FORO ROMANO

Rassegna

di Aldo Pirone

da strisciarossa

SE LA SINISTRA TORNASSE A PROPORRE

COSE DI SINISTRA? COME IL PSOE SPAGNOLO,

SEMBRAVA MORTO, ORA È ALL'ATTACCO

di Marco Calamai

E' davvero preoccupante il clima di confusione e tensione che si respira in questo momento in Italia. L'interrogativo dominante concerne la prospettiva del governo M5S-Lega, deciso a varare una finanziaria coerente con le promesse elettorali che, a parere di molti, dalla Commissione europea di Bruxelles agli organi di stampa legati al cosiddetto establishment, non sarebbero proponibili nell'attuale contesto poiché provocherebbero più debito pubblico e rischierebbero di portare l'Italia fuori dalla Unione europea.

In tale frangente si avverte come mai l'assenza di una opposizione di sinistra forte e chiara negli obiettivi, condizione sine qua non per uscire dall'isolamento e superare la recente debacle elettorale

Certo, non mancano le critiche quotidiane del Pd alle decisioni governative ma non si riesce a capire quali siano davvero le soluzioni proposte. Si ha l'impressione che il dato dominante del partito resti una lacerante lotta intestina che coinvolge i vertici del partito nei fatti sordi alla richiesta di unità che invece la base reclama come può.

Il partito appare ossessionato dal successo elettorale della destra leghista e soprattutto da quello di 5 Stelle che nelle elezioni del 4 marzo ha assorbito una fetta assai estesa dell'elettorato Pd, specie giovanile. Osservazione che rimanda a un interrogativo più generale: sarà in grado il Pd, partito "predigitale", quindi rappresentativo di generazioni ormai anziane e legato in vario modo alle elite di centro-sinistra (più simile nei suoi gusti e tendenze alla defunta Dc che al vecchio Pci), di traghettare la sua presenza dai quartieri residenziali alle periferie popolari sempre più colpite dalle crescenti disuguaglianze, dalla diffusione del precariato e dalla mancanza di prospettive?

La risposta è che certo, niente è impossibile in politica. Lo dimostra la recente vicenda dei socialisti spagnoli del Psoe: passati dall'appoggio subalterno alla destra postfranchista ad una posizione aperta alla nuova sinistra (Podemos) e dichiarandosi disponibili al dialogo politico con il nazionalismo catalano, hanno recuperato in pochi mesi il consenso elettorale dei momenti migliori e sono oggi, di nuovo, il partito con il maggiore gradimento. Appena pochi mesi fa erano in molti in Spagna a considerare ormai morto lo storico Psoe. Perché non sperare in una simile ripresa da parte del Pd considerando oltre tutto il carattere sempre più volubile del voto?

La risposta ci riporta alla situazione spagnola: solo con idee e proposte di sinistra è possibile recuperare parte del voto tradizionale e soprattutto conquistare il sostegno della nuova generazione "digitale".

Ciò implica chiarezza di fronte ad alcuni punti fondamentali dell'attuale programma di governo. Il primo è il Reddito di Cittadinanza, un tema chiave per affrontare sul serio la questione cruciale della disuguaglianze crescenti e recuperare la fiducia di tanti giovani. Giusto criticare i singoli aspetti della proposta, sbagliato liquidare la questione con toni sostanzialmente analoghi a quelli della destra berlusconiana. Anche perché i critici dell'aiuto ai giovani disoccupati e precari sono in genere gli stessi che si guardano bene dal criticare la Flat Tax di ispirazione leghista tanto gradita dagli imprenditori del Nord ma non solo.

Ridurre la tassazione dei ceti più ricchi non è certo la soluzione ideale per aumentare le risorse a favore dei ceti più marginali. Credo che sia questa una questione cruciale quando si afferma che il Pd deve ritornare nelle periferie. E anche per difendersi dalle pesanti critiche della Unione europea.


da: La Repubblica 9 settembre 2018

I GIORNALI E IL MONDO GIALLO-VERDE

di Ezio Mauro

Uno pensa che la gestione etica per un'azienda con la partecipazione dello Stato - magniloquenza a parte - significhi prima di tutto creare valore e fare profitto nella trasparenza, poi produrre lavoro, occupazione e innovazione nel rispetto delle regole, delle leggi e dell'ambiente, rispondendo agli azionisti e al mercato.No, invece. Nella nuova era non basta. Troppo facile. Perché manca il nemico, il nuovo totem che deve accompagnare ogni azione e ogni proclama del governo. Anzi, a ben vedere il cambiamento consiste proprio in questo: nel cominciare ogni atto politico con l'individuazione di un nemico, su cui indirizzare gli istinti del popolo per convogliare tutte le frustrazioni e i rancori verso un capro espiatorio esterno, già individuato in partenza. Meglio se appartenente alla cosiddetta élite, alla vecchia classe dirigente. In questo caso, chi più adatto dei giornali? Rappresentano, con tutti i loro difetti, un mondo che sa leggere e sa scrivere, e va persino al di là dei 140 caratteri di insulti rovesciati sui social, il nuovo parlamento ideale di Salvini e Casaleggio.

Dunque Di Maio spiega che le aziende partecipate dovranno «smetterla di fare tutta questa pubblicità sui giornali perché molto spesso non si sa se comprano quelle inserzioni per fare pubblicità al brand o per fare un favore ai giornali», tenendo così in vita gruppi editoriali «che altrimenti non riuscirebbero a sopravvivere».Ora, per fortuna la sopravvivenza dei giornali non dipende da Di Maio, né dalla pubblicità delle aziende che il governo influenza, ma dal rapporto con i lettori e con il mercato. Ma va pur detto che nel mondo occidentale nel quale per ora viviamo, la vitalità dei giornali è comunque considerata un indice di democrazia e di civismo. Nel mondo a parte di Di Maio, i giornali sono invece dei nemici, degli intrusi, dei clandestini, dei parassiti, da additare alle aziende perché si conformino al diktat del governo come avviene nelle demokrature, provando a tagliar loro i viveri: «Smettetela».Addomesticata la Rai, comprati gli imprenditori con un semi-condono, il vicepremier sogna dunque al primo scricchiolar di sondaggi un mondo senza giornali, dominato dalle prediche impartite ai seguaci dal pulpito dei social. Magari rivaleggiando con Salvini per arrivare primi a trasformare una tragedia in un hashtag, seguendo un algoritmo per sostituire un ragionamento con una battuta, con un unico obiettivo: vestire i panni del governo con i modi, i toni, la cultura e il linguaggio dell'opposizione. Una contraddizione politico-istituzionale che prima o poi scoppierà. La questione è semplice: i giornali per loro natura raccontano le contraddizioni dei governi, i social le rilanciano. Non potendo neutralizzare le sue contraddizioni, il governo prova a neutralizzare goffamente i giornali, convinto che tutto si compri e si venda. Non si illuda, Di Maio, i quotidiani andranno avanti a parlare ai loro lettori, attraverso le loro edizioni di carta e sul web.

Restano solo due domande. Non viene in mente al ministro che queste minacce rivelano il suo timore per un'opinione pubblica libera, indipendente, pluralista ed autonoma grazie al concorso di tutti i mezzi di informazione, di qualunque tendenza, che rendono la società più aperta, trasparente e democratica? Infine: Di Maio vivrebbe volentieri in un Paese in cui il vicepremier si permette di dire ai manager delle aziende partecipate dallo Stato di «smetterla» con gli investimenti su questo o quel mezzo, invece di lasciarli liberi di seguire esclusivamente le leggi di mercato e gli interessi delle loro società, pubblicizzando i loro prodotti semplicemente dove ritengono più conveniente farlo senza obbedire alla politica?

È esattamente quel che capita nell'Italia 2018.Dove un ministro dello Sviluppo rispolvera il vecchio dirigismo per le sue minacce e le sue vendette. E dove un ministro di Polizia, garante dell'ordine costituito, può appendere l'avviso di garanzia a una parete del Viminale come un diploma di merito. Naturalmente in nome della «gestione etica» di cui parla Di Maio. Nel mondo a parte giallo-verde, anche le parole e i gesti sono rovesciati, tra gli applausi dei followers: fino a quando?
da strisciarossa

L'ARMATA NERA DEVE SOCCOMBERE

di Peppino Caldarola

Credo che stia avvenendo nel corpo della società italiana una modificazione che alla fine spaccherà il paese, finora tenuto insieme miracolosamente. Ci sono due profondi correnti di opinione che percorrono la nostra società dal Sud al Nord, attraversando convinzioni politiche, fede, credenze, consuetudini.

L'area più visibile a aggressiva è quella che va sotto il nome di "razzismo". L'Italia si sta scoprendo improvvisamente "bianca". Il ricco e il povero, dal Nord al Sud, vuole la cacciata di chi viene da fuori e la segregazione di chi è costretto ad accogliere (basta pensare a quei poveri bambini non autoctoni respinte al Nord dalle mense scolastiche).

E' una Italia arrabbiata e più passa il tempo meno si capisce perché. La ragione di carattere sociale - l'impoverimento. Le diseguaglianze - si stempera nell'interclassismo di questo atteggiamento che non chiede meno povertà ma la punizione dei "poveri dell'altra parte". E' il capolavoro del nuovo fascismo, di questa terribile Armata Nera che sta funzionando nelle nostre società occidentali ma anche latino-americane con la forza distruttrice di una guerra mondiale.

E' come se ci fosse una setta con decine di milioni di persone che dimenticano i padroni, gli affamatori, i ribaldi, i profittatori attratti solo dal colore della pelle per indicare il nemico vero. L'Italia ha fatto mostruosità nelle sue guerre africane e anche in Grecia, ma negli anni recenti i nostri militari nelle missioni hanno rappresentato il meglio di noi. Invece questa destra diffusa, capillare, interclassista, chiassosa ha orgiasticamente scoperto la bellezza del razzismo. Sono esseri inferiori che finalmente sisentono superiori.

L'altra corrente è anch'essa interclassista e ha già perso una battuta quando si è fatte denominare come "buonista" riconoscendo un disvalore a questo termine che invece è sublime. Buonista, bontà, civiltà, misericordia, vicinanza. Sentite come suona bene? La corrente buonista ha il grave difetto di scomparire dalla visuale. C'è, lavora in silenzio, è fatta anch'essa da milioni di persone, non è una setta ma un aggregato arcobaleno in cui si riversa il meglio della cultura occidentale. C'è anche una grande componente cattolica.

Il disegno di società di questa corrente buonista è del tutto opposto a quello dell'Armata Nera. Qui si vuole la scienza, il pensiero critico, lo sviluppo eco-compatibile, la centralità della persona umana, la bellezza dell'intreccio di culture e storie diverse.

Ma questa area deve diventare combattiva se non vuole essere sopraffatta. Non dico che deve essere violenta come i missionari di Mission. Dico che deve diventare uno straordinario movimento di azioni positive e di disubbidienza civile che prenda come riferimento la battaglia di Gandhi , di Martin Luther King e di tanti altri ancora.

Io credo anche - ma sarà perché sono stato felicemente comunista - che l'Armata Nera qualche lezione non solo pacifica deve prenderla. Ma lascio pure la guida di questo movimento ai pacifisti integrali. Il problema è che ormai si deve combattere. Salvini e Di Maio possono azzeccare o meno i provvedimenti economici, ma hanno mobilitato un esercito di "noi" che vuole la guerra, quella vera, con gli "altri".

L'Italia è spaccata irreversibilmente in almeno due grandi parti. Non si può convivere, una delle due deve soccombere. E devono soccombere loro che l'Italia la volevano prima spaccare in tanti pezzi e oggi regalarla ai fascisti che dirigono l'Armata nera fuori dai nostri confini. Sono Quisling, il fascista norvegese che si mise a disposizione di Hitler, dando così involontariamente il suo nome a tutti i traditori della patria.


da strisciarossa

LA PIAZZA E LA SINISTRA

SENZA ROTTA E SENZA BUSSOLA

di Pietro Spataro

Nei giorni scorsi su strisciarossa si è aperto un interessante dibattito sul futuro della sinistra (o delle sinistre) in Italia. Da una parte Graziella Priulla e Ella Baffoni ( Leggi qui ) si sono confrontate sul se andare alla manifestazione del Pd di domenica contro il governo razzista di Salvini e Di Maio anche se non si è (o non si è più) elettori di quel partito. Dall'altra Rosa Fioravante, con forte passione, si è domandata ( Leggi qui ) che fine sta facendo Liberi e Uguali, a cui aveva creduto, che è ormai impantanata in un percorso congressuale che sembra non finire mai e che forse non approderà a nulla.

Sono due facce della stessa medaglia: la crisi drammatica della sinistra italiana che, dopo la pensantissima sconfitta elettorale del 4 marzo, stenta a rimettersi in piedi e, come un pugile suonato, barcolla sulle gambe muovendosi in modo disordinato da una parte all'altra del ring senza più alcuna strategia di combattimento. Il rischio, anche nel caso della nostra sinistra, è di finire ko. Ma questa volta in modo definitivo e senza possibilità di rivincita.

Per evitare questo esito non basta nascondere le ferite provocate dai colpi. Non serve mettere la polvere sotto il tappeto. Non aiuta ripetere le stesse stanche parole d'ordine come se niente fosse accaduto. Non si può continuare a difendere rendite di posizione, carriere personali, interessi di corrente. No, non si può più.

C'è bisogno invece di lucidità e di coraggio. Oggi siamo a un bivio e bisogna scegliere. Non si può tornare indietro, non si può restare fermi. La drammatica crisi economica esplosa nel 2008 ci ha insegnato alcune cose su un sistema finanziario deregolamentato che ha provocato i danni che sappiamo. Ma la politica, come ha spiegato bene Simone Siliani, ha rinunciato al suo ruolo e, passata la bufera, ha lasciato che sopravvivesse il modello della assoluta deregulation che continua nei suoi giochi proibiti. Il problema è che quel modello ha lasciato sul campo numerose vittime: i lavoratori, i giovani precari e quelli senza lavoro, il ceto medio. Chi era povero è diventato sempre più povero e chi era ricco è diventato sempre più ricco. La disuguaglianza si è accentuata e la speranza nel futuro non anima più nemmeno i sogni dei giovanissimi. Si sono scatenate vecchie e nuove paure che qualcuno ha fatto scaricare in modo irresponsabile contro il nuovo nemico da combattere: il migrante.

Se questo è vero, ed è difficilmente contestabile, la questione fondamentale della sinistra oggi è trovare la strada giusta per rispondere alle domande, non solo di chi è un lavoratore e vorrebbe essere un produttore, ma anche di quelli che hanno subito i colpi della crisi, degli esclusi, di quelli che sono ai margini, di quelli che Corbyn chiama powerless, i senza potere. Deve sapere indicare una nuova frontiera, raccontare un'altra storia, spingere a un'altra sfida. Non si possono ripercorrere i vecchi sentieri lungo i quali la stessa sinistra, negli anni in cui è stata al governo, ha commesso troppi errori. Che possiamo sintetizzare così: accontentarsi di gestire il liberismo in modo più moderato e più educato della destra.

Allora, però, è inutile continuare a girarci attorno. Lo dico con estrema chiarezza. Sostenere che il Jobs Act è stato un errore non è la stessa cosa che dire che quella è stata una legge moderna che ha dato buoni frutti (il milione di posti di lavoro); pensare che l'articolo 18 era una norma di civiltà contro gli abusi sui lavoratori non è la stessa cosa che ritenere che fosse ormai un totem inutile; dire che la selva dei lavori flessibili e precari sono un affronto alla dignità dei giovani lavoratori non è la stessa cosa che considerarli uno strumento di crescita economica in mano agli imprenditori; pensare che i sindacati siano un ganglio centrale nel sistema democratico e nella gestione della politica economica non è la stessa cosa che predicare la superiorità dell'imprenditore di successo con il maglioncino di cachemire; lavorare affinché i migranti vengano accolti e integrati in modo equilibrato non è lo stesso che lasciarli marcire nei campi di tortura libici pur di non farli arrivare sulle nostre coste.

Si può continuare, ma credo che ci siamo capiti. Il problema è la duplicità non solo della sinistra, ma delle sinistre al loro interno. Nel Pd convivono due partiti: il centrismo macroniano (vedi il manifesto firmato da Renzi insieme ad altri leader europei) e la sinistra socialista. In LeU anche: il riformismo di governo e il radicalismo di opposizione.

E' il momento di prendere atto di queste divaricazioni. E di chiedersi seriamente se, per riuscire a salvare la sinistra dalla dissoluzione, la soluzione non sia un rimescolamento totale: i rossi con i rossi, i bianchi con i bianchi, e poi alleati alle elezioni. A questo punto, tenere insieme ciò che insieme ha dimostrato in tutti i modi di non poterci stare sarebbe un puro atto di masochismo.
Se non si risolve questo dilemma, infatti, non si andrà da nessuna parte: assisteremo al lento logoramento delle forze elettorali e al triste sbiadirsi delle idee.

Per contrastare e poi sconfiggere la nuova destra - che è più pericolosa e più insidiosa della vecchia - serve invece un salutare bagno di verità. Magari si scoprirebbe che proprio questa commistione di idee contrastanti e contraddittorie ha reso inaffidabili e quindi non votabili sia il Pd che Leu.

Ben vengano quindi le manifestazioni di piazza, qualunque sinistra le organizzi. Ma il giorno dopo lo sventolio delle bandiere il problema sarà comunque ancora lì davanti a noi. E non basteranno le primarie a risolverlo, né i comitati promotori di nuovi partiti, né le Leopolde. Servirà un confronto serio, duro, senza infingimenti. Per capire che è ora di ricominciare da dove ci eravamo lasciati.

da: La Repubblica, 15.9.18

MATTARELLA: "LIBERTÀ DI STAMPA FONDAMENTO DELLA DEMOCRAZIA

NO A TENTATIVI DI FIACCARNE L'AUTONOMIA"

Il monito del capo dello Stato: "Questa consapevolezza guidi l'azione delle istituzioni"

ROMA. Una difesa piena della libertà di stampa, in una fase politica segnata da attacchi ai media. In Italia e all'estero. La pronuncia il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: "L'incondizionata libertà di stampa costituisce elemento portante e fondamentale della democrazia e non può essere oggetto di insidie volte a fiaccarne la piena autonomia e a ridurre il ruolo del giornalismo", dice. "Una stampa credibile - continua il presidente - sgombra da condizionamenti di poteri pubblici e privati, società editrici capaci di sostenere lo sforzo dell'innovazione e dell'allargamento della fruizione dei contenuti giornalistici attraverso i nuovi mezzi, sono strumenti importanti a tutela della democrazia. Questa consapevolezza deve saper guidare l' azione delle istituzioni". Un intervento che arriva a poche ore da un altro discorso importante di Mattarella, quello pronunciato ieri sulle minacce al bilancio dell'Unione europea. E a pochi giorni dalle parole pronunciate sul rispetto della magistratura con quella frase - "Nessuno è al di sopra della legge" - cui Salvini ha risposto affermando: "Sono nel giusto e vado avanti".Mattarella lancia il suo monito con un messaggio all'amministratore delegato della Società editrice Sud Spa: "L'intento del rilancio di due testate significative e cariche di storia come la Gazzetta del Sud e il Giornale di Sicilia appare tanto più meritevole in un contesto, quello del Mezzogiorno, in cui la battaglia per l'affermazione dei valori costituzionali e della legalità è particolarmente meritoria", scrive.

Il tema del rapporto tra politica e informazione è tornato centrale nel dibattito soprattutto nelle ultime settimane, dopo le ripetute dichiarazioni di esponenti del governo sull'editoria. Tra i vari interventi, quello del vicepremier M5S, Luigi Di Maio, che ha detto: "Nella legge di bilancio porteremo il taglio dei contributi pubblici e stiamo approntando una lettera alle società partecipate di Stato per chiedere di smettere di pagare i giornali con investimenti pubblicitari". Ma anche l'altro vicepremier, Matteo Salvini, nei giorni scorsi ha parlato della libertà di stampa definendola "qualcosa di molto soggettivo".

Le parole di Mattarella sono state state accolte con soddisfazione dal presidente della Fieg (la federazione degli editori), Andrea Riffeser: "La stampa può essere credibile e affidabile solo se, come sottolineato dal Presidente della Repubblica, essa è sgombra da qualsiasi condizionamento". Anche il presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Verna ha ringraziato il presidente della Repubblica per la difesa della libertà di stampa.