LE PAROLE FRA NOI

FEBBRAIO CHE A CARNEVALE

SI MASCHERA DA LIBRAIO

di Dino Villatico

Febbraio è stato un mese prodigo di doni libreschi. Il mio compagno m'ha regalato l'Ottimo Commento alla Commedia. Me lo godo pagina per pagina, rigo per rigo. Dalla Francia mi è arrivata la Correspondance di Debussy, la centellino, lettera per lettera, e i suoi preludi mi annebbiano la mente, il mare rumoreggia di lontano, ritorno indietro alla mia vita di ragazzo sulle rive di Pirgi, nel Castello di Santa Severa; e ora vedo sulla mia scrivania mostrarsi un prezioso regalo dell'editore Carocci: L'aur'amara di Arnaut Daniel (Roma, ristampa 2019), quanto ci è rimasto cioè del suo canzoniere. Dante - di cui posto sotto i versi che riguardano Arnaut, Purgatorio, XXVI, 115-148 - un libricino da godersi pagina per pagina. L'altro giorno ho menzionato Góngora., postando su Facebook un suo sonetto, epitaffio della tomba del Greco, e la mia maldestra traduzione. Aranut è della cerchia: poesia intellettualistica, se mai altra, lambiccatissima, artificiosissima, e - proprio per questo? - sublime. Oggi probabilmente sarebbe sbeffeggiato dai tanti, troppi, fautori della semplicità, della comprensione, dell'immediatezza e dell'intellegibilità dell'arte. Come la mettiamo? Dante lo chiama "miglior fabbro del parlar materno". Petrarca - Triumphus Cupidinis, IV, 40-42 - "ch'a la sua terra / ancor fa honor col suo dir strano e bello" ("strano e bello", traduzione in volgare fiorentino del "trobar clus", poetare chiuso, oggi diremmo ermetico).

Ab gai so cuindet e leri

fas motz e capus e doli,

que seran verai e sert

quan n'aurai passat la lima,

qu'Amor marves plan'e daura

mon chantar que delieis mueu

cui Pretz manten e governa

Tot jorn melhur e esmeri

quar la gensor am e coli

del mon, so∙us dic en apert:

sieu so del pe tro qu'al cima,

e si tot venta∙ill freg'aura

l'amor qu'ins el cor mi plueu

mi ten caut on plus iverna.

Mil messas n'aug e∙n proferi

e∙n art lum de cer'e d'oli

que Dieu m'en don bon acert

de lieis on no∙m val escrima;

e quan remir sa crin saura

e∙l cors qu'a graile e nueu

mais l'am que qui∙m des Luzerna.

T'an l'am de cor e la queri

quìab trop voler cug la∙m toli,

s'om ren per trop amar pert,

que∙l sieu cors sobretrasima

lo mieu tot e non s'aisaura:

tan n'a de ver fag reneueu

q'obrador n'ai'e taverna.

No vuelh de Roma l'emperi

ni qu'om m'en fassa postoli

qu'en lieis non aia revert

per cui m'art lo cors e∙m rima;

e si∙l maltrait no∙m restaura

ab un baizar anz d'annueu,

mi auci e si enferma.

Ges pel maltrag que∙n soferi

de ben amar no∙m destoli;

si tot me ten en dezert

per lieis fas lo son e∙l rima:

piegz tratz, aman, qu∙om que laura,

qu'anc non amet plus d'un hueu

selh de Moncli Audierna.

Ieu sui Arnaut qu'amas l'aura

e cas la lebre ab lo bueu

e nadi contra suberna.

Con gaio suono graziosetto e lieto

faccio parole e sgrosso e piallo

che saranno vere e certe

quando ci avrò passato la lima;

perché Amore subito appiana e indora

la mia canzone che da lei muove

il cui Pregio sostiene e governa.

Ogni giorno miglioro e mi affino

perché la più gentile amo e servo

del mondo, ve lo dico apertamente;

suo sono dal piede fino al capo,

e se anche soffia un'aura fredda

l'amore che nel cuore mi piove

mi tiene caldo quanto più s'inverna.

Mille messe ascolto ed offro

e ardo lume di cera e d'olio

che Dio mi doni buona riuscita

con lei con cui non vale scherma;

e quando guardo il suo crine d'oro

e il corpo che ha agile e nuovo

più l'amo di chi mi desse Lucerna.

Tanto l'amo di cuore e la bramo,

che per troppo volere penso di togliermela,

se cosa per troppo amare si perde,

perché il suo cuore sovrasta

il mio talmente e non si stacca

tanto n'ha davvero fatto usura

ch'artigiano n'abbia e taverna.

Non voglio di Roma l'impero,

né che mi si faccia apostolo

se in lei non ho riparo

per cui m'arde il cuore e brucia;

e se il duolo non mi risana

con un bacio prima dell'anno,

mi uccide e s'inferna.

Per la doglia di cui soffro

di ben amare non mi distolgo,

anche se così mi tiene in abbandono

per lei faccio il suono e la rima:

peggio sto, amando, che chi lavora,

che mai non amò più di un uovo

quegli di Moncli Audierna.

Io sono Arnaldo che ammucchio l'aria,

e caccio la lepre con il bue,

e nuoto contro corrente.

Ho cercato di restare fedele, traducendo, al dettato di Arnaldo. Ma non è facile. E solo la rima finale di ogni copla (strofa) sono riuscito a salvare. Perduta però nella tornada (il congedo). Il virtuosismo di richiamare in ogni copla le rime della prima non è solo sfoggio di bravura architettonica, ma un modo di richiamare l'attenzione sulla scrittura, è una poesia che parla d'amore ma insieme parla del modo di parlare d'amore. Insomma la scrittura non dimentica mai di essere al contempo riflessione sulla scrittura stessa. Lascio ai competenti filologi romanzi di approfondire questo aspetto. Qui richiamo questo modo di fare poesia perché mi sembra istruttivo di quanti modi si possa scrivere poesia. Non senza osservare in margine quanto alla luce di una poesia come questa, della quale la musica faceva parte irrinunciabile, quanto, dico, appaia ridicola, provinciale, settaria la polemica alzatasi in Italia per il Nobel a Bob Dylan. Ma, ritornado ad Arnaut Daniel, e alle riflessioni che suscita in riferimento alla poesia di oggi, all'arte di oggi, viene da pensare che alla validità della poesia non contribuisce certo la sua comprensibilità, la sua facilità, o per opposizione la sua artificiosa complessità. Nell'un caso come nell'altro il senso della poesia sta nella sua scrittura. Che sia semplice o complicata. Dante può scrivere intricatissime sestine (maestro riconosciuto Arnaut) e perfino inventarsi una sestina doppia, ma anche buttare giù un piccola ballata (ballatetta) di immediata efficacia: Per una ghirlandetta ch'io vidi / mi farà sospirare ogni fiore. La semplicità non è spontanea, è costruita. Questo c'insegna la poesia "difficile" di Arnaut o delle rime petrose o di quelle dottrinali. Che anche la semplicità non nasce immediata, ma è frutto di pensiero, di costruzione, in una parola di scrittura. Ma questo dovrebbe poi insegnarci anche a non schierarsi, oggi, per un'arte comprensibile a tutti, come l'unica vera arte. Esiste un'arte complicata, artificiosa, difficile, anzi spesso difficilissima, che capiscono pochi, forse pochissimi, ma non per questo meno arte di quella che conquista subito il pubblico. Nel XXVI canto del Purgatorio Dante lo spiega benissimo.

"O frate", disse, "questi ch'io ti cerno
col dito", e additò un spirto innanzi,
"fu miglior fabbro del parlar materno. 117Versi d'amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch'avanzi. 120A voce più ch'al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppinïone
prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti. 123Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l' ha vinto il ver con più persone. 126Or se tu hai sì ampio privilegio,
che licito ti sia l'andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio, 129falli per me un dir d'un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro". 132Poi, forse per dar luogo altrui secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l'acqua il pesce andando al fondo. 135Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch'al suo nome il mio disire
apparecchiava grazïoso loco. 138El cominciò liberamente a dire:
"Tan m'abellis vostre cortes deman,
qu' ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. 141Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu' esper, denan. 144Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l'escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!". 147Poi s'ascose nel foco che li affina.

Due versi stupendi concludono uno, "come per l'acqua il pesce andando al fondo", l'incontro con Guinizelli, l'altro, "poi s'ascose nel foco che li affina", quello con Arnaut Daniel, del quale i versi precedenti sono insieme un'imitazione e una sfida alla poesia dello stesso Arnaut, e nella sua stessa lingua. Quello che può sembrare un discorso evoluzionistico della poesia da Guittone a Guinizelli è in realtà un mettere invece in rilievo la superiorità di una poesia che affronta la complessità del reale alla quale adegua la propria complessità strutturale, sulla poesia che si accontenta di una bravura costruttiva, senza misurarsi, appunto, con la più complessa realtà di una poesia che fa del ripensamento filosofico della realtà stessa la propria ineliminabile e insostituibile sostanza. In calce a queste provvisorie riflessioni, aggiungo che febbraio mi ha anche offerto l'opportunità di ripescare un libro che credevo caduto negli scarti mandati al macero: le Opere Minori di Ludovico Ariosto, Satire, Commedie, nella bella edizione rilegata in pelle rossa deiClassici Rizzoli (1964). Sbirciato, il prezioso volume, tra i libri offerti di edizioni introvabili, e a prezzi stracciati, su uno scaffale che si trova subito a destra, entrando, nella Libreia Il Libraccio, di Via Nazionale, a Roma. Prezzo, scontato, 15.00 €. Alla cassa, però, mi viene applicato un ulteriore sconto, e perciò ho finito col pagarlo 9 €. Esulto! Non per avarizia, ma di gioia. 9 € le Satire e le Commedie dell'Ariosto!

E prima pregovi

facciate segno che le nostre favole

vi sian piaciute, che così desidera

chi ha posto studio perch'elle vi piacciano,

dice Riccio alla fine della Scolastica. Come anch'io dico, alla conclusione di queste bislacche riflessioni.

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Mi sono misurato con un sonetto di Góngora. Sfida impossibile, se si vogliono mantenere metrica e rime. Non sono riuscito a superare la zeppa dell'"ave". Ma chi l'ha tradotto, prima di me, si è preso libertà che non ho voluto prendermi. In Góngora la forma è tutto. Ho tentato il calco. Devo arrendermi al fatto che non sia del tutto riuscito. In margine: ma che immenso poeta! Il sonetto è un'epigrafe per la tomba del Greco.

Esta en forma elegante, oh peregrino,

de pórfido luciente dura llave

el placer niega al mundo más suave

que dió espíritu a leño, a lino.

Su nombre, aún de mayor aliento dino

que en los clarines de la Fama cabe,

el campo ilustra de ese mármol grave:

venérale y prosigue tu camino.

Yace el Griego. Heredó Naturaleza

arte, y el Arte estudio, Iris colores,

Febo luces, si no sombras Morfeo.

Tanta urna a pesar de su dureza

lágrimas bebe y cuantos suda olores

corteza funeral de árbol sabeo.

Questa in forma elegante, o pellegrino,

di porfido lucente dura chiave

piacere nega al mondo più soave

che spirito donò al legno, al lino.

Il nome, dimaggior fiato che il clarino

della Fama contenga per un'ave,

il campo illustra di quel marmo grave:

veneralo e prosegui il tuo cammino.

Giace il Greco. Ereditò Natura

arte, e l'Arte studio, Iri colori,

Febo luci, se non ombre Morfeo.

Tant'urna nonostante che sia dura

lacrime beve e quanti suda odori

funerea scorza d'albero sabeo.