Giulio Cesare Gallenzi, uno del popolo. Uomo del dialogo. Antifascista, progressista, riformatore.

di Mario Quattrucci

Ricordo e rendo omaggio ad un amico che ci ha lasciati: Giulio Cesare Gallenzi, uomo politico della prima Repubblica, popolare dirigente della DC, Amministratore locale, Vicepresidente della Regione Lazio, Europarlamentare per due legislature.

Lo conobbi quando dirigevo la Zona del PCI dei Castelli Romani-Litoranea e lui era, diciamo, il mio omologo nella DC. Ci fu subito comprensione e stima reciproche e con gli anni - ricoprendo noi altre funzioni nei nostri rispettivi Partiti, ed avendo occasioni molteplici di incontro confronto e collaborazione istituzionale e politica - divenne amicizia schietta e duratura.

Il nostro dialogo iniziò nel vivo delle grandi iniziative per la pace e la libertà del Vietnam. Gallenzi, insieme all'altro stimato Giorgio Pasetto, che allora era sindaco di Anzio, accettò di incontrare pubblicamente - ricordo che una parte dell'incontro avvenne nella grande casa/studio di Ardea dello scultore Giacomo Manzù - un inviato di Ho Ci Minh in Italia, e di organizzare con questo emissario incontri ufficiali con le Amministrazioni Comunali da loro dirette. Insomma Giulio Cesare e Giorgio, con una parte cospicua della DC del Lazio, si schierarono apertamente per la cessazione del terribile e catastrofico intervento militare americano. E non fu poco.

In anni successivi ebbi il compito, per conto della Segreteria romana e regionale diretta da Luigi Petroselli, di tenere i rapporti, diciamo diplomatici, con gli altri partiti dell'arco costituzionale. Il che voleva dire, tenuto conto della forma organizzativa di quei Partiti, con i dirigenti delle varie correnti che li componevano.

Gallenzi era a quel tempo un importante dirigente della Base, come allora si denominava il più avanzato e sul piano della elaborazione culturale teorica, a mio parere il più qualificato raggruppamento della sinistra DC. Di quella parte del partito democratico cristiano, cioè, che aveva avuto ed aveva tra i suoi esponenti e rappresentanti i Dossetti, i La Pira, i Gronchi, Zaccagnini, Rita Anselmi, Martinazzoli..., ed esprimeva e veniva elaborando modernamente la politica e l'ideologia cristiano sociale che molto aveva dato alla Resistenza ed alla elaborazione della Costituzione Repubblicana. Di uno degli esponenti maggiori della Base, l'ideologo e politico Giovanni Galloni, che ricoprì anche il ruolo di Vicesegretario della DC, Giulio Cesare era il principale collaboratore. Fui invitato a partecipare come uditore a molte delle riunioni di quel Gruppo, ed ebbi modo così di conoscere approfonditamente non solo le posizioni e le linee di quella corrente, ma anche il pensiero e le qualità politiche non comuni di Gallenzi. Le quali fra l'altro non erano astratte ricerche ed elaborazioni teoriche ma si esprimevano in una prassi concreta fortemente riformatrice, in una attiva e non criptica difesa della democrazia costituzionale, in un rifiuto aperto della discriminazione anticomunista e in una permanente ricerca di dialogo con le forze laiche e di matrice socialista - non solo il PSI ma anche il nostro Partito. E ciò ovviamente significava un aperto contrasto con quelle tendenze interne alla DC che, dal '47 in poi, avevano guidato la restaurazione capitalistica e il tentativo di cancellare i valori e le conquiste della Resistenza: tendenze, correnti destrorse, conservatrici, legate e subordinate al Vaticano, sospinte ad una guerra fredda continua, sorrette dai poteri forti italiani e internazionali (Confindustria, Confagricoltura, multinazionali, grande finanza e via cantando) e dall'Amministrazione americana sempre dominante e ingerita negli affari interni italiani. Tendenze, correnti che usando e abusando del grande potere acquistato giunsero fino alle soglie e al tentativo di colpo di stato, alla strategia della tensione, alla collusione coi poteri criminali.

Contro tutto ciò Gallenzi e i democratici cristiani della sua parte hanno apertamente lottato. Sempre - era questo un assunto fondamentale e irrinunciabile -all'interno del grande partito democratico cristiano, poiché sempre convinti che al di fuori di esso sarebbero stati presto emarginati e che se non la DC - da rinnovare e riportare alle sue origini di partito del popolo, semmai di "centro che guarda a sinistra", e alla sua vocazione sociale, resistenziale, costituzionale.

Era su queste basi, e non solo - come erroneamente pensava una parte, sebbene minoritaria, del mio partito - per il sistema di potere, per il dominio dei mezzi d'informazione, per il clientelismo (tutte cose, in verità, che c'erano e contavano molto) ..., era su queste basi che la Dc raccoglieva quei vasti consensi in tutte le classi ed i ceti anche popolari, fra le masse contadine, e fra la stessa classe operaia, nei settori del lavoro culturale e fra gli intellettuali. Ecco: Gallenzi è stato uno degli artefici e costruttori di questo rapporto e consenso di massa, e quindi in questo agire politico ed ideale lui e la sua parte non potevano non incontrare quelle forze riformatrici quali noi comunisti siamo stati dal '45 in poi. In tutti i momenti alti o bui della vita nazionale ci fu questo incontro: contro il fascismo risorgente; per la difesa dei diritti costituzionali; per una politica internazionale di pace e di coesistenza pacifica (specialmente dopo la fine del papato pacelliano e l'avvento di Giovanni XXIII) e di convivenza civile nel nostro Paese; negli anni di piombo; sul terreno delle riforme sociali e civili che, sia pure con fatica e con grandi lotte di massa, le classi lavoratrici, le donne, la cultura democratica italiana, strapparono al dominio capitalistico, all'oscurantismo clericale, alla subalternità internazionale.

Sia chiaro ancora una volta, come noi comunisti abbiamo sempre affermato prima della stupida ed improvvida condanna del cosiddetto consociativismo: per quanto agguerrita e intelligente fosse la nostra opposizione, per quanto grandi estese e coraggiose fossero le lotte di massa nessuna conquista sarebbe stata possibile senza uno sbocco politico, e tale sbocco non ci sarebbe stato senza che quella parte, di sinistra, della DC non avesse piegato le resistenze della parte conservatrice del partito democristiano e dei poteri dominanti.

Ma la mia amicizia personale con Giulio Cesare (scherzavo a volte con lui su questo nome altisonante che però, dicevo, ben si addiceva al mio ricordando i due storici populares dell'antica Roma) ..., la mia amicizia, dicevo, non fu legata alle affinità politiche ed alla collaborazione, da diverse posizioni, per il bene comune. Essa si sviluppò invece quando intesi e vidi la convinzione del suo agire politico e umano, la sua onestà, il suo sincero e mai abbandonato comandamento che avevamo in comune: lavorare e fare quanto è possibile fare non per sé ma per gli altri, per la comunità, soprattutto per i lavoratori e gli indifesi. E farlo non in termini di carità, ma concretamente modificando le condizioni di vita del popolo, rendendo più civile umano e socialmente progredito il nostro Paese.