheranno per far emergere la ripetitività della mia funzione fino all'impazzimento o alla ribellione miei o all'irritazione irrimediabile anche del lettore meglio disposto [...]

«Questo campionario di un'umanità stramba e un po' balenga - avverte correttamente la quarta di copertina, in cui si ravvisa la mano dell'autore - non è nient'altro che l'immagine deformata [...] di quello che rischieremmo di diventare noi a seguire le regole, esplicite o sottointese, di questo nostro tempo». È proprio qui il maggior pregio di questa quinta prova narrativa del prosatore lombardo: una quotidianità minima, normale e concreta criticamente refertata in ogni minimo dettaglio, spietatamente frugata da acutissimi specilli sociologici, ma costantemente insidiata da circostanze ed eventi para- o decisamente surrealistici: una miscela altrettanto originale che vincente.