Per la Critica

GIANFRANCO CONTINI, ANTONI[N]O PIZZUTO, LETTURA, ANZI RI-LETTURA DI UN’AMICIZIA

di Cristiana Pagliarusco

Questo contributo intende svelare un aspetto umano più che umanistico del filologo e accademico domese Gianfranco Contini e la scintilla che accende il discorso avviene dopo l'affascinante lettura dell'epicedio "Antonino Pizzuto, investigatore," pubblicato in Ultimi Esercizi ed Elzeviri dal filologo nel 1988, dedicato all'autore e amico palermitano Antonio Pizzuto (1893-1976). Il titolo da sé esplicita la volontà del critico di rendere omaggio e onorare il gusto narrativo dello scrittore siciliano. La difficoltà maggiore che si pone davanti, nel riferire circa questa "superissima" amicizia, come spesso apostrofata da Contini e Pizzuto stessi, e la successiva ricchezza delle conversazioni-narrazioni intercorse tra i due scrittori è data dal tono alto del dialogo, che qui si deve ridurre ad una semplice urgenza emotiva di ripercorrere in breve la storia di un'amicizia "eccessiva" in tutto, che tracima l'orlo dell'equilibrio fisico, mentale e professionale.

L'incontro diretto con la scrittura di Pizzuto avviene con l'opera Si riparano bambole del 1960 - Siribambole, come abbrevia Pizzuto stesso nel carteggio fittissimo con Contini.[1] La scrittura di Pizzuto è intrigante, forse in parte per una personale "Neigung"[2] (inclinazione) per il Joyce di Dedalus e Finnegans Wake.

Piano piano ci si addentra nei testi successivi, in Sinfonia (Lerici, Milano, 1966), in Ravenna (Lerici, Milano, 1962) e infine in Signorina Rosina (Macchia, Roma, 1956). Sembra un percorso a ritroso cronologico del tempo di stesura che prevede di reperire i testi di Pizzuto in piccole biblioteche di paese.[3] Poi, per un po', "Dello scrivere difficile,"[4] o meglio del leggere difficile ci si deve prendere una pausa con Pizzuto, ricordando anche le parole di Cesare Segre quando scrisse che del "virtuosismo [Pizzutiano] ... ci si stanca di ammirare,"[5] commento che per un periodo raffreddò non poco i suoi rapporti con Contini.[6] L'intenzione è tuttavia di non deporre le armi, usando un "treffend"[7] caro al gergo militare del questore in pensione. Nasce, al contrario, il desiderio di capire cosa leghi Pizzuto così profondamente all'innovazione nella narrazione letteraria del Novecento, per esempio anglofona (vedi il sopracitato Joyce), o francese (per gli evidenti incroci spazio-temporali che richiamano al nouveau roman di Michel Butor). Cosa di Pizzuto attrae Contini è reso evidente dalla densa corrispondenza che a tratti lo vuole ritardatario nella replica. Scrive:

...purtroppo la mia vita accademico-proserpinea mi consente solo un trimestre l'anno (circa) di approssimativa esattezza epistolare, di disponibilità al gratuito, di vacanza all'io e al non-io.[8]

Le scritture dei due autori lentamente si contaminano, si fanno una eco dell'altra, trovando Contini, in Pizzuto, un degno acrobata della parola e della sintassi che ottimamente si presta alla ricerca grammaticale (o pre-grammaticale) della propria opera.

Gli epicedî di Contini sono due e appaiono rispettivamente il primo in "Leggere" II (1989), ristampato in Amicizie con il titolo "Antonino Pizzuto, investigatore," e il secondo su "La Repubblica" il 26 Novembre 1976[9] con il titolo redazionale "Antonio Pizzuto: il Joyce italiano." Entrambi sono poi riuniti insieme in Postremi Esercizi ed Elzeviri (1988) e apriranno anche l'edizione Sellerio di Si Riparano Bambole del 2001, per concessione dell'editore Einaudi, nell'ambizioso progetto curato da Gualberto Alvino di riproporre l'opera pizzutiana avvertendone (forse) la maturità dei tempi.[10] La scrittura di Contini nel suo tributo allo scrittore palermitano è toccante e coinvolge anche chi non abbia mai conosciuto, letto, o riletto Pizzuto, condensando in due "paginette" la vita dello scrittore, senza giudizi, attraverso una serie di frammenti, che, per onorare Pizzuto stesso, finiremo qui per chiamare "tessere," o "legami microscopici,"[11] di un'esistenza votata alla sperimentazione del romanzo e delle lingue stesse che lo compongono.

La prima tessera continiana soddisfa già una delle idee coraggiosamente portate avanti da Pizzuto, quella cioè dell'opposizione tra raccontato e narrato. Contini rappresenta la nascita dello scrittore palermitano in una scena, un collage di immagini evocate da Pizzuto stesso forse fomentato da "il cibo esotico e il sakè"[12] durante uno dei primi incontri a Roma al ristorante cinese di via Borgognona, vicino a Piazza di Spagna. È il 12 Marzo del 1909. Joe Petrosino, poliziotto e investigatore campano (non siciliano, come scrive erroneamente Contini forse anch'egli vittima delle letture d'infanzia di "un settimanale poliziesco piuttosto volgare"[13]) naturalizzato statunitense in missione segreta a Palermo per combattere la mafia siculo-americana Black Hand della Famiglia Morelli, viene assassinato forse per mano dello stesso Vito Cascio Ferro, detto il Capo dei Capi, durante un incontro con un falso informatore a Piazza Marina. L'eccidio investe l'abito bianco di Pizzuto, che "aveva deferito alla bellezza della stagione (proprio) vestendosi di bianco e calzando scarpette di tela."[14] Contini incalza con una precisa scelta lessicale invitando il lettore a soffermarsi su quell'investitura che celebra, attraverso un "casuale accidente giovanile, o invece di mito pervaso di significato, quell'atroce imbrattamento"[15] che consacra Pizzuto nella professione di Petrosino. Attorno a lui una scenografia quasi da film noir. Vero o verosimile che fosse il racconto di Pizzuto a Contini, resta una versione quasi onirica di un "imbrattamento," o meglio di una positiva "contaminazione," più che di scarpette, di un animo già ricco di sensibilità non solo artistiche. Certo è che un moto interiore travolse Pizzuto in quell'attimo descritto incitandolo all' impegno civile e alla battaglia per la legalità. Cosa che fece, postergando non di poco l'ingresso nel proscenio dei romanzieri di talento. In questo primo quadro della scena pizzutiana si inseriscono, attraverso la voce di Contini, due punti fondamentali dell'opera di Pizzuto che il critico vuole celebrare e volutamente imitare, la rivoluzione lessicale e la funzione fenomenologica della narrazione. La prima è per Pizzuto, e ugualmente per Contini in qualità di critico e di scrittore, un'urgenza, o meglio una condizione necessaria per la polifonia di cui si vuole dotare la nuova scrittura del romanzo. La seconda, che dalla prima scaturisce, traduce l'opposizione tra "raccontare" e "narrare" così cara allo scrittore palermitano sulla quale egli fonda tutta la propria filosofia di riferimento, come scriverà su "Vedutine circa la narrativa" nel 1964, gettando un ponte tra sé e il semiologo francese Roland Barthes. Nel riferire a Contini circa quell'investitura sacra suggellata dal sangue e "dalle cervella zampillanti dell'ucciso,"[16] Pizzuto aliena i fatti dalla storia, aggiungendo che egli ivi si trovava stazionante "davanti alla Questura o a un Commissariato."[17]. Fatto improbabile, o diremo alieno alla storia, visto che in quella data, certifica Contini, Pizzuto "non aveva ancora compiuto sedici anni."[18] Ci troviamo davanti ad un collage di eventi che nella loro anacronismo disegnano un ritratto dell'autore palermitano che perfettamente riflette il processo creativo dello stesso e quindi la sua esistenza.

Il ritratto di Pizzuto per mano di Contini prosegue. Lo vediamo già investito "nella professione di Petrosino (di cui) come si sa, toccò alti vertici"[19]. Contini disegna una mappa senza precisi riferimenti. Tuttavia, attraverso cenni ellittici e riferimenti microscopici ci rivela tutta la sostanza dell'amico, per onorare la maniera in cui lo scrittore palermitano procede nei suoi romanzi, attraverso cioè uno "sgocciolio di parole" i cui legami o riferimenti, in questo caso bio-bibliografici, devono essere scoperti via via con una lettura attenta, come indica appunto Cesare Segre in I Segni e la Critica del 1969.

Della professione di Questore o Vicepresidente dell'Interpol, Contini poco ci riporta, ma di certo esalta in Pizzuto la "virtù professionale" in ogni azione dimostrando l'enorme amore per le istituzioni, la sua totale fedeltà allo Stato, il suo "carattere impolitico," come scrive Francesco Erbani,[20] che gli fa temere la deportazione per sé stesso e per la famiglia dopo il suo rifiuto di trasferirsi a Salò.[21] Contini abilmente non racconta troppo, come avrebbe voluto Pizzuto letteralmente e letterariamente. Ci lascia invaghire di questa personalità sincera. Attraverso una coppia di nomi, onorando la passione per la sintassi nominale di Pizzuto, "pupilli thailandesi" (si noti anche la caratteristica "promozione dell'aggettivo a sostanza"[22] già osservata da Contini), e "Elefante bianco" del "Siamo,"[23] Contini sottolinea la forte inclinazione per le lingue dell'autore palermitano.

Egli ricorderà in più di uno scritto il plurilinguismo Pizzutiano (vedi la lettera del 13 febbraio del 1969), l'intreccio continuo, a tratti vorticoso di lingue e linguaggi appartenenti agli ambiti più disparati. Come sottolinea Salvatore Butera,[24] il pastiche di Pizzuto contribuisce alla lezione sul romanzo di Michail Bachtin. Butera, nel saggio "Un Nuovo Linguaggio"[25] ricorda la definizione di Bachtin circa il romanzo come totalità, "fenomeno pluristilistico, pluridiscorsivo, plurivoco... in cui lo stile è l'unione degli stili; la lingua del romanzo è il sistema delle 'lingue'"[26] e fa notare come Pizzuto aderisca a questa definizione nel momento in cui abbandona "l'idea di una lingua astratta e codificata per creare una lingua altra, diversa, originale, creata come mosaico sulle ceneri dell'italiano"[27]. Contini sottende la conoscenza ampia delle lingue classiche, come il latino e il greco che compaiono direttamente, con inserti o frasi o citazioni, o indirettamente per osmotica acquisizione della loro sintassi e morfologia, dovuta alla lunga frequentazione di Pizzuto con quelle letterature. Analogamente ci comunica la familiarità di Pizzuto per le lingue moderne, come il francese, il tedesco, l'inglese, e per le lingue orientali, un interesse che Pizzuto rivela a Contini nelle sue lettere frequentemente e che Contini conferma in "Nota per l'ultimo Pizzuto:"[28]

Non è inutile [...] sapere che Pizzuto aveva letteralmente appreso qualche rudimento del cinese [..]notoriamente la più gloriosa del tipo non munito dell'opposizione nome: verbo.

Contini allude alla ricerca di Pizzuto di una struttura linguistica diversa, dove appunto non emerga la classica opposizione tra nome e verbo, che Contini osserva attentamente anche rileggendo le lettere che Pizzuto scrive alla moglie del filologo, Margaret, da lui tradotta con il nome Telstar, in riferimento ai satelliti per le comunicazioni inviati in orbita nel 1961 e 1962 e per alludere alle uguali funzioni di Margaret nel tenere vive le conversazioni tra Pizzuto e Contini, quando quest'ultimo fosse oberato dallo studio e dai viaggi. Pizzuto scrive infatti di essersi accostato alle lingue orientali per la loro sostanziale pregnanza di istanze nominali: "in cinese (mi dicono) se dico: wo ai ni, significa io ti voglio bene; ma alla rovescia, ni ai wo, che tu vuoi bene a me."[29]

Proseguendo la lettura dell'epicedio continiano, il filologo fa smettere le vesti di uomo del dovere e ci introduce il Pizzuto "pensionato," ovvero colui che finalmente a riposo può dedicarsi totalmente, insaziabilmente alla letteratura. L'interesse che Contini rivela su il "Corriere della Sera" dopo essere stato "colpito al cuore" da Signorina Rosina (pubblicato da Romano Bilenchi e da Mario Luzi nella "Novissima" collana narratori della Lerici), e da Si riparano bambole (ripubblicato da Sellerio), indispettisce alquanto un giovane Pasolini che in una lettera rinfaccia a Contini di devolvere i suoi favori a un pensionato. Contini non risparmia a Pasolini quel sentirsi "abbandonato," ma qui il filologo non se la prende solo con lui, ma con tutta la critica, da Cesare Segre a Giovanni Raboni, che lo accusano di "eccessivo" zelo celebrativo per il pensionato scrittore-poliziotto dalle parole gravide di significato. Contini, invece di abbassare i toni, alza la voce e palesa il suo dolore nell'aver conosciuto Pizzuto anche troppo tardi:

Conobbi Pizzuto con un ritardo di cui mi dolgo. Fu Cesare Brandi a spronarmi a leggere un autore che, diceva, sembrava fatto apposta per piacermi.[30]

Anche Brandi rifiuterà più tardi "il suo (di Pizzuto) fiato all'alpinismo di sesto grado,"[31] facendo eco ad un discorso che aveva già iniziato con la critica pasoliniana.

Percorrendo la via che lo porta ad incontrare lo scrittore, Contini ci svela il suo percorso di educazione pizzutiana:

Io cominciai con Ravenna (1962), e confermai il mio entusiasmo risalendo il corso di Signorina Rosina e Si Riparano Bambole (dall'autore contratto in Siribambole); ed eccomi dinanzi al loro fisico produttore.[32]

Contini amplifica e mostra tutta la sua personalità di uomo, critico, filologo e amico. Ostenta, come succede a qualche lettore, le sue idiosincrasie, le sue predilezioni, magari gli eccessi. Non teme di mostrare la sua singolare pietas verso uno scrittore di tutto rispetto e si impegna a rendere pubblicamente onore a questa figura della cultura avvicinata e ammirata, come in molte altre occasioni ha fatto per altri, annoverandoli nella notevole serie di epicedî, di ricordi che si risolvono in rievocazioni storico-critiche, costruite da una mente infaticabile capace di archiviare fatti, cose e filosofie, necessari e costitutivi apparati dell'artigianato filologico. Con Pizzuto, Contini mette in luce la ricchezza umana, che è ancora più evidente nei testi editi in Pagine Ticinesi.[33] Gli epicedî a Pizzuto trasudano la decisività alacre, elegante, accorata, umana con cui Contini ha spesso guidato studiosi ancora aspri o scrittori decisamente ruvidi ed irregolari.

Descritta la figura evidentemente toccata dagli anni e dagli accidenti, come dopo una "apparizione...dominata dalla vivacità degli occhi, non turbativa perché solcati da ondate di benevolenza,"[34] Contini ci apre le porte, e forse il cuore, di questa "amicizia che rendeva diversa dalle altre possibili il tipo anomalo di discorso, capace di tutti i contenuti gravi e magicamente abile a trasformare le futilità."[35] Tra sorpresa e riflessione, studia la modesta vita di Pizzuto ricordando "il locale che gli serviva da pensatoio singolarmente sprovvisto di libri per uno munito di una cultura classica e filosofica in più lingue d'inaudita vastità."[36] Quasi in un'immagine speculare, ci rivela che è la memoria a serbarne tutto il tesoro, come se la mente fosse "riempita" di quella cultura i cui eccessi sono dovuti allo spontaneo traboccamento di tale copiosità. La cultura di Pizzuto ecletticamente si fonda su tre auctoritates, Platone, Petrarca e il suo maestro di teoretica fenomenologica Cosmo Guastalla, che Contini vuole esaltare.

Per connessione verticale, giacché Pizzuto male avrebbe accettato la scelta solo lessicale di associazione, come scrive nelle sue note a Pagelle I, Pagelle II e Ultime e Penultime, Contini si sofferma su un particolare del pensatoio Pizzutiano, quel "balconcino di via Fregene...progressivamente inondato di sole fino al solstizio d'estate,"[37] che abita tante pagine della corrispondenza tra i due amici, ma anche della vita di Pizzuto. Ogni 22 giugno, "Pizzuto, osservatore senza pari, notava che un certo raggio cominciava minimamente a retrocedere, e per un po' era attanagliato da un'angoscia che si può solo definire, con le sue parole, 'contrappunto tanatologico."[38] Inevitabile il rimando, spesso reiterato nelle lettere all'Atto I, scena II del Timone di Atene di Shakespeare, riferito al verso "Men shut their doors against the setting sun,"[39] a rivelare la paura mortale di essere rifiutato dal mondo letterario e accademico per la sua età ormai avanzata, forte e consapevole della sua rivoluzione narrativa. Contini ricorda spesso questo dettaglio, questi "legami microscopici, ... particolari minuti,"[40] come scrive Segre, e non nega al "vegliardo atticciato"[41] la sua memoria della pizzutiana paura anche nella lettera dell'11 luglio del 1970 spedita da Firenze, quando augura a Pizzuto "che la declinazione verso l'equinozio ripristini il flusso,"[42] in questo caso anche delle liquidità editoriali.

Tornando al "sentimento del tempo," Contini ci ricorda un'altra "ossessione" pizzutiana, ovvero la marcatura precisissima di ogni epistola con la data e indicazione dell'ora esatta. Ma non solo il tempo è "corollario singolare"[43] della scrittura di Pizzuto. Lo spazio è un altro testimone della sua narrazione, concretizzando quella sostanza-forma che fa da cassa di risonanza dello stile, come avrebbe egli stesso argomentato nell'Appendice a Paginette dopo ampi scambi di vedute con Contini. Le lettere scritte in diagonale, "finissimi cartoncini bristol, bianchi dopo essere stati azzurrini"[44] e i "fogli (di misura doppia dei cartoncini) su cui un vortice di appunti lessicali e ritmici, bicolori, neri e rossi,"[45] chiamate da Contini "tavolozze," marcano la linea di confine tra una scrittura confidenziale e un'altra arditamente letteraria che l'amico filologo conosce solo da Paginette a Sinfonie.

Man mano che l'epicedio volge alla fine, un po' come la prosa e la vita di Pizzuto, Contini si fa più articolato e il lessico più specifico, ricercato, quasi ad accordarsi con le pagine di Sinfonia che contengono "certi accordi [che] scatenano in lui una bufera fisiologica."[46] Ricordando l'amico, lo rappresenta a tendere l'orecchio verso le campane di San Pietro, "per confermarsi nel sospetto che diano un accordo di terza."[47] Conclude rimandando all'opera di Joyce, precisamente all'ardita sperimentazione di Finnegans Wake la cui stesura occupò lo scrittore irlandese per diciassette anni, in un'acrobazia di scelte linguistiche, di ellittiche predilezioni sintattiche, "epifanie" nominali di fronte alle quali uno scrittore come Pizzuto non poteva rimanere indifferente. Parimenti, la critica non poteva accorgersi dell'uno (Joyce) e tralasciare l'altro (Pizzuto), omissione che Contini non perdona:

Anormale è che uno scrittore della sua portata sia male accessibile in comune commercio. Anche chi avesse riserve su Finnegans Wake non si sognerebbe di non stampare tutto Joyce. Qui invece pare che tocchi passare per maniaci ad auspicare che sia sanata quest'anormalità.[48]

Contini non manca di far sapere a Pizzuto, in lento spegnimento fisico nell'Ottobre del 1971, il suo sostegno, anche quando lo propone per missiva autografa al Premio Feltrinelli riservato alla narrativa in data 3 ottobre 1971:

Mi permetto di osservare che i principali prosatori e letterati della generazione di Pizzuto (nell'ordine Moretti, Cecchi, Baldini, Palazzeschi, Cicognani, De Robertis, Gadda, Sbarbaro, Montale; mancano solo, ma perché accademici, Bacchelli e Longhi) hanno già avuto in questa sede [premio Feltrinelli, appunto] il loro giusto riconoscimento.[49]

L'epicedio "Antonio Pizzuto, investigatore" è il risultato di una riflessione profonda sull'opera dello scrittore palermitano che nasce a distanza di anni dalla morte di quest'ultimo, e per questo va interpretata più come monito alla critica, una sorta di intimazione al risveglio delle coscienze critiche del tempo. Al contrario, l'epicedio che va sotto il titolo redazionale "Antonio Pizzuto: il Joyce italiano" pubblicato il 26 novembre 1976, a tre giorni dalla morte di Pizzuto, canta l'amico, il "fratello maggiore della «nuova avanguardia»"[50] che presto rimane solo nella sua esperienza narrativa, nella sua erfahrung (esperienza) compositiva, consapevole che spesso "Men shut their doors against the setting sun." Contini quasi si rimprovera di non aver fatto abbastanza per quell'uomo:

sobrio, modestamente vissuto nella sua solitudine troppo ascetica per essere chiamata piccolo-borghese, ... prigioniero delle gravi fratture, degli incidenti, dell'artrosi e soprattutto dell'agorafobia, [che] spiava il primo allungarsi delle ombre il 21 di giugno e con ansia attendeva che si accorciassero, tornassero alla vita, per Natale.[51]

L'amicizia per l'uomo stimato, appassionato della vita, vince anche sul filologo che con ironia ripete l'aggettivo "eccessivo" adoperato con connotazione oltremodo negativa dalla critica nei confronti di Pizzuto per disegnare un ritratto accoratissimo e superlativo dell'amico:

Perché Pizzuto era un grande amatore della vita, quest'uomo eccessivo nel riso, eccesivo nel pianto, eccessivo nell'amore, eccessivo nell'amicizia. Era un mio amico. Consentitemi di non dire altro.[52]


Cristiana Pagliarusco has recently received a PhD in Humanities from the University of Trento where she studied the ekphrastic Anglophone poetry inspired by the works and life of the modernist American painter Georgia O'Keeffe. Her research focuses on the intersections between the visual and the verbal media with the aim to highlight the importance of affiliative and affective relationships among artists and intellectuals in contemporary age and global contexts. She has worked as an interpreter, as a teacher of English for the Faculty of Engineering and Management of the University of Padua, and for the Scuola Interpreti e Traduttori in Vicenza. She is tenured teacher of English Language and Culture in an Upper Secondary School in Vicenza, Italy. She has presented her research in international conferences in Europe and Italy, and several articles have been published on literary journals.


[1] Il carteggio è curato da Gualberto Alvino, massimo esperto dell'opera di Pizzuto ed edito da Polistampa nel 2000 con il titolo Coup de Foudre, Lettere 1963-1976.

[2] Contini-Pizzuto, Coup de Foudre, cit., p.10.

[3] La cittadina di Arzignano in provincia di Vicenza raccoglie una serie di opere dello scrittore in evidente omaggio e ricordo di una conferenza tenuta dallo stesso Pizzuto nel 1973 pubblicata con il titolo "A Arzignano" su "Il Chiampo - rivista della vallata," n°55, dicembre 1973, p.10, poi raccolta in Ultime e Penultime.

[4] "Dello scrivere difficile" è pubblicato su Nuovi Argomenti, n.s., n°14, aprile-giugno 1969, p. 55-64 e successivamente in Pagelle I, per Il Saggiatore, Milano, 1973.

[5] Cesare Segre, L'«Hypnopaleoneomachia» di Pizzuto, in I Segni della Critica, Torino, Einaudi, 1969, pp.209-227.

[6] Il momento viene commentato così nell'articolo di Giuseppe Mazzocchi, "Per Cesare Segre: linee di un maestro" (345) facendo riferimento proprio alle parole di Segre stesso in Per Curiosità. Una Specie di Autobiografia (Einaudi p.149).

[7] Contini-Pizzuto, Coup de Foudre, cit., p.7.

[8] Contini-Pizzuto, Coup de Foudre, cit., p.17. Contini si scuserà spesso con Pizzuto per le "troppo tardate; e ahimè fugacissime" lettere, p.29.

[9] Contini-Pizzuto, Coup de Foudre, cit., p.7.

[10] La stessa "maturità dei tempi" che Contini aveva auspicato alla fine dell'epicedio "Antonio Pizzuto: il Joyce italiano."

[11] C. Segre, I Segni e la Critica, p.212.

[12] G. Contini, "Antonio Pizzuto, investigatore," p.191.

[13] Contini qui fa riferimento ad un fumetto uscito tra il 1938-39, "Le sensazionali avventure del celebre Petrosino" del fumettista Ferdinando Vighi. È tuttavia poco probabile che Contini, allora ventiseienne si dedicasse a tali letture. Più facilmente, Contini può ricordare di aver letto un romanzo a fascicoli "Le memorie di Petrosino, il Terrore della Mano nera," prima versione di "Joe Petrosino, il Terrore della Mano Nera" di Guglielmo Stocco.

[14] G. Contini, "Antonio Pizzuto, investigatore," p.191.

[15] G. Contini, "Antonio Pizzuto, investigatore," p.191.

[16] Ibidem.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.

[20] Francesco Erbani, "Il Poliziotto che diventò scrittore," La Repubblica, 16 Maggio 1998.

[21] All'epoca di Rapin Rapier (1944), Pizzuto si trova a Roma dal 1930 e lavora presso la Direzione Generale della Pubblica Sicurezza ed è incaricato, paradossi della burocrazia fascista, di controllare la corrispondenza privata di Mussolini con i familiari.

[22] G. Contini, Ultimi Esercizi ed Elzeviri, p.43.

[23] Pizzuto firmerà molte delle sue lettere con Siam, specialmente nella corrispondenza del 1971 raccolta in Coup de Foudre.

[24] Salvatore Butera è giornalista. Collabora con Il Sole 24 Ore, Il Giornale di Sicilia, La Repubblica Torino. Appassionato di letteratura ed esperto dello scrittore Pizzuto, Butera è l'autore di Comunicare Pizzuto. Studio su Antonio Pizzuto uno degli scrittori più originali del Novecento (2012).

[25] https://letturalenta.net/wp-images/blog/salvatorebutera.pdf

[26] Bachtin M., Estetica e romanzo, 1975, traduzione italiana, Torino, Einaudi, 1979, p.69.

[27] S. Butera, "Un Nuovo Linguaggio," cit.

[28] G. Contini, "Nota per l'ultimo Pizzuto," Napoli, Cronopio, 2001, pp.280-281.

[29] A. Pizzuto, Telstar, Lettere a Margaret Contini, a cura di G. Alvino, Firenze, Polistampa, 2000, p.84.

[30] G. Contini, "Antonio Pizzuto, investigatore," p.192.

[31] Ibidem.

[32] Ibidem.

[33] Il volume Pagine Ticinesi (1986) è stato curato da Renata Broggini, ricavato dal supplemento di Dovere di Bellinzona, intitolato Cultura e azione (28 febbraio-20 giugno 1945).

[34]G. Contini, "Antonio Pizzuto, investigatore," p.192

[35] G. Contini, "Antonio Pizzuto, investigatore," p.193.

[36] Ibidem.

[37] Ibidem.

[38] Ibidem.

[39] G.Contini - A.Pizzuto, Coup de Foudre, lettere 99, 103, 113

[40] C. Segre, I Segni e la Critica, cit. p.212.

[41] G. Contini, "Antonio Pizzuto, investigatore," cit. p.192.

[42] G.Contini -A.Pizzuto, Coup de Foudre, cit., p.215.

[43] Ibidem.

[44] G. Contini, "Antonio Pizzuto, investigatore," cit. p.194.

[45] Ibidem.

[46] Ibidem.

[47] Ibidem.

[48] Ibidem.

[49] G. Contini-A. Pizzuto, Coup de Foudre, cit., p.242.

[50] G. Contini, Ultimi Esercizi ed Elzeviri, cit., p.194.

[51] G. Contini, Ultimi Esercizi ed Elzeviri, cit., p.195.

[52] Ibidem.