FORO ROMANO

di Aldo Pirone

FASTI & NEFASTI

EUROPA MON AMOUR

Le elezioni europee si avvicinano. Si terranno in primavera a maggio. E' evidente la crescita nei singoli paesi dell'Unione europea, ultima la Svezia, delle forze di destra, nazionaliste e xenofobe. Dovrebbe essere altrettanto evidente che la loro resistibile marcia è causata, essenzialmente, dall'incapacità delle forze moderate che hanno finora dominato la scena politica continentale - con gran parte delle sinistre del PSE al loro rimorchio - di dare risposte alla questione sociale provocata dai processi di globalizzazione avvenuti nel segno di un neoliberismo sfrenato ancora imperante. In ultima analisi, anche l'intensificarsi di flussi emigratori, principalmente dall'Asia e dall'Africa, verso l'Europa è conseguenza della mondializzazione economica segnata dalla finanziarizzazione e spinta innanzi dalla rivoluzione tecnologica. E sulla paura di questi arrivi, la destra sta giocando in tutti i paesi europei la sua carta politica principale arruolando indirizzando contro di essi la sofferenza sociale dei settori popolari.

Le forze moderate europee, per intenderci l'asse Germani-Francia in termini nazionali, e popolari-socialisti (versione blairiana) in termini di forze politiche, hanno creduto di poter affrontare l'ultima crisi finanziaria ed economica con politiche di rigore e di austerità; dentro un quadro istituzionale dell'Unione governato da un sovranismo più moderato di quello delle crescenti destre nazionaliste, ma pur sempre basato sul principio intergovernativo. Quel sovranismo intergovernativo che bloccherà, con il veto di qualche paese amico di Orban, il recente voto del Parlamento europeo di censura dell'Ungheria per violazione dei "valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze" del Trattato di Lisbona. Il medesimo sovranismo che impedisce di gestire su base europea gli sbarchi dei disperati provenienti dall'Africa; ripartendo, da una parte, gli arrivi fra tutti gli stati dell'Unione e, dall'altra, organizzando un intervento politico ed economico di lungo respiro nei paesi africani di provenienza per, come si dice, "aiutarli a casa loro". Affidarsi solo al buon cuore del volontariato degli Stati è cosa penosa e risibile che, da sola, dà il senso dell'inanità dell'attuale Unione. Una palude che ha consentito a forze xenofobe come Salvini, qui in Italia ma non solo da noi, di sguazzarci dentro a piacimento, giocando di sponda con Orban.

L'unica istituzione che è riuscita a forzare un po' le politiche di rigore e di austerità, ma solo sul piano finanziario, è stata la BCE di Mario Draghi con il Quantitative easing; il solo intervento a carattere europeista. Tant'è che all'annuncio della fine di questo scudo finanziario, i paesi più indebitati, come il nostro, già cominciano a traballare.

Dunque, per sintetizzare, se il sovranismo intergovernativo, socialmente moderato e neoliberista, è la causa principale della crescita del sovranismo estremo di destra, nazionalista e xenofobo, per fronteggiare con una qualche efficacia il secondo bisogna rimuovere radicalmente il primo. Rimuoverlo vuol dire, al punto cui si è giunti di quasi sfaldamento politico e morale dell'Europa, rifondare l'Unione europea su un piano di politiche economiche e sociali improntate alla solidarietà e, su quello Istituzionale, con una democratizzazione sovranazionale e federale. Partendo da chi ci sta. Non c'è una cosa senza l'altra. Né, tanto meno, sia detto per inciso, vi può essere, per combattere il sovranismo di destra, un "sovranismo di sinistra", come sembrano pensare alcuni esponenti della sinistra nel nostro paese. Un sovranismo che sarebbe inevitabilmente subalterno a quello di destra.

Suonano alquanto strambi e retorici, da parte dei nostri maître a penser liberal democratici di ogni grado e colore, i richiami a Spinelli e al manifesto di Ventotene se non si assume di quel testo l'intima connessione fra Unione europea federale sovranazionale e contenuto sociale e progressista, per non dire socialista, della stessa. "Un'Europa libera e unita - si dice in quel testo di tre quarti di secolo fa - è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l'era totalitaria rappresenta un arresto. [...] La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita". Messe al bando le pulsioni rivoluzionarie dovute all'epoca di "ferro e di fuoco", rimane, tuttavia, che oggi il contenuto economico sociale progressista dovrebbe fondarsi sulla messa da parte delle politiche di austerità e la progressiva, ma decisa, messa in comune di bilanci, politiche fiscali, bancarie e finanziarie, del lavoro ecc. in un quadro di moderno neo keynesismo. Cosa che non è nelle corde delle "sei chiavi" proposte da Macron nel settembre scorso per il futuro dell'Europa.

Che senso ha, perciò, invocare larghezza di schieramenti - da Macron a Tsipras dice il provvisorio segretario del PD Martina, oppure, come reclama la Boldrini, "lista innovativa senza simboli di partito" del centrosinistra - indipendentemente dai loro contenuti? Ogni proposta di schieramento - che deve avere una caratteristica imprescindibilmente sovranazionale per essere efficace - non può non avere come obiettivo il cambiamento e la rifondazione nel segno del progresso sociale e del federalismo sovranazionale dell'Unione europea, informato a valori e princìpi democratici che non consentano alcuna adesione da parte degli Orban, dei Kaczyński, dei Kurz ecc.. Per esempio, rendendo sovrano il Parlamento europeo eletto su base transnazionale; con una commissione di governo responsabile di fronte ad esso e non più espressione dei governi nazionali; e con una seconda camera espressione degli stati nazionali come ente di compensazione, controllo e salvaguardia del carattere federale delle nuove Istituzioni europee. Il tutto attraverso un processo democratico costituente che chiami il popolo europeo a pronunciarsi nelle forme che si riterranno opportune. Su questi contenuti bisognerebbe dibattere, approfondire, precisare, rendere popolari e comprensibili al popolo e all'opinione pubblica le proposte di cambiamento e rifondazione europea; e non attardarsi astrattamente sui nomi dei contenitori che vengono dopo. Da parte di chi è di sinistra, non c'è da difendere uno stato di cose e un'Unione che sta affondando se stessa; c'è, invece, da andare all'offensiva per cambiare se si vuole salvare l'idea di unità europea. Per ora, sul discriminante solco rifondativo e socialmente progressista, a farsi avanti è stato solo Cacciari con un suo appello per una formazione o schieramento transnazionale. L'impressione è che le prossime elezioni europee, decisive per il futuro del Continente, siano vissute in Italia, come al solito da parecchi lustri a questa parte, in una chiave tutta provinciale di rapporti di forza nazionali fra forze politiche. E a sinistra, per strapparsi qualche decimo di punto fra partiti e partitini relegati all'irrilevanza politica.

Ma, si dice da parte dei sostenitori delle "ammucchiate" politiche da Macron a Tsipras, giacché i fascisti xenofobi e nazionalisti sono alle porte, bisogna unirsi contro di loro, come si è sempre fatto nel passato. Giusto. Dimenticando il piccolo particolare che l'unione delle forze antifasciste, anche la più larga, in Italia, ma anche in Europa dai "Fronti popolari" in poi, si è sempre fatta su basi progressiste e non certo sotto l'insegna delle forze moderate. Quando in Italia ci si mise sotto quell'insegna, fu l'Aventino. Non servì a fermare la strada a Mussolini.

Merkel e Macron non fermano Orban o Salvini. Ci vuole ben altro.

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GLI AMICI DEL POPOLO

La sobrietà, com'è noto, non è una virtù diffusa nella politica di oggi. Nella temperie della "veduta corta" la propaganda più spiccia e becera (vedi Salvini) domina il campo; la declamazione demagogica la fa da padrona. Tuttavia anche in quest'ampio spazio politico rigonfio di ridicole stupidate, sebbene al momento popolari, c'è chi cerca, riuscendoci, di superare se stesso e tutti gli altri. In questa nobile gara il vicepremier Luigi Di Maio, già aduso a proclamazioni storiche sulla nascita di nuove e terze repubbliche da lui immaginate, e che non si sono mai viste "essere in vero" direbbe Machiavelli, giovedì sera ha segnato un punto su tutti gli altri. Non era facile, ma ce l'ha fatta. "Oggi è un giorno storico! - ha detto - Oggi è cambiata l'Italia! Per la prima volta lo Stato è dalla parte del cittadino. Per la prima volta non toglie ma dà. Gli ultimi sono finalmente al primo posto perché abbiamo sacrificato gli interessi e i privilegi dei potenti ... Abbiamo portato a casa la manovra del popolo che per la prima volta nella storia del Paese cancella la povertà grazie al reddito di cittadinanza". Bomba!

Parlava, il vicepremier, della Nota aggiuntiva al Documento di economia e finanza (Def). Per ora c'è solo un numero che riguarda l'innalzamento del rapporto ipotizzato deficit-Pil dall'16 al 2,4; che annuncia, tra altro, l'aumento del debito non la sua riduzione. I pentaleghisti dicono che questa espansione a debito favorirà una robusta crescita economica e, quindi, una riduzione del medesimo debito in prospettiva. Insomma quasi una partita di giro. O almeno lo sperano. Una cabala più che una certezza. Tutto questo potrebbe essere vero a due condizioni. La prima: se effettivamente le risorse reperite si ripartissero fra aumento dei redditi per le fasce popolari più bisognose e un sostanziale aumento degli investimenti pubblici per stimolare quelli privati onde aumentare l'occupazione stabile. La seconda: se la manovra avesse anche un carattere redistributivo, cioè di trasferimento e riequilibrio di ricchezza dai ceti alti, arricchitisi a dismisura in questi anni di neoliberismo rampante, a quelli popolari e del ceto medio che, invece, si sono impoveriti. Le due condizioni dovrebbero essere tra loro strettamente connesse per parlare, come fa Di Maio, di "manovra del popolo" e, soprattutto, di manovra che ha "sacrificato gli interessi e i privilegi dei potenti". Inoltre, e non secondariamente, la caratteristica redistributiva e socialmente progressista, inesistente nella manovra in gestazione, aiuterebbe a trovare quelle risorse strutturali in grado di sostituire, con il tempo necessario, quelle a debito. Ciò richiederebbe una politica fiscale animata, da una parte, da una seria lotta all'evasione fiscale e, dall'altra, da un'imposizione patrimoniale sui ceti più ricchi. Qui invece si adombrano "paci fiscali" che somigliano molto ai "condoni" dei governi di centrodestra. Inoltre si mette la parola fine anche alla questione del reperimento di risorse attraverso l'eliminazione degli sprechi, quelli veri, contemplati dalle ricorrenti ipotesi di spending review.

Ovviamente, per chi riceverà un aiuto da un "reddito di cittadinanza" ancora da specificare, o dalla limitata revisione della "legge Fornero" (circa 400 mila persone) o dall'aiuto fiscale (dicono un milione di partite Iva) sarà comprensibilmente contento. A sinistra, però, chi non è affetto a prendere lucciole per lanterne dovrebbe sapere che una manovra essenzialmente distributiva può, nell'immediato, far piacere e sembrare di giustizia sociale a chi ne riceve qualche beneficio. Ma il "sembrare" non lo si può confondere con l' "essere", perché, prima o poi, la realtà economica - popolata, piaccia o no, e a me non piacciono di sicuro, dai cosiddetti "mercati internazionali" - presenta il conto. E lo presenta proprio a coloro che sono socialmente più deboli e indifesi. Compresi quelli che oggi, nell'immediato, trarranno sollievo dalla "manovra del popolo".

L'inganno del governo pentastellato e del duo Di Maio-Salvini è di essere riusciti a incanalare la questione sociale dentro un alveo nazionalista e sovranista, facendo così scomparire i nemici interni, per così dire "di classe", della giustizia sociale e dell'espansione economica ambientalmente sostenibile. La partita si svolge fra un centrodestra italiano di nuovo conio populista e il "nemico esterno", l'Europa delle politiche di austerità a marca moderata e neoliberista, sorda a ogni politica sovranazionale di orientamento neo keynesiano: due destre, due sovranismi.

Quello che colpisce di più non sono le lamentele e i lagni di un PD in crisi esistenziale inchiodato ai fatti e fattacci delle sue performance di governo da Monti a Letta a Renzi a Gentiloni, ma la confusione di quelli che, alla sua sinistra, si sentono in qualche modo attratti dalla demagogia pentaleghista. Nicola Fratoianni di SI-LeU non si "straccia le vesti" per lo sforamento del deficit, per lui il problema "è come vengono usate le risorse". Dovrebbe essere anche, e soprattutto, quello della direzione nella quale sono reperite. Potere al Popolo, dal canto suo - preso dalla vecchia e classica politica di sinistra del secolo scorso del cosiddetto "più uno" -, dice che non bisognerebbe rispettare neanche il 3% di deficit dell'Ue: "Contro l'ingiustizia sociale il Def è poco non troppo". Il problema, anche qui, sarebbe la quantità non la qualità e la direzione sociale nel reperimento delle risorse della manovra. Il più contento sembra essere Stefano Fassina. "Finalmente, ritorna la politica sull'economia - dice -, condizione necessaria, ahimé non sufficiente dati i rapporti di forza interni ed esterni, al primato della sovranità costituzionale". Poi avverte la sinistra o meglio il PD: "Continua ad affidarsi al generale Spread per miopi illusioni elettorali?".

Invece, a quanto pare, alcuni esponenti della sinistra sono intenti a prendere direttamente "fischi per fiaschi".

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MIGRANTI ECONOMICI

Ieri sera a "Otto e mezzo" condotto da Lilli Gruber, Paolo Pagliaro, nel suo solito e ben informato "punto", ci ha reso edotti che in questi ultimi mesi molte migliaia di italiani, non fidandosi della politica economica del governo grilloleghista, stanno portando all'estero i loro soldi. Naturalmente si tratta dei nostri connazionali più facoltosi. Il fenomeno non è nuovo nella storia del paese. Nel secondo dopoguerra tanti ricconi portarono i loro capitali in Svizzera per paura dell'arrivo degli espropriatori proletari socialcomunisti. Qui pare che lor signori temano i fulmini dell'Europa, delle Agenzie di rating e il disamoramento dei mercati, cioè degli investitori istituzionali, per il nostro debito pubblic e quindi un possibile default dell'Italia. Fra questi patrioti pare che ci sia, a detta di Pagliaro, anche il ministro Savona, onusto di titoli accademici e di incarichi economici pubblici e privati: ha depositato presso una banca svizzera un milione e trecentomila euro. Il bello è che oggi al Convegno dei giovani industriali, che sarebbero le "giovani marmotte" dell'imprenditoria nazionale, il Savona ha rassicurato che "il debito pubblico italiano è assolutamente solvibile, non c'è nessun problema che l'Italia invochi un default".

Per questo ha portato i suoi soldi nella patria di Guglielmo Tell.

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COLPI DI SOLE

In estate, com'è noto, il sole picchia. L'umidità, poi, enfatizza la calura che spossa le membra e incide anche su alcuni cervelli che, per effetto dell'autocombustione, aumentano sensibilmente le loro emissioni di cretinerie.

Casaleggio junior e Beppe Grillo devono aver risentito parecchio dei colpi di sole. Hanno parlato, l'uno, di un futuro superamento del parlamento grazie alla tecnologia di Internet che consentirebbe a ogni cittadino di scegliere direttamente le soluzioni da attuare per i problemi nazionali e locali; l'altro di una democrazia da superare con l'estrazione a sorte dei rappresentanti di almeno una parte del Parlamento: "Io penso che potremmo scegliere - ha detto - una delle due camere del Parlamento così. Casualmente".

Intendiamoci. La questione del sorteggio dentro un sistema di governo democratico, sempre relativamente all'epoca storica, non è una novità. L'Atene di Pericle e la Venezia dei dogi l'estrazione a sorte la praticarono in modi e per scopi diversi. Così come il tema della democrazia diretta, perfino del suo superamento nel senso dell'assorbimento della società politica in quella politica con l'eliminazione della divisione fra governati e governanti, hanno nutrito le teorie e le utopie di grandi pensatori rivoluzionari, da Rousseau a Marx, da Lenin a Gramsci. Tuttavia l'esperienza storica suggerisce che una democrazia è tale se, oltre a tante altre regole, è strutturata da partiti non solo raccoglitori ma formatori di consensi e di alfabetizzazione politica. La politica è un'attività intellettuale specialistica, la volontà popolare si forma attraverso la mediazione della rappresentanza. Una volta il mito del "buon selvaggio" di origine rousseauiana, così come quello dell'uomo onnisciente e onnilaterale contemplato nel comunismo marxiano erano affascinanti teorie; oggi, le profezie di Grillo e Casaleggio sul cittadino che con un clic decide di tutto e su tutto sono semplici stupidaggini. Le nuove tecnologie possono aiutare a meglio funzionare una democrazia ben strutturata e come tale aperta alla progressiva e incessante riforma sociale, ma non possono sostituire il confronto fra opinioni, impostazioni culturali e ideologiche diverse, lo scontro fra interessi contrapposti, le lotte concrete per raggiungere determinati obiettivi sociali e civili.

Tutto ciò ha bisogno del dibattito pubblico sui media ma anche dell'assemblea, della riunione, del convegno, del seminario, cioè di un confronto vis a vis, non sostituibile dal post o dall'email.

La crisi della democrazia in Italia e, in diversa misura, in tutto l'Occidente non deriva da un eccesso di rappresentanza e dall'ingombro dei corpi intermedi, ma, al contrario, dal venir meno della rappresentatività di partiti, sindacati, e, in generale, dal rinsecchirsi degli strumenti organizzati della partecipazione popolare. Le ragioni sono tante ed epocali, e non è qui il caso di sviscerarle.

E' bene, invece, avere presente non solo l'infantile demenzialità di certe profezie "grillesche", ma l'attualità di social dominati non dal "buon selvaggio" di Rousseau, ma da quello ben più selvatico e seriale immortalato dal crozziano "Napalm 51". Che, non a caso, quasi tutti i politici, in particolar modo gli attuali maggiori leader di governo (vedi Salvini) e di opposizione, imitano quotidianamente e impareggiabilmente.

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MISTERI ACCADEMICI

Settant'anni fa, 14 luglio del 1948, l'Italia rischiò la guerra civile. Quattro colpi di pistola raggiunsero il segretario del PCI Palmiro Togliatti in via della Missione, appena uscito da Montecitorio accompagnato da Nilde Jotti. A sparare fu un giovane siciliano Antonio Pallante. L'avvenimento è stato rievocato da una trasmissione di Rai Storia venerdì sera, condotta da Paolo Mieli e con la presenza in studio dello storico Antonio Sabatucci e di tre giovani storici: Marco Mercato, Ilaria Fassini e Guglielmo Motta. E' stata una ricostruzione onesta e storicamente fondata, non agiografica dell' attività di Togliatti in quei mesi, intercalata da alcune testimonianze dello stesso Pallante ancora vivente, di Nilde Jotti e Pietro Secchia, all'epoca vicesegretario del PCI e responsabile dell'onnipotente apparato organizzativo, scomparsi da tempo. L'attentato, che scatenò una spontanea reazione popolare tracimata in alcune parti d'Italia in veri e propri moti insurrezionali, non fu il frutto di un complotto ma di un clima avvelenato dall'incipiente "Guerra freddda" internazionale. Un clima che proprio il giorno dell'attentato aveva portato, per esempio, Carlo Andreoni, direttore de "l'Umanità" organo dei socialisti del Psli di Saragat, a scrivere che Togliatti bisognava "inchiodarlo al muro", "e non solo metaforicamente", in quanto traditore della Patria. Gli storici e anche i politici che sono tornati su quegli avvenimenti nel corso degli anni, hanno tutti riconosciuto non solo a Togliatti - il quale, come ricordò in una sua testimonianza Mauro Scoccimarro accorso sul posto, aveva avvertito dalla barella dell'ambulanza "attenzione al partito, raccomando la calma" - ma a tutta la dirigenza del PCI, compresa l'ala più radicale, l'immediato intervento per mantenere la rivolta popolare su binari democratici dando come obiettivo delle manifestazioni e dello sciopero generale proclamato dalla Cgil non la presa del potere ma le dimissioni del Presidente del Consiglio De Gasperi e del ministro degli Interni Scelba e dell'intero "governo della discordia, della fame e della guerra civile". Sciopero che Di Vittorio, segretario generale del sindacato unitario, fece terminare il giorno dopo e richiesta politica che, per altro messa in disparte 48 ore dopo l'attentato, fu poi criticata dallo stesso Togliatti in quanto troppo onnicomprensiva e irrealistica. Secondo lui, si sarebbe dovuto puntare tutto sulla richiesta di dimissioni del ministro dell'Interno. L'appello della Direzione del Partito pubblicato il giorno stesso sull'edizione straordinaria de "l'Unità" diretta dal giovane Pietro Ingrao, invitava a manifestare "per la pace interna e per la legalità repubblicana per la libertà dei cittadini". Questo per ribadire che tutto l'allora gruppo dirigente del PCI era orientato a stare sul terreno della democrazia e della legalità repubblicana appena conquistate, malgrado la secca e indiscutibile sconfitta elettorale del 18 aprile precedente.

"Il Fatto Quotidiano", che in fatto di storia è, con il suo direttore Marco Travaglio, notoriamente debole, ha affidato sabato scorso la rievocazione dell'accaduto al professor Salvatore Sechi. Uno scritto alquanto sgangherato; titolo: "Gli spari a Togliatti e il lato oscuro dei comunisti italiani". Non si è capito bene se l'articolo era un estratto del suo ultimo libro "L' apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del KGB sulle nostre imprese. Una storia di omissis", dove si diffonde la solita tesi di un PCI al servizio di Stalin e dell'Urss. Di questa tesi, succintamente ribadita nell'articolo in questione, non vale dire. Basta, a tal proposito, notare come l'esimio accademico confonda il Komintern con il Cominform attribuendo a Togliatti un posto nella segreteria di quest'ultimo; inesistenti sia l'uno che l'altra. Ma la sostanza del pensiero del professor Sechi sta in questa frase: "L'attentato scatenò più problemi di quanti ne abbia risolti. Togliatti non muore". Come a dire che se fosse morto, allora sì che ogni problema dell'Italia sarebbe stato risolto. Purtroppo per il professore non fu così, e per lungo tempo cialtronerie intellettuali come le sue, frutto del gran tour politico compiuto da Sechi nel corso di oltre sessant'anni, dai "Quaderni rossi" di Panzieri alla vicinanza al PCI, al PSI fino alla consulenza con la famigerata e fallimentare commissione Mitrokin istituita dal centrodestra nel 2002 durante il secondo governo Berlusconi, non hanno potuto avere grande audience. Solo oggi possono riemergere con disinvoltura grazie alla complicità di un giornale storicamente sprovveduto e di una generale smemoratezza storica che pervade la politica italiana e i suoi ineffabili protagonisti da bar dello sport.

La cosa è quindi spiegabile con la temperie in cui viviamo, l'unico mistero rimane il titolo accademico di storico del professor Sechi.

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TRESSETTE COL MORTO

LA TRATTATIVA STATO-MAFIA IN UN'IMBARAZZANTE INTERVISTA DI LUCIANOVIOLANTE.

Le motivazioni della sentenza del processo di primo grado sulla trattativa fra pezzi dello Stato e la mafia nella prima metà degli anni '90 mi pare che non abbia fatto grande scalpore. Ormai ci si è assuefatti nel corso degli anni a sapere che tutta la storia della Repubblica è stata segnata da fatti eversivi in cui si sono trovati implicati pezzi dello Stato, Servizi deviati, alcuni esponenti politici in combutta con forze eversive di varia natura. Poi, siamo solo al primo grado di giudizio e, quindi, è meglio attendere la sentenza definitiva. Visto come vanno le cose anche in campo giudiziario, soprattutto quando riguardano fatti eversivi, è d'uopo aspettare. Ma non c'è bisogno di aspettare per ciò che concerne l'attualità politica. Il fatto che oggi riemerga il ruolo di Berlusconi e del suo braccio destro Dell'Utri in una fase di questa storia infinita di tresche eversive con la mafia, non stupisce più di tanto. Già altre sentenze definitive hanno sancito questo rapporto. Quella che stupisce è l'assuefazione di molti antiberlusconiani di una volta ai fattacci che hanno segnato la seconda Repubblica. La loro indignazione sembrano averla esaurita.

Né c'è da aspettare in sede d'indagine storica. Su questo piano è noto ormai da molti decenni che la lotta alla mafia, che una parte della politica, quella di sinistra e democratica, socialista e comunista, laica e cattolica, insieme a servitori fedeli dello Stato repubblicano come il generale Dalla Chiesa e i giudici Falcone e Borsellino, ha combattuto si è da sempre intrecciata con l'altra parte della politica e dello Stato che, invece, con i mafiosi commerciava, faceva patti, stringeva accordi di sostegno elettorale. In Sicilia questa linea di demarcazione passò anche all'interno della DC, dove, i Lima e i Ciancimino, luogotenenti della corrente andreottiana, convissero nello stesso partito con Piersanti Mattarella.

Rammento, a questo proposito, una delle prime tribune elettorali del 1960, quella del 14 ottobre, in cui un galantuomo, come l'allora segretario della DC Moro, dovette rispondere, imbarazzato, a una domanda del giornalista Augusto Mastrangeli di "Paese sera" sul fatto che Genco Russo, "Peppe Jencu", il famigerato capomafia successore di Don Calò Vizzini era niente meno che capolista DC nel comune di Mussomeli dove il mafioso era nato. Cinquant'anni dopo, su "Il Sole 24ore" Guido Compagna ricordò così l'episodio: "Moro diede subito manifestazione di un forte disagio fisico, iniziando ad agitarsi sulla sedia. Il mezzo televisivo è sempre stato implacabile nel mostrare anche i particolari di una mimica scomposta. Così il segretario della Dc, non aiutato dalla sua voce sottile al limite del falsetto, cercò di rifugiarsi in una risposta burocratica: 'Noi come direzione non abbiamo la competenza di esaminare le liste degli ottomila comuni d'Italia'.

La cosa mi è tornata in mente leggendo oggi su "la Repubblica" le risposte imbarazzate e imbarazzanti che Luciano Violante dà in un'intervista su "la Repubblica" siglata s.p.. Alla domanda: "I giudici scrivono che è provato l'allentamento del carcere duro, nel 1993". Il fu Presidente della Commissione parlamentare antimafia così risponde: "Sbaglio o tutti i grandi capimafia sono detenuti o addirittura morti in carcere? Manca solo Messina Denaro, ma verrà anche il suo turno. Se fu una trattativa, fu tutta in perdita...". Dove fra morte in carcere e allentamento del carcere duro non c'è collegamento. L'allentamento del 41 bis era reclamato dai mafiosi perché quel regime impediva loro di comunicare con l'esterno, come ampiamente fatto in passato, continuando dal carcere a dirigere le loro attività criminali. Questa richiesta fu accolta da Berlusconi nel suo primo governo e inserita nel famoso decreto cosiddetto "salva ladri" del ministro Biondi. Non ebbe seguito, com'è noto, per la rivolta dell'opinione pubblica, dei giudici del Pool "Mani pulite" e per l'opposizione della Lega di Bossi. La morte in carcere c'è stata per le condanne subite.

Altra domanda: "La sentenza sostiene che lei avrebbe riferito con 17 anni di ritardo un colloquio importante con il colonnello Mori. Nel settembre 1992, l'ufficiale del Ros le aveva svelato che dialogava in grande segreto con l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, e voleva farlo sentire in commissione anti mafia". E Violante, direbbe il Manzoni, "sciagurato rispose": "Nessun ritardo, quando nel 2008 ho letto sul 'Corriere della sera' una deposizione di Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco, ho subito telefonato a Ingroia per chiedere di essere sentito. Proprio in quelle settimane stava iniziando l'inchiesta, cioè 17 anni dopo il mio colloquio con Mori. Trovo davvero singolare che mi si contesti un ritardo nell'informare l'autorità giudiziaria: a chi avrei dovuto riferire se nel 1992 non c'era alcuna indagine in corso?". Forse da Presidente dell'Antimafia avrebbe potuto fare ben di più che imitarsi a far finta di niente di fronte alle richieste di Mori che pure non accolse. L'intervistatore, poi, ricorda a Violante che nel 1997 il pentito Brusca aveva già parlato della famigerata "Trattativa". Al che l'intervistato risponde: "All'epoca avevo cose più importanti da fare che sentire Brusca e Mori ai processi e non mi occupavo di antimafia, cercavo di fare nel miglior modo possibile il presidente della Camera". Insomma non era di sua competenza. Non avendo esatta cognizione, c'è da dire, di quali fossero le competenze e i doveri di un Presidente della Camera. Ebbe il tempo di interrogarsi su quel che avevano pensato i "ragazzi di Salò" ma non su quel che avevano fatto i "picciotti" di Riina e Provenzano.

L'intervistatore, inoltre, fa presente a Violante: "I giudici scrivono che rivolgendosi a lei, ma anche all'allora direttore degli affari penali del ministero della Giustizia, Liliana Ferraro, Mori svelò la vera natura dei contatti con Vito Ciancimino: non il rapporto con un confidente, ma una trattativa in cerca di una copertura politica. Cosa le disse il colonnello Mori?". Risposta: "Mi spiegò che aveva un'interlocuzione con Ciancimino, gli chiesi subito se avesse informato l'autorità giudiziaria. (Mori sì e lui no? N.d.r.). Mi rispose che intendeva avvalersi della facoltà di gestire un confidente, dunque tenendo riservato il nome. Disse pure che era una cosa più politica che giudiziaria". Appunto, una cosa più attinente a una trattativa politica che non a un percorso giudiziario di pentimento, collaborazione, dissociazione ecc. Non a caso Mori si era rivolto, tra gli altri, addirittura al Presidente dell'Antimafia e non alla Procura della Repubblica. E Violante che dice in proposito? "Non ho mai avuto sentore di una trattativa".

Era solo un tressette con il morto: il povero Borsellino.

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ACCELERAZIONI

Ieri su "La Repubblica" Corrado Augias, che si non raccapezza più da tempo su quel che sta succedendo nel mondo, rispondendo ai quesiti posti da un lettore sulla democrazia, si lamenta su di un aspetto della nostra contemporaneità : "Le comunicazioni sono state accelerate e stravolte - dice - ; l'approssimazione se non la falsità di molti messaggi diffusi in Rete va aumentando". Tutto vero e sacrosanto. Poi aggiunge: "La stessa crisi della carta stampata ne è un sintomo poiché nessun altra forma di diffusione delle notizie e delle opinioni potrà mai uguagliare la meditata lentezza, la ricchezza di argomentazioni della letteratura su carta". A smentire spietatamente questo postulato, s'incarica Eugenio Scalfari che nella sua lunga e consueta omelia domenicale, risponde, qualche pagina dopo, alle rimostranze dell'Ambasciata russa a proposito dei suoi giudizi su Putin e la politica estera russa espressi in precedenza. Dice Scalfari: "L'amicizia politica fra Putin e Salvini non è affatto scandalosa ....anche se è alquanto strano che un leader di destra sia legato a un intensa amicizia politica a un leader del comunismo mondiale (sic! N.d.r.). E' pur vero che dopo lo scioglimento dell'Unione Sovietica il comunismo ha profondamente cambiato i propri metodi; del resto è cambiato il mondo e ovviamente e ovviamente anche il comunismo, ma pure in modi diversi è ancora la sostanza politica della Russia...". Finora pensavamo che la sussistenza di comunisti e comunismo fosse un vecchio e propagandistico pallino di Berlusconi; anche lui, non a caso, amico di Putin. Non c'eravamo accorti, cribbio!, che lo "spettro" continuasse ad aggirarsi per l'Europa e il mondo sotto mentite spoglie.

L'altra domenica Scalfari, per mantenere alto il ritmo delle scempiaggini, aveva scritto che i padri della democrazia italiana sono stati De Gasperi, Nenni e Berlinguer. Mischiando, subliminalmente, generazioni diverse e momenti storici diversi - la Liberazione, la Repubblica e la Costituzione con gli anni '70 - pur di non fare menzione di Togliatti che, insieme a De Gasperi e Nenni presiedette e lavorò concretamente per la nascita della nostra democrazia. Una fake news si potrebbe dire.

Tutto ciò in ossequio alla "meditata lentezza" e alla "ricchezza di argomentazioni della letteratura su carta osannate da Augias.

Non sappiamo se la crisi della carta stampata, lamentata da Augias, abbia investito anche "la Repubblica", se lo ha fatto, come sembra, gli editoriali di Scalfari la stanno accelerando parecchio.

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UN RICORDO DI ANNA MAGNANI

Quarantacinque anni fa moriva Anna Magnani. Per me e per molti la più grande attrice italiana del secolo scorso.

Fare l'elenco delle sue interpretazioni teatrali e cinematografiche, sarebbe lungo. Personalmente, da romano e antifascista, ritengo insuperabili quelle della sora Pina in "Roma città aperta" di Rossellini, dell' "Onorevole Angelina" di Zampa, di Maddalena in "Bellissima" di Visconti, di "Mamma Roma" di Pasolini. "Nannarella", come veniva affettuosamente chiamata dal suo pubblico, fu grande anche in teatro, in numerose commedie e riviste musicali. Con Totò era l'unica donna che poteva, sul palcoscenico o davanti alla cinepresa, stare alla pari.

Oggi la voglio ricordare tramite Marisa Merlini, un'altra brava attrice romana da tempo scomparsa, che ebbe modo di testimoniare e poi raccontare il coraggio e la sfrontatezza della Magnani in un periodo tra i più bui: i nove mesi dell'occupazione nazista di Roma. Nel febbraio del '44 al Teatro Valle Totò e Anna mettono in scena la rivista dal titolo "Che ti sei messo in testa?", quello originario, "Che si sono messi in testa?", glielo ha bocciato la censura fascista perché troppo allusivo. Già Totò ha fatto innervosire i tedeschi. Dopo la notizia che Hitler ha subìto uno dei molti attentati s'inventa un passaggio silenzioso in palcoscenico con un paio di baffetti da führer, il ciuffo incerottato e zoppicando vistosamente. Gli applausi scrosciano. Anna Magnani, invece, recita una battuta: "Del tuo re la volontà / e alfin, la cosa più importante, / la libertà!". Anche qui l'ultima parola provoca applausi a scena aperta. I repubblichini, essendo allergici a quella parola, la vanno a cercare in camerino e le ordinano di non ripeterla altrimenti minacciano di mettere una bomba nel Teatro. Il giorno dopo, Nannarella, tenendo sulle spine tutta la compagnia che la considera una ribelle imprevedibile, ripete una per una tutte le parole; arrivata a "libertà", di fronte ai repubblichini che affollano il teatro tutti vestiti di nero, - la gente, per questo e anche per altro, li chiamava "bacarozzi" - fa una pausa e poi strilla: "Aria, aria pura, per respirare".

Quell'aria che poi avrebbe spirato per Roma, dopo qualche mese, a primavera inoltrata.

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CONTINUITÀ'

A una settimana della tragedia di Genova sentiamo ancora il lutto dovuto alla mala politica che ha afferrato questo paese ormai da diversi anni. E può apparire quasi blasfemo occuparsi di un personaggio, tale onorevole Patrizia Prestipino del PD, di provenienza cattolico-margheritina, che torna a far parlare di sé.

Ma può essere utile per capire non solo il degrado intellettuale e morale cui è giunta la politica italiana compreso il Pd romano.

La signora non è nuova a gaffe politiche clamorose, vedesi le uscite sulla preservazione della "nostra razza" dello scorso anno, o la foto con lo slogan "boia chi molla" di puro stile fascista di alcuni suoi ex alunni liceali - "grandi i miei ragazzi" postò lei proprio nel "giorno della memoria" il 27 gennaio scorso - che volevano sostenerla in campagna elettorale, non consapevoli della disgrazia di averla avuta come insegnante.

Stavolta, stando ai giornali, ha postato proprio all'indomani della tragedia di Genova sul suo profilo instagram una foto in déshabillé e controluce stile - dice "la Repubblica" - Kim Basinger nel film cult dell'osé "9 settimane e ½". Poi rimossa, ma ripubblicata qualche giorno fa. La cosa ha sollevato le critiche politiche risentite della sua collega di partito Colmeyer assessora al II Municipio. Al che la signora onorevole ha risposto bollando la cosa come una guerra di correnti interna dl Pd romano. Non per niente in sua difesa è sceso in campo il Pd cittadino che, non avendo meglio da fare, ha subito rimbrottato la Colmayer. La Prestipino in sostanza ha detto: mi attaccano perché sono renziana; tacciando, poi, i suoi critici di bigottismo anni '50. Non è qui il caso di approfondire la personalità politica dell'onorevole in questione, basta leggere quanto di vacuo, narcisisticamente superficiale e inconsistente lei dice di se stessa nella sua autobiografia: un esempio di scuola di certo personale politico antropologicamente renziano.

Il punto che mi preme rilevare è un altro. Io questa polemica l'ho letta su "la Repubblica", dove, ieri, Mauro Favale ha pure intervistato sull'argomento l'interessata. E' lo stesso giornale in cui il vate fondatore Eugenio Scalfari, una domenica sì e l'altra pure, nei suoi fluviali editoriali ad memoriam, non manca di segnare un tratto di continuità fra il PCI di Berlinguer (Togliatti di solito lo evita) il PDS (i DS di solito se li scorda) e il PD.

Ho cercato, perciò, la continuità fra donne comuniste romane come Anna Maria Ciai, Giglia Tedesco, Marisa Rodano, Giuliana Gioggi, Anita Pasquali, Maria Michetti, per non parlare delle gappiste come Carla Capponi, Lucia Ottobrini, Maria Teresa Regard, Marisa Musu, Laura Garrone e decine e centinaia di altre donne comuniste e non, che hanno prima conquistato la libertà contro i nazifascisti e poi costruito la democrazia nella nostra città e nel paese, e l'on. Prestipino.

Malgrado ogni sforzo questa continuità scalfariana non l'ho trovata. E, per la verità, manco quella con Kim Basinger.

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REVISIONISMO SENILE

Non è che io ce l'abbia in particolare con Eugenio Scalfari. Ma da diverso tempo assisto a un crescendo rossiniano di suoi strafalcioni non solo politici ma storici. A Scalfari, come a tutti i vecchi, si deve rispetto. Ma non è tacendo le loro scempiaggini che lo si dimostra. Semmai è il contrario. Qualcuno forse - anzi senza forse - penserà che agli anziani può essergli concesso di essere rimbambiti; e, per educazione, è meglio non farglielo notare. Giusto. Ma non quando si tratta di un cosiddetto maître à penser del pensiero liberal progressista che scrive ogni domenica lunghe omelie su "la Repubblica". Ho aspettato un po' per vedere se qualcuno diceva qualcosa su quanto, en passant, Scalfari ha scritto nella sua lunga e prolissa articolessa di domenica 16 settembre. Parlando di Mussolini e Hitler il nostro ha sentenziato: "Quando Hitler era già pronto a scatenare la seconda guerra mondiale, iniziando con l'invasione della Norvegia, dopo aver negoziato con la Russia quella della Polonia, Mussolini tentò con tutti i mezzi di evitare la guerra perché si rendeva conto per l'Italia sarebbe stata una catastrofe". Poverello, "Non ci riuscì e non ebbe né la volontà né la forza di restare neutrale".

Tralasciamo pure il fatto che la guerra non iniziò con l'invasione della Norvegia, forse Scalfari intendeva dire - ipotesi più che generosa - che l'invasione di Norvegia (e Danimarca) mise fine alla cosiddetta drôle de guerre, la "strana guerra", che aveva contraddistinto i primi e pressoché inoperosi sette mesi del conflitto dopo la conquista della Polonia da parte nazista. Ma che Mussolini tentò di evitare la guerra, per di più "con tutti i mezzi", è una scempiaggine storica di un intenso odore revisionistico. Un giovane potrebbe pensare che abbia fatto fuoco e fiamme contro Hitler, mobilitato divisioni, lanciato proclami, stretto accordi con chi stava per essere aggredito, minacciato di buttarsi dal balcone in piazza Venezia o cose simili, purtroppo non accadute. Come riporta nei suoi diari il ministro degli Esteri Ciano, nonché "generissimo" del Duce, Mussolini non "belligerò" da subito per l'impreparazione materiale dell'esercito e anche perché non si sapeva ancora come sarebbe andato lo scontro fra tedeschi e anglofrancesi sulla linea Maginot. Si dibatté fra questa dura realtà di impreparazione, avendone tra l'altro la fraterna comprensione di Hitler, e il suo cuore, che lo portava a "marciare" con i nazisti. Scrive Ciano il 9 dicembre del '39: "L'atteggiamento del Duce è sempre oscillante, e, nel fondo, parteggia sempre per la Germania". E quando vide che i nazisti stavano stravincendo in Belgio, Olanda e Francia mise da parte l'impreparazione e portò l'Italia alla guerra e alla catastrofe. Voleva, come ebbe a dire, "poche migliaia di morti" per sedersi - in una data che lui prevedeva assai prossima - al tavolo dei vincitori e avere il suo bottino da gangster. Il "generissimo" riporta alla data del 27 maggio del '40, di aver risposto l'ambasciatore americano Phillips, latore di un'estrema offerta di mediazione di Roosevelt fra Italia e Alleati, che "Roosevelt è fuori strada. Ci vuole altro per dissuadere Mussolini. In fondo non è che egli vuole ottenere questo o quello. Vuole la guerra. Se pacificamente potesse avere anche il doppio di quanto reclama, rifiuterebbe".

Con buona pace di Scalfari, si potrebbe dire. Se non fosse stata, invece. la guerra più disastrosa per l'Italia e gli italiani voluta da Mussolini e camerati, con l'approvazione consueta e rassegnata del re fellone.