Cultura & Società

EUROPA MON AMOUR

di Aldo Pirone

Le elezioni europee si avvicinano. Si terranno in primavera a maggio. E' evidente la crescita nei singoli paesi dell'Unione europea, ultima la Svezia, delle forze di destra, nazionaliste e xenofobe. Dovrebbe essere altrettanto evidente che la loro resistibile marcia è causata, essenzialmente, dall'incapacità delle forze moderate che hanno finora dominato la scena politica continentale - con gran parte delle sinistre del PSE al loro rimorchio - di dare risposte alla questione sociale provocata dai processi di globalizzazione avvenuti nel segno di un neoliberismo sfrenato ancora imperante. In ultima analisi, anche l'intensificarsi di flussi emigratori, principalmente dall'Asia e dall'Africa, verso l'Europa è conseguenza della mondializzazione economica segnata dalla finanziarizzazione e spinta innanzi dalla rivoluzione tecnologica. E sulla paura di questi arrivi, la destra sta giocando in tutti i paesi europei la sua carta politica principale arruolando indirizzando contro di essi la sofferenza sociale dei settori popolari.

Le forze moderate europee, per intenderci l'asse Germani-Francia in termini nazionali, e popolari-socialisti (versione blairiana) in termini di forze politiche, hanno creduto di poter affrontare l'ultima crisi finanziaria ed economica con politiche di rigore e di austerità; dentro un quadro istituzionale dell'Unione governato da un sovranismo più moderato di quello delle crescenti destre nazionaliste, ma pur sempre basato sul principio intergovernativo. Quel sovranismo intergovernativo che bloccherà, con il veto di qualche paese amico di Orban, il recente voto del Parlamento europeo di censura dell'Ungheria per violazione dei "valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze" del Trattato di Lisbona. Il medesimo sovranismo che impedisce di gestire su base europea gli sbarchi dei disperati provenienti dall'Africa; ripartendo, da una parte, gli arrivi fra tutti gli stati dell'Unione e, dall'altra, organizzando un intervento politico ed economico di lungo respiro nei paesi africani di provenienza per, come si dice, "aiutarli a casa loro". Affidarsi solo al buon cuore del volontariato degli Stati è cosa penosa e risibile che, da sola, dà il senso dell'inanità dell'attuale Unione. Una palude che ha consentito a forze xenofobe come Salvini, qui in Italia ma non solo da noi, di sguazzarci dentro a piacimento, giocando di sponda con Orban.

L'unica istituzione che è riuscita a forzare un po' le politiche di rigore e di austerità, ma solo sul piano finanziario, è stata la BCE di Mario Draghi con il Quantitative easing; il solo intervento a carattere europeista. Tant'è che all'annuncio della fine di questo scudo finanziario, i paesi più indebitati, come il nostro, già cominciano a traballare.

Dunque, per sintetizzare, se il sovranismo intergovernativo, socialmente moderato e neoliberista, è la causa principale della crescita del sovranismo estremo di destra, nazionalista e xenofobo, per fronteggiare con una qualche efficacia il secondo bisogna rimuovere radicalmente il primo. Rimuoverlo vuol dire, al punto cui si è giunti di quasi sfaldamento politico e morale dell'Europa, rifondare l'Unione europea su un piano di politiche economiche e sociali improntate alla solidarietà e, su quello Istituzionale, con una democratizzazione sovranazionale e federale. Partendo da chi ci sta. Non c'è una cosa senza l'altra. Né, tanto meno, sia detto per inciso, vi può essere, per combattere il sovranismo di destra, un "sovranismo di sinistra", come sembrano pensare alcuni esponenti della sinistra nel nostro paese. Un sovranismo che sarebbe inevitabilmente subalterno a quello di destra.

Suonano alquanto strambi e retorici, da parte dei nostri maître a penser liberal democratici di ogni grado e colore, i richiami a Spinelli e al manifesto di Ventotene se non si assume di quel testo l'intima connessione fra Unione europea federale sovranazionale e contenuto sociale e progressista, per non dire socialista, della stessa. "Un'Europa libera e unita - si dice in quel testo di tre quarti di secolo fa - è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l'era totalitaria rappresenta un arresto. [...] La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita". Messe al bando le pulsioni rivoluzionarie dovute all'epoca di "ferro e di fuoco", rimane, tuttavia, che oggi il contenuto economico sociale progressista dovrebbe fondarsi sulla messa da parte delle politiche di austerità e la progressiva, ma decisa, messa in comune di bilanci, politiche fiscali, bancarie e finanziarie, del lavoro ecc. in un quadro di moderno neo keynesismo. Cosa che non è nelle corde delle "sei chiavi" proposte da Macron nel settembre scorso per il futuro dell'Europa.

Che senso ha, perciò, invocare larghezza di schieramenti - da Macron a Tsipras dice il provvisorio segretario del PD Martina, oppure, come reclama la Boldrini, "lista innovativa senza simboli di partito" del centrosinistra - indipendentemente dai loro contenuti? Ogni proposta di schieramento - che deve avere una caratteristica imprescindibilmente sovranazionale per essere efficace - non può non avere come obiettivo il cambiamento e la rifondazione nel segno del progresso sociale e del federalismo sovranazionale dell'Unione europea, informato a valori e princìpi democratici che non consentano alcuna adesione da parte degli Orban, dei Kaczyński, dei Kurz ecc.. Per esempio, rendendo sovrano il Parlamento europeo eletto su base transnazionale; con una commissione di governo responsabile di fronte ad esso e non più espressione dei governi nazionali; e con una seconda camera espressione degli stati nazionali come ente di compensazione, controllo e salvaguardia del carattere federale delle nuove Istituzioni europee. Il tutto attraverso un processo democratico costituente che chiami il popolo europeo a pronunciarsi nelle forme che si riterranno opportune. Su questi contenuti bisognerebbe dibattere, approfondire, precisare, rendere popolari e comprensibili al popolo e all'opinione pubblica le proposte di cambiamento e rifondazione europea; e non attardarsi astrattamente sui nomi dei contenitori che vengono dopo. Da parte di chi è di sinistra, non c'è da difendere uno stato di cose e un'Unione che sta affondando se stessa; c'è, invece, da andare all'offensiva per cambiare se si vuole salvare l'idea di unità europea. Per ora, sul discriminante solco rifondativo e socialmente progressista, a farsi avanti è stato solo Cacciari con un suo appello per una formazione o schieramento transnazionale. L'impressione è che le prossime elezioni europee, decisive per il futuro del Continente, siano vissute in Italia, come al solito da parecchi lustri a questa parte, in una chiave tutta provinciale di rapporti di forza nazionali fra forze politiche. E a sinistra, per strapparsi qualche decimo di punto fra partiti e partitini relegati all'irrilevanza politica.

Ma, si dice da parte dei sostenitori delle "ammucchiate" politiche da Macron a Tsipras, giacché i fascisti xenofobi e nazionalisti sono alle porte, bisogna unirsi contro di loro, come si è sempre fatto nel passato. Giusto. Dimenticando il piccolo particolare che l'unione delle forze antifasciste, anche la più larga, in Italia, ma anche in Europa dai "Fronti popolari" in poi, si è sempre fatta su basi progressiste e non certo sotto l'insegna delle forze moderate. Quando in Italia ci si mise sotto quell'insegna, fu l'Aventino. Non servì a fermare la strada a Mussolini.

Merkel e Macron non fermano Orban o Salvini. Ci vuole ben altro.