Cultura e Società

EUROPA, DEMOCRAZIA, SOVRANITÀ. APPUNTI, RIFLESSIONI, CONSIDERAZIONI

di Corrado Morgia

Le elezioni europee si avvicinano, si voterà infatti nella prossima primavera, in una giornata da definire nel mese di maggio. Si tratta di un appuntamento molto importante in quanto, nel bene o nel male, l'Europa non è soltanto il presente, ma sarà molto probabilmente anche il nostro futuro. Per questo motivo mi pare che non sia da sottovalutare il pericolo rappresentato da un ritorno delle destre, e perfino del fascismo, in molti paesi dell'Unione, a partire dall'Italia di Salvini, il leader della Lega che non nasconde le proprie nostalgie, con i discorsi, con gli atti, con l'abbigliamento e che non ha rifiutato i voti dei picchiatori nazisti di Casapound.

Uso perciò di proposito il termine fascismo, anche se alcuni suggeriscono di adoperare altre parole per definire il fenomeno attuale, dato che fascismo sarebbe soltanto quello storico, insediatosi in molti paesi del continente tra le due guerre mondiali. Ma come si dovrebbero definire allora non solo il movimento che ho appena ricordato, ma anche i regimi che si stanno costruendo in Polonia, in Ucraina, in Ungheria, in altri stati della Mitteleuropa e anche in Turchia, paese asiatico, ma con una sua piccola appendice europea, e in cui il satrapo Erdogan sta eliminando insieme con la democrazia pure i principi laici sui quali Ataturk aveva edificato la nuova compagine nazionale, uscita dalla fine del califfato e dal disastro della prima guerra mondiale?

La sola voce autoritarismo non mi pare basti per indicare quanti esaltano le SS di hitleriana memoria, ripropongono il razzismo e il primato dell'uomo bianco, attaccano la libertà di stampa, di opinione e di associazione, mettono fuori legge i partiti comunisti, coprendosi dietro lo stolto e antistorico paravento rappresentato dalla inaccettabile equazione nazismo uguale comunismo, pseudo ragionamento con il quale si pongono sullo stesso piano l'Armata Rossa, cioè l'esercito che ha sconfitto la più feroce dittatura della storia, e il regime che ha fatto dello sterminio degli ebrei e della riduzione in schiavitù di milioni di esseri umani la propria ragione d'essere.

Credo che la crisi della politica e quindi della democrazia siano tra i motivi alla base di questa situazione, stando infatti alla sola città di Roma, ma la constatazione mi pare possa essere estesa a buona parte dall'Italia e non solo, le uniche sedi politiche rimaste aperte nei quartieri centrali e nelle periferie, sono quelle delle varie sigle di destra e se non ci fossero le parrocchie a mantenere in vita una iniziativa sociale, anche tra i giovani, nell'assenza di altre presenze pubbliche non rimarrebbero che le scuole, tenendo conto che anche quello dell'istruzione è un mondo in crisi e soprattutto che molti ragazzi e ragazze abbandonano gli studi precocemente, a volte senza nemmeno arrivare alla licenza media, andando a ingrossare il numero di quanti non studiano e non lavorano.

Intendo perciò suonare un campanello di allarme sul ritorno della destra estrema, e non solo in Europa, ma anche, a quanto si può capire, nelle Americhe, dagli Stati Uniti di Trump al Brasile di Bolsonaro o alla stessa Argentina di Macrì, fenomeni che si possono collocare accanto ai tentativi, ormai palesemente eversivi, parchè fondati sulla violenza e sull'attacco forsennato a un presidente democraticamente eletto, come quelli compiuti in Francia, in questo ultimo periodo, dai cosiddetti gilet gialli che non per niente hanno il sostegno di componenti del nostro governo, Di Maio in testa, che in quanto ad analfabetismo istituzionale e collocazione a destra non è secondo a nessuno.

Certamente nella insoddisfazione di molti strati delle popolazioni europee ci sono motivazioni oggettive, legate alla lunga crisi economica che ha sfasciato il continente, alla incapacità di molti dei partiti socialisti, che pure hanno avuto responsabilità di governo, di affrancarsi dal dogma del pensiero unico neoliberista, tranne alcune eccezioni, come per esempio il Portogallo o la Spagna. All'accentuarsi del peso della finanza e alla conseguente deindustrializzazione, cose che hanno provocato disoccupazione, lavoro precario, estensione del lavoro nero, miseria, emarginazione giovanile, diffuso senso di incertezza e di instabilità.

A tutto questo va aggiunto un processo di globalizzazione non adeguatamente governato, caratterizzato dalla fuga di intere popolazioni dalla insufficienza di acqua e di cibo e da guerre spesso provocate dallo stesso occidente. Migrazioni dai paesi del vicino e lontano Oriente, dal centro Africa o dalla costa mediterranea, popoli rovinati da insensate imprese neocoloniali, come quella voluta da Sarkozy in Libia o dalle interminabili operazioni militari nell'ex mezzaluna fertile o in Afghanistan, spacciate come azioni di "peace keeping", e in realtà vere e proprie occupazioni militari di territori, spesso ricchi di materie prime e di petrolio.

La difesa della pace, il rafforzamento e l'estensione della democrazia, il rilancio dello stato sociale, la creazione di vera e buona occupazione, la riforma della tassazione in direzione dell'equità e della redistribuzione delle risorse, il pieno recupero della funzione della ricerca, della scuola e dell'università, una nuova politica comunitaria dell'accoglienza, dovrebbero essere allora al centro dei programmi dei partiti democratici e di sinistra che si presenteranno alle prossime elezioni, per sconfiggere rigurgiti neofascisti, contro ricorrenti forme di nazionalismo e di populismo, inteso quest'ultimo come manipolazione e strumentalizzazione, a fini politicamente scorretti, di esigenze popolari a volte giustificate, ma spesso suscitate ad arte, per provocare paura e ulteriore ansia tra popolazioni già provate e preoccupate.

Pe combattere questa situazione sempre più allarmante è indispensabile favorire, ovunque sia possibile e con tutti i mezzi a disposizione, la diffusione della cultura, del sapere, della conoscenza storica, della vera realtà dei fatti, strumenti indispensabili per sconfiggere la mala bestia che purtroppo torna ad infettare le nostre contrade e per eliminare la manipolazione delle coscienze e la vera e propria ignoranza non solo ella storia del secolo ventesimo, ma anche di cifre e dati, quelli per esempio relativi all'immigrazione, che spesso vengono gonfiati a dismisura per alimentare intolleranza e odio.

Va detto però a questo punto che l'Unione Europea, a volte troppo distante e impotente, spesso non è sembrata all'altezza della gravità dei problemi al punto che diversi governi nazionali, tra cui quelli del nostro paese, incapaci di proporre e realizzare soluzioni, per quanto di loro competenza, che è, ricordiamolo, ancora considerevole, non hanno saputo fare altro che attribuire alle carenze, ai limiti e ai difetti della Commissione e di Juncker e poi di Draghi e dell'Euro e della Banca Centrale di Francoforte, i loro fallimenti.

È necessario perciò accompagnare alle esigenze di ripresa della edificazione dell'Unione, di cui certo si parlerà nella campagna elettorale cui accennavo poc'anzi, una considerazione critica su come essa ha fino ad ora funzionato, non per smantellarla, ma per costruirla meglio, se necessario cambiando anche il Trattati, in particolare dando loro un carattere socialmente più avanzato.

A queste considerazioni ne aggiungo ancora una, che riprende il tema del ruolo negativo degli Stati Uniti di oggi e in particolare quello di Steve Bannon, un razzista, un suprematista bianco, in altri termini fascista americano, recentemente inviato in Europa dal presidente Usa, che per alcuni repubblicani risulterebbe essere addirittura troppo moderato, con l'esplicito incarico destabilizzare ancora di più l'UE e quindi approfondire quella condizione di crisi che, negli auspici di Washington, dovrebbe provocarne la definitiva disgregazione.

D'altro canto ricordiamoci che Trump stesso ha dichiarato in modo spregiativo di non sapere dove sia il Belgio, di non apprezzare il processo unitario, per quanto in difficoltà, e conseguentemente di preferire il rapporto tra Usa e singoli stati europei, metodo con cui può fare la voce ancora più grossa, piuttosto che con la comunità nel suo complesso.

Ma cosa può voler dire in concreto la democratizzazione di tutte le istituzioni dell'UE, il rafforzamento del ruolo del parlamento, la costituzione di un vero governo? credo che tutto ciò comporti non solo l'estensione della democrazia, ma anche la realizzazione di una nuova sovranità, con una cessione reale di potere da parte dei singoli stati, superando le resistenze anche a costo di andare avanti soltanto con chi ci sta, per esempio con i paesi che hanno adottato l'euro, esperimento che senza un bilancio comune, senza un ministro delle finanze unico, senza politiche armonizzate in tema economico, fiscale, sociale e anche culturale, rischia di naufragare sotto il peso di egoismi miopi e di incapacità, di tutti i tipi e ogni livello, come quella dimostrata nel nostro paese da diverse giunte regionali, che non sanno spendere le somme, anche ingenti, messe a disposizione da Bruxelles.

Ma nel mondo globalizzato, che vede l'ascesa di paesi come la Cina, l'India, lo stesso Brasile, che vedrà l'Africa addirittura raddoppiare in poco tempo la sua popolazione, e quindi anche i suoi potenziali produttivi, già oggi si scatena una competizione a volte senza esclusione di colpi e che non può essere sostenuta da singoli stati nazionali come il nostro, classico vaso di coccio tra vasi di ferro, oberato tra l'altro da un debito pubblico tra i più alti del mondo.

Per questo l'Europa Unita non rappresenta per l'Italia tanto una scelta, quanto una necessità. Infatti come potrebbe il nostro paese sostenere da solo, con la sua liretta, e le permanenti contraddizioni del suo sviluppo, la competizione con i giganti che emergono a livello planetario, la concorrenza con più avanzati? e in ogni caso, ammessa e non concessa la più nera delle prospettive, la disgregazione della UE e la fine della moneta unica, non tornerebbe che nominalmente la lira, ma in realtà saremmo dominati dal dollaro, perché nessuno accetterebbe di vedersi pagare, per esempio il proprio petrolio, nella vecchia moneta. In questo senso fa sorridere chi denuncia una presunta perdita di sovranità del nostro paese a favore di una sovranità lontana come quella delle istituzioni europee, che secondo questa interpretazione sarebbero egemonizzate dall'asse franco - tedesco e in definitiva dal solo governo della Repubblica Federale. Infatti non recupereremmo la vecchia, presunta sovranità, ma rimarremmo definitivamente nella condizione di colonia degli Stati Uniti, come è peraltro accaduto nell'ultimo settantennio, mentre è la congenita debolezza dell'Italia che favorisce il rinsaldarsi dell'asse in questione, non viceversa.

Il ragionamento della sovranità perduta dal nostro paese pertanto, non sta in piedi. Uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, voluta dallo scellerato tiranno che rispondeva al nome di Benito Mussolini, l'Italia ha di fatto perso sostanzialmente la sua indipendenza, come dimostra tutta la storia del Novecento, dal '45 in poi: un lungo periodo in cui siamo stati un paese a sovranità limitata, una patria dimezzata, nonostante la presenza e la vitalità dei vecchi partiti di massa. Sudditanza codificata dall'adesione alla Nato, con la conseguente presenza sul nostro territorio nazionale di truppe di occupazione e di basi militari, terrestri, aeree e navali, non rispondenti alle autorità legittime della repubblica, come testimonia la nostra mancata, piena evoluzione democratica, bloccata con il rapimento e l'uccisone di Aldo Moro, il vero colpo di stato avvenuto in Italia, voluto, come attestano qualificati e recenti studi, da servizi segreti occidentali, in particolare quello britannico, per impedire l'evoluzione autonoma della politica nazionale, con l'incontro tra il Pci di Berlinguer e la democrazia Cristiana di Zaccagnini.

Non ci si stia a parlare quindi di una presunta sovranità perduta, ma parliamo invece della costruzione di una nuova sovranità democratica nel quadro della attuazione di una nuova sovranità e di una nuova cittadinanza europea, pressoché unica possibilità di salvare il nostro paese da un declino che altrimenti potrebbe essere irreversibile, come provano dati e analisi non solo sulla stagnazione dell' economia, ma anche sulle condizioni non positive e anzi sull'arretramento dei livelli di incivilimento precedentemente raggiunti dal paese.

Viceversa tutte le analisi più avvertite, a cominciare dalle rilevazioni del Censis, registrano una regressione, un imbarbarimento quasi, con il prevalere di manifestazioni di odio, di rancore, di egoismo, di chiusura in piccole comunità, cui corrisponde una crescente fuga di cervelli, giovani laureati e diplomati nelle più varie discipline, che non trovando adeguati sbocchi lavorativi qui in Italia, si recano all'estero a cercare lavoro, spesso anche contro le proprie più profonde speranze e aspettative.

Europa come scelta ineludibile, dunque, ma anche concezione critica dell'europeismo, ma anche fermezza sul percorso e sui fini da raggiungere, democrazia, cultura, progresso, e intorno a tali posizione sollecitazione di un dibattito di massa, coinvolgendo anzitutto il mondo del lavoro e poi possibilmente la popolazione tutta, giovani e anziani, uomini e donne, anche per far rinascere la passione per la politica e per la partecipazione, medicine formidabili per curare la crisi della democrazia e scongiurare i pericoli per le nostre libertà.