GIANCARLO DE CATALDO,

IO SONO IL CASTIGO.

UN CASO PER MANRICO SPINORI

di Valerio Calzolaio

Roma. Novembre 2019. Il melomane sostituto procuratore della repubblica di Roma Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Rick Contino Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda sta godendosi un calice di vino nel foyer del Teatro Costanzi, è appena finito il secondo atto della Tosca (col cadavere caldo di Scarpia), ma il cellulare vibra, lui è di turno, legge il messaggio e prende rapidamente un taxi per raggiungere la scena di un decesso cruento. Trova il cadavere di un personaggio famoso vittima di un incidente stradale sul tratto discendente di via delle Fornaci dal Gianicolo verso San Pietro, era a bordo ma non guidava una Iso Rivolta Fidia del 1973, notevole macchina d'epoca, roba costosa da collezionisti. Un testimone oculare aveva avvertito un botto e poi un urlo, l'auto schiantata sulle antiche mura, il passeggero senza cintura sbalzato dall'abitacolo, l'autista coperto di detriti e sangue uscito dallo sportello accartocciato. Spinori si fa portare dalla macchina di servizio all'ospedale Santo Spirito, dove era stato ricoverato il conducente, Gilberto Mangili, tuttofare del testaccino signor Stefano Diotallevi, in arte Mario Brans o Ciuffo d'Oro, settantaquattro anni, cantante pop nei Sessanta, poi bravo e sincero intrattenitore nel mondo dello spettacolo, ancora molto attivo come produttore discografico e conduttore televisivo, sempre donnaiolo. Sembra non ci sia molto da indagare, finché presto non viene fuori che qualcuno aveva tagliato il tubo che porta il liquido ai freni, la Fidia era stata sabotata, si tratta di un omicidio e bisogna scovare chi e perché ha ucciso. Nello stendere la lista di potenziali nemici (interessati ai soldi o illuse esordienti, "priffe o pelo") si capisce che i nomi non mancano, Diotallevi aveva il vizio delle ninfette, era moralista e strafatto, al limite il colpevole poteva essere provvisto di coscienza. Tutti gli investigatori hanno altre beghe: Spinori una madre 76enne un po' svampita, il bel figlio Alex aspirante musicista e Maria Giulia Lodi, una nuova affascinante conoscenza femminile, alta e mora, informatica.

"Ho cercato a lungo un personaggio che potesse tenermi compagnia per molti libri. Ora l'ho trovato", spiega nella fascetta gialla il bravo magistrato e grande scrittore Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956). L'autore non è un melomane di gioventù (ben conosce Cohen e Zappa), a un certo punto ha riscoperto l'impatto emozionante con l'opera lirica, che gli ha scombussolato la vita e, ora, anche l'identità letteraria. Manrico (dal"Trovatore") è un gran bel personaggio, perfetto per mescolare l'esperienza professionale e la passione musicale di De Cataldo con due differenti generi narrativi. Il credo è rigoroso: "non esiste esperienza umana -delitto incluso- che non sia già stata raccontata da un'opera lirica. Bisogna individuarla. E rimettere al centro della scena il melodramma della realtà". Si comincia con due cadaveri, così, come da copione giallo. Seguono tutti i riti dell'indagine, sia letterari che istituzionali. Uno degli investigatori, però, ovvero il garantista protagonista, è concentrato sulla ricerca dell'opera (lirica) giusta di riferimento per quel caso reale, altrimenti non tutto potrà tornare. Ecco perché mantiene sempre la calma e ha una prodigiosa statistica di successi. Certo, l'unica altra fonte potrebbe essere Shakespeare (peraltro molto musicato da Verdi), qui comunque siamo soprattutto fra melomani che si fanno l'occhiolino, anche se il godimento è per tutti, rockettari compresi, basta avere il piacere di intrattenersi con letture intelligenti. La narrazione è in terza fissa al passato, con toni divertiti e romaneschi. Il titolo è tratto dal "Rigoletto", ma ho contato almeno altre dieci opere esplicitamente citate con simpatia e arguzia, musiche e libretti di tanti. Spinori non è De Cataldo, è sì gentiluomo ma per antiche origini nobiliari (ricche e ora dilapidate), è sì affascinante e godereccio ma separato e frivolo, è sì immerso in turbinanti storie di vita ma ha una madre ancora ludopatica, non scrive capolavori e altri romanzi ma ha un autore che si fa il verso per suo tramite (pure descrivendolo alto e bello). Vero è che i punti di vista di entrambi sul lavoro giudiziario a piazzale Clodio tendono ad assomigliarsi (anche sulle intercettazioni invadenti e sui vizi mediatici), non può che diventare uno splendido personaggio seriale mite e ironico, contornato da una variegata squadra di donne, tre poliziotte, la gentile coordinatrice Vitale, la bassa sarda Orru, la nuova bella "fascista" Cianchetti, e l'efficiente segretaria Brunella. Un goccio di Sancerre per addolcire la pillola, bollicine per festeggiare. Whisky torbato (e non rum) col cioccolato fondente.