FORO ROMANO

di Aldo Pirone

VIA ALMIRANTE.

LA STORIA NON SI CANCELLA

La figlia di Almirante Giuliana De' Medici è intervenuta, comprensibilmente, in favore del padre. Il punto è che lo fa nel modo peggiore. Rivolgendosi con rispetto alla Comunità ebraica, che ha vivamente protestato per l'eventuale intitolazione della via al papà, così li ammaestra: "Oggi come oggi, però, bisogna giudicare gli uomini da quello che hanno fatto nel corso della loro vita, non perché erano da ragazzi segretari di redazione di un giornale". Il fatto è che suo padre quando era redattore di quel giornale; "La Difesa della Razza", e quando firmò il famigerato "Manifesto" nel '38, non era proprio un ragazzo. Aveva 24 anni e ben in grado di intendere e di volere. Ma poi s'è ravveduto? Fanfani, per esempio, lo fece? No, non s'è ravveduto; e quando è stato più grandicello, a 29 anni, scelse di fare il capo di gabinetto del ministro Mezzasoma nella RSI, zimbello dei tedeschi e collaborazionista con l'occupante nazista. La Repubblica di Mussolini il 14 novembre del '43, nella famigerata Carta di Verona, dichiarò gli ebrei italiani "Nazione nemica", consegnandoli ai tedeschi per lo sterminio. Per tacere, poi, dei bandi antipartigiani firmati dal papà della signora Giuliana. E dopo la guerra? Si è forse pentito e ha forse aderito al regime democratico? No, ha solo preso atto che era là dentro che poteva agire politicamente. Non fu amore per la democrazia ma solo opportunismo politico. Tanto è vero che non smise mai di contestare la validità delle Istituzioni democratiche e di indicare altre mete di riferimento. Nel congresso del MSI 1970, per pacificare gli animi, ebbe a dire: "I nostri giovani devono prepararsi all'attacco prima che altri lo facciano. Da esso devono conseguire risultati analoghi a quelli conquistati in altri paesi d'Europa quali il Portogallo, la Grecia e la Spagna". Nel 1973 il cinquantasettenne "ragazzo" fece le sue congratulazioni al generale Pinochet per il golpe in Cile, che le accettò con gioia. Il 16 giugno 1971 il Procuratore della Repubblica di Spoleto Vincenzo De Franco chiede alla Camera dei Deputati l'autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per i reati di "Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione" e "Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato". L'autorizzazione fu concessa il 3 luglio 1974. Da parte sua la questura di Roma così descrive il giovane scapestrato: "Il dr. Giorgio Almirante, segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale italiano, già redattore capo di 'Il Tevere' e di 'Difesa della razza", capo Gabinetto del ministero della Cultura popolare della pseudo Repubblica di Salò, è stato deferito alla Commissione Provinciale per il confino quale elemento pericoloso all'esercizio delle libertà democratiche, non solo per l'acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell'infaustoventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese". Altro che indirizzo politico improntato al "rispetto della democrazia" come dice la signora De' Medici. Se " bisogna giudicare gli uomini da quello che hanno fatto nel corso della loro vita" allora, cara signora, la storia ha già detto la sua.

Si dice che "la mamma dei cretini è sempre incinta". A rinverdire la pessimistica considerazione sulla natura umana ha prontamente provveduto Matteo Salvini. Sulla questione in discussione ha detto in sintesi: non si vede perché non si debba intitolare una via anche al redattore di "Difesa della razza" visto che a Roma c'è anche via Carlo Marx. Probabilmente, il fu comunista padano nel parlamento del Nord di Bossi, avrà pensato: in fondo anche il tedesco di Treviri si è occupato, come l'Almirante, della "Questione ebraica". Solamente che se ne occuparono in modo diametralmente opposto. Così come un po' diverso fu l'approccio alla democrazia italiana dell'altro personaggio preso di mira dal "bauscia" milanese, Palmiro Togliatti. "La storia si ricorda non si processa" ha poi sentenziato, dimenticando che la storia è maestra di vita proprio perché insegna a distinguere fra il bene e il male di ciò che è avvenuto. In tal senso la storia non si cancella. Altrimenti perché non intitolare una via anche a Hitler, Mussolini, Goering, Farinacci, Himmler, Pavolini e tanti altri farabutti storicamente accertati? Magari mettendo le loro vie "parallele" - come Salvini vorrebbe che fosse quella di Almirante con viale Togliatti - a quelle intitolate a Roosevelt e Churchill. Così tanto per ricordare la storia.

A Fabrizio Ghera, indimenticabile assessore ai Lavori pubblici e Periferie nella giunta Alemanno, dopo profonda meditazione, gli è venuto un dubbio: "Non vorremmo che dietro alla retromarcia della sindaca vi fossero pressioni esterne". Pensa ancora che la Comunità ebraica, che s'è sentita oltraggiata, sia ancora esterna alla "pura" razza italiana. Minaccia azioni legali contro "eventuali forzature".

Lui alle retromarce preferisce ancora gli antemarcia.

LA LOTTA È SU DUE FRONTI

Ieri c'è stata la consueta assemblea annuale della Banca d'Italia. Il governatore Visco ha fatto l'attesa relazione sullo stato dell'economia italiana. L'evento era molto atteso soprattutto dopo il fallimento, almeno a quel momento, del tentativo di formare il governo pentaleghista "Salvadimaio". Le parole del governatore si sono intrecciate ai tuoni e i fulmini sprigionati dall'impennata dello spread che, secondo lui, non aveva alcuna giustificazione. Sul sito del Corriere della sera la prolusione è stata sinteticamente riassunta per capitoli: Un messaggio "politico"-Crescita e inflazione-Dinamismo e disparità-Il debito-Il sistema finanziario-Banche più sane. Già questi titoli ci dicono che l'impostazione era quella tradizionale, attenta alla stabilità dei conti, ai vincoli di bilancio, al rispetto dei patti con l'Europa, al timore di quello che potrebbe succedere con i mercati se prevalessero impegni di spesa demagogici. Ogni riferimento implicito al "contratto" Lega-Cinque stelle non era puramente casuale.Insomma la solita impostazione neoliberista imperniata sull'assunzione dello stato di fatto quanto a risorse a disposizione considerate colonne d'Ercole da non superare per non andare incontro ai marosi popolati da mostri nell'oceano sconosciuto. Per non parlare dell'assunzione acritica delle politiche sul lavoro e su quelle dell'occupazione, dal jobs act ai bonus ecc.. Dall'altra partesi stagliavano, come un convitato di pietra, le scelte economiche e le promesse sociali pentaleghiste le cui ragguardevoli risorse per sostenerle dovrebbero essere trovate, secondo gli estensori del "contratto", attraverso lo spirito santo del sovranismo nazionale che se ne impipa di tutto e di tutti; al di là delle rassicurazioni sulle buone intenzioni europeiste di cui, com'è noto, è lastricata la via dell'inferno.

Due impostazioni antitetiche, con un sostanzioso tratto in comune che le colloca socialmente a destra. Nessuna delle due, infatti, contempla il punto vero e principale di attacco per una politica di giustizia sociale non demagogico e di sviluppo economico robustamente neokeynesiano,proprio della sinistra: la lotta spietata all'evasione fiscale che fa mancare al bilancio italiano risorse tra i 110 e i 130 miliardi di euro, sottratte da chi non è lavoratore dipendente o pensionato. Oltre ad altrecospicue entrate, ragguardevoli ma meno quantificabili e di più lungo reperimento nel tempo, derivanti dalla lotta alla corruzione e agli sprechi, tra loro saldamente intrecciati.

Nella relazione di Visco sul peso esorbitante dell'evasione fiscalesulle ristrettezze di Bilancio e, di conseguenza, delle risorse per gli investimenti, per la crescita e la diminuzione del debito pubblico, non c'è stata una parola. Nel "contratto" pentastellato,d'altro canto, c'era la flattax che, praticamente, è una redistribuzione al contrario della ricchezza; per i pover in crescita esponenziale, per i lavoratori e il ceto medio in difficoltà sarebbe della serie "cornuti e mazziati".

Tutto questo per dire, in modo molto sintetico, che la sgangherata politica italiana dominata da veri e propri cialtroni sta predisponendoper le prossime elezioni- ancora eventuali allo stato del convulso momento - una messa in scena dello scontro fra due destre: quella sovranista, xenofoba e neofascista con il supporto del M5s trascinato da Di Maio alla corte di Salvini, contro quella dell'establishment europeista neoliberista che l'ha generata. Tutte e due imperniate sul concetto che la contraddizione fra destra e sinistra è ormai superata, inservibile a comprendere il mondo moderno diviso non più fra ricchi e poveri, fra classi e ceti dominanti e quelli subalterni, mafra sovranisti e globalisti, ambedue di varia intensità e sfumature a seconda della loro collocazione nazionale.

Il fronte mondialista-neoliberista in Italia non si è ancora coagulato elettoralmente ma i pezzi per assemblarlo non mancano. Renzi, però, ne ha già lanciato la definizione: "Fronte repubblicano". E anche l'impostazione culturale e politica: il macronismo. Non è chiaro come andrà a finire la partita interna al PD fra "repubblicani" renziani e gli altri che vorrebbero tornare a un'impostazione più tradizionale di sinistra. Poi c'è LeU che vuole costituirsi in partito. Non sembrano, né la sinistra di LeU né quella del PD antirenziana, essere una prospettiva attraente in grado di costituire un punto di aggregazione efficace contro l'inganno populista, da una parte, e la destra neoliberista dall'altra.

Una sinistra degna di questo nome dovrebbe cercare di stare in campo come perno di uno schieramento progressista contro, da una parte, l'inganno populista-nazionalista, e, dall'altra, la destra neoliberista. A questo scopo potrebbe tornare utile la vecchia impostazione politica togliattiana della "lotta su due fronti" anche se in termini diversi da come la si concepiva allora all'interno del campo della sinistra di ispirazione socialista. A fondamento del suddetto blocco progressista ci dovrebbero essere pochi puntiprogrammatici imperniati, per farla breve, su lavoro, sviluppo economico neokeynesiano e ambientalmente sostenibile, lotta all'evasione fiscale, contrasto alla povertà. Su cui impegnare il confronto anche in sede europea.

Più che a partiti occupati dai residui di un ceto politico consumato, si dovrebbe quindi puntare, a sinistra, a costituire, per ora, un movimento federativo che metta insieme tutto l'arcipelago di forze e associazioni agenti nella società civile di chiara impronta progressista e costituzionale. Un fronte popolare costituzionale. Per avviarlo con qualche possibilità di successo bisognerebbe, innanzitutto, mettere da parte i vecchi esponenti politici dell'ultimo quarto di secolo e far avanzare in prima linea forze nuove provenienti dall'associazionismo militante e non dal ceto politico.

Non è questione di cattiveria ma di credibilità.