FORO ROMANO

di Aldo Pirone

CONTINUISMO

Godot è arrivato. Si candida. Mi riferisco all'ex ministro Marco Minniti che ha comunicato ufficialmente all'assemblea nazionale dem di voler concorrere per la carica di segretario del PD. Dopo una lunga e finta incertezza trascinatasi per diversi mesi tra il lusco e il brusco, finalmente la cosa è ufficiale. Oggi il politico calabrese è intervistato da Claudio Tito su "la Repubblica" e dice quale sarà la sua ricetta per risollevare il PD, la sinistra e lo smunto riformismo.

Certo quanto a logica, il pensiero minnitico è piuttosto difettoso. Anche lui parte dall'assunto che "I più deboli sono stati abbandonati. Anzi addirittura biasimati", andandosene dai nazionalpopopulisti e, perciò, per riconquistarli "C'è bisogno della sinistra riformista". Da ciò, uno potrebbe dedurre che quell'abbandono è stato determinato dalla debolezza riformista del PD, da una mancanza in tutto o in parte di quell'attributo che, come si sa, è divenuto in questi decenni come la pelle di zigrino nelle dotte discussioni dei politici, più concretamente come una copertura per occultare molte vergogne di governo e di opposizione. E, invece, no! Perché il riformismo c'è stato, eccome, tanto che - dice Minniti - "Il Pd non può nemmeno cancellare le politiche riformiste della scorsa legislatura". Quelle, appunto, che hanno ingrossato e ingrassato i nazionalpopulisti.

Claudio Tito - prima della professione di fede nell'idola, direbbe Bacone, riformista - gli chiede conto della ruina del PD: "Perché lei", gli ricorda, "negli anni che hanno preceduto le elezioni faceva parte del gruppo dirigente democratico. E' stato ministro e prima ancora sottosegretario". Il Minniti prima cerca di svicolare parlando di quanto ha fatto bene lui su sicurezza e terrorismo poi, messo alle strette, dice che il verdetto negativo degli elettori "Forse ha riguardato anche il mio operato e ne sento il peso". Apposta si candida, per rimuovere il fardello, riproponendo, sostanzialmente, le stesse cose, ma con una migliore comunicazione massmediologica, meno "aristocratica". Sostanzialmente, e opportunisticamente, non risponde nel merito della contestazione titina. E cioè che le politiche sbagliate del PD, soprattutto sul piano sociale e del lavoro, causa principale del suo crollo elettorale e politico (quello morale c'era già stato), non hanno mai ricevuto, che si sappia, una qualche opposizione o contestazione dall'ex ministro. Diciamo che, come moltissimi altri, ne è stato corresponsabile. Il che non sarebbe poi la fine del mondo, tutti possono sbagliare - anche se di brutto nel caso specifico - ove il candidato Minniti si proponesse un qualche cambio, fondato su una qualche robusta analisi critica e autocritica; invece annuncia le solite cose: venire incontro alle paure e al desiderio di sicurezza dei cittadini che il PD (renziano si suppone) non ha percepito, alle quali ha risposto con le statistiche; quelle sui posti di lavoro erano pure taroccate. Non pare che il cambiamento di politica e di profilo identitario del partito sia il cruccio dell'ex Lothar di D'Alema. Certo qualcosa propone: otto parole chiave - dice lui - in cui spicca la mancanza della questione lavoro, mentre sovrasta quella della sicurezza. Il resto, l'Europa e l'interesse nazionale, l'umanità e le tutele sociali (quali?), la grande alleanza, il campo ampio ecc. è tutta roba che, nella sua vaghezza è trita e ritrita.

Tito gli propone anche il tema del rapporto con Renzi; e Minniti, che a quanto pare ne riceverà l'appoggio, pensa di cavarsela così: "Non essendo stato tra chi ha esagerato nel lodarlo non ho bisogno di prenderne le distanze". Come se fosse una questione di "esagerazione" nell'encomio e non l'encomio in sé che non aveva proprio ragione di essere, anche in minimi termini, visti i risultati ottenuti e le ripetute e catastrofiche sconfitte elettorali subìte.

Alla fine l'intervistatore - forse avendo nelle orecchie l'invito "ritiratevi tutti" fatto all'assemblea dem dalla consigliera regionale emiliana Nadia Tarasconi - chiede a Minniti: "Non pensa che il PD abbia bisogno anche di una nuova classe dirigente?". Risposta: "Quando stavo nel PCI un leader di allora mi diceva: i capi scelgono come successore uno più coglione di loro e la chiamano continuità. Poi a volte si sbagliano e scelgono uno più intelligente e allora lo chiamano rinnovamento. Ecco, io voglio il rinnovamento.

Solo che i capi comunisti - una parte non tutti - trent'anni fa hanno invertito i termini: hanno scelto il più coglione e l'hanno chiamato rinnovamento.

Ma niente paura. Almeno sotto il profilo del rinnovamento non è il caso di Minniti. Con lui a dominare è la continuità. Anzi, il continuismo.

DAI FRATELLI CERVI A GRANDE ARACRI

Il 31 ottobre scorso il tribunale di Reggio Emilia ha inflitto 125 condanne per oltre 1200 anni di pena per scaturiti da "Aemilia", il maggiore processo contro la 'ndrangheta del nord Italia concentrata in Emilia Romagna con propaggini nel Mantovano. I numeri parlano da soli. Un processo di massa per un'infiltrazione di stampo mafioso in terre che una volta sembravano immuni da questi fenomeni. E lo erano perché il territorio era presidiato da una sinistra grande, popolare, radicata nella storia delle lotte operaie e contadine di quella regione ormai non più "rossa". Una volta si parlava di Reggio Emilia per il sacrificio e l'eroismo dei fratelli Cervi, per la Resistenza che e in quelle zone unì al massimo grado il riscatto nazionale a quello sociale e democratico, per la solidarietà che i mezzadri, i braccianti, i contadini e gli operai emiliani seppero sviluppare nel dopoguerra; per una democrazia partecipata diffusa, presidiata non solo da partiti di sinistra forti ma da un associazionismo sociale, culturale, economico e perfino ricreativo senza eguali di cui la "casa del popolo" ne era, insieme, simbolo e struttura portante.

Oggi di quelle terre se ne parla per l'infiltrazione e il radicamento della cosca calabrese grande Aracri di Cutro o per lo scioglimento del comune di Brescello, non perché assaltato dai fascisti come sarebbe potuto accadere negli anni venti, ma perché infiltrato dagli 'ndranghetisti.

Se si vuole capire il disastro sociale e politico subìto dalla sinistra italiana, bisognerebbe analizzare quello che è successo nel tempo da quelle parti. Si avrebbe - al di là delle quotidiane geremiadi dei vari esponenti della odierna e sgarrupata sinistra - materia per comprendere e, soprattutto, operare in direzioni diametralmente opposte a quelle seguite e perseguite in questi ultimi lustri.

L'assessore regionale del PD Mezzetti, di fronte alla sentenza di primo grado, ha dichiarato: "Se in passato ci sono state sottovalutazioni o superficialità di analisi rispetto alla penetrazione delle mafie nel nostro territorio, adesso in Emilia-Romagna nessuno si volta più dall'altra parte, negandone il pericolo. Chi lo dovesse fare si renderebbe complice di una realtà che non è più negabile". A parte quel "se" che denota ancora una reticenza a riconoscere la disfatta e le sue dimensioni, c'è da registrare - stando alle parole di Mezzetti - che c'è voluta la conclusione del processo per indurre qualcuno, che evidentemente lo aveva fatto, a non voltarsi più dall'altra parte. Il punto è che i dirigenti del PD emiliani dovrebbero intendere come e qualmente l'infiltrazione è potuta avvenire. Scoprirebbero che, al di là delle canoniche e consolatorie "superficialità di analisi", c'è il deperimento progressivo e costante di un bagaglio culturale, etico e ideale sostanziato da una prassi politica e sociale che certamente andavano profondamente rinnovati, ma che invece si è preferito dismettere.

Se si scorrono gli articoli, le dichiarazioni, le professioni d'intenti e di fede degli esponenti del PD in corsa o in standby per il Congresso, è tutto un fiorire - a parte i renziani tetragoni a ogni autocritica - di volontà e d'impegni di andare o tornare verso il popolo. Poi, però, i contenuti che possono rimettere in "connessione sentimentale" con il popolo, come sovente e nebulosamente, viene chiamato quell'indistinto ormai sconosciuto (anche in Emilia) non appaiono. Si ripetono sempre le stesse cose sulla "vastità" di schieramenti da creare; una vastità che più si invoca e più diventa, in mancanza d'altro, inversamente proporzionale alla riduzione delle proprie forze effettive. Mentre, nell'opposizione al governo pentaleghista, il PD non riesce andare oltre, essenzialmente, una contropropaganda renziana sciocca quanto inefficace. Anche perché, specie al Senato, i gruppi parlamentari sono stati fatti a immagine e somiglianza dello statista di Rignano.

Tutti insieme, al capezzale del PD, sembrano i confratelli della buona morte.

OBIETTIVITÀ DELL'INFORMAZIONE

"la Repubblica" dice di essere un giornale progressista. Il suo fondatore, Eugenio Scalfari, non fa che rammentarne le radici liberal democratiche e i quarti di nobiltà risalenti ai fratelli Rosselli, al pensiero federalista di Spinelli e Colorni e a tutta la vasta gamma delle correnti rifacentesi al grande pensiero liberal-socialista.

Essendo un giornale di così alta ispirazione culturale, dovrebbe anche essere esempio della cosiddetta "obiettività dell'informazione". Concetto piuttosto ostico da spiegare e, soprattutto, da trovare nell'ampia distesa dei mass media italiani per non parlare dei social network. Chi conosce un po' la carta stampata sa che la non obiettività dell'informazione comincia ben prima di articoli, servizi e commenti, inizia dalla disposizione delle notizie sui menabò delle pagine, sul loro risalto, sui titoli che le accompagnano.

Sabato scorso in Italia ci sono state due manifestazioni: quella di Torino di cui hanno parlato a iosa i mass media, con commenti di vario tipo che nel giornale diretto da Mario Calabresi hanno sconfinato nei ditirambi di Ezio Mauro che con i manifestanti pro Tav mostra un'affinità elettiva; e quella di Roma contro il razzismo indetta da una rete di 250 (c'è chi dice addirittura 450) associazioni. E' stata, quella di piazza Castello, una manifestazione riuscita, con migliaia di partecipanti. Gli esaltatori del "Sì Tav" l'avevano fissata già prima del suo svolgimento nel numero, evocativo, di quarantamila persone. I detrattori, vedi "Il Fatto Quotidiano", li hanno ridimensionati a 25 mila perché tale è stata la valutazione della Questura. Ma la guerricciola dei numeri in questi casi appare alquanto ridicola. Il fatto politico era la piazza piena e il suo orientamento economico e politico tradizionalmente e trasversalmente "sviluppista" (dal PD a FI alla Lega), che non è, come si sa, la stessa cosa dello sviluppo. Basterebbe ricordare in proposito il celebre discorso (1967) di Bob Kennedy sulle bugie insite nel Pil. Il giornale di Mauro, Calabresi e Scalfari ha giustamente messo l'avvenimento con un richiamo e inizio dell'articolo in prima pagina con tanto di foto. Poi avendo scelto di fare il titolo principale sull'assoluzione della Raggi e sugli attacchi di Di Maio ai giornalisti, ha compensato dedicando ai "Sì Tav" tre pagine centrali con una grande foto.

Quella di Roma è stata una manifestazione socialmente opposta a quella torinese quanto a partecipazione sociale. A indirla è stata una vasta gamma di associazioni e gruppi politici della sinistra alternativa. Precari, cassintegrati, famiglie senza casa, immigrati, giovani l'hanno colorata sparpagliandosi alla fine su Piazza S. Giovanni. C'era pure il sindaco di Riace Mimmo Lucano. Lo slogan di fondo non era un sì ma un no; un no alle politiche sociali e dell'immigrazione del governo gialloverde. L'obiettivo principale della contestazione e del dileggio è stato Salvini. Gli organizzatori hanno sparato la cifra di centomila partecipanti, cosa non vera. Non si conoscono i numeri della Questura, troppo impegnata non a contare i partecipanti quanto a fermarli e a perquisirli ai caselli delle autostrade. La manifestazione era nazionale. Comunque anche questo evento è stato un fatto politico. Solo che "la Repubblica" l'ha confinato nella VI pagina di cronaca - mezza pagina, per la verità, perché l'altra metà era pubblicità - con un articolo a quattro colonne ornato da una foto di festosi immigrati neri in primo piano, nessuna panoramica. L'articolo a firma di Roxy Cappelli, però, era oltre modo generoso. Sotto a un titolo a due colonne: "L'onda montante contro il razzismo 'Mai con Salvini siamo 100 mila' ", Cappelli descriveva una " marea montante" di "Oltre 100mila persone tutte unite da un credo, forte, preciso, unico: no al razzismo". Mancava solo: "Impegnativo per tutti". Forse Roxy voleva rimediare alla marginalità della notizia data in cronaca. Ma la sua esuberante descrizione delle testimonianze, dei cori, delle musiche ecc., faceva risaltare ancor più la contraddizione della direzione giornalistica di non aver dato nemmeno un richiamo in prima pagina e una disposizione dell'avvenimento nelle pagine nazionali, visto che, per l'appunto, nazionale e non romana è stata la manifestazione.

Curiosamente, ma non tanto, la stessa cosa ha fatto "Il Fatto Quotidiano" di Travaglio e Padellaro. Notizia in quattordicesima pagina, articolo partecipe ed entusiasta, titolo a sette colonne: "Contro Salvini la piazza c'è. Migliaia per l'accoglienza". Ma, anche qui, nessun richiamo in prima pagina. In prima c'erano i "Sì Tav"; per parlarne male, ma c'erano. A dominare, come per "la Repubblica", era il titolo sulla Raggi assolta.

Di solito quando una notizia importante non viene data, in gergo giornalistico si dice che è stata "bucata".

Quella degli antirazzisti a Roma, Calabresi e Travaglio, concordia discors, l'hanno sgonfiata senza bucarla. Hanno solo tolto il tappo alla valvola di sicurezza.