GIUSEPPE LUPO: LE FABBRICHE CHE COSTRUIRONO L’ITALIA

di Pasquale Guerra

Nel febbraio 2020 le edizioni de Il Sole 24 ore pubblicano Le fabbriche che costruirono l'Italia, una raccolta di articoli apparsi settimanalmente sulle pagine del quotidiano economico milanese nel periodo luglio-settembre 2019, una vera e propria rubrica con l'inoppugnabile titolo di Viaggio nell'immaginario industriale. Il progetto inizialmente prevedeva un percorso in dieci tappe tra l'Italia delle grandi aree industriali dismesse, abbandonate e deserte o trasformate e con diversa destinazione d'uso.

Il viaggio di G. Lupo, in realtà, è quasi un diario di bordo perché l'autore ha visitato di volta in volta i luoghi che poi ha raccontato, trovandovi a volte indifferenza, in alcuni casi sospetto, in altri silenzio o una contenuta accoglienza. Ha visitato archivi e centri di studio e documentazione sorti per conservare la memoria di ciò che c'era stato.

Le tappe del viaggio, tuttavia, si sono moltiplicate nel senso che alle dieci se ne sono aggiunte delle altre, altri percorsi, altre visioni; e poi, in vista della pubblicazione, ne sono state inserite altre ancora.

Cosa racconta G. Lupo? Narra un'Italia che aveva creduto nella grande svolta dopo gli anni della ricostruzione, quella svolta che aveva finito per delineare gli anni Sessanta, il boom economico, e che apriva una nuova pagina, quella di un Paese a grande vocazione industriale.

I luoghi narrati sono le aree di Settimo Torinese con la Pirelli, Arese e l'Alfa Romeo, Bagnoli e l'Ilva, Rescaldina e la Bassetti, Sesto S. Giovanni che nell'immaginario collettivo era la Stalingrado d'Italia. E poi gli stabilimenti Olivetti a Pozzuoli e il sogno di Enrico Mattei nella Basilicata che il nostro autore ama definire ieratica e bizantina e l'area di servizio di Villoresi Ovest nella visione di futuro ideato e progettato da Angelo Bianchetti (1958). Infine Mirafiori, Marghera, il polo industriale di Terni, Ottana e l'Eni in Sardegna e altro ancora.

Il racconto, quello che abbiamo definito come un particolare diario di bordo, è costellato anche da citazioni letterarie e non solo. Ci sono gli scrittori che hanno definito la fabbrica e i problemi che ne sarebbero scaturiti tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta, Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Nanni Balestrini, ma anche Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli (1945), testo che ha influenzato e non sempre positivamente il giudizio di alcuni scrittori sul mondo contadino e sulle trasformazioni che erano in atto. Si citano ancora Michele Prisco, Carlo E. Gadda e Leonardo Sinisgalli ingegneri letterati, Claudio Magris, Giovanni Testori e Eugenio Raspi che con Inox (2019) ha portato il suo sguardo all'interno delle acciaierie di Terni, ed Ernesto De Martino con la sua sapiente analisi antropologica confluita in Sud e magia (1959).

E poi Arnaldo Pomodoro e la sua Colonna a grandi fogli per Mondadori(1972), i pittori di fabbrica, e Nino Franchina con Commessa 60124, una scultura del 1959, lasciata ai genovesi e ora rimossa, le tele di De Chirico, i lavori di Le Corbusier, Giò Ponti e, infine, il Carosello con cui Ernesto Calindri pubblicizzava il suo Cynar "contro il logorio della vita moderna": scrive, a tal proposito l'autore, che fondamentale è il termine "contro", il segreto del successo sta lì. Nei paradigmi di una nazione approdata con ritardo alla soglia della modernità, ma già estremamente convinta di quanto fosse impossibile percorrere a ritroso tale soglia, bisognava trovare gli anticorpi per fronteggiare la paura che serpeggiava nei confronti della nuova civiltà (115).

Non poteva mancare l'omaggio ad Adriano Olivetti, alla sua utopia o nuova visione del mondo, un mondo comunità. E, come in altri lavori di G. Lupo, una colonna sonora impercettibile ma presente che accompagna il lettore da Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano (1966) alle note del violino di Salvatore Accardo, Canto della fabbrica (2017).Questo e altro e non solo altro nel viaggio di Giuseppe Lupo tra le fabbriche che costruirono l'Italia.

Narrare un mondo - scrive l'autore - non implica constatarne la dismissione o manifestarne il rimpianto, piuttosto obbedisce al progetto che fa della memoria la religione necessaria al nostro tempo. Il fatto stesso che ci troviamo a vivere in un presente apparentemente senza vie d'uscita, obbliga a ripensare alle esperienze che ci hanno preceduto, se non altro perché in esse continuiamo a fondare i caratteri della nostra identità e a sperare di trovare soluzioni ai problemi da cui stentiamo a uscire. Non sapremmo più riconoscerci, come nazione, come popolo, se dimenticassimo che appena cinquant'anni da eravamo un Paese in grado di compiere quel miracolo che non fu soltanto economico, ma un salto storico, culturale, antropologico (1).

Docente di Letteratura italiana contemporanea all'Università Cattolica di Milano, Giuseppe Lupo si è occupato in modo particolare di cultura industriale con interventi e saggi tra cui Fabbrica di carta. I libri che raccontano l'Italia industriale (Laterza 2013, con G. Bigatti), e La letteratura al tempo di Adriano Olivetti (Edizioni di Comunità 2016). Collabora a Il Sole 24 Ore.

I suoi romanzi, pubblicati da Marsilio, hanno ricevuto svariati riconoscimenti e premi: L'ultima sposa di Palmira (2011) Premio Selezione Campiello e Premio Vittorini; Gli anni del nostro incanto (2017) Premio Viareggio Repaci e Premio per il miglior libro dell'anno Memorial Gaia Di Manici Proietti, rilasciato da una giuria di studenti liceali; e Breve storia del mio silenzio (2019) selezione Premio Strega 2020.

Per la casa editrice Giulio Perrone di Roma è in uscita A Praga con Kafka. Le vie. Le case. I ricordi. Un viaggio sui luoghi del grande scrittore.