FORO ROMANO

di Aldo Pirone

IL PADRE NOBILE

L'altra sera da Lilli Gruber c'era Veltroni. A interloquire con lui anche Massimo Giannini, columnist di "la Repubblica". I due giornalisti - per la verità Giannini più delle Gruber - hanno mostrato la solita deferenza poco professionale verso l'ex segretario del PD, definito da Giannini, sulla scia del suo mentore Eugenio Scalfari, padre nobile del partito di cui, ahimè, fu il fondatore. Veltroni ha subito fatto una critica al PD per la mancanza d'iniziativa politica dimostrata nel corso di questi due mesi post elettorali. Un deficit dimostrato soprattutto nei confronti del M5s che, secondo Walter, doveva essere incalzato per farne emergere le contraddizioni politiche e su quelle lavorare. A cominciare da quella sbandierata da Di Maio secondo cui un accordo con Lega o il PD era considerato equivalente. Anzi, a sentire il grillino, con il PD sarebbe stato fatto contro voglia mentre quello con Salvini era considerato più naturale e promettente di grandi cose. Si è sottolineato negativamente il fatto che il PD abbia preferito il cosiddetto Aventino. Paragone non perfettamente appropriato alla linea imposta da Renzi che, semmai, è più simile a un neo bordighismo, tanto infantile quanto scemo. Sempre che Renzi sappia chi fosse Bordiga; sul che c'è da dubitare. Sta di fatto che il rifiuto del senatore di Scandicci a interloquire con i grillini si fonda su un giudizio anche qui di equivalenza fra Salvini e Di Maio. Da qui la considerazione del rignanese e dei suoi ventriloqui che l'incontro carnale tra M5s e Lega sarebbe la miglior cosa per il partito renziano. Per l'Italia naturalmente no, ma ormai è evidente che fra l'uno e l'altra la distanza è incolmabile. Sul resto della discussione, però, il padre nobile ha mostrato le solite e vistose défaillance di analisi, le usuali dimenticanze e la mancanza di ogni accenno autocritico, il tutto avvolto nella solita nebbia zuccherina delle pulsioni buoniste.

Il deferente Giannini a un certo punto, sfidando se stesso più che l'interlocutore, ha avanzato una leggera critica: se il PD è nello stato comatoso in cui è, ha ardito dire, non è per caso anche un po' colpa di voi padri nobili - ci ha messo pure Prodi - che non siete intervenuti quando era il momento di raddrizzare la barca sulla quale il bucaniere di Rignano stava aprendo larghe falle? Qui Walter si è schermito dietro il fatto che non è nelle sue corde intervenire dall'esterno nelle vicende interne al PD. Cosa non proprio vera, perché Renzi ha sempre avuto un sostegno o almeno una non opposizione sia da Veltroni sia dal professore sulle scelte politiche da lui fatte, dalle politiche economiche e del lavoro a quella istituzionale. Non si ricordano sulla politica economica e sociale dissensi espliciti, avvertimenti marcati, sussurri e grida. Anzi si ricorda l'osso di Prodi a giustificazione del suo Sì al referendum sulla riforma costituzionale, mentre Veltroni ha ricordato quello suo ben più convinto. Un'approvazione nel merito che in lui è ancora viva e vegeta, ha rivendicato. Il sostegno a Renzi si è ripetuto anche quando il PD ha subìto la scissione d'alemian-bersaniana e anche dopo, affievolito ma sempre vigente. Non fu il rignanese a chiamare Veltroni all'assemblea nazionale del febbraio dello scorso anno per far bastonare gli ex compagni all'assemblea nazionale? Cosa che lui fece a suo modo, ovviamente, con la postura del padre nobile che sì bastonava il povero Bersani, l'odiato D'Alema e gli altri accoliti, ma avvolgendo il randello in qualche piccolo distinguo dal bullo toscano.

Anche Veltroni, naturalmente, ha evidenziato che il PD renziano dovrebbe, innazitutto, interrogarsi sul perché si sono persi milioni di voti, sul perché la sinistra è stata sradicata dai ceti popolari - non si dica "classi" per carità, non è nel lessico del Lingotto - dalle periferie urbane e sociali. Lui l'ha fatto e qual è stata la conclusione? Non sono le politiche dei governi che hanno allargato il solco - "i governi di centrosinistra hanno governato bene" ha detto - ma il fatto che nel racconto renziano, oggi lo si chiama storytelling, non c'era l'empatia verso i sofferenti mentre c'era troppa enfasi e autoesaltazione sulle cose fatte, sui risultati ottenuti, sui traguardi raggiunti, sulle sorti magnifiche e progressive del renzismo. Certo, ben diversi sarebbero stati i risultati se ai sofferenti si fossero dette parole di comprensione, distribuiti gratis i libri "Cuore", se insieme al jobs act si fosse letto del testo deamicisiano qualche pagina del "Piccolo scrivano fiorentino", se mentre si propinava la buona scuola si fosse raccontato agli insegnanti della "Piccola vedetta lombarda", se a chi rinunciava alle cure sanitarie per mancanza di soldi si fosse rallegrato l'animo leggendo "L'infermiere di Tata", e alle persone affette da una crescente povertà e dalla paura degli immigrati il non meno straziante "Dagli Appennini alle Ande". Vuoi mettere? Nel sud, nelle periferie urbane, nelle regioni ex rosse, sarebbe stato un trionfo.

Tutto il discorso sul PD è stato segnato, durante la trasmissione, dal rimpianto su ciò che poteva essere e non è stato. Si sono ricordate con nostalgia le buone intenzioni riformistiche originarie, solo che quelle del Lingotto non erano neanche buone ma solo buoniste. Di conseguenza, come da proverbio, hanno lastricato la via dell'inferno partorendo quel che è venuto dopo: il renzismo, che del Lingotto è un figlio legittimo. Se l'unica prospettiva che Veltroni e, con lui, l'establishment del vecchio centrosinistra sanno immaginare e proporre è quella di ripartire dal primo PD, siamo di fronte a una patetica coazione a riperdere.

Quel che è successo al PD dopo la sua nascita l'ha spiegato "Il punto" del solito bravo e asciutto Paolo Pagliaro che ha illustrato una ricerca di Lorenzo De Sio ricercatore presso la Luiss "Guido Carli". Lo studio ha evidenziato non solo la perdita dei consensi fino al loro attuale dimezzamento, ma il cambiamento dell'orientamento dell'elettorato restante divenuto, dopo la cura renziana, neoliberista sui temi economici e del lavoro e radicale su quello dei diritti civili. Insomma una formazione più simile a quella del francese Macron; che poi nella versione italiana di Renzi sarebbe micron.

Quella cura era già cominciata prima di Renzi. L'incipit glielo aveva dato il padre nobile.

Con il consenso di tutti gli altri affondatori della sinistra.


TOTÒ DIREBBE ...

Qualche giorno fa giornali e Tv hanno dato notizia dell'indagine campionaria sulle famiglie italiane di Bankitalia. I risultati evidenziati potrebbero essere assunti come un'anatomia dei risultati elettorali. Dice l'indagine che in Italia ci sono 13 milioni e 800 mila persone che vivono con meno di 800 euro il mese. Il 23% della popolazione è a rischio povertà con una crescita del 3% negli ultimi dieci anni. Gli ultimi cinque anni hanno visto al governo il PD con intese più o meno larghe con la destra berlusconiana o para berlusconiana. Prima c'era stato per un anno l'appoggio di Bersani, insieme a Casini e Berlusconi, al governo tecnico di Monti.

Il rischio povertà, evidenzia Bankitalia, colpisce più i giovani che gli anziani: 30% i primi. 15% i secondi over 65. E poi un altro profluvio di dati che raccontano una realtà del tutto diversa e opposta a quella cantata da Renzi e compagni. L'ex ministro del Lavoro nel governo Letta e Presidente dell'Istat fino al 2013 Enrico Giovannini, quindi non proprio un rivoluzionario o un populista descamisado, commenta così, come riporta "la Repubblica", i risultati di Palazzo Koch: "Colgo quattro dati eclatanti nel rapporto di Bankitalia, che confermano quanto sapevamo e in parte accolto negli indicatori Bes inseriti nella legge di Bilancio. C'è una ripresa leggera del reddito delle famiglie. Continuano a crescere le disuguaglianze. Le disparità territoriali restano enormi. E la ricchezza continua a calare, tranne che per gli ultra 65enni e per il 10% più abbiente. Ma l'aspetto che deve far riflettere è uno solo, come rileva l'Istat: nel 2017 il reddito delle famiglie è salito dello 0,7% a fronte del +1,5% messo a segno dal Pil. Vuol dire che solo metà della ripresa è finita nelle tasche degli italiani. Molti non l'hanno percepita. E chi se n'è accorto ne ha beneficiato in modo davvero lieve. Se vogliamo capire la propensione a chiedere un cambio di politiche, emersa nelle urne, dovremmo partire da qui".

La cosa era risaputa dunque, "confermano quanto sapevamo" dice Giovannini, solo che agli italiani in tanti, fra giornalisti, commentatori, opinion maker, columnist ecc., hanno cercato di raccontare un'altra storia. Poi la gente ha guardato al proprio vissuto sociale e ha dato le sue controdeduzioni nelle urne.

Nello stesso giorno, sempre su "la Repubblica", Federico Rampini, corrispondente da New York, scrittore e saggista, riporta e commenta un'altra indagine, quella del Financial Times, il paludato quotidiano economico inglese che prende in esame un orizzonte più vasto di quello italiano riguardante il mondo della globalizzazione. Anche qui a indagare non sono gli scomparsi "Bandiera Rossa" o "Il grido di Spartaco", "l'Unità", quella di Gramsci e del PCI, o "l'Avanti" di Nenni e del PSI. Dice Rampini che il giornale della City londinese, per la sua inchiesta, ha passato al setaccio 25 anni di bilanci societari. Ha guardato dentro i nove principali settori di attività economica e per ognuno di essi ha scartabellato le dieci aziende più grosse per capitalizzazione di Borsa. Poi ha aggiunto a tutta questa imponente panoramica le dieci multinazionali che hanno i più grossi "tesori" di cash parcheggiati all'estero. "Il risultato di quest'analisi - dice Rampini - è forse prevedibile, certamente scandaloso". Cioè: "Dalla crisi del 2008 a oggi, le aliquote effettive di prelievo fiscale a cui sono sottoposti i profitti di queste grandi aziende sono scese del 9%". Dal 2000 sulle grandi aziende è caduta una vera manna: la pressione fiscale è scesa dal 34% al 24%. Tutto ciò mentre per tutti gli altri le imposte sulle persone fisiche sono cresciute del 6%. "Si tartassa il ceto medio - osserva Rampini - per regalare privilegi alle grandi aziende". Proseguendo, il giornalista di "la Repubblica" ci informa che lo stesso giorno del rapporto del Financial Times negli Stati Uniti, per una legge voluta da Obama, sono pubblicati i dati sulle società quotate in Borsa. Tra questi anche gli stipendi dei manager delle grandi multinazionali. Enormi distanze separano, dice Rampini, "I Grandi Capi dalla plebe che lavora per loro: si va dalla Whirlpool (elettrodomestici) dove il chief executive guadagna 356 volte lo stipendio del suo dipendente medio, alla Marathon Petroleum dove il divario è di 935 a uno". Federico Rampini così conclude: "Ora sappiamo anche a cosa serve regalare sconti fiscali alle imprese: a pagare i loro top manager ancora di più".

Di fronte a tutto ciò Totò direbbe: "E poi dice che uno si butta a sinistra". La novità è che, invece, è stata la sinistra in Italia e in Europa a buttarsi via.

I COMPETENTI

Qualche giorno fa l'Osservatorio sulla Tav Torino-Lione presso la Presidenza del Consiglio ha partorito un documento corposo in cui è scritto per la prima volta che a proposito dell'opera osservata "Non c'è dubbio, infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell'Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza. Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse". Poi aggiunge: "La domanda che i decisori devono farsi è invece un'altra: 'Al punto in cui siamo arrivati, avendo realizzato ciò che già abbiamo fatto, ha senso continuare come previsto allora? Oppure c'è qualcosa da cambiare? O, addirittura, è meglio interrompere e rimettere tutto com'era prima?' ".

Ora si dà il caso che i contestatori di quell'opera, a partire dai valligiani della val di Susa organizzati nel movimento NoTav, quelle previsioni le avevano sbugiardate fornendo dati più veri e più certi. Da allora la battaglia è stata continua. Nei confronti dei NoTav ne sono state dette e fatte di tutti i colori. Furono trattati dalla destra e anche dalla sinistra, cosidetta "di governo", come dei retrogradi, nemici del progresso, dell'ambiente, della convivenza civile, dell'Europa e del Pil; un esempio di scuola di cosa fosse un movimento Nimby (Not In My Back Yard, letteralmente "Non nel mio cortile").

Ultimamente a schierarsi senza se e senza ma per la "grande opera" sono stati esimi esponenti del PD piemontese e nazionale, ante e post Renzi. Decenza vorrebbe che ne chiedessero scusa ai valligiani e agli italiani anche in ragione del miliardo di euro che lo Stato ha già speso per interventi propedeutici a un'opera oggi giudicata non più necessaria. La Francia di Macron l'aveva già defalcata dalle priorità, si era presa una cosiddetta "pausa di riflessione", istradandola sul binario morto. Fa amaramente sorridere il tentativo dell'Osservatorio di giustificare le responsabilità di chi assunse quella decisione, pervicacemente difendendola per tanto tempo contro ogni evidenza. Ci si appella alla "assoluta buona fede" dei decisori, confortata dalle "previsioni ufficiali dell'Unione Europea", pertanto non è colpa di nessuno se "lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò .... Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse". Messi al riparo tutti i responsabilie lasciata ai posteri l'ardua sentenza, l'Osservatorio, comunque, avanza timidamente il quesito: "La domanda che i decisori devono farsi è invece un'altra: 'Al punto in cui siamo arrivati, avendo realizzato ciò che già abbiamo fatto, ha senso continuare come previsto allora? Oppure c'è qualcosa da cambiare? O, addirittura, è meglio interrompere e rimettere tutto com'era prima?' ". Sembra quasi un'implorazione di chi è consapevole che i "decisori", i cosiddetti "competenti", sono lungi dal prendere atto della realtà, legati come sono a quella logica perversa di "grandi opere" non necessarie che servono a far soldi a chi le fa, che poi finanzia, al momento opportuno, soprattutto se è quello elettorale, quelli che le decidono. In un circuito perverso d'interessi fra certe imprese e certa politica che serve a tutti, meno che ai cittadini. Infatti il governo Gentiloni, a stretto giro di posta, ha risposto ribadendo che "anche oggi, in un contesto sociale ed economico diverso, pur modificando i presupposti, l'opera si giustifica economicamente oltre che ambientalmente"

A proposito di scuse, l'altro ieri le hanno doverosamente presentate agli italiani i responsabili delle Ferrovie italiane per il caos di lunedì scorso su tutta la rete ferroviaria italiana. Sono bastati 20 cm. di neve per paralizzare i trasporti ferroviari. Il ministro Delrio è subito intervenuto, ha fatto la faccia feroce e ha chiesto, niente meno, che un "dettagliato rapporto". In altri paesi simili catastrofi inducono il ministro competente prima a chiedere scusa e poi a dimettersi. Pare che tutto il caos sia da addebitare al fatto che i "competenti" alla guida delle Ferrovie italiane, l'AD Renato Mazzoncini e l'AD di Rfi Maurizio Gentile, non avessero previsto sufficienti scaldiglie che servono a non far ghiacciare, bloccandoli, gli scambi ferroviari. Queste scaldiglie coprono tutta la rete da nord fino a Firenze, come se gelo e neve, sebbene più rari, non capitino anche più giù. A Roma di queste scaldiglie ce ne sono 150, ne servirebbero 300 per coprire tutti gli scambi. Né sono stati adottati altri accorgimenti adatti allo scopo, sebbene l'arrivo del siberiano Burian fosse stato previsto da diversi giorni. Gentile ha detto che i meteorologi gli avevano prospettato solo 3 cm. di neve mentre ne sono caduti una ventina. Ora, dicono i "competenti", faranno gli investimenti necessari, 100 mln di euro, per dotare di scaldiglie tutta la rete ferroviaria del Lazio. Mazzoncini era stato nominato AD delle Ferrovie nel 2015 dall'amico Renzi, alla fine dello scorso anno, in rispettosa continuità, era stato prorogato in quell'incarico, fino al 2020, da Gentiloni.

Sempre per competenza.

L'ORGOGLIO DI ANGELA

Ieri su "la Repubblica" ho trovato una notizia, per così dire, controcorrente. Una donna di Pordenone, Angela De Marco, operaia da venti anni alla Lavinox di Villa Chions, delegata sindacale della Fiom -Cgil, madre di due figli che ha cresciuto da sola, si è laureata in filosofia alla Ca' Foscari di Venezia. Per l'occasione ha indossato, sopra l'abito di laureanda, la tuta da operaia che avevano anche sua madre e sua zia lavoratrici della Zanussi e anche suo padre. Scrive la giornalista Luana De Francisco: "Ha scelto di festeggiare così il traguardo: sfoggiando con orgoglio il simbolo delle migliaia di tute blu che, come lei e i suoi familiari hanno contribuito a costruire la storia del lavoro in Friuli". Lavorare, svolgere il ruolo di sindacalista in fabbrica, crescere da sola due figli, e poi studiare pagandosi l'università con le borse di studio e laurearsi a cinquant'anni non deve essere stato facile. La tesi che ha presentato è stata sulle "Trasformazioni del lavoro nell'era neoliberista". Dice Angela: "L'azienda mi mancherà, perché i rapporti che si costruiscono là difficilmente si instaurano fuori".

Per lei la filosofia serve a capire l'essere umano e vorrebbe insegnare. Teme, però, che il suo sogno resterà una chimera. "Tanto più in Italia, dove reinventarsi a cinquant'anni - osserva - sembra impossibile". Il padre dei suoi figli era di origine ecquadoregna. Degli immigrati dice: "Non sono accettati come dovrebbero, nonostante l'impegno con cui cercano di integrarsi".

Io non so come abbia votato Angela domenica scorsa. So, però, che questo suo orgoglio e queste sue idee appartengono all'Italia migliore. E credo che è da persone come lei che dovrebbe rifondarsi non solo la sinistra e uno schieramento progressista comunque configurato, ma la democrazia italiana.

Altrimenti questo paese continuerà ad essere preda dei potentati economici e dei ciarlatani politici, e non avrà futuro.


CADUTI DAL PERO

Dopo i risultati elettorali del 4 marzo sono stato a guardare e a sentire cosa avevano da dire i responsabili politici e i maître à penser intellettuali del centrosinistra. Da subito il panorama è stato affollato da gente che sembrava caduta dal pero. Tutti scatenati contro gli errori degli altri, senza alcuna autocritica per le proprie responsabilità nell'aver avallato e, in alcuni casi, appoggiato entusiasticamente quegli errori, sia quelli renziani più recenti sia quelli più antichi di cui i critici di oggi sono stati protagonisti ben prima che Renzi arrivasse a impadronirsi del PD e a calcare la scena. Prendo, ma non a caso, alcuni esempi.

Veltroni il PD l'ha fondato, con il consenso di tutti gli altri, da Bersani a D'Alema. Gli ha dato, con il famoso discorso del Lingotto, un profilo non riformista ma sgangherato dal punto di vista culturale. Ha fatto da levatrice alla messa insieme non di due partiti provenienti dal riformismo socialista e da quello cattolico sociale, ma varie correnti di potere che avevano già abbondantemente incistato sia i DS sia la Margherita. Quanto alla "forma partito" essa è stata il risultato dell'accoppiamento incestuoso di due cose: il plebiscitarismo delle "primarie" con il feudalesimo delle correnti, cordate, cacicchi e ras vari nelle province e nelle Regioni. Non un nuovo inizio, ma una regressione medievale fatta passare come innovazione che guardava al futuro. Da quella fondazione il PD "a vocazione maggioritaria" non è mai decollato, risultando, semmai, la tomba della sinistra storica. Ci si aspetterebbe un ripensamento critico e anche qualche mea culpa anche per aver avallato quasi tutto delle politiche renziane, invece il fondatore del PD sembra un passante qualsiasi. Intervistato sabato scorso sul Corriere della sera da Aldo Cazzullo, a parte i toni da Saint Just che non gli si addicono (" La sinistra non è nata con i parlamenti; è nata con la rivolta degli schiavi"). Veltroni dice: "Questa sconfitta non nasce per caso. Non è un accidente". Il problema, secondo il primo ex segretario del PD, è che "La Sinistra non ha colto la trasformazione della società. È stata forte quando la società era strutturata, organizzata per classi, con forti elementi unificanti. Nella società liquida la sinistra si è persa. Ha perso la sua capacità di essere se stessa, di rappresentare dentro il tempo della precarietà e della coriandolizzazione dell'esperienza umana il proprio punto di vista. Ha perso quel che la sinistra non può perdere: il rapporto con il popolo. Senza il popolo non esiste la sinistra". E di grazia quando è cominciato quest' allontanamento dal popolo? Chi è stato segretario dei DS quando Berlusconi, per dire, rivinse le elezioni nel 2001, e poi del PD, quando l'ex cavaliere le rivinse ancora nel 2008? Boh! E i "coriandoli" del precariato, dei bassi salari, dell'arretramento del welfare ecc. quando hanno cominciato a volare per aria nel carnevale neoliberista se non ai tempi di Pds-DS-PD? Per esempio, il famigerato "pacchetto Treu" che nel 1997 aprì la porta non alla flessibilità nel lavoro ma al precariato quanto ha inciso nella disarticolazione e sfaldamento del blocco sociale e generazionale della sinistra?

La sinistra non si è persa nella società liquida, è stata semplicemente liquefatta da un indirizzo politico-culturale che non ha saputo vedere le moderne fratture sociali prodotte dalla globalizzazione, il crescere delle ineguaglianze e delle ingiustizie. La sinistra si è persa nell'arroganza di una classe dirigente che a chi obiettava rispondeva con supponenza: "Scansati ragazzino e lasciami lavorare". Questi dirigenti che, da giovani, hanno sciolto il PCI proprio perché ritenuto inidoneo a interpretare i cambiamenti epocali, la modernità e a sostenere la sfida dell'innovazione e del cambiamento, si ritrovano oggi in tarda età, alla fine di un lungo ciclo politico e storico attraversato all'insegna del "nuovismo", ad aver perso proprio quelle sfide che volevano vincere e ad aver liquidato la sinistra in Italia.
Su una cosa Veltroni ha ragione, quando dice che "Il problema non è Renzi. È molto più serio, più profondo, più sconvolgente". Giusto. Basta essere consapevoli che in così grande sconvolgimento si è recitata una parte non secondaria e da protagonista.

Dopo Veltroni si è sentito anche Bersani. Martedì scorso nel talk show di Floris, ma nei giorni precedenti aveva già reso esplicito il suo pensiero sui giornali, è tornato a parlare della così detta "mucca" nel corridoio diventata nel frattempo, ha detto, un "toro". Cioè quello che lui richiama il "ripiegamento della globalizzazione" che ha terremotato il lavoro e il welfare europeo e che sarebbe alla base dell'esplodere dei sovranismi. "Io lo vado dicendo da tre anni che stava arrivando l'ondata" si è riconosciuto. Pensando di addebitarsi chissà quale anticipo sui tempi, invece confessava un ritardo di almeno quattro o cinque lustri. Che la globalizzazione neoliberista avrebbe avuto gli effetti che oggi tutti denunciano a sinistra, non è che ci volesse il mago Otelma a capirlo. Bastava rileggersi alcune pagine del "Manifesto" di Marx ed Engels sulle capacità globaliste e innovatrici della produzione capitalista per trarre qualche ispirazione, ripeto: ispirazione non un compito già fatto, per un'analisi aggiornata dei cambiamenti rivoluzionari nella produzione spinti innanzi dal neoliberismo e che nell'occidente euro atlantico andavano provocando sconquassi sociali. Invece si è pensato di cavalcarli con il riformismo debole della "terza via", per ritrovarsi senza popolo. Bersani, come D'Alema del resto, dovrebbe partire da una constatazione politica e temporale: la gramsciana "rottura sentimentale" fra la sinistra storica, comunque configurata, antagonista o riformista, e la sua base sociale, era già avvenuta, nella forma specifica dell'esplosione elettorale del M5s, durante la sua segreteria del PD. Già allora, se non addirittura prima, il vitello passeggiava nel corridoio; a farlo diventare mucca ci pensò il governo Monti e l'appoggio dato a esso dal PD di Bersani insieme a Berlusconi e Casini Nel 2013 Pierluigi, prendendo atto del risultato, disse che il PD non era stato capace di intercettare la spinta al cambiamento; oggi, dopo il misero 3,39%, dice che con LeU non sono stati in grado di intercettare gli elettori in fuga dal PD. Insomma Bersani nel ruolo di "intercettore" non si è mostrato migliore di quello di "smacchiatore". A parte il ritardo storico nel tentativo di ricreare qualcosa di serio a sinistra che ricucisse la "rottura sentimentale", ritardo difficilmente colmabile in una campagna elettorale, bisognerebbe aggiungere che, comunque, dalla separazione dal PD renziano in poi Bersani, D'Alema e compagni - e neanche pienamente in sintonia tra di loro - hanno fatto di tutto e di più per non fare quel che doveva essere fatto. L'indegno balletto alla ricerca di una leadership, sette mesi persi appresso all'ectoplasma di Pisapia, la fondazione non di un partito o, almeno, di un movimento politico aperto, ma di tre percentuali dentro una lista che si presentava con il politicismo di sempre e i volti dell'ancien régime, hanno fatto sorvolare i fuggitivi dal PD sopra LeU e planare direttamente nel M5s.

Un altro fra gli intellettuali della sinistra a dire la sua con impressionante precisione, è stato l'hippie Michele Serra. Sdraiato sulla sua "Amaca", ha individuato mercoledì scorso due date, le più "Spietatamente simboliche - dice - della crisi del PD e della leadership di Renzi. La prima è il 23 novembre del 2014, quando alle elezioni in Emilia Romagna si dimezza il numero dei votanti: 37 per cento. Inimmaginabile tracollo della rappresentanza politica nella regione simbolo della sinistra italiana". In proposito Serra espresse stupore perché la "giovane classe dirigente renziana, che della storia dovrebbe sentirsi bene in arcione, abbia prodotto commenti piuttosto evasivi, come se non avesse capito l'enormità di quanto è accaduto", ma scacciò subito il pensiero impertinente. "Piangere sui cocci non serve. - chiosò - Entità sociali di ben altra portata si sono sfarinate nel tempo, non c'è più l'impero asburgico, è defunto quello ottomano, ci faremo una ragione anche della fine del modello emiliano, che pure ha avuto meriti sociali, politici e culturali". Consigliò di mettersi in ascolto per capire il perché della caduta dell'impero rosso. Lui, invece, coerentemente, continuò a sostenere gli "evasivi", i sordi, i giovani leoni renziani e a bastonare dalla sua Amaca quelli che criticavano il renzismo e non "storicizzavano", come lui, le batoste.
La seconda data di Serra, udite udite, "E' il primo giugno del 2017, dimissioni di Campo Dall'Orto da direttore generale della Rai, impallinato dai cacicchi dei partiti (PD compreso)". Infatti, appena appresa la ferale notizia nelle periferie italiane, da Torbellamonca (Roma) a Scampia (Napoli), dallo Zen (Palermo) a Quarto Oggiaro (Milano), da Le Vallette (Torino) ai Tamburi (Taranto), ci furono sollevazioni popolari a difesa di Dall'Orto e una caduta rovinosa di consensi al PD dopo le acclamazioni di quando fu approvato il jobs act, liberalizzati i voucher, tolto l'Imu anche ai ricchi, elevata la soglia penale per l'evasione fiscale ecc..

Michele Serra non è caduto dal pero, ci è rimasto.


IL PIEDE IN DUE STAFFE

"Comunque vada sarà un successo!" diceva il comico e conduttore televisivo Piero Chiambretti. Intendeva uno spettacolo, ma può essere anche il tentativo di farsi eleggere da qualche parte. A provare il brivido del sicuro è stato Giacomo Mancini, nipote del più noto nonno, esponente di primo piano del PSI di cui fu segretario e anche ministro negli anni '60 e '70 del secolo scorso.

Mancini junior ha dovuto sobbarcarsi un lungo, defatigante e tormentoso giro politico-partitico nell'ultimo quarto di secolo che avrebbe sfiancato chiunque, ma non lui. E', come da illustre tradizione familiare, socialista in varie formazioni aderenti al centrosinistra: PSI, (fino al 1994), PSE-Lista Mancini (1994-2005), SDI (2005-2007), PSI (2007-2009). Poi passa al centrodestra di Berlusconi: PdL (2009-2013) FI (2013-2016) il succedaneo ALA (2016-2017). Poi ripassa col PD (dal 2018). E' deputato prima con i DS, eletto nel 2001, e poi con i radicali della Rosa nel Pugno nel 2006. Per non farsi mancare nulla è anche, dal 2002, consigliere comunale di Cosenza e si candida a sindaco della città nel 2006, fuori dal centrosinistra, sostenuto dalla Rosa nel Pugno e da Rifondazione Comunista. Non ce la fa, la prende male e passa con Berlusconi che lo candida alle europee del 2009; ma anche qui non è eletto. Viene però generosamente ricompensato e, sempre con il centrodestra, diventa assessore al Bilancio della giunta calabrese di Scopelliti. Nel 2014 si candida con il centrodestra alla Regione con FI; è primo dei non eletti. E allora che ti fa il Mancini junior? Alle recenti elezioni politiche si candida con il PD all'uninominale di Cosenza. Naturalmente è un disastro: prende il 16,7%, stracciato dalla grillina Orrico (51,87%) e da Naccarato centrodestra (24,45%). Ma niente è perduto, a parte l'onore. Siccome il consigliere regionale di FI Orsomarso, nel frattempo candidatosi alle politiche con FdI della Meloni, per effetto del riconteggio dei voti dovrebbe agguantare il seggio in Parlamento e lasciare quello regionale forzaitaliota, Mancini dovrebbe subentrargli come onorevole alla Regione Calabria. Per conto di FI dopo essersi candidato con il PD renziano, notoriamente di bocca buona e larga. Quando si dice avere "il piede in due staffe" di un unico cavallo: quello del trasformismo per il potere.

Evidentemente per Mancini fra FI di Berlusconi e il PD di Renzi non faceva differenza. Aveva ragione. Manco gli elettori l'hanno fatta il 4 marzo.

E' IL POTERE BELLEZZA!

In questi giorni nelle sale cinematografiche viene proiettato, per la regia di Steven Spielberg, il film "The Post", interpretato da Tom Hanks e Meryl Streeps. Un bel film che narra di come la stampa americana, in alcuni momenti della storia statunitense, ha saputo tenere testa al potere e anche sfidarlo. Il giornale protagonista di una vicenda vera risalente ai primi anni '70 è lo stesso, il Washington Post, che sempre in quegli anni, con la sua inchiesta sul Watergate, costrinse Nixon alle dimissioni. Un altro film, "Tutti gli uomini del Presidente", diretto da Alan J. Pakula e interpretato da Robert Redford e Dustin Hoffman, raccontò quella vicenda. Nella filmografia americana il tema della libertà stampa come garanzia fondamentale per il funzionamento della democrazia americana è ricorrente, e ricorrente è il merito che viene riconosciuto ai giornalisti che sanno esercitare il loro ruolo di cacciatori di magagne del potere e di scorticatori dei potenti senza guardare in faccia a nessuno. Negli anni '50 Hollywood, per la regia di Richard Brooks, sfornò un altro indimenticabile e oggi meno conosciuto film, "L'ultima minaccia", interpretato dal grande Humphrey Bogart. A chi ha avuto il privilegio di vederlo, risuona ancora nelle orecchie il grido finale di Bogart al telefono che respinge le minacce del potente di turno, facendogli ascoltare, attraverso la cornetta, il gracchiante rumore della rotativa che gli annuncia la sua rovina: "E' la stampa bellezza, la stampa, e tu ci puoi far niente, niente".

Ho ripensato a questi film l'altra sera, ascoltando lo spettacolo penoso che due giornalisti come Lilli Gruber e Beppe Severgnini, non certo i peggiori di quelli che popolano le redazioni di giornali e TV, hanno dato di sé intervistando a "Otto e mezzo" Silvio Berlusconi. L'ex cavaliere, com'è noto, ha un pedigree giudiziario più lungo di un rotolone Regina di carta igienica. Quello politico, sotto ogni profilo, è stato semplicemente imbarazzante. Se c'è un uomo, corrotto e corruttore, che ha sdoganato ogni vergogna corrompendo profondamente anche la parte una volta sana del nostro paese, questo è il frodatore fiscale di Arcore. Perciò ci si aspetterebbe che uno così appena arriva a tiro di un giornalista vero sia metaforicamente scuoiato. Negli Stati Uniti, non solo sui giornali, ma anche nei talk show delle TV, questo succede normalmente. Qui da noi no. Il condannato per frode fiscale, l'interdetto dai pubblici uffici, il cacciato dal Senato della Repubblica, il deprivato dell'onorificenza di "cavaliere del lavoro", l'imputato di accuse infamanti in processi in corso, il prescritto da leggi che si fece ad personam, in possesso, sentenziarono i giudici, di una "naturale capacità a delinquere", Silvio Berlusconi, viene trattato con tutti gli onori, non solo nei "salotti" televisivi pubblici da lui solitamente frequentati, come quello di Vespa, e ovviamente in quelli delle sue TV, ma anche nelle trasmissioni dove, una volta, si guardava bene dall'esserci timoroso di domande ficcanti.

Beppe Severgnini è stato del tutto inane di fronte a un Berlusconi cui è stato concesso impunemente di reiterare le sue vecchie sceneggiate di venditore di aspirapolveri rotte, senza che gli si contestasse alcunché di serio di ciò che costituisce il suo profilo politico-criminogeno. Idem, duole dirlo, Lilli Gruber. Come diceva il Manzoni, parlando di Don Abbondio, "Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare". Per somma ingiuria, l'ex cavaliere alla fine di una sua intemerata sul "fango" giornalistico di cui sarebbe stato oggetto in tutti questi anni, gli ha detto pure "Severgnini si vergogni". Ed è vero, Severgnini dovrebbe almeno arrossire, ma non per quello che su Berlusconi ha scritto o detto nel passato, che poi non sembra rimasto negli annali giornalistici, ma per quello che non è riuscito a dirgli l'altra sera. Lo stesso rossore dovrebbe soffondersi sulle gote di altri conduttori, come Fazio, che di fronte al signore di Arcore non riescono a spiccicare parola che non sia soave, leggera, scherzosa.

Il fatto è che il giornalismo italiano, salvo le poche eccezioni con la schiena dritta in via di estinzione, afferra al volo l'aria che tira. E oggi tira una certa aria di future larghe intese fra il pregiudicato di Arcore e il Pd con variegata compagnia al seguito: da Bonino a Tabacci, da Bonelli a Santagata. L'altra sera, per esempio, a "Di martedì", trasmissione solitamente non accomodante con il renzismo, lo statista di Rignano è stato messo a confronto con il nonno Eugenio Scalfari. Nonno perché lui stesso ha detto di considerare politicamente Renzi come un nipotino. Un po' scavezzacollo ma cui il nonno, di solito meno severo dei genitori, perdona volentieri ogni marachella. A un certo punto il nonno, nella sua smania permissiva, è sembrato volergli far ripetere la marachella più grossa: la riforma della Costituzione. "Ho già dato", ha risposto il nipote, memore dei ceffoni ricevuti dagli elettori. Non è stato un confronto, ma un'amorevole rimpatriata familiare.

Se l'Italia è ridotta a questa classe politica, la responsabilità in parte ce l'ha anche il ceto dei giornalisti, moltissimi dei quali mancano di coraggio e di una decente deontologia professionale.

E' il potere bellezza!.


MISERIA DELLA POLITICA

Dopo l'esito disastroso del voto per il PD, l'ex segretario Matteo Renzi, incapace cronicamente di comprendere il perché dei suoi fallimenti, continua, come nel post referendum, a riversarli sugli altri. Dal Presidente della Repubblica ai dirigenti del PD che non l'hanno assecondato abbastanza, e, soprattutto, quel popolo di elettori che non ha compreso il suo genio neroniano, scappando, principalmente, verso i "cinquestelle". Solo l'ipocrisia di Gentiloni ha potuto definire le dimissioni di Renzi "esempio di stile e di coerenza politica". Già dopo il risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che anticipava con tutta evidenza le tendenze elettorali poi dispiegatesi sul piano di liste, coalizioni e partiti il 4 marzo scorso, lo statista di Rignano aveva usato per riproporsi alla guida del PD il solito stantio e ipocrita artificio retorico del "me lo chiedono". Disse che la sua volontà di lasciare era stata fermata da ben 24 mila email di sostenitori che lo imploravano a restare. Un numero, secondo lui, assai più significativo dei 19 milioni di elettori che l'avevano sonoramente bocciato nelle urne, assecondando ben volentieri le sue promesse o minacce di lasciare non solo tutti gli incarichi rovinosamente svolti ma addirittura la politica se avesse perso.

Lunedì scorso per continuare l'indegna sceneggiata del "me ne vado ma resto", ha usato una email di sostegno di un disabile ammalato di Sla esibita, come suo ultimo post da segretario dei dem, su facebook. Una trovata da "Libro cuore" che usa la sofferenza umana per fare breccia nei sentimenti delle persone onde guadagnare un sostegno politico. Una cosa spregevole da tutti i punti di vista, che la dice lunga sullo spessore morale, oltre che sulla già acclarata cialtronaggine politica, di Matteo Renzi.

Nel "Libro cuore" di De Amicis sarebbe Franti non Garrone.

Lo stesso ritornello del "me lo chiedono" lo ha usato Guglielmo Epifani in un'intervista di Roberto Mania a "la Repubblica", senza però, per la verità, raggiungere le vette dell'ipocrisia renziana. L'argomento era il risultato elettorale disastroso di LeU. Le spiegazioni di Epifani non hanno aggiunto niente di particolarmente illuminante alle tante analisi in corso. Alla fine dell'intervista Mania gli ricorda che Claudio Fava - che nelle elezioni siciliane con la sua lista di sinistra "I cento passi" ha preso il 6%, quasi il doppio di LeU, non molto ma un sogno per chi non è arrivato neanche al 4% - gli ha chiesto pubblicamente di cedere il seggio, fortunosamente conquistato "grazie al recupero dei voti, alla messinese Maria Flavia Timbro. Lo farà visto che negli altri collegi in cui era capolista non è stato eletto?". Risposta: "Tutti quelli che con cui ho fatto questa durissima campagna elettorale e che si sono battuti per prendere più voti possibili mi chiedono di restare a rappresentare i problemi del territorio". Che, però, visto il risultato, non dovrebbero essere molti. "Me lo chiedono" è il ritornello di politici consunti e fallimentari. Un ritornello che si è sentito in questi anni sulla bocca di tanti esponenti politici di centrodestra e del PD, abbarbicati al potere e alle Istituzioni. Non si confà a chi dice di voler costruire una nuova sinistra.

Il primo passo in questa direzione, infatti, dovrebbe iniziare col farsi da parte.


AMARCORD: LE API DI VIRGILIO

Nelle spietate critiche di questi giorni, a tempo scaduto, di molti esponenti di quella che fu la sinistra post comunista verso gli errori, sempre degli altri, che hanno causato la rovina attuale, qualcuno ha accennato persino al linguaggio. Un linguaggio che, divenendo sempre più oligarchico ed escludente, ha segnato, anche in questo campo, il lento declinare della sinistra. Si cominciò molto presto e con una non disprezzabile aura culturale. Nel congresso del Pds del gennaio '97 lo slogan, suggerito da Cuperlo allora collaboratore stretto di D'Alema, fu: "Il futuro entra in noi molto prima che accada". Eravamo nella temperie dell'innovazione, della discontinuità, del cambiamento, sull'onda alta, direbbe Bersani, della globalizzazione gioiosamente affrontata con il "pacchetto Treu" che liberalizzava le forme contrattuali nel lavoro, preparando, in assenza d'interventi correttivi e compensativi, il radioso futuro del precariato. Il colto dirigente mitteleuropeo pensò di rappresentare questo sguardo al futuro con i versi ricordati del poeta austriaco di origine boema Rainer Maria Rilke. Versi molto apprezzati dalle élite colte e progressiste, ma non in grado di entusiasmare i lavoratori che capirono molto di più verso quale avvenire il Pds si stava incamminando dalle conclusioni congressuali di D'Alema, allora segretario, che attaccò Cofferati e la Cgil. A rendere più chiara la comunicazione con le classi e i ceti popolari ci pensò Veltroni tre anni dopo eleggendo a slogan congressuale dei DS - tali erano diventati, nel frattempo, i postcomunisti - quell'"I care" che Don Milani aveva sì messo sulla porta della sua scuola di Barbiana, ma dopo averlo tradotto e spiegato ai suoi pochi scolari. Altra cosa erano quei milioni di subalterni che componevano ancora la base sociale del partito postcomunista che non conoscendo a menadito l'inglese non furono illuminati da quello slogan buonista sugli obiettivi che il partito veltroniano intendeva perseguire che non fossero solo quelli del libro "Cuore".

In seguito il linguaggio di codesti innovatori è diventato sempre più lontano, per non dire astruso, dalla gente comune, avulso dalla dura realtà delle periferie sociali. A ravvivarlo un po', bisogna riconoscerlo, intervennero le metafore bersaniane, ma ormai era tardi, i subalterni avevano già cominciato a sfollare verso altri lidi politici, animati anche da un certo rancore. Non capivano, i poverini, perché per "smacchiare il giaguaro"- cioè Berlusconi - il PD aveva pensato di farli tosare prima dal governo Monti sostenuto da quello stesso felino. "Meglio un passerotto in mano del tacchino sul tetto" andava dicendo Bersani, che poi equivaleva a "meglio un uovo oggi che la gallina domani", solo che lavoratori e pensionati vedevano sparire dalla loro tavola, con la crisi economica incombente, uova e passerotti, mentre crescevano a dismisura e scandalosamente redditi e privilegi di ogni tipo e per ogni casta. Anche Renzi criticò lo smacchiatore, poi, quando toccò a lui - ora il "senatore di Scandicci" lo criticano un po' tutti, da Napolitano (esaltazione acritica ha detto) ai renziani della prima ora come Delrio (enfatizzazione eccessiva ha osservato) e Richetti - tralasciate le simpatiche metafore bersaniane, passò direttamente alle favole improntate al "tutto va bene madama la marchesa" che suscitarono un incontenibile entusiasmo, soprattutto nelle urne, fra precari, poveri, pensionati al minimo e lavoratori beneficiari del jobs act.

Nella precedente sinistra, quella del PCI, mi rammento, a proposito di linguaggio, che Luigi Longo, comandante partigiano, garibaldino di Spagna, vicesegretario e poi segretario del PCI alla morte di Togliatti, soleva raccomandare ai dirigenti comunisti che i documenti di partito dovevano essere scritti in modo tale da essere comprensibili - diceva - anche ai suoi compaesani di Fubine. La cosa che più mi è rimasta impressa, però, sono le parole di Togliatti in un appello elettorale del 25 aprile del 1963 alla vigilia delle elezioni politiche. Si era all'indomani del boom economico, del salto storico nei consumi di massa; l'Italia in pochi anni era passata da paese agricolo-industriale a industriale-agricolo. Milioni di persone si erano spostati dalla campagna verso le industrie delle città, dal sud al nord. Gli operai e tutti i lavoratori italiani avevano lavorato sodo. Al governo, dopo l'avventura Tambroniana affossata dalla rivolta antifascista nel 'luglio del '60, c'era un nuovo equilibrio politico di centro-sinistra poggiante su una maggioranza di cui era parte il PSI di Nenni. Togliatti seppe trovare l'accento giusto, le parole appropriate e colte nello stesso tempo per penetrare nelle loro menti e nei loro cuori. A quelle elezioni il PCI fece un balzo in avanti guadagnando un milione di voti e 26 deputati in più. L'organo del partito "l'Unità" uscì con un titolo a nove colonne: "Vittoria". L'affermazione era relativa ma diventava più accentuata perché la Dc perse oltre 4 punti in percentuale attestandosi sotto quel 40% che non riuscì più a raggiungere in seguito. In tempi di spostamenti elettorali minimi, quel 2,58% di incremento che portava i comunisti oltre il 25% era considerato un vero successo. A sinistra, del resto, il PSI segnò il passo a vantaggio, invece, del PSDI di Saragat che crebbe di 1,55%. A destra ciò che perse la DC lo guadagnò il PLI di Malagodi che in percentuale raddoppiò.

Ma cosa disse Togliatti ai lavoratori e al paese toccando la questione sociale?

"Il vero problema è che lo sviluppo economico finora è stato regolato, essenzialmente, dalla dura legge del profitto nell'interesse del grande capitale e dei ceti privilegiati. Il popolo ha lavorato forte. Il ritmo di lavoro nelle officine è diventato così intenso, che esaurisce un uomo nel corso di non molti anni. Ma è accaduto come per le api, dell'amaro verso, col quale Virgilio accusava i profittatori dell'opera sua, ricordate: 'Voi fate il miele oh api, ma sono altri che lo godono'."

Le parole, seppur incisive e belle, non danno però tutto il senso di quell'intima "connessione sentimentale" fra l'intellettuale comunista e il popolo lavoratore che egli rappresenta anche perché ne conosce a fondo la condizione umana. Anche il tono con cui furono dette è indispensabile ascoltare per capire gli anni luce che hanno separato quella sinistra colta e al tempo stesso popolare dai suoi sedicenti eredi.